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Counselor: caratteristiche e competenze

Counselor: caratteristiche e competenze

 

 

Il Counselor è un professionista della relazione di aiuto, una figura professionale riconosciuta dalla legge n. 4 del 14 gennaio del 2013. Il Counselor è un esperto di comunicazione e relazione che offre il suo tempo, la sua attenzione interessata e partecipativa, nonché il suo rispetto a chi si trova in una condizione di difficoltà e di incertezza e che, attraversando un momento di difficoltà, sente la necessità di chiarificare alcuni aspetti di sé, anche in rapporto all’ambiente che lo circonda.

L’obiettivo primario del Counselor è quello di facilitare un percorso di autoconsapevolezza nel cliente, affinché trovi dentro di sé le risorse per aiutarsi.  Aiutare gli altri ad aiutarsi è, infatti, una delle funzioni principali del Counselor.

L’esperto in Counseling esprime sempre una grande fiducia nelle risorse dell’essere umano favorendo in tal modo un processo di autostima, e questo proprio perché trasmette questo senso di fiducia nelle risorse del cliente. In ogni caso, il Counselor non si sostituisce mai alla persona che aiuta e gli restituisce la responsabilità di prendere le proprie decisioni, pur comprendendolo empaticamente. Per poter intervenire all’interno di una relazione di aiuto il Counselor, deve conoscere innanzitutto sé stesso. La supervisione, il saper accettare le critiche e i propri limiti agevolano il lavoro del Counselor. Un altro aspetto importante è capire quali sono le emozioni che mettono a disagio, quali reazioni scattano di fronte ai sentimenti che manifesta il cliente verso il Counselor (transfert) e viceversa quali reazioni si possono avere quando il sentimento nei confronti del cliente sono forti o ambivalenti (controtransfert). La tolleranza, la flessibilità, la delicatezza possono essere anche apprese, mentre la supervisione è indispensabile per esplorare i relativi sentimenti che possono emergere nella relazione instaurata con i clienti. Specialmente nella fase iniziale, la supervisione è molto utile per offrire un servizio di qualità.

Per quanto riguarda le competenze specifiche che definiscono la figura professionale del Counselor, in linea con gli aspetti generali esposti in questo enunciato, riportiamo di seguito quelle descritte dall’associazione di categoria AICo (Associazione Italiana di Counselling):

GESTIONE DELLA RELAZIONE

Il lavoro del Counselor inizia attraverso una fase di accoglienza, nella quale cerca di comprendere la domanda precisa del cliente, il suo contesto di riferimento e la sua motivazione all’essere aiutato, al fine di impostare un piano di intervento efficace e coerente. Tutto ciò si realizza attraverso la creazione di una relazione di aiuto fondata su reciprocità e cooperazione.

Il Counselor è in grado di impostare e mantenere una relazione d’aiuto finalizzata a:

  • instaurare un primo contatto con il cliente; comprendere la domanda, i bisogni e le motivazioni alla consulenza;
  • dare una prima risposta in termini di informazione sulle procedure e sulle modalità del trattamento dei problemi presentati;
  • guidare il cliente in un percorso di esplorazione, riconoscimento, identificazione e delucidazione delle risorse individuali disponibili. aiutare il cliente a riconoscere ed a riappropriarsi delle sue esperienze e dei suoi apprendimenti favorendo, così, l’assunzione di una posizione consapevole e responsabile nei confronti delle scelte future.
  • relazionarsi con altri professionisti. Il Counselor è consapevole che l’intervento di consulenza e aiuto molto spesso di affianca ad interventi condotti da altri professionisti. Consapevole di ciò, è in grado di lavorare in gruppo o in team o gestire le relazioni con altre figure professionali complementari in modo sinergico e collaborativo.

 

ANALISI DEL PROBLEMA

Il Counselor è in grado di condurre una serie di interventi finalizzati all’esplorazione, alla chiarificazione e alla comprensione delle situazioni problematiche; è in grado di comprendere i motivi del disagio e la situazione problematica portata dal cliente. In questo ambito vanno menzionate tutte le competenze comunicative, di analisi, di chiarificazione, di rispecchiamento, di riformulazione e di sintesi.

 

PROGETTAZIONE

Il Counselor è in grado di progettare un intervento specifico, sulla base di quelle che sono le esigenze del cliente. Questo comporta una capacità di riconoscere la situazione problematica, individuare gli obiettivi e gli strumenti operativi con i quali è possibile stabilire una strategia di intervento. Un altro aspetto fondamentale, quindi, è la capacità di una visione prospettica del Counselor in merito al processo consulenziale.

 

FORMAZIONE

Il Counselor interviene, ove necessario, sugli aspetti cognitivi e comportamentali del cliente anche attraverso delle attività specifiche educative e di addestramento. Il Counselor è in grado di intervenire con abilità formative ed informative specifiche sugli aspetti relativi alle situazioni problematiche presentate. L’intervento educativo comprende la preparazione e l’aggiornamento di materiale didattico efficace a tal scopo. La letteratura scientifica mostra come gli interventi educativi e formativi mirati ad ottenere un mutamento della percezione delle situazioni, degli atteggiamenti o degli stili comunicativi e comportamentali, attraverso una corretta informazione, rappresentino una modalità economica ed efficace di soluzione alle situazioni problematiche. Il Counselor, ad esempio, è in grado di attuare interventi finalizzati allo sviluppo delle abilità di “problem solving”, “decision making” e “social skills” del cliente, ovvero sulle sue capacità di risoluzione dei problemi, in merito alla presa di decisioni e alle abilità sociali di comunicazione con gli altri. Il Counselor non si sostituisce al cliente ma è un professionista che lo aiuta nello sviluppo delle proprie risorse ed abilità.

 

MOTIVAZIONE

L’intervento sulla motivazione mira a creare una relazione di collaborazione tra il professionista e il suo cliente per rendere efficaci i risultati dell’intervento. Ciò è particolarmente importante nelle situazioni di consulenza nelle quali si riconosce un “committente” ed un “destinatario”, ad esempio un responsabile del personale che commissiona un intervento di Counseling su un’equipe di lavoro. Inoltre, il Counselor è in grado di utilizzare abilità di sostegno e mobilitazione delle risorse nel cliente durante tutto il processo della consulenza. Questo è un aspetto fondamentale in quanto, nello spirito del Counseling, tutto il lavoro è finalizzato ad “aiutare il cliente ad aiutarsi”, quindi ad essere “parte attiva” del processo.

 

MONITORAGGIO DEL PROCESSO

Il Counselor è in grado di controllare e monitorare l’intervento di Counseling che parte dall’analisi della domanda iniziale, dalla valutazione nel corso dell’intervento e dalla verifica a distanza.

Il Counselor è attento alla valutazione del processo e alla verifica dell’effetto nel senso di assicurarsi che il suo lavoro vada in una direzione congrua alle richieste del cliente.

 Il Counselor è in grado di riconoscere situazioni problematiche che necessitano di un aiuto di ordine specialistico medico, psichiatrico o psicologico.

Il Counselor esercita la sua professione in modo autonomo oppure in collaborazione con altre figure professionali di aiuto ove il cliente sia inserito in programmi di sviluppo, terapeutici o di riabilitazione psicosociale.

Il Counselor concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale.

Il Counselor svolge la sua attività in autonomia o in strutture pubbliche o private in regime di dipendenza o libero professionale.

Il Counselor utilizza competenze relazionali nello specifico dell’esercizio della sua professione. Tali competenze vengono attuate impiegando le seguenti abilità comunicative (Counselling skills): ascoltare, chiedere, spiegare, informare, confrontare, guidare.


 

Counseling: Il modello di Robert Carkhuff

Counseling: Il modello di Robert Carkhuff

 

 

Secondo Robert Carkhuff l’efficacia di una relazione di aiuto è data dalla capacità dell’helper di rispondere ai bisogni dell’helpee e di iniziare con lui un programma di azioni concrete. Nel processo di aiuto dunque ci sono due protagonisti: l’Helper e l’helpee, ognuno dei quali, a sua volta, apporta diversi contributi utili a stabilire una relazione funzionale (Carkhuff, 1989). L’helpee deve innanzitutto cercare di elaborare le informazioni che non è in grado di elaborare da solo, deve dunque sottoporsi ad una elaborazione intrapersonale: guardare dentro di sé per rileggere il proprio vissuto. Il suo modo di contribuire alla relazione di aiuto è caratterizzato da quattro fasi: coinvolgimento, esplorazione, comprensione e azione.

Nella fase iniziale, ovvero quella del “coinvolgimento”, l’helpee deve essere coinvolto nella dinamica d’aiuto e nella relazione con l’helper. Il coinvolgimento assume dunque il significato di riuscire ad aprirsi, comunicare e condividere le proprie esperienze significative.

Il coinvolgimento porta ad una seconda fase, ossia “esplorazione”: guardare dentro di sé per stabilire il punto in cui ci si trova in rapporto alla propria esperienza. L’helpee esplora il livello in cui si trova in modo da poter comprendere dove desidera o dovrebbe essere. Una persona esplora ad “alti livelli” quando riesce a comunicare di esperienze importanti con un’intensa immediatezza emotiva, con concretezza. L’esplorazione porta alla comprensione degli obiettivi che la persona vuole stabilire con se stessa.

Siamo dunque alla terza fase, quella del “comprendere”, del cercare dentro di sé un comportamento, o delle risposte alternative al proprio modo di agire abituale. L’helpee comprende ad “alti livelli” quando mette a fuoco chiaramente i suoi obiettivi e ha a disposizione una varietà di comportamenti diversi da adottare per raggiungerli.

La comprensione permette all’helpee di passare all’ultima fase, ovvero quella dell’azione, ossia di agire, di progettare, programmare e realizzare azioni volte a raggiungere obiettivi specifici.

Alla fine di queste fasi è importante tracciare un feedback, in modo che gli obiettivi raggiunti possano essere utilizzati come nuovo input per una più ampia esplorazione, una più esatta comprensione e un’azione più efficace. Per quanto concerne il contributo dell’helper consiste nella capacità di mettere in gioco abilità interpersonali, che consentano un aiuto concreto all’helpee all’interno delle quattro fasi su menzionate. Avremo dunque ulteriori fasi dell’helper corrispondenti al prestare attenzione, rispondere, personalizzare e iniziare.

Per “prestare attenzione” si intende quella capacità di dare attenzione totale e incondizionata, comunicare profondo interesse, al fine di favorire e motivare il coinvolgimento dell’helpee.

Per “rispondere” ci riferiamo al comunicare quanto gli helper hanno percepito dell’esperienza dell’helpee, al fine di favorire l’esplorazione.

Per “personalizzare” indichiamo il facilitare la comprensione e l’assunzione di responsabilità da parte dell’helpee, aiutare a trasformare i problemi in obiettivi.

Per “iniziare” il riferimento va al consentire all’ helper di intraprendere un’azione attraverso l’elaborazione di programmi volti a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Infine, anche se sviluppare l’iniziativa nell’helpee è l’atto culminante nel processo di aiuto, fondamentale è anche “riciclare” quel processo continuo di andare avanti e indietro nelle fasi di aiuto, per arrivare a delle azioni sempre più efficaci, nonché facilitare lo Sviluppo delle Risorse Umane negli helpee (partecipazione, capacità di iniziativa, leadership).

 


 

Approccio al Counseling integrato

Approccio al Counseling integrato

 

 

Una tendenza degli ultimi anni, relativamente agli sviluppi del Counseling, è la nascita di alcune tipologie di approcci definiti integrati. Tali approcci si avvalorano dei contributi di diversi autori nel tentativo di far dialogare e convergere teorie, esperienze e metodi di intervento differenti tra loro. La possibilità di tale integrazione tra approcci differenti restituisce in via generale al Counseling, i connotati di apertura verso il cambiamento, la novità, un ulteriore arricchimento.

Un punto di debolezza, secondo alcune critiche riservate agli approcci integrati, è il rischio di intercorrere in atteggiamenti di eccessivo eclettismo e di approssimazione, e di conseguenza di seguire una metodologia scientifica non del tutto comprovata e meno specialistica.

Fa parte a pieno titolo degli approcci integrati il Counseling umanistico integrato, che comprende e ricompone aspetti fondamentali degli approcci umanistico-esistenziali, l’approccio centrato sul cliente di Rogers e l’approccio della Gestalt, con acquisizioni maturate nell’ambito della psicologia della comunicazione (Di Fabio, 2004).

In definitiva gli “Approcci Umanistici Integrati” enfatizzano la consapevolezza dell’individuo riguardo alla sua esperienza soggettiva. Tutti si impegnano per migliorare la capacità di scelta e le potenzialità e tutti condividono la convinzione dell’importanza di una relazione umana autentica, come fattore fondamentale di salute personale e sociale.

Un’importanza fondamentale viene data alle emozioni, quelle trascurate dai precedenti approcci. L’emozione è vista come una tendenza all’azione, che fornisce alle persone il feedback biologico e adattivo sulle loro modalità di risposta alle situazioni e alle soluzioni ai molteplici problemi del vivere umano.

Gli Approcci Umanistici Integrati si focalizzano sulla consapevolezza delle sensazioni, attraverso le quali si sviluppa il processo di cambiamento nel corso del Counseling.

Questa nuova prospettiva, attenta a captare più profondamente le complessità del funzionamento umano, reale nel mondo, persegue una visione positiva della persona, della vita e della società e crede fermamente nel miglioramento dell’individuo e del mondo in cui egli si autorealizza.

 


 

Counseling: Approccio gestaltico

Counseling: Approccio gestaltico

 

Foto di Tumisu da Pixabay

 

Il Counseling gestaltico è un approccio di matrice umanistico-esistenziale che deriva dalla teoria di Fritz Perls. Tale orientamento pone al centro dell’intervento la relazione tra gli individui e tra l’individuo e l’ambiente circostante.

Ne deriva un modello che vede la persona agire all’interno di un campo, caratterizzato dalla totalità dei fatti coesistenti a un dato momento nella loro indipendenza, ed entro il quale, aiutata e sostenuta verso una maggior consapevolezza di sé, delle sue risorse e dei suoi limiti, sarà in grado di operare le scelte migliori nella propria vita (Attili, 2011).

Ogni essere umano è costantemente in relazione dinamica con la realtà in cui vive e dalla natura di tale relazione si determina il suo comportamento (Perls, 1997). Il Counselor di Gestalt, quindi, si muove in una prospettiva sistemica e nella sua analisi parte dal presente, dal “qui ed ora”: l’attenzione non è focalizzata sul perché si sia determinata una data situazione, ma sul come si è determinata e sui fattori che la mantengono (Binetti e Bruni, 2003).

Come nella teoria del Counseling centrato sulla persona proposta da Rogers, all’interno della teoria della Gestalt si parte dal presupposto di base che l’uomo è un organismo ricco di potenzialità e capacità creative; questo principio nella teoria Gestalt prende il nome di autoregolazione organistica. Quando l’uomo non riesce a esprimere a pieno queste consapevolezze si genera nella persona l’incongruenza, fonte di disagio e sofferenza. La caratteristica principale della teoria gestaltica si basa sul rapporto figura-sfondo.

Secondo questo approccio ogni persona nella propria esperienza porta alla luce della sua consapevolezza solo una parte dell’esperienza lasciando l’altra sullo sfondo. L’approccio gestaltico, similmente a quello rogersiano ed a molti orientamenti di base umanistico-esistenziale, attribuisce un ruolo centrale ai sentimenti del cliente e all’analisi del “qui ed ora”, aspetti entrambi fondamentali e che insieme al contatto con l’esperienza corporea e la consapevolezza rappresentano gli assunti di base del processo di Gestalt.

L’aiuto rivolto al cliente consiste dunque nell’incoraggiarlo a riflettere e ad esperire le proprie sensazioni, le proprie modalità di comunicazione, di interazione e delle risorse inespresse, in modo da vivere nel “qui ed ora” la propria realtà di relazionarsi agli altri e al mondo circostante. Tale principio, base epistemologica dell’intervento di Counseling, si esprime operativamente con il concentrarsi con il proprio cliente sulla focalizzazione del problema nel presente in cui lo vive.

L’integrazione di questa figura e sfondo e quindi della complessità di tutte le esperienze porta nel cliente consapevolezza e benessere integrando tutti gli aspetti emotivi, cognitivi e corporei dell’esperienza-problema che sta affrontando nel suo presente.

I passaggi per aiutare il cliente a portare ad integrazione figura/sfondo, secondo il processo della Gestalt, sono essenzialmente cinque: identificazione, confronto ed espressione, scarica, cambiamento, crescita (Danon, 2000).

In questo processo la componente corporea e emozionale risulta fondamentale per restituire al cliente la consapevolezza delle sue potenzialità nel riuscire a focalizzare il problema e mettere in atto le strategie per lui più valide per risolverlo. Secondo Yontef nel processo della Gestalt è l’incontro tra il Counselor come persona reale ed il cliente come realmente si sente a creare il processo di crescita e benessere. In quest’ottica “il Counselor usa se stesso attivamente ed autenticamente nell’incontro con l’altra persona; è più un modo di essere e di fare che non un insieme di tecniche o una formula prescritta per il Counseling” (Clarkson, 2010). Il Counseling secondo l’orientamento della Gestalt utilizzato in modo integrato a quello rogersiano ha dato vita ad un altro approccio chiamato Counseling umanistico integrato. Questo approccio integrato utilizza i principi fondamentali dell’approccio rogersiano comuni anche alla Gestalt quali: la fiducia rispetto alle immense potenzialità dell’uomo, l’importanza del “qui ed ora” nel processo di Counseling, il principio di responsabilità del cliente, la relazione e non le tecniche come principio fondamentale del cambiamento. All’interno di questi principi comuni, la Gestalt offre il suo contributo nel restituire maggiore attenzione al corpo e nel processo di integrazione degli aspetti verbali con quelli non verbali.

 


 

Counseling: Comportamentismo e cognitivismo

Counseling: Comportamentismo e cognitivismo

 

 

La teoria comportamentista si basa su un tipo di approccio pragmatico, attraverso il quale un determinato comportamento disfunzionale può essere modificato attraverso la focalizzazione sullo stesso.

L’approccio comportamentista al Counseling si rifà alla teoria dell’apprendimento formulata da Bowlby, secondo la quale, i comportamenti problematici o disfunzionali sono determinati da un apprendimento inadeguato, che va a creare una condizione di forte vulnerabilità emotiva e cognitiva che può avere effetti a lungo termine per ciò che concerne sia la salute mentale, sia la condotta sociale (Attili, 2011).

Attraverso i principi di questa teoria il cliente viene aiutato nel processo di acquisizione di nuove abilità e modalità di risposta maggiormente efficaci e funzionali che vanno a sostituire o ad annullare quelli problematici e quindi disfunzionali. L’assimilazione di comportamenti e modalità di risposta più funzionali e adattivi viene determinata dall’impiego di tecniche che fanno riferimento al condizionamento operante, al decondizionamento, e alle metodologie di estinzione delle risposte condizionate e al modellamento del comportamento.

Il Counseling  comportamentale risulta parzialmente connesso al Counseling cognitivo e a quello cognitivo-comportamentale, approcci che in linea di massima   intervengono attraverso una relazione di aiuto nella quale si favorisce al cliente l’apprendimento di metodi e tecniche efficaci nel correggere o ridurre aspetti inadeguati o sintomatici del funzionamento personale (ad esempio sintomi quali l’ansia, la depressione, le fobie, gli attacchi di panico) o che incrementino le abilità e le competenze del soggetto.

Alcune tecniche e metodologie di questo approccio vengono utilizzate anche nel Counseling di tipo integrato, dove vengono riuniti i principi di differenti orientamenti teorici.

 


 

Il counseling: Approccio psicoanalitico e psicodinamico

Il counseling: Approccio psicoanalitico e psicodinamico

 

L’approccio psicoanalitico applicato al Counseling deriva dalle teorie freudiana e dai successivi sviluppi della psicoanalisi e più in generale dall’approccio psicodinamico.

L’obiettivo generale di questo approccio è quello di aiutare il cliente ad acquisire una maggiore consapevolezza dei suoi problemi emotivi e di sostenere l’adattamento del soggetto, in risposta agli eventi esterni che hanno determinato la richiesta di aiuto (Noonan, 1997).

Il modello di Counseling psicoanalitico pone maggiore enfasi alle esperienze passate e infantili, ai meccanismi di difesa e agli aspetti inconsci che determinano il comportamento attuale del cliente applicato alla vita di tutti i giorni e all’interno della stessa relazione di Counseling.

Pur essendo in linea per certi aspetti con le altre tipologie di Counseling, l’approccio psicoanalitico “sottolinea maggiormente il ruolo delle passate interazioni, sperimentate dal cliente con le figure di riferimento, durante le fasi precoci dello sviluppo e la loro ritualizzazione nelle relazioni del presente; poiché anche la relazione con il cliente è influenzata dai modelli relazionali interni del soggetto, questa diviene uno degli aspetti chiave su cui è possibile lavorare per ottenere l’insight e il cambiamento” (Calvo, 2007).

Ellen Noonan (1997) definisce come Counseling psicodinamico psicoanaliticamente orientato quel tipo di intervento di counseling che maggiormente si avvicina, per caratteristiche, alla psicoterapia di stampo psicoanalitico, pur mantenendo alcune sostanziali differenze.

Il Counseling psicodinamico psicoanaliticamente orientato a differenza della psicoterapia di tipo psicoanalitica è orientato sugli aspetti transferali relativi al “qui ed ora”, per cogliere elementi inconsci, evitando allo stesso tempo di costruire un rapporto basato sulla dipendenza regressiva (Calvo, 2007).

 


 

Approccio centrato sulla persona 

Approccio centrato sulla persona 

 

 

L’approccio centrato sulla persona nasce dalle idee e dalle metodologie sviluppate ed elaborate da Carl Rogers sul Counseling, la psicoterapia e il cambiamento terapeutico. Rogers è considerato il padre fondatore di questo particolare approccio così come per il Counseling in generale.

Dalle sue riflessioni ed elaborazioni metodologiche prendono forma le basi del Counseling, infatti, tutti i differenti approcci sembrano contenere in prevalenza o in parte gli aspetti fondamentali dell’approccio rogersiano.

Tale orientamento parte dall’assunto di base che ogni cliente ha in sé una sorta di conoscenza intuitiva di ciò che desidera e di ciò di cui ha bisogno (Hough, 1999). Il cliente è per Rogers colui che meglio conosce la sua situazione, le proprie difficoltà e le risorse di cui dispone, ed è per questo che resta l’unico essere in grado di definire il proprio percorso verso il cambiamento.

Per quanto riguarda il Counselor, questi svolge un ruolo di facilitatore, ovvero agisce nel pieno rispetto delle scelte del cliente, aiutandolo e sostenendolo nell’identificare il giusto percorso verso il cambiamento, promuovendo la piena consapevolezza del sé e un’assoluta autonomia di scelta.

Il compito principale del Counselor all’interno del processo di aiuto è quello di offrire attraverso la relazione, un contesto di ascolto e di comprensione empatica che restituisca una possibilità, un’apertura da parte del cliente verso la costruzione di nuove modalità comunicative e relazionali più funzionali.

Fondamentale in questo approccio è l’attribuire al cliente un ruolo attivo e centrale nel processo di cambiamento, costruire un rapporto di fiducia trasparente e non giudicante, nel quale sperimentare calore, attenzione positiva incondizionata, autenticità e comprensione empatica (Rogers, 1961).

 


 

Alcuni approcci teorici e modelli della relazione di aiuto

Alcuni approcci teorici e modelli della relazione di aiuto

 

Foto di Wokandapix da Pixabay

 

Nel corso della sua storia il Counseling si è sviluppato secondo diversi approcci e metodologie proprio come è successo in altri ambiti, come ad esempio quello della psicoterapia. Abbiamo, infatti, numerosi modelli di Counseling che in linea di massima sono riconducibili alle principali correnti di pensiero della psicologia e alle varie metodologie della psicoterapia.

Alcuni tra i principali approcci teorici e modelli della relazione d’aiuto sono:

  • Approccio centrato sulla persona
  • Approccio psicoanalitico e psicodinamico
  • Comportamentismo e cognitivismo
  • Approccio gestaltico
  • Approcci al counseling integrati
  • Il modello di Robert Carkhuff

 


 

Colloquio, relazione di aiuto e orientamento

Colloquio, relazione di aiuto e orientamento

 

 

Foto di Tumisu da Pixabay

 

Nell’ambito degli interventi di Counseling risulta fondamentale avere la consapevolezza di quanto importante e delicata sia la fase del colloquio con il cliente, nonché bisogna tener ben presente di intervenire esclusivamente nell’ambito della relazione d’aiuto.

Per quanto riguarda il termine colloquio deriva dal latino colloqui e significa “parlare con, parlare insieme”. Il colloquio sottende dunque ad una conversazione tra due o più persone ed in cui si persegue un fine o uno scopo (Verrastro, Petruccelli, 2006). Esistono numerose definizioni e tipologie di colloquio all’interno della letteratura filosofica, psicologica, pedagogica, medica e non solo, ma quello che maggiormente interessa il nostro ambito di ricerca è sicuramente il colloquio di Counseling nella “relazione d’aiuto”.

Per relazione d’ aiuto intendiamo in sostanza una forma di aiuto che avviene attraverso il colloquio tra il Counselor e il cliente, “un modo per indicare un intervento di supporto allo sviluppo del sé, alla comprensione delle proprie motivazioni e predilezioni.

La parola aiuto, inclusa in questa espressione, assume un significato pedagogico ed indica l’impegno di sviluppare nell’altro la consapevolezza di sé ed emanciparlo dai condizionamenti esterni che lo rendono prigioniero delle aspettative di chi lo circonda. L’aiuto si orienta nella crescita e nell’autonomia dell’altro” (Zanon, 2007). Attraverso il colloquio nell’ambito della relazione d’aiuto, due o più persone entrano in contatto, dando vita ad una relazione che muove attraverso processi comunicativi ben definiti: traspare dunque in primis che una certa attenzione deve essere rivolta alla comunicazione e alla qualità della relazione. Esistono diversi modi per comunicare e nella fattispecie la forma più utilizzata dall’uomo è sicuramente quella verbale, ovvero quella del linguaggio che comprende la comunicazione scritta e quella parlata. Una certa importanza all’interno di un colloquio è rappresentata anche dalla comunicazione non verbale che fa riferimento a tutti quegli atteggiamenti corporei e mimico-facciali, che trasmettono in concomitanza o separatamente dal linguaggio, determinati tipi di messaggi. Il colloquio di Counseling è qualcosa di più del semplice comunicare e di certo non può essere descritto e sintetizzato come un’interazione dinamica fra un emittente di un messaggio e un destinatario. Nella relazione di aiuto entrano i gioco alcune facoltà essenziali, competenze comuni e facilmente riscontrabili nella vita quotidiana, ma difficili da acquisire ed esercitare anche a causa dei condizionamenti derivanti dai vari contesti di vita e dai ritmi frenetici che oggigiorno stanno riducendo un fattore molto importante “ il nostro tempo”.

La prima delle facoltà chiamate in causa nella relazione di aiuto è l’empatia, quella capacità di focalizzazione sul mondo interiore dell’interlocutore, di intuire cosa si agiti in lui, come si sente in una determinata situazione e cosa realmente prova al di fuori di quello che riesce a comunicare attraverso il linguaggio. L’empatia racchiude, a sua volta, ulteriori componenti quali: la trasparenza, la comprensione e l’accettazione incondizionata.

La trasparenza corrisponde alla coerenza tra i sentimenti manifestati e quelli realmente provati. Essa consente l’instaurarsi di un clima di fiducia che consente un’apertura da parte dell’interlocutore e di abbattere un ipotetico atteggiamento difensivo di chiusura. La comprensione empatica indica l’immedesimarsi con l’altro, comprenderne il proprio punto di vista mantenendo l’autocontrollo e senza assumerlo come proprio. Infine l’accettazione incondizionata implica la sospensione dei giudizi morali sui sentimenti riferiti dall’interlocutore e, allo stesso tempo, permette di aiutarlo non indicando il modo giusto di agire ma permettendo a questo di ritrovarlo (Di Pietro, 1992). L’empatia, classificandosi come un bisogno antropologico fondamentale, mentre offre una risposta al soggetto, ne attiva nello stesso tempo le risorse. Per questo il metodo empatico consiste soprattutto nell’offrire alla persona ciò che può aiutarla a ritrovare in sé, a produrre da sé, quelle energie psichiche necessarie per diventare capaci di vivere un’esistenza umana minimamente degna (Bellingreri, 2010).

Un’altra facoltà fondamentale nel colloquio di aiuto è la fiducia, la quale può essere ottenuta quando nella relazione si dimostra autenticità e congruenza tra i sentimenti manifestati e quelli provati. Un ulteriore strumento essenziale nell’ambito della relazione di aiuto è l’ascolto attivo, ossia quell’atteggiamento proteso, attraverso l’ascolto, a facilitare l’espressione delle emozioni e dei sentimenti del cliente, e a far emergere il proprio stile relazionale.

Il colloquio di Counseling è stato definito da Rogers come “colloquio non direttivo dall’ascolto attivo” : per non direttivo intendiamo l’avvalersi di uno stile di conduzione del colloquio che lasci al soggetto la massima libertà di esprimere senza interferenze il proprio punto di vista, scegliendo egli stesso quali argomenti trattare e che direzione dare al dialogo. Talvolta l’espressione “non direttivo” rivolta al colloquio di Counseling, può essere oggetto di fraintendimenti, nel senso che può attribuire al Counselor l’etichetta di colui che assume un atteggiamento passivo. In realtà non è affatto così, non è la giusta interpretazione del termine in questione; infatti lo stesso Rogers precisa che “la passività e la mancanza di interesse e di coinvolgimento sono percepite dal cliente come un rifiuto… dal momento che l’indifferenza non è in alcun modo la stessa cosa dell’accettazione. In secondo luogo, l’atteggiamento di “laissez-faire” non segnala in nessun modo al cliente che egli è considerato una persona di valore. Per questo il consultatore che esercita un ruolo puramente passivo, un ruolo d’ascolto, può essere d’aiuto a qualche cliente che ha disperato bisogno di una catarsi emotiva, ma nel complesso i suoi risultati saranno minimi” (Rogers, 1961). L’atteggiamento non direttivo del Counselor corrisponde invece a una partecipazione attiva alla narrazione del cliente, che “consiste nell’adottare – per quanto ne è capace – lo schema di riferimento del cliente, nel percepire il mondo così come lo vede il cliente, nel percepire il cliente stesso così come egli vede se stesso e nel comunicare al cliente un po’ di questa comprensione empatica” (Rogers, 1961). Partecipare in maniera attiva alla relazione significa quindi che il Counselor cerca di comprendere il cliente e di lasciar trasparire la propria comprensione verso i punti di vista, gli atteggiamenti e i sentimenti manifesti del cliente. Risulta dunque fuorviante l’interpretazione di passività dapprima menzionata ed è per questo che forse sarebbe più corretto definire l’atteggiamento non direttivo del Counselor, come partecipazione attiva. Come si è detto l’atteggiamento non direttivo di ascolto attivo non è assolutamente un atteggiamento passivo. L’operatore infatti, conduce attivamente il colloquio, nel senso che realizza un intervento intenzionale di facilitazione dell’espressione del cliente (Di Fabio, 2003). Un colloquio direttivo basato, sull’ascolto attivo e sul rispetto e l’accettazione del cliente, non significa dunque che non si debba mai interrompere l’esposizione del soggetto. Anzi è fondamentale cadenzare l’espressione del cliente con vari interventi verbali, maggiormente con riformulazioni, ma anche verbalizzazioni e commenti empatici, così come le domande di approfondimento, che impediscono al cliente di lasciarsi andare in eccessive divagazioni o in discorsi senza fine, talvolta determinati dal fattore ansia. Facilitare l’espressione del cliente vuol dire che di volta in volta devono essere create le condizioni interpersonali che meglio si adattano alle caratteristiche del discorso del soggetto, sostenendolo, incoraggiandolo, ma anche focalizzandone l’attenzione e l’espressione. Sempre per quanto riguarda il colloquio, non è da sottovalutare uno degli aspetti più importanti di questa pratica, ovvero il setting.

Si definisce setting di un colloquio lo scenario spazio-temporale in cui si svolge la relazione di aiuto. Il setting è una sorta di cornice del colloquio che comprende sia caratteristiche materiali (la stanza, l’arredamento, le caratteristiche del luogo), che quelle psicologiche (le regole dell’incontro e dell’intervento, il tempo, etc.), nonché l’atteggiamento relazionale del Counselor. Le caratteristiche e le regole definite nel setting devono essere in grado di definire una cornice idonea allo svilupparsi della relazione di aiuto, che assicuri sufficiente contenimento, privacy e regolarità da un lato, plasticità e possibilità di adattamento dall’altro. Fanno parte del setting e quindi della cornice del colloquio, alcuni elementi caratterizzanti come l’abbigliamento e l’atteggiamento posturale della persona che conduce il colloquio che costituiranno le immagini che il soggetto avrà dello stesso e che dovranno essere presi in considerazione nelle successive valutazioni.

Il colloquio di aiuto risulta fondamentale anche nell’ambito dell’orientamento dove i consulenti, in genere, si mostrano in linea con la filosofia rogersiana. Includere nel colloquio di orientamento le modalità della relazione di aiuto è estremamente utile in quanto permette una migliore comprensione, un maggior coinvolgimento e una migliore attivazione dell’aiutato. Nell’ambito della consulenza orientativa, la relazione di aiuto consente di instaurare quel clima di fiducia che consente di creare le condizioni favorevoli alla crescita dell’individuo, per restituirgli una maggiore autonomia e autostima; aiuta il cliente nel suo “tendere a” un migliore adattamento sociale (Mucchielli, 1983).

Il colloquio di orientamento, in definitiva, è una relazione – un incontro – fra due persone: il Counselor ed il cliente, dove quest’ultimo si trova solitamente in condizioni di difficoltà, confusione o dubbio su una scelta da compiere in ambito formativo o professionale.

Il colloquio di orientamento è “una consulenza semi-strutturata che si pone di sviluppare nell’individuo la capacità di progettare il proprio futuro in termini soddisfacenti per sé e di stabilire obiettivi realistici in base alle capacità possedute” (Verrastro, Petruccelli, 2006).

Un percorso di Counseling orientativo prevede un breve ciclo di colloqui a cadenza settimanale, il cui esito dovrebbe consentire alla persona in difficoltà di riconoscere le proprie esigenze e di rispondere in modo più appropriato alle richieste del mondo del lavoro e della formazione. La consulenza orientativa in definitiva si manifesta come un percorso che ha lo scopo di facilitare il cliente nella presa di decisione rispetto al proprio percorso professionale. Tale percorso si realizza fondamentalmente attraverso lo strumento del colloquio individuale di orientamento e con l’eventuale utilizzo di strumenti di analisi delle esperienze, delle competenze e delle risorse del soggetto.

Due in particolare sono gli strumenti riconducibili alla consulenza orientativa: il Bilancio delle competenze e il Counseling.

Il bilancio di competenze fa parte del servizio di consulenza orientativa e può essere definito come una forma specifica di consulenza di carriera. In pratica, si realizza attraverso un ciclo di colloqui con l’operatore e con il supporto di strumenti di analisi e autodiagnosi delle competenze.

Per quel che riguarda gli aspetti legati al Counseling invece si rimanda a quanto già descritto in questa trattazione.

 


 

Approccio centrato sulla persona: i contributi di Carl Rogers

Approccio centrato sulla persona: i contributi di Carl Rogers

 

 

“Nella persona vi è una forza che ha una direzione fondamentale positiva. Più l’individuo è capito e accettato profondamente, più tende a lasciar cadere le false facciate con cui ha affrontato la vita e più si muove in una direzione positiva, di miglioramento” (Rogers, 1961).

Come precedentemente accennato la nascita del counseling viene attribuita allo psicologo statunitense Carl Rogers, che con il suo particolare “approccio centrato sulla persona” ha fornito un indispensabile contributo nell’ambito della psicologia umanistica nonché delineato la struttura del Counseling. Tale approccio sottende una visione olistica e ottimista della natura umana che si basa sul rispetto della persona e sulla fiducia nelle sue potenzialità di recuperare il proprio equilibrio, una visione dell’uomo come agente di scelte, libero e spontaneo. Per Rogers ogni persona ha una tendenza intrinseca che spinge all’autorealizzazione e ad utilizzare le proprie risorse in modo costruttivo, in presenza di condizioni facilitanti.

A tale tendenza viene associata dunque una volontà naturale di vivere, di migliorarsi, di conservarsi e modificarsi, e questo traspare dalle stesse parole dello psicologo statunitense: “non condivido il punto di vista tanto diffuso secondo cui l’uomo è un essere fondamentalmente irrazionale i cui impulsi, se non fossero controllati, condurrebbero alla distruzione sua e degli altri. Il comportamento dell’uomo è invece squisitamente razionale e si orienta, con una complessità sottile e ordinata, verso le mete che l’organismo gli pone” (Rogers, 1961). La tendenza attualizzante è insita nell’uomo, e consente di direzionare con successo i propri processi decisionali e esistenziali sulla scorta di risorse e capacità proprie, che riorganizzate in modo positivo, portano a risposte più adeguate ed efficaci, e ad un sano sviluppo personale.

Per Rogers, infatti, la natura dell’uomo e della sua personalità “è positiva nella sua natura-socievole, direzionata in avanti, ragionevole e realistica” (Idem). La tendenza attualizzante è presente in ogni uomo e attraverso un clima favorevole, permette ad ogni individuo il pieno sviluppo e la propria autorealizzazione attraverso l’autoregolazione. Il fine della terapia è dunque quello di creare le condizioni favorevoli che permettano alla tendenza attualizzante di operare così che la persona possa crescere verso la propria autorealizzazione.

Rogers non nega la psicopatologia, però vede disfunzionale utilizzare la diagnosi come etichetta che fa perdere di vista la persona e crea “la profezia che si autodetermina”. Il metodo terapeutico di Rogers viene detto anche “non direttivo” o “centrato sul cliente”. Non direttivo in quanto il terapeuta rispetta la tendenza ad autodeterminarsi del cliente limitandosi a creare le condizioni che possano facilitare la crescita, processo in cui a “crescere” non è in realtà solo il cliente ma anche il terapeuta stesso. Terapeuta e Cliente sono quindi in una situazione paritaria e la terapia è vista come un incontro tra due persone che fanno un percorso di crescita insieme. A riprova della fertilità di un clima favorevole e della tendenza auto-realizzante troviamo le seguenti parole: “Sulla base delle mie esperienze, ho notato che se posso contribuire a creare un clima contrassegnato da genuinità, apprezzamento e comprensione, allora avvengono cose molto stimolanti. Gruppi e persone si muovono, in un clima simile, dalla rigidità verso la flessibilità, da un esistere statico a un vivere dinamico, dalla dipendenza verso l’autonomia, dalla difensività verso l’auto-accettazione, da un essere ovvio e scontato verso una creatività imprevedibile. Diventano in tal modo una prova vivente di una tendenza alla realizzazione” (Idem). In definitiva, affinché si verifichi il cambiamento nella persona, vi deve essere un clima di accettazione, empatia e fiducia. Rogers sottolinea la necessità di sicurezza e calore umano nel rapporto terapeutico e l’importanza di instaurare una modalità relazionale accogliente e facilitante. È importante che la persona sia motivata ad intraprendere un percorso e che percepisca nel terapeuta quelle che Rogers ha definito come le tre condizioni necessarie e sufficienti che il terapeuta deve possedere affinché si manifesti il cambiamento: accettazione positiva incondizionata, empatia e congruenza.

Attraverso un’accettazione incondizionata che abbassa le difese e neutralizza la resistenza al cambiamento, e una comprensione empatica si da vita ad una autentica relazione di aiuto.

Per Rogers avere considerazione per una persona vuol dire accettarla così com’è nella sua specificità e prestargli fin dall’inizio un’attenzione sincera, in modo da costruire con la stessa una relazione autentica dalla quale poter insieme partire per raggiungere la strada del cambiamento. L’accoglienza è la porta che da accesso alla comunicazione. Se non mi sento accolto resto bloccato in partenza o per molto tempo e in tal modo la comunicazione non ha luogo, la relazione muore sul nascere. È alquanto difficile accogliere l’altro nella giusta maniera, così come è altrettanto difficile avere in concessione dall’altro più di un varco d’accesso alla propria sofferenza interiore. L’accoglienza è il primo gradino di una relazione, è attenzione privilegiata rivolta ad una persona, è andare incontro all’altro e riconoscerlo. La vera accoglienza è apertura, disponibilità all’altro. Accogliere significa dunque accettare incondizionatamente. Sappiamo tutti ad esempio quanto un sorriso semplice e sincero possa essere importante soprattutto in una particolare fase della vita.  Abbiamo tutti bisogno di essere accolti così “come siamo”, nonostante le mille e più sfaccettature di una personalità che mai, nella sua interezza, riesce a mostrarsi all’altro. La maggior parte delle relazioni in genere falliscono proprio a causa di un’erronea valutazione, vengono sfaldate proprio da un’avvertita presenza del giudizio. È alquanto facile classificare l’altro ed etichettarlo in categorie conosciute e rassicuranti. Il sentirsi catalogati però raffredda un incontro e rende difficile la comunicazione.

L’accettazione e l’ascolto attivo sono fondamentali; solo nel momento in cui si accetta l’altro, con atteggiamento positivo e privo di pregiudizio, si imbocca la strada che porta al cambiamento.

Attraverso l’accettazione positiva incondizionata si possono ristabilire, assieme al cliente, le condizioni di autostima e di sicurezza perdute e pervenire ad una più obiettiva rielaborazione delle proprie esperienze e dei propri sentimenti. Proprio attraverso questo lavoro personale si perviene a comprendere e meglio ristabilire le condizioni necessarie per superare quel disagio o malessere che ha interrotto o modificato il normale modo di vivere della persona in difficoltà. Attraverso l’ascolto attivo e partecipativo prende forma quell’atto volontario che oltrepassa le parole e nel quale si partecipa mettendo in gioco se stessi, aprendo mente e cuore fino a comprendere in profondità ciò che l’altro dice e ciò che l’altro è. L’ascolto attivo ci impegna a voler realmente comprendere l’altro in riferimento alle sue idee e ai suoi sentimenti. L’ascolto autentico dell’altro esige accettazione, coinvolgimento, partecipazione e riconoscimento. Non ci può essere ascolto senza un riconoscimento dell’altro in quanto tale, del suo essere diverso da me nella sua esclusiva e propria unicità. Ascoltare attivamente significa immaginare noi stessi nella situazione vissuta dall’altro, relazionarsi in maniera empatica, mettersi nei panni dell’altro rispettando la distinzione tra se e l’altro, è comprendere l’altro, i suoi vissuti, i suoi punti di vista, senza identificarsi con lo stesso; l’ascolto attivo è il momento in cui chi ascolta “riflette” il contenuto del messaggio dell’altro dimostrando concretamente non solo di averne capito il vero senso, ma anche di averne accettato il contenuto senza giudizi (Gordon, 2014). Il Counselor comprende i sentimenti del cliente, vede e vive il mondo del cliente come lo stesso lo percepisce, anche se è diverso dal suo modo di esperire, rispetta la diversità dell’altro e tiene conto della differenza dell’altro da sé, sta con quello che la persona porta, rimane nel “qui ed ora”, rispetta lo schema di riferimento del cliente, cioè come la persona vede se stessa, gli altri, il mondo, rispetta i suoi tempi e rimanda la sua comprensione all’altro, nel modo in cui l’altro può comprenderlo, mantenendo la distanza necessaria che gli consente di rimanere indipendente, di essere una persona separata che capisce, ma non si lascia coinvolgere dall’emozione dell’altro. Fondamentale nell’approccio rogersiano e il contesto o setting psicoterapeutico, attraverso il quale, il terapeuta cerca di capire come il paziente stesso si rappresenta con il mondo che gli sta attorno. In questo contesto si creano le condizioni per una migliore percezione di sé e per la correzione delle idee falsate di sé, permettendo al soggetto di costruirne di più congrue all’espressione dei propri bisogni, favorendo la capacità di coping (processo che nasce da interazioni che superano o sfidano le risorse di un soggetto e che è formato da molteplici componenti, quali la valutazione cognitiva degli eventi, le reazioni di disagio, le risorse personali e sociali, etc.), e restituendogli il senso di efficacia nella soluzione dei problemi. Un altro aspetto essenziale nella psicologia rogersiana è la congruenza. Essere congruente significa essere in accordo con se stessi e saper esprimere i propri bisogni, aspirazioni, sentimenti. Tutto ciò presuppone di prendersi il tempo per riflettere, comprendere ciò che l’altro è in grado di ascoltare, saper scegliere il momento e prestare attenzione al modo in cui lo si dice. Il terapeuta è nella relazione una persona reale e trasparente, autentica, capace di esperire la realtà interna ed esterna senza distorcerla, conosce se stesso e i propri limiti, è in contatto con i propri sentimenti e presta attenzione a non proiettare sugli altri. In un clima facilitante in cui siano presenti accettazione positiva incondizionata ed empatia la persona sperimenta “un’esperienza emozionale correttiva”, inizia a lasciar emergere le emozioni, impara a simbolizzare correttamente le esperienze, aumenta la congruenza e il concetto di sé diventa più fluido; la persona diventa poco alla volta più consapevole ed accettante; sensazioni, emozioni, stati d’animo possono gradualmente entrare a far parte della sua immagine di sé e così egli perviene ad una maggiore unità ed integrazione. Da questo modo di intendere la cura, verso un cliente che “lui più di tutti sa”, prende forma il Counseling di Carl Rogers.