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Counseling: Comportamentismo e cognitivismo

Counseling: Comportamentismo e cognitivismo

 

 

La teoria comportamentista si basa su un tipo di approccio pragmatico, attraverso il quale un determinato comportamento disfunzionale può essere modificato attraverso la focalizzazione sullo stesso.

L’approccio comportamentista al Counseling si rifà alla teoria dell’apprendimento formulata da Bowlby, secondo la quale, i comportamenti problematici o disfunzionali sono determinati da un apprendimento inadeguato, che va a creare una condizione di forte vulnerabilità emotiva e cognitiva che può avere effetti a lungo termine per ciò che concerne sia la salute mentale, sia la condotta sociale (Attili, 2011).

Attraverso i principi di questa teoria il cliente viene aiutato nel processo di acquisizione di nuove abilità e modalità di risposta maggiormente efficaci e funzionali che vanno a sostituire o ad annullare quelli problematici e quindi disfunzionali. L’assimilazione di comportamenti e modalità di risposta più funzionali e adattivi viene determinata dall’impiego di tecniche che fanno riferimento al condizionamento operante, al decondizionamento, e alle metodologie di estinzione delle risposte condizionate e al modellamento del comportamento.

Il Counseling  comportamentale risulta parzialmente connesso al Counseling cognitivo e a quello cognitivo-comportamentale, approcci che in linea di massima   intervengono attraverso una relazione di aiuto nella quale si favorisce al cliente l’apprendimento di metodi e tecniche efficaci nel correggere o ridurre aspetti inadeguati o sintomatici del funzionamento personale (ad esempio sintomi quali l’ansia, la depressione, le fobie, gli attacchi di panico) o che incrementino le abilità e le competenze del soggetto.

Alcune tecniche e metodologie di questo approccio vengono utilizzate anche nel Counseling di tipo integrato, dove vengono riuniti i principi di differenti orientamenti teorici.

 


 

Il counseling: Approccio psicoanalitico e psicodinamico

Il counseling: Approccio psicoanalitico e psicodinamico

 

L’approccio psicoanalitico applicato al Counseling deriva dalle teorie freudiana e dai successivi sviluppi della psicoanalisi e più in generale dall’approccio psicodinamico.

L’obiettivo generale di questo approccio è quello di aiutare il cliente ad acquisire una maggiore consapevolezza dei suoi problemi emotivi e di sostenere l’adattamento del soggetto, in risposta agli eventi esterni che hanno determinato la richiesta di aiuto (Noonan, 1997).

Il modello di Counseling psicoanalitico pone maggiore enfasi alle esperienze passate e infantili, ai meccanismi di difesa e agli aspetti inconsci che determinano il comportamento attuale del cliente applicato alla vita di tutti i giorni e all’interno della stessa relazione di Counseling.

Pur essendo in linea per certi aspetti con le altre tipologie di Counseling, l’approccio psicoanalitico “sottolinea maggiormente il ruolo delle passate interazioni, sperimentate dal cliente con le figure di riferimento, durante le fasi precoci dello sviluppo e la loro ritualizzazione nelle relazioni del presente; poiché anche la relazione con il cliente è influenzata dai modelli relazionali interni del soggetto, questa diviene uno degli aspetti chiave su cui è possibile lavorare per ottenere l’insight e il cambiamento” (Calvo, 2007).

Ellen Noonan (1997) definisce come Counseling psicodinamico psicoanaliticamente orientato quel tipo di intervento di counseling che maggiormente si avvicina, per caratteristiche, alla psicoterapia di stampo psicoanalitico, pur mantenendo alcune sostanziali differenze.

Il Counseling psicodinamico psicoanaliticamente orientato a differenza della psicoterapia di tipo psicoanalitica è orientato sugli aspetti transferali relativi al “qui ed ora”, per cogliere elementi inconsci, evitando allo stesso tempo di costruire un rapporto basato sulla dipendenza regressiva (Calvo, 2007).

 


 

Approccio centrato sulla persona 

Approccio centrato sulla persona 

 

 

L’approccio centrato sulla persona nasce dalle idee e dalle metodologie sviluppate ed elaborate da Carl Rogers sul Counseling, la psicoterapia e il cambiamento terapeutico. Rogers è considerato il padre fondatore di questo particolare approccio così come per il Counseling in generale.

Dalle sue riflessioni ed elaborazioni metodologiche prendono forma le basi del Counseling, infatti, tutti i differenti approcci sembrano contenere in prevalenza o in parte gli aspetti fondamentali dell’approccio rogersiano.

Tale orientamento parte dall’assunto di base che ogni cliente ha in sé una sorta di conoscenza intuitiva di ciò che desidera e di ciò di cui ha bisogno (Hough, 1999). Il cliente è per Rogers colui che meglio conosce la sua situazione, le proprie difficoltà e le risorse di cui dispone, ed è per questo che resta l’unico essere in grado di definire il proprio percorso verso il cambiamento.

Per quanto riguarda il Counselor, questi svolge un ruolo di facilitatore, ovvero agisce nel pieno rispetto delle scelte del cliente, aiutandolo e sostenendolo nell’identificare il giusto percorso verso il cambiamento, promuovendo la piena consapevolezza del sé e un’assoluta autonomia di scelta.

Il compito principale del Counselor all’interno del processo di aiuto è quello di offrire attraverso la relazione, un contesto di ascolto e di comprensione empatica che restituisca una possibilità, un’apertura da parte del cliente verso la costruzione di nuove modalità comunicative e relazionali più funzionali.

Fondamentale in questo approccio è l’attribuire al cliente un ruolo attivo e centrale nel processo di cambiamento, costruire un rapporto di fiducia trasparente e non giudicante, nel quale sperimentare calore, attenzione positiva incondizionata, autenticità e comprensione empatica (Rogers, 1961).

 


 

Alcuni approcci teorici e modelli della relazione di aiuto

Alcuni approcci teorici e modelli della relazione di aiuto

 

Foto di Wokandapix da Pixabay

 

Nel corso della sua storia il Counseling si è sviluppato secondo diversi approcci e metodologie proprio come è successo in altri ambiti, come ad esempio quello della psicoterapia. Abbiamo, infatti, numerosi modelli di Counseling che in linea di massima sono riconducibili alle principali correnti di pensiero della psicologia e alle varie metodologie della psicoterapia.

Alcuni tra i principali approcci teorici e modelli della relazione d’aiuto sono:

  • Approccio centrato sulla persona
  • Approccio psicoanalitico e psicodinamico
  • Comportamentismo e cognitivismo
  • Approccio gestaltico
  • Approcci al counseling integrati
  • Il modello di Robert Carkhuff

 


 

Colloquio, relazione di aiuto e orientamento

Colloquio, relazione di aiuto e orientamento

 

 

Foto di Tumisu da Pixabay

 

Nell’ambito degli interventi di Counseling risulta fondamentale avere la consapevolezza di quanto importante e delicata sia la fase del colloquio con il cliente, nonché bisogna tener ben presente di intervenire esclusivamente nell’ambito della relazione d’aiuto.

Per quanto riguarda il termine colloquio deriva dal latino colloqui e significa “parlare con, parlare insieme”. Il colloquio sottende dunque ad una conversazione tra due o più persone ed in cui si persegue un fine o uno scopo (Verrastro, Petruccelli, 2006). Esistono numerose definizioni e tipologie di colloquio all’interno della letteratura filosofica, psicologica, pedagogica, medica e non solo, ma quello che maggiormente interessa il nostro ambito di ricerca è sicuramente il colloquio di Counseling nella “relazione d’aiuto”.

Per relazione d’ aiuto intendiamo in sostanza una forma di aiuto che avviene attraverso il colloquio tra il Counselor e il cliente, “un modo per indicare un intervento di supporto allo sviluppo del sé, alla comprensione delle proprie motivazioni e predilezioni.

La parola aiuto, inclusa in questa espressione, assume un significato pedagogico ed indica l’impegno di sviluppare nell’altro la consapevolezza di sé ed emanciparlo dai condizionamenti esterni che lo rendono prigioniero delle aspettative di chi lo circonda. L’aiuto si orienta nella crescita e nell’autonomia dell’altro” (Zanon, 2007). Attraverso il colloquio nell’ambito della relazione d’aiuto, due o più persone entrano in contatto, dando vita ad una relazione che muove attraverso processi comunicativi ben definiti: traspare dunque in primis che una certa attenzione deve essere rivolta alla comunicazione e alla qualità della relazione. Esistono diversi modi per comunicare e nella fattispecie la forma più utilizzata dall’uomo è sicuramente quella verbale, ovvero quella del linguaggio che comprende la comunicazione scritta e quella parlata. Una certa importanza all’interno di un colloquio è rappresentata anche dalla comunicazione non verbale che fa riferimento a tutti quegli atteggiamenti corporei e mimico-facciali, che trasmettono in concomitanza o separatamente dal linguaggio, determinati tipi di messaggi. Il colloquio di Counseling è qualcosa di più del semplice comunicare e di certo non può essere descritto e sintetizzato come un’interazione dinamica fra un emittente di un messaggio e un destinatario. Nella relazione di aiuto entrano i gioco alcune facoltà essenziali, competenze comuni e facilmente riscontrabili nella vita quotidiana, ma difficili da acquisire ed esercitare anche a causa dei condizionamenti derivanti dai vari contesti di vita e dai ritmi frenetici che oggigiorno stanno riducendo un fattore molto importante “ il nostro tempo”.

La prima delle facoltà chiamate in causa nella relazione di aiuto è l’empatia, quella capacità di focalizzazione sul mondo interiore dell’interlocutore, di intuire cosa si agiti in lui, come si sente in una determinata situazione e cosa realmente prova al di fuori di quello che riesce a comunicare attraverso il linguaggio. L’empatia racchiude, a sua volta, ulteriori componenti quali: la trasparenza, la comprensione e l’accettazione incondizionata.

La trasparenza corrisponde alla coerenza tra i sentimenti manifestati e quelli realmente provati. Essa consente l’instaurarsi di un clima di fiducia che consente un’apertura da parte dell’interlocutore e di abbattere un ipotetico atteggiamento difensivo di chiusura. La comprensione empatica indica l’immedesimarsi con l’altro, comprenderne il proprio punto di vista mantenendo l’autocontrollo e senza assumerlo come proprio. Infine l’accettazione incondizionata implica la sospensione dei giudizi morali sui sentimenti riferiti dall’interlocutore e, allo stesso tempo, permette di aiutarlo non indicando il modo giusto di agire ma permettendo a questo di ritrovarlo (Di Pietro, 1992). L’empatia, classificandosi come un bisogno antropologico fondamentale, mentre offre una risposta al soggetto, ne attiva nello stesso tempo le risorse. Per questo il metodo empatico consiste soprattutto nell’offrire alla persona ciò che può aiutarla a ritrovare in sé, a produrre da sé, quelle energie psichiche necessarie per diventare capaci di vivere un’esistenza umana minimamente degna (Bellingreri, 2010).

Un’altra facoltà fondamentale nel colloquio di aiuto è la fiducia, la quale può essere ottenuta quando nella relazione si dimostra autenticità e congruenza tra i sentimenti manifestati e quelli provati. Un ulteriore strumento essenziale nell’ambito della relazione di aiuto è l’ascolto attivo, ossia quell’atteggiamento proteso, attraverso l’ascolto, a facilitare l’espressione delle emozioni e dei sentimenti del cliente, e a far emergere il proprio stile relazionale.

Il colloquio di Counseling è stato definito da Rogers come “colloquio non direttivo dall’ascolto attivo” : per non direttivo intendiamo l’avvalersi di uno stile di conduzione del colloquio che lasci al soggetto la massima libertà di esprimere senza interferenze il proprio punto di vista, scegliendo egli stesso quali argomenti trattare e che direzione dare al dialogo. Talvolta l’espressione “non direttivo” rivolta al colloquio di Counseling, può essere oggetto di fraintendimenti, nel senso che può attribuire al Counselor l’etichetta di colui che assume un atteggiamento passivo. In realtà non è affatto così, non è la giusta interpretazione del termine in questione; infatti lo stesso Rogers precisa che “la passività e la mancanza di interesse e di coinvolgimento sono percepite dal cliente come un rifiuto… dal momento che l’indifferenza non è in alcun modo la stessa cosa dell’accettazione. In secondo luogo, l’atteggiamento di “laissez-faire” non segnala in nessun modo al cliente che egli è considerato una persona di valore. Per questo il consultatore che esercita un ruolo puramente passivo, un ruolo d’ascolto, può essere d’aiuto a qualche cliente che ha disperato bisogno di una catarsi emotiva, ma nel complesso i suoi risultati saranno minimi” (Rogers, 1961). L’atteggiamento non direttivo del Counselor corrisponde invece a una partecipazione attiva alla narrazione del cliente, che “consiste nell’adottare – per quanto ne è capace – lo schema di riferimento del cliente, nel percepire il mondo così come lo vede il cliente, nel percepire il cliente stesso così come egli vede se stesso e nel comunicare al cliente un po’ di questa comprensione empatica” (Rogers, 1961). Partecipare in maniera attiva alla relazione significa quindi che il Counselor cerca di comprendere il cliente e di lasciar trasparire la propria comprensione verso i punti di vista, gli atteggiamenti e i sentimenti manifesti del cliente. Risulta dunque fuorviante l’interpretazione di passività dapprima menzionata ed è per questo che forse sarebbe più corretto definire l’atteggiamento non direttivo del Counselor, come partecipazione attiva. Come si è detto l’atteggiamento non direttivo di ascolto attivo non è assolutamente un atteggiamento passivo. L’operatore infatti, conduce attivamente il colloquio, nel senso che realizza un intervento intenzionale di facilitazione dell’espressione del cliente (Di Fabio, 2003). Un colloquio direttivo basato, sull’ascolto attivo e sul rispetto e l’accettazione del cliente, non significa dunque che non si debba mai interrompere l’esposizione del soggetto. Anzi è fondamentale cadenzare l’espressione del cliente con vari interventi verbali, maggiormente con riformulazioni, ma anche verbalizzazioni e commenti empatici, così come le domande di approfondimento, che impediscono al cliente di lasciarsi andare in eccessive divagazioni o in discorsi senza fine, talvolta determinati dal fattore ansia. Facilitare l’espressione del cliente vuol dire che di volta in volta devono essere create le condizioni interpersonali che meglio si adattano alle caratteristiche del discorso del soggetto, sostenendolo, incoraggiandolo, ma anche focalizzandone l’attenzione e l’espressione. Sempre per quanto riguarda il colloquio, non è da sottovalutare uno degli aspetti più importanti di questa pratica, ovvero il setting.

Si definisce setting di un colloquio lo scenario spazio-temporale in cui si svolge la relazione di aiuto. Il setting è una sorta di cornice del colloquio che comprende sia caratteristiche materiali (la stanza, l’arredamento, le caratteristiche del luogo), che quelle psicologiche (le regole dell’incontro e dell’intervento, il tempo, etc.), nonché l’atteggiamento relazionale del Counselor. Le caratteristiche e le regole definite nel setting devono essere in grado di definire una cornice idonea allo svilupparsi della relazione di aiuto, che assicuri sufficiente contenimento, privacy e regolarità da un lato, plasticità e possibilità di adattamento dall’altro. Fanno parte del setting e quindi della cornice del colloquio, alcuni elementi caratterizzanti come l’abbigliamento e l’atteggiamento posturale della persona che conduce il colloquio che costituiranno le immagini che il soggetto avrà dello stesso e che dovranno essere presi in considerazione nelle successive valutazioni.

Il colloquio di aiuto risulta fondamentale anche nell’ambito dell’orientamento dove i consulenti, in genere, si mostrano in linea con la filosofia rogersiana. Includere nel colloquio di orientamento le modalità della relazione di aiuto è estremamente utile in quanto permette una migliore comprensione, un maggior coinvolgimento e una migliore attivazione dell’aiutato. Nell’ambito della consulenza orientativa, la relazione di aiuto consente di instaurare quel clima di fiducia che consente di creare le condizioni favorevoli alla crescita dell’individuo, per restituirgli una maggiore autonomia e autostima; aiuta il cliente nel suo “tendere a” un migliore adattamento sociale (Mucchielli, 1983).

Il colloquio di orientamento, in definitiva, è una relazione – un incontro – fra due persone: il Counselor ed il cliente, dove quest’ultimo si trova solitamente in condizioni di difficoltà, confusione o dubbio su una scelta da compiere in ambito formativo o professionale.

Il colloquio di orientamento è “una consulenza semi-strutturata che si pone di sviluppare nell’individuo la capacità di progettare il proprio futuro in termini soddisfacenti per sé e di stabilire obiettivi realistici in base alle capacità possedute” (Verrastro, Petruccelli, 2006).

Un percorso di Counseling orientativo prevede un breve ciclo di colloqui a cadenza settimanale, il cui esito dovrebbe consentire alla persona in difficoltà di riconoscere le proprie esigenze e di rispondere in modo più appropriato alle richieste del mondo del lavoro e della formazione. La consulenza orientativa in definitiva si manifesta come un percorso che ha lo scopo di facilitare il cliente nella presa di decisione rispetto al proprio percorso professionale. Tale percorso si realizza fondamentalmente attraverso lo strumento del colloquio individuale di orientamento e con l’eventuale utilizzo di strumenti di analisi delle esperienze, delle competenze e delle risorse del soggetto.

Due in particolare sono gli strumenti riconducibili alla consulenza orientativa: il Bilancio delle competenze e il Counseling.

Il bilancio di competenze fa parte del servizio di consulenza orientativa e può essere definito come una forma specifica di consulenza di carriera. In pratica, si realizza attraverso un ciclo di colloqui con l’operatore e con il supporto di strumenti di analisi e autodiagnosi delle competenze.

Per quel che riguarda gli aspetti legati al Counseling invece si rimanda a quanto già descritto in questa trattazione.

 


 

Personalizzare il proprio spazio di lavoro: Discussione dei risultati

Personalizzare il proprio spazio di lavoro: Discussione dei risultati

 

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In generale i dati sono risultati piuttosto in linea con le nostre aspettative, costruite sulla base della letteratura esaminata: il grado di personalizzazione del proprio spazio di lavoro è infatti risultato positivamente correlato con la qualità dell’ambiente di lavoro, il commitment organizzativo, la volontà di rimanere nell’organizzazione, il grado di autonomia nel lavoro, l’identificazione con l’organizzazione e con la soddisfazione, ciò rafforza l’idea secondo cui la possibilità di personalizzare il proprio spazio sia associata, in generale, al benessere dei lavoratori ed anche a benefici per l’organizzazione, visto che correla positivamente con il commitment, la prospettiva futura e l’identificazione con l’organizzazione. Nonostante l’analisi della letteratura ci avesse suggerito una possibile correlazione tra la personalizzazione dello spazio e le relazioni con i colleghi, nel nostro caso non si è rivelata significativa. Gli indici di correlazione più alti sono invece emersi tra il commitment e la prospettiva futura, due fattori che effettivamente sono concettualmente molto vicini, e tra il commitment e le relazioni con i colleghi, a tale proposito possiamo ipotizzare che un clima interpersonale positivo possa avere un effetto anche sul commitment organizzativo, tuttavia non abbiamo verificato l’ipotesi di un effetto diretto tra queste due variabili. I risultati ottenuti sulla soddisfazione hanno rafforzato l’ipotesi secondo cui essa sia strettamente associata al commitment, alla volontà di rimanere all’interno dell’organizzazione ed anche alla qualità dell’ambiente di lavoro, sottolineando di nuovo l’importanza che ha l’ambiente fisico per il benessere dei lavoratori.

Per quanto riguarda gli oggetti presenti nel proprio spazio di lavoro, come già sottolineato, sono quelli che potremmo considerare più personali e decorativi (foto, piante, quadri, souvenir, cartoline) ad essere correlati con la soddisfazione ed anche, in generale, con la percezione di un’ambiente di lavoro più accogliente e confortevole. Anche la possibilità di intervenire sull’ambiente,

regolando la finestra, la temperatura, la luce e la seduta, ha mostrato un’associazione positiva con la percezione di un ambiente di lavoro più rilassante ed accogliente.

Rispetto alle motivazioni, per fare un confronto con le classifiche riportate in Noorian (2009) e in Wells (2000), abbiamo ordinato gli item in base alla media:

 

  1. “per ricreare un’atmosfera familiare” (M = 3.64)
  2. “per rispondere a necessità pratiche di lavoro” (M = 3.45)
  3. “per comunicare ad altri la mia identità ed individualità” (M = 3.41)
  4. “per motivi estetici” (M = 3.34)
  5. “per mostrare che quella postazione appartiene a me” (M = 3.09)
  6. “per regolare le interazioni con gli altri” (M = 3.01)
  7. “per comunicare il mio status all’interno dell’organizzazione” (M = 2.83)

 

La nostra classifica risulta abbastanza diversa sia da quella di Noorian che di Wells, ed è interessante che l’item con la media più alta si riferisca proprio alla necessità di ricreare un’atmosfera familiare nell’ambiente di lavoro.

La possibilità di affacciarsi su di un parco o uno spazio verde sembra essere associata ad una maggiore tendenza alla personalizzazione, nonché alla percezione dell’ambiente di lavoro come più rilassante, a differenza di chi invece si affaccia su strade ed edifici, ciò rinforza l’idea che avere la visuale su di uno spazio verde abbia dei benefici per i lavoratori; lo stesso dicasi per la possibilità di fare la pausa in un’area verde, anche in questo caso abbiamo osservato una differenza significativa  rispetto alla soddisfazione.

Per quanto riguarda il genere ci saremmo aspettati di trovare alcune differenze, soprattutto rispetto alla personalizzazione, come nelle ricerche di Noorian (2009) e Wells (2000). Magari avremmo potuto approfondire ulteriormente se vi fossero delle differenze nelle motivazioni andando ad analizzare ciascun item ed, in generale, avremmo potuto arricchire le informazioni circa le modalità di personalizzazione dello spazio, attraverso fotografie ed osservazioni dirette ad esempio.

Sono invece emerse differenze significative rispetto all’età, indicando una generale tendenza del gruppo con età inferiore a percepire in maniera più positiva l’ambiente di lavoro e l’organizzazione, tuttavia non è emersa una differenza significativa rispetto al grado di personalizzazione dello spazio, ma solamente circa la presenza di foto di amici/familiari.

 Infine, anche nel caso dell’anzianità all’interno dell’organizzazione non abbiamo riscontrato differenze significative in grado di supportare l’ipotesi che vi siano delle differenze nella personalizzazione dello spazio in base al tempo trascorso all’interno dell’organizzazione.

 


©  La personalizzazione del proprio spazio: una ricerca in ambito lavorativo – Dott.ssa Martina Mancinelli


 

 

Differenze di genere, età e anzianità 

Differenze di genere, età e anzianità

 

Foto di Free Photos da Pixabay

Infine abbiamo voluto verificare se vi fossero delle differenze rispetto al genere, all’età ed all’anzianità di lavoro (all’interno dell’organizzazione di riferimento in fase di compilazione del questionario), ci sarebbe piaciuto accogliere il suggerimento di Noorian (2009) e verificare delle eventuali differenze rispetto al tipo di professione, ma la varietà del nostro campione era talmente ampia che ci è risultato impossibile creare delle categorie professionali concettualmente significative.

 Anche in questo caso, per brevità, ci limitiamo a riportare solamente i risultati significativi.

Rispetto al genere, a differenza di quanto emerso in alcune ricerche, non abbiamo riscontrato nessuna differenza significativa.

Per quanto riguarda l’età, abbiamo suddiviso il campione in due gruppi in base all’età media del campione (41 anni) ed abbiamo applicato test del chi quadro e il t test. Il test del chi quadro ha rivelato che vi è una differenza significativa nella frequenza delle risposte date relativamente alla presenza di foto di amici\familiari nel proprio spazio di lavoro (?2(1) = 6.07, p = .017), nello specifico il gruppo d’età oltre i 40 anni presenta una frequenza (16) maggiore rispetto al gruppo più giovane (6). Dal test t è invece emersa una differenza significativa tra le medie dei due gruppi d’età rispetto all’item “cattiva/buona” riferito all’organizzazione (t(98) = 2.67, p = .009), più esattamente la media del gruppo di età fino a 40 anni (M = 3.86, SD = .13) è risultata maggiore rispetto a quella del gruppo con età oltre i 40 anni (M = 3.35; SD = .15); allo stesso modo, anche nell’item “inospitale/accogliente” riferito ancora all’organizzazione vi è una differenza significativa tra le medie dei due gruppi (t(98) = 2.05, p = .043) con media maggiore per il gruppo di età fino a 40 anni (M = 3.75, SD = .15) rispetto a coloro che hanno un’età superiore ai 40 anni (M = 3.35, SD = .12). Rispetto ai fattori, abbiamo osservato delle differenze significative tra le medie dei due gruppi nella componente sulle motivazioni (LM) (t(99) = 2.25, p = .025), con media maggiore (M = 3.45, SD = .10) nel gruppo fino a 40 anni rispetto al gruppo di età superiore ai 40 anni (M = 3.08, SD = .13); nella componente relativa al commitment (LC) (t(99) =  2.25, p = .027), di nuovo osserviamo una media più alta per il gruppo fino a 40 anni (M = 3.98, SD = .11) rispetto al gruppo di età superiore ai 40 anni (M = 3.60, SD = .12); infine nel fattore 2 (LB) (t(99) = 2.09, p = .040) si evidenzia una media maggiore nel gruppo di età fino a 40 anni (M = 3.40, SD = .10) rispetto al gruppo di età oltre i 40 anni (M = 3.09, SD = .11). In generale si osservano quindi medie più alte per il gruppo più giovane.

Rispetto agli anni di anzianità all’interno dell’organizzazione d’appartenenza, abbiamo suddiviso il campione in due gruppi: coloro che lavorano all’interno dell’organizzazione da un periodo minore o pari a 10 anni e coloro che invece fanno parte dell’organizzazione da più di 10 anni. Anche in questo caso abbiamo applicato sia il test del chi quadro che il test t. Dal test del chi quadro è emerso che vi è una differenza significativa nella frequenza delle risposte date rispetto alla presenza di foto di amici/familiari (?2(1) = 16.74, p = .000), nello specifico il gruppo con anzianità maggiore mostra una frequenza di risposta positiva (18) più alta rispetto al gruppo di anzianità minore (4). Questo risultato potrebbe essere in linea con il dato relativo al fatto che anche il gruppo di età maggiore tendeva a mostrare una frequenza di risposta più alta rispetto alla presenza di foto di amici e familiari. Possiamo immaginare che gli anni di anzianità siano associati ad uno status più elevato che permetterebbe a questi individui di avere maggiore libertà di personalizzare il proprio spazio attraverso foto di amici e familiari. Dal test t non sono invece emerse differenze significative né rispetto ai fattori né rispetto agli item con differenziale semantico.

 


©  La personalizzazione del proprio spazio: una ricerca in ambito lavorativo – Dott.ssa Martina Mancinelli


 

Differenze rispetto a posizione e luogo di lavoro

Differenze rispetto a posizione e luogo di lavoro

Differenze rispetto al luogo di lavoro

 

Foto di Firmbee da Pixabay

 

Per quanto riguarda i primi item, quelli relativi alla posizione del luogo di lavoro, solamente nei casi in cui la distribuzione dei partecipanti per ciascun gruppo è risultata omogenea, i dati sono stati analizzati applicando l’Anova ad una via. Solo pochi dati sono risultati significativi, di seguito riportiamo quello concettualmente più interessante per la nostra ricerca.

Rispetto al luogo (in piena città\nelle vicinanze di parchi o spazi verdi\nella zona industriale\in area residenziale) abbiamo riscontrato una differenza significativa tra le medie dei gruppi per quanto riguarda il commitment (F(3,93) = 3.21, p = .027): la media dei partecipanti che lavorano nelle vicinanze di parchi o spazi verdi (M = 4.13, SD = .88) è infatti maggiore della media di coloro che lavorano nella zona industriale (M = 3.24, SD = 1.07).

 

Differenze relative alla posizione del luogo di lavoro

 

Per quanto riguarda le differenze riguardanti gli altri item relativi alla posizione del luogo di lavoro, abbiamo analizzato i dati applicando il T test.

E’ stata osservata un differenza significativa (t(93) = -2.13, p = .036) tra le medie dei partecipanti che hanno una vista su strade ed edifici e quelli che invece si affacciano su un paesaggio naturale relativamente al grado di personalizzazione dello spazio, più esattamente sembrerebbe che i secondi (M = 3.88, SD = .52) tendano a personalizzare più dei primi (M = 3.47, SD = .09); inoltre si è anche visto che coloro che si affacciano su un paesaggio naturale hanno una media (M = 3.29, SD = .25) significativamente maggiore (t(93) = -2.51, p = .014) anche nell’item “stressante/rilassante” rispetto ai partecipanti con finestra affacciata su strade ed edifici (M = 2.59, SD = .12), a significare che tendono a percepire l’ambiente di lavoro come più rilassante rispetto agli altri.

Per quanto riguarda invece la presenza o meno di uno spazio verde in cui poter fare la pausa, abbiamo ottenuto una differenza significativa rispetto alla soddisfazione (t(98) = 2.12, p = .037), con media maggiore nei casi in cui vi era possibilità di accedere ad uno spazio verde (M = 5.13, SD = .18) rispetto ai casi in cui non era invece possibile (M = 4.63, SD = .15).

Anche rispetto all’item “pericolosa/sicura” riferito all’organizzazione abbiamo trovato una differenza significativa (t(100) = -2.79, p = .006) tra coloro che hanno accesso ad uno spazio verde (M = 3.45, SD = .20) e chi invece non ha questa possibilità (M = 4.08, SD = .13), in questo caso però, al contrario delle aspettative, sono i secondi a presentare una media più alta rispetto ai primi, forse dovuto al fatto che parlare di spazi verdi può essere associato alla presenza di parchi che, in certi casi, potrebbero dare la sensazione di scarsa sicurezza.

 


©  La personalizzazione del proprio spazio: una ricerca in ambito lavorativo – Dott.ssa Martina Mancinelli


 

Differenze rispetto luogo e posizione di lavoro

Differenze rispetto luogo e posizione di lavoro

Differenze rispetto al luogo di lavoro

 

 

 

Per quanto riguarda i primi item, quelli relativi alla posizione del luogo di lavoro, solamente nei casi in cui la distribuzione dei partecipanti per ciascun gruppo è risultata omogenea, i dati sono stati analizzati applicando l’Anova ad una via. Solo pochi dati sono risultati significativi, di seguito riportiamo quello concettualmente più interessante per la nostra ricerca.

Rispetto al luogo (in piena città\nelle vicinanze di parchi o spazi verdi\nella zona industriale\in area residenziale) abbiamo riscontrato una differenza significativa tra le medie dei gruppi per quanto riguarda il commitment (F(3,93) = 3.21, p = .027): la media dei partecipanti che lavorano nelle vicinanze di parchi o spazi verdi (M = 4.13, SD = .88) è infatti maggiore della media di coloro che lavorano nella zona industriale (M = 3.24, SD = 1.07).

 

Differenze relative alla posizione del luogo di lavoro

Per quanto riguarda le differenze riguardanti gli altri item relativi alla posizione del luogo di lavoro, abbiamo analizzato i dati applicando il T test.

E’ stata osservata un differenza significativa (t(93) = -2.13, p = .036) tra le medie dei partecipanti che hanno una vista su strade ed edifici e quelli che invece si affacciano su un paesaggio naturale relativamente al grado di personalizzazione dello spazio, più esattamente sembrerebbe che i secondi (M = 3.88, SD = .52) tendano a personalizzare più dei primi (M = 3.47, SD = .09); inoltre si è anche visto che coloro che si affacciano su un paesaggio naturale hanno una media (M = 3.29, SD = .25) significativamente maggiore (t(93) = -2.51, p = .014) anche nell’item “stressante/rilassante” rispetto ai partecipanti con finestra affacciata su strade ed edifici (M = 2.59, SD = .12), a significare che tendono a percepire l’ambiente di lavoro come più rilassante rispetto agli altri. Per quanto riguarda invece la presenza o meno di uno spazio verde in cui poter fare la pausa, abbiamo ottenuto una differenza significativa rispetto alla soddisfazione (t(98) = 2.12, p = .037), con media maggiore nei casi in cui vi era possibilità di accedere ad uno spazio verde (M = 5.13, SD = .18) rispetto ai casi in cui non era invece possibile (M = 4.63, SD = .15). Anche rispetto all’item “pericolosa/sicura” riferito all’organizzazione abbiamo trovato una differenza significativa (t(100) = -2.79, p = .006) tra coloro che hanno accesso ad uno spazio verde (M = 3.45, SD = .20) e chi invece non ha questa possibilità (M =4.08, SD = .13), in questo caso però, al contrario delle aspettative, sono i secondi a presentare una media più alta rispetto ai primi, forse dovuto al fatto che parlare di spazi verdi può essere associato alla presenza di parchi che, in certi casi, potrebbero dare la sensazione di scarsa sicurezza.

 

 


©  La personalizzazione del proprio spazio: una ricerca in ambito lavorativo – Dott.ssa Martina Mancinelli


 

Personalizzare lo spazio di lavoro: correlazioni

Personalizzare lo spazio di lavoro: correlazioni

 

 

Visto l’elevato numero di dati, di seguito riportiamo solamente i risultati concettualmente più interessanti per la nostra ricerca (personalizzare lo spazio di lavoro), iniziando dalle correlazioni tra i fattori (tabella 17).

 

Tabella 17. Correlazioni tra fattori

r(103) LA LP LM LC LF LAu LB LE LR ID LS
LA 1
LP 244* 1
LM .231* 1
LC .462** .325** 1
LF   .425** .312** .712** 1
LAu .305** .382** .409** .451** 1
LB .449** .668** .593** .285** 1
LE -.461** -.260** -.355** -.301** -.335** 1
LR .482** .560** .471** .571** -.329** 1
ID .294** .394** .247* 1
LS .506** .300** .666** .626** .379** .519** -.324** .389** 1

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

Come si osserva in tabella, il valore di correlazione più alto riguarda i fattori commitment organizzativo (LC) e prospettiva futura (LF), in effetti i due fattori sono concettualmente molto vicini, tanto che l’aspetto relativo al desiderio di continuare a far parte dell’organizzazione è considerato una delle dimensioni del commitment (Meyer e Allen, 1988; 1991), perciò si potrebbe pensare di costruire un punteggio composito così da riassumere i dati in un numero minore di dimensioni. Tuttavia, nonostante il valore di correlazione sia alto, non è così elevato da considerare le due dimensioni sovrapponibili. A seguire si evidenzia anche un’elevata correlazione positiva tra il commitment organizzativo (LC) ed il fattore 2 – soddisfazione per l’ambiente fisico e le condizioni di lavoro (LB) -, tra il commitment organizzativo (LC) e la soddisfazione (LS), e tra la prospettiva futura (LF) e la soddisfazione (LS).

Per quanto riguarda gli item con differenziale semantico, abbiamo riscontrato che, in generale, sia gli item relativi all’ambiente di lavoro che quelli relativi all’organizzazione sono positivamente correlati con i seguenti fattori: il commitment organizzativo (LC), la prospettiva futura (LF), le relazioni con colleghi e superiori (LR), la soddisfazione (LS).

Per quanto riguarda le correlazioni tra la presenza di oggetti nello spazio di lavoro ed i fattori, riportiamo in tabella (18) i risultati concettualmente più interessanti per la nostra ricerca, riguardanti prevalentemente la presenza di foto, souvenir e piante naturali. Sembra che la presenza di questi oggetti sia positivamente correlata con la personalizzazione dello spazio (LP), il commitment (LC) e la soddisfazione (LS).

 

Tabella 18. Correlazioni tra oggetti e fattori

r(103) LP LC LS
Foto a\f .257** .256** .284**
Foto colleghi .225* .222*
Souvenir  .324** .302**
Piante naturali .325* .290**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

Rispetto al differenziale semantico, riportiamo di seguito le tabelle relative alle correlazioni – solo quelle significative –  tra la presenza degli oggetti e gli item del differenziale semantico riferito all’ambiente di lavoro (tabella 19) ed all’organizzazione di appartenenza (tabella 20).

 

Tabella 19. Correlazioni tra oggetti e differenziale semantico sull’ambiente di lavoro

r(103) Freddo\caldo Cattivo\buono Stress\rilass Inosp\acc Scomodo\comodo Disag\conf
Foto a\f .234* .234* .229*
Piante naturali .200* .218*

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

            Tabella 20. Correlazioni tra oggetti e differenziale semantico sull’organizzazione

r(103) Fredda\calda Cattiva\buona Stress\rilass Inosp\acc
Souvenir .282**
Cartoline .204*
Cioccolatini  .258** .240* .233* .201*
Quadri .266** .280**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

In generale, dall’osservazione dei dati, possiamo notare come le correlazioni significative riguardino principalmente gli oggetti che potremmo considerare più personali, la cui presenza è principalmente indicativa di un tentativo di personalizzare lo spazio (foto, souvenir, cartoline, cioccolatini, quadri, piante naturali) rispetto agli oggetti che sono più strettamente legati allo svolgimento del proprio lavoro (scaffali, libreria, pc, stampante, fotocopiatrice) per i quali non abbiamo riscontrato correlazioni significative.

Per quanto riguarda il grado di controllo sull’ambiente di lavoro, riportiamo di seguito i dati relativi alle correlazioni – solo quelle significative – con i fattori (tabella 21). Come potevamo aspettarci le correlazioni significative riguardano proprio la qualità dell’ambiente di lavoro (LA) e l’autonomia (LAu).

 

Tabella 21. Correlazioni tra azioni possibili e fattori

r(103) LA LAu
Aprire\chiudere la finestra .209* .279**
Regolare la seduta .213*
Regolare la luce .210*
Distribuire il materiale a piacimento .398** .254**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

Relativamente  alle correlazioni tra il grado di controllo sull’ambiente e gli item del differenziale semantico abbiamo osservato le seguenti correlazioni significative (tabella 22; tabella 23):

 

Tabella 22. Correlazioni tra azioni possibili e differenziale semantico sull’ambiente di lavoro

r(103) Catt\buono Stress\rilass Inosp\acc Scom\comodo
Aprire\chiudere la finestra .245* .310**
Regolare la temperatura .255**
Regolare la seduta .220* .255**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

Tabella 23. Correlazioni tra azioni possibili e differenziale semantico sull’organizzazione 

r(103) Fred\cal Catt\buono Stress\rilass Inosp\acc Inaff\affidabile
Aprire\chiudere la finestra .209* .283**
Cambiare sedia .328** .278** .260** .274**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

Anche relativamente ai fastidi provati durante l’orario di lavoro sono emersi dei risultati interessanti, abbastanza in linea con le nostre aspettative.

Riportiamo in tabella (24) solamente i risultati significativi.

 

Tabella 24. Correlazioni tra fastidi e fattori

r(103) LA LC LF     LR LE ID LS
Schiena        -.239*  -.208*  -.226* .400** -.268**
Collo        -.227* .364**
Postura -.284**
Testa        -.323**  -.236* .297** -.238*
Rumore        -.355**  -.202* .216*
Caldo/freddo        -.224* .266**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

Come ci aspettavamo, la presenza di questi fastidi è associata negativamente con la qualità dell’ambiente fisico di lavoro (LA) e con la soddisfazione (LS), mentre presentano una correlazione positiva con la percezione di un carico di lavoro eccessivo (LE).

 

Nella seguente tabella (25) riportiamo infine i risultati (solo quelli significativi) relativi alle correlazioni osservate per gli item riguardanti l’area urbana e i fattori. Come potevamo aspettarci i fattori presentano correlazioni negative con gli item riguardanti un’area urbana rumorosa e degradata, mentre sono positivamente correlati con l’area urbana tranquilla.

 

Tabella 25. Correlazioni tra area urbana e fattori

  r (103) LA LC LF LR LB LS
Area urbana rumorosa   -.246*   -.294**   -.224*   -.204*
Area urbana degradata   -.385**   -.315**   -.213*   -.388**   -.383**   -.318**
Area urbana tranquilla   .252**   .195*    .247*    .386**

*la correlazione è significativa a livello 0.05 (a due code)

** la correlazione è significativa a livello 0.01 (a due code)

 

 


©  La personalizzazione del proprio spazio: una ricerca in ambito lavorativo – Dott.ssa Martina Mancinelli