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Counseling: Comportamentismo e cognitivismo

Counseling: Comportamentismo e cognitivismo

 

 

La teoria comportamentista si basa su un tipo di approccio pragmatico, attraverso il quale un determinato comportamento disfunzionale può essere modificato attraverso la focalizzazione sullo stesso.

L’approccio comportamentista al Counseling si rifà alla teoria dell’apprendimento formulata da Bowlby, secondo la quale, i comportamenti problematici o disfunzionali sono determinati da un apprendimento inadeguato, che va a creare una condizione di forte vulnerabilità emotiva e cognitiva che può avere effetti a lungo termine per ciò che concerne sia la salute mentale, sia la condotta sociale (Attili, 2011).

Attraverso i principi di questa teoria il cliente viene aiutato nel processo di acquisizione di nuove abilità e modalità di risposta maggiormente efficaci e funzionali che vanno a sostituire o ad annullare quelli problematici e quindi disfunzionali. L’assimilazione di comportamenti e modalità di risposta più funzionali e adattivi viene determinata dall’impiego di tecniche che fanno riferimento al condizionamento operante, al decondizionamento, e alle metodologie di estinzione delle risposte condizionate e al modellamento del comportamento.

Il Counseling  comportamentale risulta parzialmente connesso al Counseling cognitivo e a quello cognitivo-comportamentale, approcci che in linea di massima   intervengono attraverso una relazione di aiuto nella quale si favorisce al cliente l’apprendimento di metodi e tecniche efficaci nel correggere o ridurre aspetti inadeguati o sintomatici del funzionamento personale (ad esempio sintomi quali l’ansia, la depressione, le fobie, gli attacchi di panico) o che incrementino le abilità e le competenze del soggetto.

Alcune tecniche e metodologie di questo approccio vengono utilizzate anche nel Counseling di tipo integrato, dove vengono riuniti i principi di differenti orientamenti teorici.

 


 

Il counseling: Approccio psicoanalitico e psicodinamico

Il counseling: Approccio psicoanalitico e psicodinamico

 

L’approccio psicoanalitico applicato al Counseling deriva dalle teorie freudiana e dai successivi sviluppi della psicoanalisi e più in generale dall’approccio psicodinamico.

L’obiettivo generale di questo approccio è quello di aiutare il cliente ad acquisire una maggiore consapevolezza dei suoi problemi emotivi e di sostenere l’adattamento del soggetto, in risposta agli eventi esterni che hanno determinato la richiesta di aiuto (Noonan, 1997).

Il modello di Counseling psicoanalitico pone maggiore enfasi alle esperienze passate e infantili, ai meccanismi di difesa e agli aspetti inconsci che determinano il comportamento attuale del cliente applicato alla vita di tutti i giorni e all’interno della stessa relazione di Counseling.

Pur essendo in linea per certi aspetti con le altre tipologie di Counseling, l’approccio psicoanalitico “sottolinea maggiormente il ruolo delle passate interazioni, sperimentate dal cliente con le figure di riferimento, durante le fasi precoci dello sviluppo e la loro ritualizzazione nelle relazioni del presente; poiché anche la relazione con il cliente è influenzata dai modelli relazionali interni del soggetto, questa diviene uno degli aspetti chiave su cui è possibile lavorare per ottenere l’insight e il cambiamento” (Calvo, 2007).

Ellen Noonan (1997) definisce come Counseling psicodinamico psicoanaliticamente orientato quel tipo di intervento di counseling che maggiormente si avvicina, per caratteristiche, alla psicoterapia di stampo psicoanalitico, pur mantenendo alcune sostanziali differenze.

Il Counseling psicodinamico psicoanaliticamente orientato a differenza della psicoterapia di tipo psicoanalitica è orientato sugli aspetti transferali relativi al “qui ed ora”, per cogliere elementi inconsci, evitando allo stesso tempo di costruire un rapporto basato sulla dipendenza regressiva (Calvo, 2007).

 


 

Approccio centrato sulla persona 

Approccio centrato sulla persona 

 

 

L’approccio centrato sulla persona nasce dalle idee e dalle metodologie sviluppate ed elaborate da Carl Rogers sul Counseling, la psicoterapia e il cambiamento terapeutico. Rogers è considerato il padre fondatore di questo particolare approccio così come per il Counseling in generale.

Dalle sue riflessioni ed elaborazioni metodologiche prendono forma le basi del Counseling, infatti, tutti i differenti approcci sembrano contenere in prevalenza o in parte gli aspetti fondamentali dell’approccio rogersiano.

Tale orientamento parte dall’assunto di base che ogni cliente ha in sé una sorta di conoscenza intuitiva di ciò che desidera e di ciò di cui ha bisogno (Hough, 1999). Il cliente è per Rogers colui che meglio conosce la sua situazione, le proprie difficoltà e le risorse di cui dispone, ed è per questo che resta l’unico essere in grado di definire il proprio percorso verso il cambiamento.

Per quanto riguarda il Counselor, questi svolge un ruolo di facilitatore, ovvero agisce nel pieno rispetto delle scelte del cliente, aiutandolo e sostenendolo nell’identificare il giusto percorso verso il cambiamento, promuovendo la piena consapevolezza del sé e un’assoluta autonomia di scelta.

Il compito principale del Counselor all’interno del processo di aiuto è quello di offrire attraverso la relazione, un contesto di ascolto e di comprensione empatica che restituisca una possibilità, un’apertura da parte del cliente verso la costruzione di nuove modalità comunicative e relazionali più funzionali.

Fondamentale in questo approccio è l’attribuire al cliente un ruolo attivo e centrale nel processo di cambiamento, costruire un rapporto di fiducia trasparente e non giudicante, nel quale sperimentare calore, attenzione positiva incondizionata, autenticità e comprensione empatica (Rogers, 1961).

 


 

Alcuni approcci teorici e modelli della relazione di aiuto

Alcuni approcci teorici e modelli della relazione di aiuto

 

Foto di Wokandapix da Pixabay

 

Nel corso della sua storia il Counseling si è sviluppato secondo diversi approcci e metodologie proprio come è successo in altri ambiti, come ad esempio quello della psicoterapia. Abbiamo, infatti, numerosi modelli di Counseling che in linea di massima sono riconducibili alle principali correnti di pensiero della psicologia e alle varie metodologie della psicoterapia.

Alcuni tra i principali approcci teorici e modelli della relazione d’aiuto sono:

  • Approccio centrato sulla persona
  • Approccio psicoanalitico e psicodinamico
  • Comportamentismo e cognitivismo
  • Approccio gestaltico
  • Approcci al counseling integrati
  • Il modello di Robert Carkhuff

 


 

Colloquio, relazione di aiuto e orientamento

Colloquio, relazione di aiuto e orientamento

 

 

Foto di Tumisu da Pixabay

 

Nell’ambito degli interventi di Counseling risulta fondamentale avere la consapevolezza di quanto importante e delicata sia la fase del colloquio con il cliente, nonché bisogna tener ben presente di intervenire esclusivamente nell’ambito della relazione d’aiuto.

Per quanto riguarda il termine colloquio deriva dal latino colloqui e significa “parlare con, parlare insieme”. Il colloquio sottende dunque ad una conversazione tra due o più persone ed in cui si persegue un fine o uno scopo (Verrastro, Petruccelli, 2006). Esistono numerose definizioni e tipologie di colloquio all’interno della letteratura filosofica, psicologica, pedagogica, medica e non solo, ma quello che maggiormente interessa il nostro ambito di ricerca è sicuramente il colloquio di Counseling nella “relazione d’aiuto”.

Per relazione d’ aiuto intendiamo in sostanza una forma di aiuto che avviene attraverso il colloquio tra il Counselor e il cliente, “un modo per indicare un intervento di supporto allo sviluppo del sé, alla comprensione delle proprie motivazioni e predilezioni.

La parola aiuto, inclusa in questa espressione, assume un significato pedagogico ed indica l’impegno di sviluppare nell’altro la consapevolezza di sé ed emanciparlo dai condizionamenti esterni che lo rendono prigioniero delle aspettative di chi lo circonda. L’aiuto si orienta nella crescita e nell’autonomia dell’altro” (Zanon, 2007). Attraverso il colloquio nell’ambito della relazione d’aiuto, due o più persone entrano in contatto, dando vita ad una relazione che muove attraverso processi comunicativi ben definiti: traspare dunque in primis che una certa attenzione deve essere rivolta alla comunicazione e alla qualità della relazione. Esistono diversi modi per comunicare e nella fattispecie la forma più utilizzata dall’uomo è sicuramente quella verbale, ovvero quella del linguaggio che comprende la comunicazione scritta e quella parlata. Una certa importanza all’interno di un colloquio è rappresentata anche dalla comunicazione non verbale che fa riferimento a tutti quegli atteggiamenti corporei e mimico-facciali, che trasmettono in concomitanza o separatamente dal linguaggio, determinati tipi di messaggi. Il colloquio di Counseling è qualcosa di più del semplice comunicare e di certo non può essere descritto e sintetizzato come un’interazione dinamica fra un emittente di un messaggio e un destinatario. Nella relazione di aiuto entrano i gioco alcune facoltà essenziali, competenze comuni e facilmente riscontrabili nella vita quotidiana, ma difficili da acquisire ed esercitare anche a causa dei condizionamenti derivanti dai vari contesti di vita e dai ritmi frenetici che oggigiorno stanno riducendo un fattore molto importante “ il nostro tempo”.

La prima delle facoltà chiamate in causa nella relazione di aiuto è l’empatia, quella capacità di focalizzazione sul mondo interiore dell’interlocutore, di intuire cosa si agiti in lui, come si sente in una determinata situazione e cosa realmente prova al di fuori di quello che riesce a comunicare attraverso il linguaggio. L’empatia racchiude, a sua volta, ulteriori componenti quali: la trasparenza, la comprensione e l’accettazione incondizionata.

La trasparenza corrisponde alla coerenza tra i sentimenti manifestati e quelli realmente provati. Essa consente l’instaurarsi di un clima di fiducia che consente un’apertura da parte dell’interlocutore e di abbattere un ipotetico atteggiamento difensivo di chiusura. La comprensione empatica indica l’immedesimarsi con l’altro, comprenderne il proprio punto di vista mantenendo l’autocontrollo e senza assumerlo come proprio. Infine l’accettazione incondizionata implica la sospensione dei giudizi morali sui sentimenti riferiti dall’interlocutore e, allo stesso tempo, permette di aiutarlo non indicando il modo giusto di agire ma permettendo a questo di ritrovarlo (Di Pietro, 1992). L’empatia, classificandosi come un bisogno antropologico fondamentale, mentre offre una risposta al soggetto, ne attiva nello stesso tempo le risorse. Per questo il metodo empatico consiste soprattutto nell’offrire alla persona ciò che può aiutarla a ritrovare in sé, a produrre da sé, quelle energie psichiche necessarie per diventare capaci di vivere un’esistenza umana minimamente degna (Bellingreri, 2010).

Un’altra facoltà fondamentale nel colloquio di aiuto è la fiducia, la quale può essere ottenuta quando nella relazione si dimostra autenticità e congruenza tra i sentimenti manifestati e quelli provati. Un ulteriore strumento essenziale nell’ambito della relazione di aiuto è l’ascolto attivo, ossia quell’atteggiamento proteso, attraverso l’ascolto, a facilitare l’espressione delle emozioni e dei sentimenti del cliente, e a far emergere il proprio stile relazionale.

Il colloquio di Counseling è stato definito da Rogers come “colloquio non direttivo dall’ascolto attivo” : per non direttivo intendiamo l’avvalersi di uno stile di conduzione del colloquio che lasci al soggetto la massima libertà di esprimere senza interferenze il proprio punto di vista, scegliendo egli stesso quali argomenti trattare e che direzione dare al dialogo. Talvolta l’espressione “non direttivo” rivolta al colloquio di Counseling, può essere oggetto di fraintendimenti, nel senso che può attribuire al Counselor l’etichetta di colui che assume un atteggiamento passivo. In realtà non è affatto così, non è la giusta interpretazione del termine in questione; infatti lo stesso Rogers precisa che “la passività e la mancanza di interesse e di coinvolgimento sono percepite dal cliente come un rifiuto… dal momento che l’indifferenza non è in alcun modo la stessa cosa dell’accettazione. In secondo luogo, l’atteggiamento di “laissez-faire” non segnala in nessun modo al cliente che egli è considerato una persona di valore. Per questo il consultatore che esercita un ruolo puramente passivo, un ruolo d’ascolto, può essere d’aiuto a qualche cliente che ha disperato bisogno di una catarsi emotiva, ma nel complesso i suoi risultati saranno minimi” (Rogers, 1961). L’atteggiamento non direttivo del Counselor corrisponde invece a una partecipazione attiva alla narrazione del cliente, che “consiste nell’adottare – per quanto ne è capace – lo schema di riferimento del cliente, nel percepire il mondo così come lo vede il cliente, nel percepire il cliente stesso così come egli vede se stesso e nel comunicare al cliente un po’ di questa comprensione empatica” (Rogers, 1961). Partecipare in maniera attiva alla relazione significa quindi che il Counselor cerca di comprendere il cliente e di lasciar trasparire la propria comprensione verso i punti di vista, gli atteggiamenti e i sentimenti manifesti del cliente. Risulta dunque fuorviante l’interpretazione di passività dapprima menzionata ed è per questo che forse sarebbe più corretto definire l’atteggiamento non direttivo del Counselor, come partecipazione attiva. Come si è detto l’atteggiamento non direttivo di ascolto attivo non è assolutamente un atteggiamento passivo. L’operatore infatti, conduce attivamente il colloquio, nel senso che realizza un intervento intenzionale di facilitazione dell’espressione del cliente (Di Fabio, 2003). Un colloquio direttivo basato, sull’ascolto attivo e sul rispetto e l’accettazione del cliente, non significa dunque che non si debba mai interrompere l’esposizione del soggetto. Anzi è fondamentale cadenzare l’espressione del cliente con vari interventi verbali, maggiormente con riformulazioni, ma anche verbalizzazioni e commenti empatici, così come le domande di approfondimento, che impediscono al cliente di lasciarsi andare in eccessive divagazioni o in discorsi senza fine, talvolta determinati dal fattore ansia. Facilitare l’espressione del cliente vuol dire che di volta in volta devono essere create le condizioni interpersonali che meglio si adattano alle caratteristiche del discorso del soggetto, sostenendolo, incoraggiandolo, ma anche focalizzandone l’attenzione e l’espressione. Sempre per quanto riguarda il colloquio, non è da sottovalutare uno degli aspetti più importanti di questa pratica, ovvero il setting.

Si definisce setting di un colloquio lo scenario spazio-temporale in cui si svolge la relazione di aiuto. Il setting è una sorta di cornice del colloquio che comprende sia caratteristiche materiali (la stanza, l’arredamento, le caratteristiche del luogo), che quelle psicologiche (le regole dell’incontro e dell’intervento, il tempo, etc.), nonché l’atteggiamento relazionale del Counselor. Le caratteristiche e le regole definite nel setting devono essere in grado di definire una cornice idonea allo svilupparsi della relazione di aiuto, che assicuri sufficiente contenimento, privacy e regolarità da un lato, plasticità e possibilità di adattamento dall’altro. Fanno parte del setting e quindi della cornice del colloquio, alcuni elementi caratterizzanti come l’abbigliamento e l’atteggiamento posturale della persona che conduce il colloquio che costituiranno le immagini che il soggetto avrà dello stesso e che dovranno essere presi in considerazione nelle successive valutazioni.

Il colloquio di aiuto risulta fondamentale anche nell’ambito dell’orientamento dove i consulenti, in genere, si mostrano in linea con la filosofia rogersiana. Includere nel colloquio di orientamento le modalità della relazione di aiuto è estremamente utile in quanto permette una migliore comprensione, un maggior coinvolgimento e una migliore attivazione dell’aiutato. Nell’ambito della consulenza orientativa, la relazione di aiuto consente di instaurare quel clima di fiducia che consente di creare le condizioni favorevoli alla crescita dell’individuo, per restituirgli una maggiore autonomia e autostima; aiuta il cliente nel suo “tendere a” un migliore adattamento sociale (Mucchielli, 1983).

Il colloquio di orientamento, in definitiva, è una relazione – un incontro – fra due persone: il Counselor ed il cliente, dove quest’ultimo si trova solitamente in condizioni di difficoltà, confusione o dubbio su una scelta da compiere in ambito formativo o professionale.

Il colloquio di orientamento è “una consulenza semi-strutturata che si pone di sviluppare nell’individuo la capacità di progettare il proprio futuro in termini soddisfacenti per sé e di stabilire obiettivi realistici in base alle capacità possedute” (Verrastro, Petruccelli, 2006).

Un percorso di Counseling orientativo prevede un breve ciclo di colloqui a cadenza settimanale, il cui esito dovrebbe consentire alla persona in difficoltà di riconoscere le proprie esigenze e di rispondere in modo più appropriato alle richieste del mondo del lavoro e della formazione. La consulenza orientativa in definitiva si manifesta come un percorso che ha lo scopo di facilitare il cliente nella presa di decisione rispetto al proprio percorso professionale. Tale percorso si realizza fondamentalmente attraverso lo strumento del colloquio individuale di orientamento e con l’eventuale utilizzo di strumenti di analisi delle esperienze, delle competenze e delle risorse del soggetto.

Due in particolare sono gli strumenti riconducibili alla consulenza orientativa: il Bilancio delle competenze e il Counseling.

Il bilancio di competenze fa parte del servizio di consulenza orientativa e può essere definito come una forma specifica di consulenza di carriera. In pratica, si realizza attraverso un ciclo di colloqui con l’operatore e con il supporto di strumenti di analisi e autodiagnosi delle competenze.

Per quel che riguarda gli aspetti legati al Counseling invece si rimanda a quanto già descritto in questa trattazione.

 


 

Approccio centrato sulla persona: i contributi di Carl Rogers

Approccio centrato sulla persona: i contributi di Carl Rogers

 

 

“Nella persona vi è una forza che ha una direzione fondamentale positiva. Più l’individuo è capito e accettato profondamente, più tende a lasciar cadere le false facciate con cui ha affrontato la vita e più si muove in una direzione positiva, di miglioramento” (Rogers, 1961).

Come precedentemente accennato la nascita del counseling viene attribuita allo psicologo statunitense Carl Rogers, che con il suo particolare “approccio centrato sulla persona” ha fornito un indispensabile contributo nell’ambito della psicologia umanistica nonché delineato la struttura del Counseling. Tale approccio sottende una visione olistica e ottimista della natura umana che si basa sul rispetto della persona e sulla fiducia nelle sue potenzialità di recuperare il proprio equilibrio, una visione dell’uomo come agente di scelte, libero e spontaneo. Per Rogers ogni persona ha una tendenza intrinseca che spinge all’autorealizzazione e ad utilizzare le proprie risorse in modo costruttivo, in presenza di condizioni facilitanti.

A tale tendenza viene associata dunque una volontà naturale di vivere, di migliorarsi, di conservarsi e modificarsi, e questo traspare dalle stesse parole dello psicologo statunitense: “non condivido il punto di vista tanto diffuso secondo cui l’uomo è un essere fondamentalmente irrazionale i cui impulsi, se non fossero controllati, condurrebbero alla distruzione sua e degli altri. Il comportamento dell’uomo è invece squisitamente razionale e si orienta, con una complessità sottile e ordinata, verso le mete che l’organismo gli pone” (Rogers, 1961). La tendenza attualizzante è insita nell’uomo, e consente di direzionare con successo i propri processi decisionali e esistenziali sulla scorta di risorse e capacità proprie, che riorganizzate in modo positivo, portano a risposte più adeguate ed efficaci, e ad un sano sviluppo personale.

Per Rogers, infatti, la natura dell’uomo e della sua personalità “è positiva nella sua natura-socievole, direzionata in avanti, ragionevole e realistica” (Idem). La tendenza attualizzante è presente in ogni uomo e attraverso un clima favorevole, permette ad ogni individuo il pieno sviluppo e la propria autorealizzazione attraverso l’autoregolazione. Il fine della terapia è dunque quello di creare le condizioni favorevoli che permettano alla tendenza attualizzante di operare così che la persona possa crescere verso la propria autorealizzazione.

Rogers non nega la psicopatologia, però vede disfunzionale utilizzare la diagnosi come etichetta che fa perdere di vista la persona e crea “la profezia che si autodetermina”. Il metodo terapeutico di Rogers viene detto anche “non direttivo” o “centrato sul cliente”. Non direttivo in quanto il terapeuta rispetta la tendenza ad autodeterminarsi del cliente limitandosi a creare le condizioni che possano facilitare la crescita, processo in cui a “crescere” non è in realtà solo il cliente ma anche il terapeuta stesso. Terapeuta e Cliente sono quindi in una situazione paritaria e la terapia è vista come un incontro tra due persone che fanno un percorso di crescita insieme. A riprova della fertilità di un clima favorevole e della tendenza auto-realizzante troviamo le seguenti parole: “Sulla base delle mie esperienze, ho notato che se posso contribuire a creare un clima contrassegnato da genuinità, apprezzamento e comprensione, allora avvengono cose molto stimolanti. Gruppi e persone si muovono, in un clima simile, dalla rigidità verso la flessibilità, da un esistere statico a un vivere dinamico, dalla dipendenza verso l’autonomia, dalla difensività verso l’auto-accettazione, da un essere ovvio e scontato verso una creatività imprevedibile. Diventano in tal modo una prova vivente di una tendenza alla realizzazione” (Idem). In definitiva, affinché si verifichi il cambiamento nella persona, vi deve essere un clima di accettazione, empatia e fiducia. Rogers sottolinea la necessità di sicurezza e calore umano nel rapporto terapeutico e l’importanza di instaurare una modalità relazionale accogliente e facilitante. È importante che la persona sia motivata ad intraprendere un percorso e che percepisca nel terapeuta quelle che Rogers ha definito come le tre condizioni necessarie e sufficienti che il terapeuta deve possedere affinché si manifesti il cambiamento: accettazione positiva incondizionata, empatia e congruenza.

Attraverso un’accettazione incondizionata che abbassa le difese e neutralizza la resistenza al cambiamento, e una comprensione empatica si da vita ad una autentica relazione di aiuto.

Per Rogers avere considerazione per una persona vuol dire accettarla così com’è nella sua specificità e prestargli fin dall’inizio un’attenzione sincera, in modo da costruire con la stessa una relazione autentica dalla quale poter insieme partire per raggiungere la strada del cambiamento. L’accoglienza è la porta che da accesso alla comunicazione. Se non mi sento accolto resto bloccato in partenza o per molto tempo e in tal modo la comunicazione non ha luogo, la relazione muore sul nascere. È alquanto difficile accogliere l’altro nella giusta maniera, così come è altrettanto difficile avere in concessione dall’altro più di un varco d’accesso alla propria sofferenza interiore. L’accoglienza è il primo gradino di una relazione, è attenzione privilegiata rivolta ad una persona, è andare incontro all’altro e riconoscerlo. La vera accoglienza è apertura, disponibilità all’altro. Accogliere significa dunque accettare incondizionatamente. Sappiamo tutti ad esempio quanto un sorriso semplice e sincero possa essere importante soprattutto in una particolare fase della vita.  Abbiamo tutti bisogno di essere accolti così “come siamo”, nonostante le mille e più sfaccettature di una personalità che mai, nella sua interezza, riesce a mostrarsi all’altro. La maggior parte delle relazioni in genere falliscono proprio a causa di un’erronea valutazione, vengono sfaldate proprio da un’avvertita presenza del giudizio. È alquanto facile classificare l’altro ed etichettarlo in categorie conosciute e rassicuranti. Il sentirsi catalogati però raffredda un incontro e rende difficile la comunicazione.

L’accettazione e l’ascolto attivo sono fondamentali; solo nel momento in cui si accetta l’altro, con atteggiamento positivo e privo di pregiudizio, si imbocca la strada che porta al cambiamento.

Attraverso l’accettazione positiva incondizionata si possono ristabilire, assieme al cliente, le condizioni di autostima e di sicurezza perdute e pervenire ad una più obiettiva rielaborazione delle proprie esperienze e dei propri sentimenti. Proprio attraverso questo lavoro personale si perviene a comprendere e meglio ristabilire le condizioni necessarie per superare quel disagio o malessere che ha interrotto o modificato il normale modo di vivere della persona in difficoltà. Attraverso l’ascolto attivo e partecipativo prende forma quell’atto volontario che oltrepassa le parole e nel quale si partecipa mettendo in gioco se stessi, aprendo mente e cuore fino a comprendere in profondità ciò che l’altro dice e ciò che l’altro è. L’ascolto attivo ci impegna a voler realmente comprendere l’altro in riferimento alle sue idee e ai suoi sentimenti. L’ascolto autentico dell’altro esige accettazione, coinvolgimento, partecipazione e riconoscimento. Non ci può essere ascolto senza un riconoscimento dell’altro in quanto tale, del suo essere diverso da me nella sua esclusiva e propria unicità. Ascoltare attivamente significa immaginare noi stessi nella situazione vissuta dall’altro, relazionarsi in maniera empatica, mettersi nei panni dell’altro rispettando la distinzione tra se e l’altro, è comprendere l’altro, i suoi vissuti, i suoi punti di vista, senza identificarsi con lo stesso; l’ascolto attivo è il momento in cui chi ascolta “riflette” il contenuto del messaggio dell’altro dimostrando concretamente non solo di averne capito il vero senso, ma anche di averne accettato il contenuto senza giudizi (Gordon, 2014). Il Counselor comprende i sentimenti del cliente, vede e vive il mondo del cliente come lo stesso lo percepisce, anche se è diverso dal suo modo di esperire, rispetta la diversità dell’altro e tiene conto della differenza dell’altro da sé, sta con quello che la persona porta, rimane nel “qui ed ora”, rispetta lo schema di riferimento del cliente, cioè come la persona vede se stessa, gli altri, il mondo, rispetta i suoi tempi e rimanda la sua comprensione all’altro, nel modo in cui l’altro può comprenderlo, mantenendo la distanza necessaria che gli consente di rimanere indipendente, di essere una persona separata che capisce, ma non si lascia coinvolgere dall’emozione dell’altro. Fondamentale nell’approccio rogersiano e il contesto o setting psicoterapeutico, attraverso il quale, il terapeuta cerca di capire come il paziente stesso si rappresenta con il mondo che gli sta attorno. In questo contesto si creano le condizioni per una migliore percezione di sé e per la correzione delle idee falsate di sé, permettendo al soggetto di costruirne di più congrue all’espressione dei propri bisogni, favorendo la capacità di coping (processo che nasce da interazioni che superano o sfidano le risorse di un soggetto e che è formato da molteplici componenti, quali la valutazione cognitiva degli eventi, le reazioni di disagio, le risorse personali e sociali, etc.), e restituendogli il senso di efficacia nella soluzione dei problemi. Un altro aspetto essenziale nella psicologia rogersiana è la congruenza. Essere congruente significa essere in accordo con se stessi e saper esprimere i propri bisogni, aspirazioni, sentimenti. Tutto ciò presuppone di prendersi il tempo per riflettere, comprendere ciò che l’altro è in grado di ascoltare, saper scegliere il momento e prestare attenzione al modo in cui lo si dice. Il terapeuta è nella relazione una persona reale e trasparente, autentica, capace di esperire la realtà interna ed esterna senza distorcerla, conosce se stesso e i propri limiti, è in contatto con i propri sentimenti e presta attenzione a non proiettare sugli altri. In un clima facilitante in cui siano presenti accettazione positiva incondizionata ed empatia la persona sperimenta “un’esperienza emozionale correttiva”, inizia a lasciar emergere le emozioni, impara a simbolizzare correttamente le esperienze, aumenta la congruenza e il concetto di sé diventa più fluido; la persona diventa poco alla volta più consapevole ed accettante; sensazioni, emozioni, stati d’animo possono gradualmente entrare a far parte della sua immagine di sé e così egli perviene ad una maggiore unità ed integrazione. Da questo modo di intendere la cura, verso un cliente che “lui più di tutti sa”, prende forma il Counseling di Carl Rogers.

 


 

La nascita del Counseling

La nascita del Counseling

 

 

Prima di addentrarci nel vivo dell’argomentazione mi sembra doveroso fare chiarezza dinanzi ad una storica diatriba che vede in causa alcune figure professionali, in particolare quella dello psicologo, dello psicoterapeuta e del Counselor, il cui fine comune è rivolto ad “aiutare”, secondo modalità e tecniche diverse, “la persona”. Si può intuire facilmente la difficoltà nel delineare la sottile linea di confine esistente tra i diversi ambiti ed è per questo che mi limiterò esclusivamente a descrivere sinteticamente le tre distinte professioni, lasciando liberamente captare al lettore le relative differenze.

Lo psicoterapeuta è un professionista che tratta pazienti con disagio e sofferenza psichica all’interno di un quadro disarmonico della personalità. Può risolvere problematiche psicologiche ed emotive permanenti, strutturali della personalità o legate a forme di dipendenza patologica. Laureato in psicologia o medicina, ha seguito una scuola di specializzazione di quattro anni nell’ambito delle psicoterapie.

Lo psicologo è un professionista abilitato mediante un anno di tirocinio e il superamento di un esame di stato al libero esercizio della professione. Si muove nell’ambito del disagio, può effettuare una diagnosi mediante l’ausilio di testistica adeguata. Laureato in psicologia, nel corso di studio ha scelto una specializzazione (es. psicologia clinica, dello sviluppo, etc.).

Il Counselor è un operatore della salute che tratta clienti con profilo di personalità armonico e livelli di benessere ed equilibrio psichico nella norma, che presentano disagi legati alla realtà presente. La figura del Counselor richiede una buona conoscenza della personalità umana e un training professionale che garantisca il superamento di quella tendenza dell’io ad “esercitare un Counseling sulla base dei propri, più o meno rigidi, pregiudizi” (Rollo May, 1991).

Il Counseling si fonda sull’ipotesi che momenti di difficoltà e di crisi facciano parte della normalità della vita e che sia possibile sostenere il rilancio della normale capacità di risposta della persona, prima di pensare ad interventi di cura. Fino ai nostri tempi, la persona che si trovava a vivere una particolare condizione di vita poteva trovare sostegno e cura solo attraverso un mirato intervento di tipo psicologico o psicoterapeutico. Spesso però dinanzi al timore di essere etichettati come personalità problematiche o a causa di negativi stereotipi e pregiudizi ancor tutt’oggi, presenti nella cultura popolare, si finiva col restare soli con il proprio disagio accettando di convivere con la propria sofferenza (Mazzara, 1997).

Oggi invece, attraverso un crescente sviluppo nell’area del Counseling, si inizia a denotare il Counselor come una figura professionale che attraverso la “relazione d’aiuto” restituisce alla persona in difficoltà quella possibilità di affrontare in maniera decisa i normali problemi della vita e che consente di alimentare nuovamente quel desiderio di riprenderne il controllo. Il Counseling, dunque, non è terapia ma “relazione d’aiuto”, rivolta a quelle persone che desiderano un momento d’ascolto per comprendere meglio i loro problemi, compiere scelte, cambiare le situazioni problematiche della loro vita. L’intervento di Counseling può essere definito come la possibilità di offrire un orientamento, un sostegno a singoli individui o a gruppi, per i quali si favorisce lo sviluppo e l’utilizzazione di potenzialità proprie. Uno degli aspetti fondamentali per comprendere l’ampia diffusione del Counseling, non solo in Italia, ma soprattutto su scala europea, è sicuramente legato ad un interrogativo: la sofferenza psichica è necessariamente condizione di malattia?

 La possibilità di differenziare una sofferenza psichica di natura esistenziale da una che affondi le sue radici in elementi distorti o patologici della personalità, rappresenta un quesito a cui è veramente impossibile dare una riposta certa. La cultura occidentale sembra aver creato nel tempo una concezione di sofferenza legata ad ogni modo ad un qualcosa che ha del patologico, sofferenza quindi associata ad una condizione di malattia che rimanda e giustifica l’intervento terapeutico. In realtà non sempre la sofferenza è la risultante di un disagio psichico ingestibile dalla persona che ne soffre, anzi spesso ci si ritrova dinnanzi a quella sofferenza che ha a che fare con la ricerca e la crescita della persona e che, con Jung e Hillmann, sarebbe più corretto far rientrare nelle cosiddette malattie dell’anima, intendendo con questo termine quella ricerca di senso e di integrazione delle varie componenti dello psichismo anche al di fuori di concezioni fideistiche o trascendentali.

In definitiva il Counseling, indipendentemente dal tipo di orientamento utilizzato, si pone al fianco di colui che sceglie, attraverso una propria lettura della sua esistenza, di riprendere in mano la propria vita o semplicemente di migliorarne alcuni aspetti personali e relazionali, al fine di garantire un migliore adattamento dello stesso con il proprio ambiente. Infatti, alla base di una qualsiasi attività di Counseling, il Counselor sarà proiettato verso la costruzione di una relazione empatica autentica, non considerando l’altro come un paziente ma “cliente”, prenderà parte a quel modo di essere e di vivere che rende la persona unica e libera, per delinearne insieme la strada che si è scelto di seguire.

La prima attestazione dell’uso del termine Counseling per indicare un’attività rivolta a problemi sociali o psicologici trova la sua origine nel 1908 (F. Parsons). Ma la nascita ufficiale risale al 1942, negli Stati Uniti, con la pubblicazione del libro di Rogers “Counseling and Psycotherapye agli anni settanta in Europa, in particolare in Gran Bretagna, sia come servizio di orientamento sia come strumento di supporto nei servizi sociali e nel volontariato. Uno dei suoi primi campi di applicazione su vasta scala è stato il reinserimento dei reduci di guerra nella società civile statunitense dopo la seconda guerra mondiale, dovendo sopperire alla contingente necessità di offrire sostegno e consulenza secondo modalità più rapide, ma non per questo meno efficaci della psicoterapia. Lo sviluppo del Counseling negli Stati Uniti avviene poi in determinati ambiti, come l’orientamento scolastico rivolto agli studenti al termine delle scuole superiori, quello professionale rivolto prevalentemente a ex-lavoratori che necessitano di una nuova collocazione, o ancora l’assistenza sociale e infermieristica. Tale sviluppo viene influenzato da varie correnti culturali e di pensiero, alcune antecedenti di parecchio la sua nascita ufficiale: non solo le psicoterapie comportamentiste e psicoanalitiche, ma soprattutto quelle a orientamento umanistico-esistenziale, con il sostanziale contributo dei movimenti olistici finalizzati alla prevenzione dei problemi psicologici e basati sull’abbandono dei modelli centrati sulla psicopatologia in favore di criteri orientati alla salute e alla prevenzione psichica. Il primo programma, varato negli Stati Uniti nel 1885 dal movimento di orientamento e guida professionale e teso a indirizzare e ottimizzare le scelte di chi termina le scuole superiori, riscuote un tale successo da stimolare una serie di cambiamenti normativi a supporto della pratica dell’orientamento. Sempre tra i prodromi del Counseling possiamo citare i test di abilità mentale, sviluppati fin dal 1917, per valutare l’idoneità dei soldati impegnati nella prima guerra mondiale, o i primi test attitudinali, dal 1920, per misurare i reali interessi professionali. È nei primi anni Cinquanta che si assiste invece al tentativo di spiegare i processi di sviluppo e di gestione della carriera e le modalità con cui gli individui prendono una certa direzione piuttosto che un’altra, per giungere poi a studiare i meccanismi decisionali: ed è appunto in questo ambito che comincia ad affermarsi un primo utilizzo del Counseling in senso moderno. Grazie allo sviluppo delle teorie della personalità promosse dalla ricerca psicoanalitica e più in generale psicoterapeutica, il Counseling diventa un intervento sempre più rivolto ai problemi personali e sociali. Ma è con la psicologia umanistico-esistenziale, e in particolare con autori come Carl Rogers e Rollo May, che si sviluppa questo tipo specifico di relazione d’aiuto. Se infatti fino a quel momento i paradigmi e le tecniche applicate in psicoterapia fanno riferimento soprattutto al modello psicoanalitico e a quello comportamentista, cominciano a farsi strada temi cari all’esistenzialismo, come la libertà di scelta, l’importanza del dialogo Io-Tu, l’impegno del singolo, la responsabilità, la necessità di riportare l’individuo al centro del proprio mondo riconoscendogli potenzialità di autodeterminazione, crescita e trasformazione. Nel frattempo, sempre negli Stati Uniti, nel 1946 nasce la Division of Counseling and Guidance dell’American Psychological Association (APA), che nel 1951 diventa Division of Counseling Psychology. Tale divisione organizza tra il 1949 e il 1987 quattro congressi rimasti di fondamentale importanza nella definizione di che cos’è il Counseling, della sua formazione e della sua pratica negli Usa. Sempre nel 1951 si costituisce l’American Personnel and Guidance Association, che l’anno dopo diventa American Association of Counseling and Development. Nel 1963, all’insegna del motto “prevenire è meglio che curare”, vengono sanciti per legge, il principio e la necessità di riorganizzare territorialmente i servizi psichiatrici, per poter prevenire i problemi psicologici non solo negli ospedali, ma anche nei centri di igiene mentale delle piccole comunità. Avendo ormai capito che i fattori ambientali influenzano il comportamento e che un intervento a livello comunitario può aiutare sia il singolo sia la società nel suo complesso, i problemi di salute mentale vengono messi in relazione con elementi di stress sociale, come la povertà o il razzismo. Il vantaggio dei nuovi centri, che offrono una serie di servizi e sono facilmente accessibili da parte dei residenti di una certa zona, è di poter essere sostenuti all’interno della propria comunità, ma soprattutto di sottolineare l’importanza della prevenzione. Si passa dunque, a poco a poco, da un modello centrato sulla malattia a uno orientato alla salute dell’individuo, portando negli anni Settanta allo sviluppo della cosiddetta “psicologia del benessere”, fondata su una concezione evolutiva e sostanzialmente positiva dell’essere umano, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e di accrescere la competenza della società in relazione alla salute. Il concetto di crisi perde parte della valenza negativa o quantomeno problematica e ci si focalizza maggiormente su quella di “transizione” o passaggio, come alternativa possibile e occasione di cambiamento.

La professione del Counselor approda in Europa alla fine degli anni Cinquanta attraverso la Gran Bretagna, ed è proprio questo Paese che può rappresentare un utile riferimento per un confronto con la situazione italiana. Il Counseling, all’epoca, viene utilizzato soprattutto all’interno di ambulatori, consultori e centri giovanili, anche se già fin dagli anni Venti e Trenta ne esistevano esempi nel sistema della pubblica istruzione, soprattutto come orientamento scolastico nei college, e del volontariato. È solo negli anni Settanta che nascono le prime associazioni per la gestione della professione: nel 1971 viene istituito a Londra lo Standing Council for the Advancement of Counseling (SCAC), che riunisce organizzazioni di volontariato, enti statali e organizzazioni professionali in una sorta di forum per la condivisione di informazioni e contatti. Nel giro di pochi anni viene pubblicato un primo elenco di servizi locali e documenti con le norme etiche sul Counseling e nel 1976 lo SCAC si trasforma in British Association for Counseling (BAC), introducendo criteri di formazione e accreditamento per rendere il Counseling sempre più professionale. Nel 2000 la BAC è diventata BACP (British Association for Counseling and Psychotherapy), arrivando così a distinguere con maggiore chiarezza gli ambiti delle due professioni: il cambio di nome riconosce che il Counselor e gli psicoterapeuti desiderano appartenere a una professione unica, che possa incontrare la comunanza di interessi degli uni e degli altri. Il numero dei Counselor iscritti alla BAC e poi alla BACP è cresciuto esponenzialmente: dai 1.000 del 1977 ai 16.446 del 2000, per arrivare agli oltre 35.000 di oggi e questo dà l’idea di quanto il Counseling si sia sviluppato in Gran Bretagna, fino al punto di poterne parlare come di una “istituzione sociale” (Di Fabio, 2005). Anche se la professione continua a non essere formalmente regolata e la legge non pone limiti alla sua pratica, la BACP richiede ai suoi membri accreditati che abbiano un diploma o abbiano conseguito un master in counseling con un minimo di quattrocentocinquanta ore di formazione; il corso deve basarsi su un modello teorico di riferimento e garantire un equilibrio tra teoria, pratica e sviluppo personale, con un preciso sistema di valutazione e di supervisione. Oltre alla formazione per diventare Counselor professionisti indipendenti, in Gran Bretagna vengono proposti corsi di counselling skills, insieme di abilità che possono essere applicate ad altre professioni (insegnanti, assistenti sociali), mentre per diventare Counselor psicologico è necessario seguire un master universitario triennale, cui si accede avendo la laurea in psicologia. Tale titolo è riconosciuto dalla British Psychological Society (BPS) come una specializzazione in psicologia che permette l’iscrizione all’albo degli psicologi britannici. Poiché in Gran Bretagna anche la psicoterapia non è regolata per legge (possono accedere alla professione, tra l’altro, persone che non sono laureate in medicina o psicologia) il Counseling presenta notevoli aree di sovrapposizione con questa professione e il dibattito sulle similitudini tra l’una e l’altra è aperto.

La European Association for Counselling (EAC) è nata nel 1991 con la finalità di promuovere lo sviluppo e il riconoscimento del Counseling a livello europeo, nonché di stabilire gli standard formativi comuni tra le varie associazioni dei differenti paesi. Nel 2010, l’ingresso nell’EAC della Russia e dell’Italia (quest’ultima tramite il Coordinamento Italiano delle Associazioni di Counseling prima e di Federcounseling dopo) ha dato un nuovo impulso all’associazione.

Questa la definizione di Counseling adottata dall’EAC nel 1995: “Il counseling è un processo interattivo tra uno (o più) counselor e uno (o più) clienti – individui, famiglie, gruppi o istituzioni – che affronta in una modalità olistica temi sociali, culturali, economici e/o emozionali. Il counseling può occuparsi di affrontare e risolvere problemi specifici, favorire un processo decisionale, aiutare a superare una crisi, migliorare i rapporti con gli altri, agevolare lo sviluppo, promuovere e accrescere la conoscenza e la consapevolezza di sé e permettere di elaborare emozioni, pensieri, percezioni, oltre che conflitti interni ed esterni. L’obiettivo globale è quello di offrire ai clienti l’opportunità di lavorare, con modalità da loro stessi definite, per condurre una vita più soddisfacente e ricca di risorse, sia come individui sia come membri della società più vasta”.

All’interno del panorama italiano la diffusione del Counseling appare lenta e sicuramente in ritardo rispetto al contesto anglosassone. Esaminando i due contesti, del resto, si nota che la realtà italiana appare diversa se comparata al mondo anglosassone. La Seconda Guerra Mondiale e il periodo successivo hanno segnato per l’Italia un vero e proprio passaggio storico durante il quale un paese prevalentemente agricolo si è trasformato in una nazione urbanizzata e industrializzata. Un elemento di forte differenziazione tra la cultura italiana e quella anglosassone sembra essere la famiglia e la sua diversa concezione. In Italia il fenomeno dell’abbandono delle campagne a favore delle città e la nascita dei grandi centri urbani determina il passaggio da una famiglia di tipo patriarcale a una di tipo nucleare caratterizzata dalla riduzione del numero dei componenti e da una maggiore responsabilizzazione per ognuno di essi. In questo processo il ruolo del nucleo familiare rimane indubbiamente centrale, ma si assiste ad una chiusura sempre più spiccata degli elementi che lo compongono al loro interno, data la frequente mancanza di collegamenti con l’esterno. È infatti alla famiglia che lo Stato delega le più varie responsabilità sociali e culturali piuttosto che offrirle sostegno: la tendenza dello Stato risulta quella non di aiuto alle famiglie con la creazione di servizi, ma piuttosto la richiesta alle famiglie di autogestirsi nel tentativo di non sovraccaricare le strutture pubbliche. L’abitudine a rivolgere tutte le proprie attenzioni all’interno e la mancanza di servizi dedicati non facilita la richiesta d’aiuto al di fuori della famiglia stessa.

Il Counseling, che troverà spazio d’azione dell’ambito dei contesti comunitari, lavorativi e ospedalieri, inizia a diffondersi in Italia nel 1990 in particolare con l’avvio della campagna informativa sull’AIDS e sulla sua diffusione. La pratica del Counseling in ambito socio-sanitario si è affermata proprio con la legge n. 135 del 1990, che ha sancito l’importanza dei colloqui di Counseling prima e dopo il test per l’HIV. Da questo, che costituisce uno dei primi ambiti di applicazione, molti altri contesti hanno mostrato interesse nei confronti del counseling, ma la sua diffusione risulta ancora incerta e non regolamentata. Tra le azioni a favore della sua diffusione nel contesto italiano si rintraccia l’inserimento del Counseling tra le nuove professioni a opera del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), atto che sicuramente ha permesso di aprire un varco per il futuro di questa attività. Dal 2001 si è assistito, in Italia, ad una realtà di grande significato in tema di offerta formativa e di potenzialità in termini di costruzione dell’identità professionale del Counselor, ossia la nascita dell’AURAC (Associazione universitari relazione d’aiuto e Counseling) con la finalità da un lato di raccordare e implementare l’apertura di centri di Counseling universitari, dall’altro di supervisionare e fare da elemento propulsivo per la creazione di percorsi formativi universitari in grado di facilitare l’affermazione del Counseling e della relazione d’aiuto, con solide competenze psicologiche, condivisibili a vari livelli di professionalità. Negli ultimi anni, in Italia, il Counseling si è radicato in maniera veramente significativa e di conseguenza sono nate diverse associazioni di settore come: l’ASPIC (Associazione per lo Sviluppo Psicologico dell’Individuo e della Comunità); la SICO (Società Italiana di Counseling); il CNCP (Coordinamento Nazionale Counselor Professionisti); l’AICO (Associazione Italiana di Counseling); il REICO (Registro Italiano dei Counselor). Tutte queste associazioni hanno finalità dichiarate di promozione della materia e di formazione dei soci. Infine, nell’ambito della disciplina del Counseling, la professione del Counselor viene inserita all’interno della legge n. 4 del 14 gennaio del 2013, che disciplina le professioni non regolamentate. Tra gli obblighi, il Counselor dovrà riportare gli estremi della legge in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, per esempio è possibile utilizzare questa formula “Professionista di cui alla Legge n. 4 del 14 gennaio 2013, pubblicata nella GU n. 22 del 26/01/2013” sotto i dati anagrafici e i contatti della vostra carta intestata o nella firma elettronica dell’e-mail. L’inadempimento a quest’obbligo è perseguito come pratica commerciale scorretta e sanzionata ai sensi del Codice del consumo (Dlgs 206/2005). Coloro che esercitano la professione possono costituire associazioni a carattere professionale di natura privatistica, fondate su base volontaria, senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva, con il fine di valorizzare le competenze degli associati e garantire il rispetto delle regole deontologiche, agevolando la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza. Le suddette associazioni professionali saranno inserite nel sito internet del Ministero dello Sviluppo Economico (art.2.7). La legge 4/2013 vieta alle associazioni di adottare denominazioni professionali relative a professioni organizzate in ordini o collegi. Tra gli adempimenti delle associazioni: adottare un codice di condotta, promuovere la formazione permanente dei propri iscritti, vigilare sulla condotta professionale degli associati, stabilire le sanzioni disciplinari da irrogare agli associati per le violazioni del codice. È prevista anche l’attivazione di uno sportello per i consumatori, al quale rivolgersi in caso di contenzioso con i singoli professionisti. Gli associati non possono esercitare attività professionali riservate dalla legge a specifiche categorie di soggetti, a meno che non siano iscritti al relativo albo professionale. Gli iscritti potranno utilizzare il riferimento all’associazione come marchio/attestato di qualità dei propri servizi su richiesta autorizzata da parte dell’associazione. Sempre a tutela dei consumatori, le associazioni dovranno fornire attraverso il sito web tutte le informazioni utili: atto costitutivo e statuto, identificazione delle attività professionali cui l’associazione si riferisce, struttura organizzativa dell’associazione, requisiti per l’iscrizione. Nel caso in cui rilascino marchi di qualità dovranno pubblicare anche il codice di condotta, elenco degli iscritti, sedi regionali dell’associazione. Il Counselor può esercitare, ai sensi della legge 4/2013, anche senza essere iscritto alla relativa associazione professionale. Il Counselor che raggiunge gli standard previsti dalla norma tecnica UNI (di cui alla direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, e sulla base delle linee guida CEN 14 del 2010) può ottenere una certificazione da parte di un organismo terzo indipendente, accreditato presso l’Ente nazionale di accreditamento.

 


 

Il counseling: introduzione

Il counseling: Introduzione

 

 

Il contenuto di questo elaborato risulta strettamente correlato alle complesse dinamiche che nella quotidianità la persona si trova ad affrontare, dal momento in cui per natura sociale, si ritrova ad interagire in una fitta rete di rapporti e di relazioni con “l’altro, diverso da sé”.

Ci si ritrova dunque a districarsi in un gioco in cui la comunicazione non risulta poi sempre chiara ed efficace. Nascono talvolta determinate incomprensioni che si susseguono ad errate modalità di lettura degli eventi che comportano una comunicazione alterata, distorta e inefficace, ed in qualche modo una sofferenza psichica e interiore. Tali sofferenze, seppur a volte possono sembrare banali, finiscono col generare “sotto mentite spoglie”, un blocco psicologico, una mancanza di fiducia nella propria persona e in quelle abilità che per natura, per esperienza o per dono, sembrano appartenere alla stessa e restituirle un certo primato tra gli esseri viventi. In taluni casi ad interrompere questa rete di rapporti intervengono cause di natura patologica. Emerge dunque, per determinate persone, la necessità di ricorrere ad un trattamento terapeutico, dove una figura medica specializzata possa elaborare un percorso volto a ripristinare quel sistema comunicativo interrotto o perlomeno tentare di alleviarne la sofferenza. Altre volte si è soltanto vittime di un forte stress, di alcune incomprensioni o di un temporaneo appannaggio della visione della vita, dovuto ad importanti esperienze traumatiche, a delusioni o semplicemente al contenimento dei sempre più crescenti e frenetici ritmi imposti dal sistema e dalla rete sociale.

Proprio questo è il punto cruciale! Proprio da quest’ultima considerazione nasce il mio personale interesse per il Counseling. Al dì là di questo avventurarmi in tale disciplina e del relativo coinvolgimento emotivo per l’argomento in questione, tenterò di illustrare gli aspetti generali del Counseling e i tratti peculiari della figura del Counselor, percorrendo le vie tracciate dai diversi approcci teorici e modelli di riferimento, rivolgendo particolare attenzione ad alcune tecniche ed aree d’intervento della relazione d’aiuto.

Verranno affrontate tematiche sociali complesse ed attuali, come ad esempio quelle riguardanti il rapporto tra adolescenza e genitorialità, nonché la difficile gestione delle risorse umane e dei conflitti che affiorano nelle diverse realtà industriali tra la dirigenza e i subordinati. Verrà infine descritta un’ipotesi progettuale dove di vitale importanza sarà l’apporto del Counseling, ed essenziale da parte del Counselor, la gestione ed il coordinamento dell’intero progetto e non meno delle risorse di rete attive e coinvolte nello stesso. La vera essenza di questa esposizione vuole dunque essere il tentativo di restituire alla persona in difficoltà un messaggio di speranza, di un cammino fatto insieme, di un viaggio, seppur breve, verso il ritrovamento di quella forza, di quell’energia che da sempre contraddistingue l’essere umano come unico nel suo genere. Tutto questo è possibile attraverso il Counseling. Counseling, dunque, inteso come “relazione d’aiuto”, comunicare fluido senza interferenze o rumori, esperire l’altro attraverso una relazione empatica. È dal pieno contatto che nasce la relazione autentica, quell’armonica danza dove l’uno si prende cura dell’altro, e dove insieme si traccia un percorso che arricchisce entrambi e che consente alla persona in difficoltà di liberare l’anima da un malessere, da un disagio, che compromette quel vivere pienamente e serenamente il proprio “qui ed ora”.

 

 


Burnout: Discussione dei risultati e conclusioni

Discussione dei risultati e conclusioni

La correlazione positiva tra esaurimento emotivo e depersonalizzazione assieme alla correlazione negativa tra esaurimento e realizzazione lavorativa, sono coerenti con gli studi di Maslach e Jasckson (1982), per i quali sebbene interrelate, sono concettualmente diverse e correlate distintamente ad altre variabili come l’autorità decisionale, skill discretion, task controll indagate nella seguente ricerca.

Secondo il modello Job Demands-Resources model” (JD-R), il carico di lavoro (“job demand”) può portare a un deterioramento della salute con esiti di burnout in conseguenza dello “stress-lavoro correlato”, mentre le risorse (“job resources”) ad una incentivazione dell’impegno del lavoratore, “work engagement”, grazie ad un processo di tipo motivazionale.

In relazione a ciò, i risultati sono altalenanti: per certi versi se ne distaccano perché ad un maggior controllo delle attività si avrebbe un minor grado di discrezionalità; per altri, ne danno una conferma: così come si riporta con la Job demand (Demerouti et al.,2001) è emerso che all’aumentare dello sforzo fisico si riduce realizzazione lavorativa, così come si è riscontrato che ad un aumento dello sforzo fisico si abbia un aumento della pressione lavorativa.

Coerentemente con le Job-Resources (Bakker e Demerouti, 2007), è emerso che con una maggiore supervisione aumenti la skill discretion. Tuttavia ad aumento della supervisione si avrebbe anche un aumento dell’insicurezza, ciò potrebbe essere ricondotta al costrutto della supervisione violenta o abusante (abusive supervision), che per definizione corrisponde alla percezione dei sottoposti rispetto a comportamenti verbali e non verbali ostili (con esclusione del contatto fisico) emessi dai superiori; una situazione del genere si ha quando un superiore giudica come insensate le sensazioni o le idee dei suoi sottoposti o umilia un soggetto davanti ad altri (Mawritz et al., 2012)

La COR Theory (Innstrand et al., 2002; Hakanen et al., 2005) prende in considerazione il proactive coping process, cioè la capacità del lavoratore di ricercare e rafforzare le proprie risorse in modo da poter influenzare e gestire l’ambiente in cui opera. Questa teoria si basa sulla convinzione che l’individuo si adoperi attivamente per ottenere e mantenere ciò che per lui è più rilevante (ad es supporto dei colleghi). In effetti, su questo prospettiva è emersa una correlazione positiva tra il supporto dei colleghi e la skill discretion. Tuttavia, appaiono anomale la correlazione tra il supporto dei colleghi e l’insicurezza lavorativa e tra il supporto dei colleghi e la supervisione sociale.

Dalla ricerca emerge che un lavoro che richiede un alto grado di sforzo fisico sia predittore di una bassa realizzazione lavorativa, probabilmente perché, secondo la Job-Demand, un continuo sforzo fisico comporta specifici costi psicologici (Demerouti et al., 2001).Per quanto riguarda la depersonalizzazione e la skill discretion predicono l’esaurimento emotivo.

Alla luce di ciò tra i fattori di rischio vi sono lo sforzo fisico, la depersonalizzazione ad esempio, mentre tra i fattori di protezione figura il supporto dei colleghi.Rispetto all’ipotesi

“verificare quanto le esperienze di lavoro positive e negative contribuiscano alla qualità della vita lavorativa”, si deduce che le richieste caratterizzate da uno sforzo fisico ed una supervisione abusante non contribuiscano ad una buona qualità di vita lavorativa. D’altro canto, il supporto dei colleghi, la skill discretion permettono invece di avere una qualità di vita lavorativa migliore.

In conclusione la ricerca ha soddisfatto in parte le ipotesi iniziali, ma è bene far presente alcune limitazioni. In primo luogo, la generalizzazione dei nostri risultati è molto limitata perché lo studio era basato su una selezione di insegnanti di una sola località Siciliana, quindi i risultati non sono rappresentativi della Sicilia in quanto tale. In secondo luogo, si tratta di uno studio su piccola scala, pertanto sarebbe auspicabile replicare lo studio estendendo il campione della popolazione di riferimento. Sarebbe opportuo prendere in esame inoltre variabili come gli anni di insegnamento. Nonostante ciò, la ricerca offre una possibilità di dibattito. Ad ogni modo, in vista di ricerche future, sarebbe auspicabile ed interessante indagare altre variabili ed estendere la somministrazione dei questionari ad un campione più ampio, che possa essere numericamente significativo della popolazione di riferimento.

 

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Burnout: analisi dei dati

Analisi dei dati

 

L’analisi correlazione di Pearson ha messo in evidenza le correlazioni delle variabili considerate nel presente studio, permettendo di valutare se le relazioni identificate riproducono quelle predette a livello teorico. In questa prospettiva, la considerevole correlazione positiva tra depersonalizzazione ed esaurimento emotivo (r= .503, p < .001) conferma le aspettative, così come la correlazione negativa con la realizzazione lavorativa (r =  – .241; p < .05 ).

Anche nel caso dell’autorità decisionale le correlazioni di entità modesta con la discrezione (r= .371; p < .01 ) e con l’esaurimento emotivo (r= – .263;p < .05) restituiscono lo schema teorico generale, dove una maggiore autorità decisionale è associata ad una maggiore discrezionalità ed a un minore esaurimento emotivo.

Contrariamente rispetto a quanto riportato nelle evidenze teoriche di Margot van der Doef e Stan Maes (1999), il controllo delle attività ha una correlazione negativa con la discrezione (r= – .374; p < .01), sembrerebbe quindi che il controllo delle attività si leghi ad un minor grado di discrezione.

Per quanto concerne lo sforzo fisico, dai dati emerge che ad un aumento di quest’ultimo si abbia una minore la realizzazione lavorativa (r= . – 256; p< .05); ciò è in linea con la JobDemand, per la quale: aspetti che richiedendo uno sforzo continuo sono associati a costi psicologici, in questo caso ad una ridotta realizzazione lavorativa (Demerouti, Bakker, Nachreiner, & Schaufeli, 2001); Inoltre, la correlazione positiva tra sforzo fisico e pressione lavorativa (r= .315; p < .01 ) suffraga le ipotesi attese.

In linea con le Job-Resources (Bakker, Demerouti, & Euwema, 2005), si ha una correlazione positiva tra supervisione sociale e discrezione (r= .330; p < .01 ): un aumento della supervisione si legherebbe ad un aumento della skill discretion. Su questo versante la supervisione sociale correla positivamente con l’insicurezza lavorativa (r= . 739; p < .001), ciò potrebbe significare che la modalità della supervisione sociale adottata invece di conferire accoglienza e supporto, genererebbe confusione ed insicurezza.

E’ stata messo in evidenza che il supporto dei colleghi correli positivamente con la skill discretion (r= .265; p< .05): sembrerebbe confermare le considerazioni teoriche secondo cui il supporto dei colleghi permetta l’aumento delle possibilità di imparare cose nuove, dall’opportunità di valorizzare le proprie competenze. Invece, si discosta da ciò correlazione tra il supporto dei colleghi e l’insicurezza lavorativa: un aumento del supporto dei colleghi si lega ad un aumento dell’insicurezza lavorativa (r= .401; p < .001 ). Emerge infine anche una correlazione positiva tra il supporto dei colleghi e la supervisione sociale (r=.622; p < .001).

La prima regressione lineare multipla[1] mette in evidenza come tra le variabili prese in considerazione (Genere, Età, Anni_SERV, ZDeperson, ZRealiz_Lav, ZSK_Discretion, ZDecision_Authority, ZTask_Control, ZWT_Pressure, ZPhysical_Exertion, ZJob_Insecurity, ZSocialS_Superv, ZSocialS_CoWork, ZJOB_Satisfaction) il miglior modello statisticamente significativo (F(2,68)= 15.70 p < .001, R² = .32 ) identifichi due predittori statisticamente significativi: l’esaurimento emotivo aumenta in presenza di una maggiore depersonalizzazione, e diminuisce in presenza di una maggiore Skill_Discretion. Il primo predittore (depersonalizzazione) si ben collega alla considerevole correlazione positiva tra depersonalizzazione ed esaurimento emotivo (r= .503, p < .001) confermandone ulteriormente le ipotesi attese. Il secondo predittore dell’esaurimento emotivo, ovvero la skill discretion avvalora la precedente correlazione positiva tra supporto dei colleghi e skill discretion (r= .265; p< .05), perché alte possibilità di imparare cose nuove e valorizzare le proprie competenze permette di ridurre il livello di esaurimento emotivo.

Dalla seconda regressione lineare multipla[2] si evince che tra le variabili prese in considerazione (Genere, Età, Anni_SERV, ZDeperson, ZEusar_EM, ZSK_Discretion,

ZDecision_Authority, ZTask_Control, ZWT_Pressure, ZPhysical_Exertion, ZJob_Insecurity, ZSocialS_Superv, ZSocialS_CoWork, ZJOB_Satisfaction) il migliormodello statisticamente significativo (F(2,68)= 4.761  p 0.033, R² = .65 ) introduca un predittore statisticamente significativo: la realizzazione lavorativa diminuisce in presenza di un maggior sforzo fisico. Anche nelle correlazioni, all’aumento dello sforzo fisico si aveva una minore la realizzazione lavorativa (r= .– 256; p< .05). Ancora una volta subentra la Job-Demand, per la quale: aspetti che richiedendo uno sforzo continuo sono associati a costi psicologici, in questo caso ad una ridotta realizzazione lavorativa (Demerouti, Bakker, Nachreiner, & Schaufeli, 2001).


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[1] Il metodo scelto è stato quello della forward selection che determina ilmodello ottimale partendo da zero, inserendo una alla volta le varie variabili esplicative da considerare, validate secondo il loro “contributo” predittivo. Il processo di inclusione\esclusione si blocca soddisfatti i criteri di arresto, nel nostro caso p-value minore di 0.05. Regole poco restrittive rischiano di creare un modello troppo complesso e poco efficace\efficiente (Tosato, 2009).

[2] Il metodo scelto è stato quello della forward selection che determina ilmodello ottimale partendo da zero, inserendo una alla volta le varie variabili esplicative da considerare, validate secondo il loro “contributo” predittivo. Il processo di inclusione\esclusione si blocca soddisfatti i criteri di arresto, nel nostro caso p-value minore di 0.05. Regole poco restrittive rischiano di creare un modello troppo complesso e poco efficace\efficiente (Tosato, 2009).