I comportamenti dei bugiardi

I comportamenti dei bugiardi

 

I comportamenti dei bugiardi

 

Fonte: Studo Castello Borgia

 

 

 

Pinocchio_1

 

Quante volte ci è capitato di dubitare di quello che ci diceva il nostro interlocutore? magari inconsciamente, senza capire il perché, semplicemente avevamo la sensazione che “non ce la contasse giusta” e mentalmente ci dicevamo “non mi convince, c’è qualcosa che non quadra …”.

 

Questo accade quanto, in generale, il nostro interlocutore comunica in modo incongruente, cioè quando la sua comunicazione non verbale (il linguaggio del corpo) non coincide (è diversa o addirittura contraria) alla comunicazione verbale, per esempio quando la persona a voce dice si ma con la testa dice no facendo movimenti laterali.

 

Anche se sembra che non ci accorgiamo di tali incongruenze, le percepiamo a livello inconscio e, sulla base di queste “percezioni a livello di pelle” (spesso le definiamo in tal modo), iniziamo a farci un’idea e a costruirci un “giudizio” sulla persona. La conseguenza sarà che leprossime volte che parlerà o agirà partiremo già prevenuti (pregiudizio). Spesso tali pregiudizi influenzano le nostre relazioni anche se si rivelano infondati, ma sono il frutto delle nostre esperienze pregresse.

 

Per ridurre questi errori di valutazione, è indispensabile concentrarsi sulle variazioni del comportamento delle persone con cui ci relazioniamo, indagarne e valutarne il linguaggio del corpo. In questo modo eviteremo giudizi affrettati e assoluti.

 

E’importante valutare correttamente, poiché grazie al nostro pregiudizio, filtriamo ogni tipologia d’informazione, prendendo decisioni e comportandoci di conseguenza.

 

Di seguito, una tabella con alcuni indizi comportamentali di menzogna e …..

 

 

 

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© I comportamenti dei bugiardiDott. Andrea Castello – Dott.ssa Borgia Irene

 

 

Quando un’emozione è falsa ?

Quando un’emozione è falsa?

 

Fonte: Studo Castello Borgia

 

 

Menzogna_1

 

In base a ciò che abbiamo visto in precedenza nell’articolo delle 6 emozioni primarie è facile intuire quando un’emozione non è veritiera. Tuttavia esistono altri indizi rilevatori, che possono essere preziosi al fine di scoprire la verità (che vedremo nello specchietto riportato in questo articolo).

Per riconoscere le emozione vere da quelle false, esiste il FACS.

Il Facial Action Coding System (detto in sigla FACS) è un sistema che serve e ci aiuta a catalogare e distinguere i movimenti del volto umano. La classificazione di tali movimenti nasce da un anatomista svedese: Carl-Herman Hjortsjo, tale classificazione è poi stata ricodificata da Paul Ekman e Wallace V. Friesen nel 1978 ed aggiornati sempre dagli stessi insieme a Joseph C. Hager nel 2002.

Happiness

Il FACS tramite l’analisi delle microespressioni facciali ci aiuta ad identificare lo stato interno ed emozionale della persona.

In altri termini, l’analisi dei micromovimenti generati dal volto umano ci fornisce indicazioni su sulle emozioni che il soggetto sta vivendo. Conoscerle, può farci capire meglio l’altro ed identificare eventuali menzogne o incongruenze.

Attribuendo una combinazione di codici corrispondenti a determinati micromovimenti facciali (chiamati Action Unit) effettuati dalla persona è possibile stabilire in base alla presenza od assenza di tali Action Uniti (AU) se un’emozione è vera o simulata

 

La falsificazione di un’espressione la possiamo trovare nei seguenti indizi:

 

 

 

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© Quando un’emozione è falsaDott. Andrea Castello – Dott.ssa Borgia Irene

 

 

Le sei emozioni primarie

Le sei emozioni primarie

Fonte: Studio Castello Borgia

Secondo gli studi del dott. Elkman e del Dott. Friesen, esistono sei emozioni principali:

– felicità
– paura
– rabbia
– disgusto
– tristezza
– sorpresa

Queste sono emozioni innate che ritroviamo in qualsiasi popolazione anche se diverse tra loro, per questo motivo i due ricercatori le definirono emozioni primarie (universali).

Nell’immagine sopra, possiamo vedere un esempio di queste emozioni sul volto di altrettanti volti.

Darwin, per  primo aveva ipotizzato l’universalità delle espressioni basandosi sulla osservazione delle emozioni nei primati.In effetti, l’espressione delle emozioni avviene tramite l’attivazione di una serie di muscoli (di tutto il corpo), negli animali, così come nell’uomo.

Quest’ultimo possiede però una maggiore abilità nel controllo dei movimenti muscolari, soprattutto delle espressioni facciali, tramite 46 muscoli che risultano il principale vettore di comunicazione emozionale.

Seppure l’uomo possa adottare una particolare espressione facciale volontariamente, esistono due diversi circuiti nervosi per i muscoli facciali, di cui uno involontario, l’altro no, quindi fuori dal nostro controllo consapevole.

Infatti l’attivazione di una particolare emozione è in grado di mettere in azione anche i circuiti involontari, per questo motivo è impossibile negare completamente l’espressione di una emozione: alcuni muscoli si attiveranno comunque, anche se magari solo per un breve istante.

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© Le sei emozioni primarieDott. Andrea Castello – Dott.ssa Borgia Irene

L’Immagine dello Psicologo: Descrizione del campione

L’Immagine dello Psicologo: Descrizione del campione

Il campione è composto da 200 soggetti di cui 79 maschi e 121 femmine residenti a Bologna e provincia, con età compresa dai 10 agli 80 anni. Il titolo di studio principale del campione è di scuola media superiore (45%), seguito da scuola media inferiore (27,5%), laurea triennale e specialistica (8%) e università senza laurea (8%). Si tratta per la maggioranza di impiegati (34%), studenti (17%) pensionati (12%) e operai (8,5%).

 

 

Teorie e Modelli del Counseling: La comunicazione non verbale

Teorie e Modelli del Counseling: La comunicazione non verbale

 

Il ruolo fondamentale svolto dalla comunicazione non verbale nel processo comunicativo è ormai ampiamente condiviso e dimostrato, per quanto non si possa parlare ancora di un sistema teorico consolidato. Attraverso il linguaggio non verbale avviene una trasmissione d’informazioni tramite strumenti d’interazione diversi da quelli previsti dal linguaggio verbale, parlato o scritto, e che queste informazioni si rivelano particolarmente rilevanti della decodifica del messaggio da parte del destinatario e/o ricevente. La comunicazione verbale e la comunicazione non verbale sono pertanto riconosciute dipendenti e interagenti nell’ambito di uno stesso processo comunicativo.

 

Secondo Lowen (1958) l’individuo parla più chiaramente con il movimento, con la postura, con l’atteggiamento mimico e prossemico che con le parole, esprimendosi in un linguaggio che anticipa e trascende l’espressione verbale.

 

A proposito della comunicazione di stati emotivi e di atteggiamenti (amicizia, disponibilità, affidabilità, propensione, ecc. e relativi contrari), le ricerche hanno evidenziato che la comunicazione non verbale risulta più efficace e significativa della comunicazione verbale. Gli studi di Argyle et Al. (1970) hanno dimostrato che gli indici non verbali influenzano ad un livello particolarmente significativo i giudizi di atteggiamenti come l’inferiorità/superiorità, l’amicizia/ostilità, molto di più degli indici verbali.

 

Nel linguaggio non verbale giocano un ruolo importante: il volto (la mimica), lo sguardo, la postura, l’orientamento spaziale, la distanza interpersonale, il contatto corporeo, i movimenti del corpo, la gestualità, la voce, gli elementi paralinguistici, l’aspetto esteriore.

 

Raggruppandoli in macrounità, si può parlare di comportamento mimico del volto, comportamento relativo allo sguardo, comportamento spaziale (che comprende postura, orientamento spaziale, distanza interpersonale e contatto corporeo), comportamento motorio-gestuale (che comprende i movimenti del corpo e la gestualità), aspetti non verbali del parlato (sistema motivazionale, vale a dire la voce e sistema paralinguistico), l’aspetto esteriore.

 

·Comportamento mimico del volto 
Il volto costituisce uno dei canali privilegiati della comunicazione non verbale, essendo la parte del corpo più indicativa nell’ambito espressivo-comunicativo. Il volto è interessante non tanto per le caratteristiche fisiche strutturali (che rimandano alle considerazioni sull’aspetto esteriore, ma per le espressioni che i soggetti sono in grado di produrre in gran quantità, grazie all’azione dei muscoli mimici. Due aree si possono delimitare nel volto riguardo alla loro valenza espressiva: un’area superiore che comprende occhi, sopracciglia e fronte ed un’area inferiore che comprende bocca e naso (Ricci, Bitti e Zani, 1983).

 

In rapporto all’interazione comunicativa in corso avviene un’interrelazione stretta con la comunicazione linguistica: le espressioni facciali del parlante accompagnano, sottolineano, enfatizzano, ridimensionano il contenuto del messaggio; le espressioni facciali dell’ascoltatore commentano quel contenuto esprimendo accordo, disaccordo, attenzione, interesse, dubbio o perplessità, ecc.

 

·Comportamento relativo allo sguardo
Lo sguardo è costituito da elementi fisiologici e involontari (battito delle palpebre, dilatazione delle pupille, ecc.) e da elementi d’uso consapevole, riassumibili nella dimensione del guardare e in quella dell’essere guardati, che possono dare origine, a seconda dell’intensità e della durata, a sensazioni di gradimento, di disagio o di ansia. Sostanzialmente il comportamento visivo degli interlocutori unitamente alle espressioni dei loro volti costituisce un valido feedback informativo riguardo alla percezione, al giudizio e all’atteggiamento degli altri nei nostri confronti.

 

·Comportamento spaziale
La postura è il modo in cui i soggetti dispongono le parti del loro corpo. La testa, ad esempio, può essere piegata da un lato oppure ruotata, così come le spalle; le braccia e le gambe possono assumere posizioni diverse e presentarsi tese o rilassate secondo un range di gradualità; il modo in cui i soggetti camminano o stanno fermi in piedi o si mettono a sedere può essere molto diverso, dal momento che la modalità può oscillare all’interno di una polarità di maggiore o minore compostezza e/o conformità al contesto. Gli aspetti posturali dei partecipanti ad un’interazione rivestono una funzione comunicativa, ma la postura costituisce un segnale in larga misura involontario. Perché si possa parlare di funzione comunicativa in senso proprio, è necessario avere lo scopo comunicativo e possibilmente raggiungerlo, sempre all’interno di un codice condiviso; mentre la funzione indicativa non si occupa della valenza comunicativa.

 

L’orientamento spaziale comunica gli atteggiamenti interpersonali tramite il modo in cui gli individui si situano nello spazio. L’orientamento individua precisamente l’angolazione secondo la quale i soggetti si dispongono l’uno rispetto all’altro nello spazio. I due orientamenti spaziali predominanti sono costituiti dalla collocazione faccia a faccia, che tende a manifestarsi quando il rapporto è su base gerarchica, e da quella fianco a fianco, che tende a veicolare intimità e/o collaborazione.

 

·Comportamento motorio – gestuale
I movimenti del corpo e la gestualità riguardano parti diverse del corpo: per movimenti s’intendono quelli prodotti dalle braccia e dalle mani, i cenni della testa, i movimenti di gambe e piedi, e così via, mentre con il termine gesti si fa riferimento ad azioni prodotte intenzionalmente per comunicare informazioni, per quanto esistano gesti spontanei ed involontari che veicolano una grande quantità di informazioni anche senza la consapevolezza del soggetto.

 

·Aspetti non verbali del parlato
Gli aspetti non verbali del parlato sono costituiti dal sistema voce paralinguistico, che si distingue in qualità della voce e vocalizzazioni. La qualità della voce è relativa a tono, risonanza, controllo di articolazione. Rispetto alle vocalizzazioni, che sono ovviamente non verbali, si può operare una suddivisione in segregati vocali ( “Uh”, “Hum”), caratterizzatori vocali (sospiri, gemiti, pianto, riso), qualificatori vocali intensità, timbro ed estensione).

 

Gli atteggiamenti e gli stati emotivi si possono rivelare facilmente attraverso il canale della voce, poiché su di esso non si riesce ad esercitare un particolare controllo.

 

Una successiva considerazione merita il silenzio per l’ambiguità e la molteplicità di significati a cui può essere correlato: a seconda dell’interpretazione del soggetto, il silenzio può presentarsi come misterioso, inquietante, minaccioso, può indurre reazioni di ansietà, frustrazione, irritazione e addirittura regressione all’infanzia.

 

·Aspetto esteriore
L’aspetto esteriore è determinato dall’apparenza fisica e dall’abbigliamento. Secondo Cook (1971) tra i segnali statici, vale a dire che trasmettono informazioni durature all’interno dell’interazione, in questo ambito possiamo annoverare il volto, la conformazione fisica, l’abbigliamento, il trucco, l’acconciatura, lo stato della pelle. Il volto fornisce informazioni generali, soprattutto sulla razza di appartenenza, l’età ed il sesso del soggetto. Dalle ricerche emerge ancora che la conformazione

 

fisica ( forma e dimensione del corpo e la maggiore o minore gradevolezza estetica) costituiscono segnali non verbali in grado d’influenzare gli interlocutori, magari sulla base di alcuni stereotipi sociali. Rispetto all’abbigliamento, trucco, acconciatura, stato della pelle, ecc. si comprende immediatamente come questi segnali coinvolgano direttamente il soggetto e presuppongono un suo controllo volontario. L’abbigliamento costituisce un potente mezzo di segnalazione sociale: la sua forte valenza comunicativa è originaria dalla sua visibilità e dal fatto che si tratta di un segnale leggibile ad una distanza più ampia di quella necessaria per percepire altri segnali inviati dal corpo.

 

Il linguaggio non verbale comprende pertanto una vasta serie di indicatori di tipo paralinguistico, cinesico o prossemico con varie funzioni, riassumibili in funzioni orientate al messaggio e funzioni sociali. Alle prime appartiene la ripetizione del messaggio verbale, la sostituzione di parti del messaggio verbale, il completamento o la chiarificazione del messaggio, la contraddizione del messaggio verbale, il rinforzo del contenuto verbale. Alle seconde appartiene l’identificazione, la formazione e il controllo della conversazione (turni di conversazione, saluti, ecc.).
(A.Di Fabio, 1999).

 

 

 

 

 

 

Teorie e Modelli del Counseling: La comunicazione linguistica

 

Teorie e Modelli del Counseling: La comunicazione linguistica

 

Tracciata questa premessa, cosa significa precisamente comunicare? L’etimologia del termine si riconnette all’azione di “rendere comune” con un’operazione di trasmissione; in ambito linguistico per comunicazione s’intende propriamente trasmettere delle informazioni utilizzando un codice.

 

Per codice s’intende un sistema di simboli regolati da rapporti di corrispondenze significato/significante, che risponde a regole lessicali e a regole sintattiche.

 

Lo schema tradizionale dell’atto comunicativo prevede pertanto un emittente (il soggetto che vuole avviare una comunicazione), un destinatario (il soggetto a cui la comunicazione è destinata), un ricevente (il soggetto che riceve la comunicazione), un referente (tema o argomento a cui la comunicazione fa riferimento), un messaggio (ciò che è comunicato), un codice (che deve essere condiviso), un canale (serve a garantire la trasmissione del messaggio).

 

Il linguaggio è soltanto uno dei tanti sistemi di comunicazione che l’uomo ha a disposizione. L’uomo ha, infatti, la facoltà di comunicare non solo utilizzando il codice linguistico, ma anche attraverso gesti e atteggiamenti, per mezzo di immagini, mostrando oggetti, con segnali luminosi, con segnali sonori.

 

In relazione al codice linguistico, che senza dubbio è il sistema di comunicazione più conosciuto ed anche il più studiato, è da tenere presente che la lingua è in continuo cambiamento, che si diversifica nello spazio geografico e si modula in registri (da quello più familiare a quello più elevato ed ufficiale).
(Di Fabio, 1999).

 

 

 

 

 

 

La psicologia nei mass media

La psicologia nei mass media

 

I mezzi di comunicazione di massa (Blandino, 2000) costituiscono uno dei luoghi in cui si manifestano le aspettative e le fantasie dell’opinione pubblica sulla psicologia. Gli usi della psicologia che vengono fatti nei media sono tre:
    1. un uso illusorio, ovvero falso e manipolatorio, che produce una visione della psicologia riduttiva, distorta, confusa e anche squalificante. È l’utilizzo più dannoso e antipsicologico, è errato concettualmente e abbastanza pericoloso sia per l’immagine e il ruolo sociale della disciplina, sia per lo stesso pubblico. Presenta una psicologia falsa e inesistente come se si trattasse di una scienza che conosce i segreti della mente, capace di eliminare le sofferenze umane, in realtà promuove solo illusioni di benessere a prezzo di manipolazioni e negazioni. Si tratta di una antipsicologia e antiscienza, anche se ad assumere queste posizioni sono figure note. L’uso illusorio della psicologia è responsabile di una concezione onnipotente e onnisciente sia della psicologia sia del ruolo dello psicologo e di una conseguente aspettativa magica nei loro confronti.
    1. un uso consolatorio, ovvero difensivo e razionalizzante, è un uso inutile, superficiale e generico che assomiglia più a consigli e parole di conforto o di buon senso che a una disciplina scientifica. L’uso consolatorio comporta la distribuzione di consigli di comportamento su qualsiasi argomento, gli inviti sulle cose da fare, l’elogio alla buona volontà, ma soprattutto il rafforzamento di razionalizzazioni difensive, il privilegiare di  tecniche psicoterapeutiche adattive e un uso sfrenato di test (o sedicenti tali) su qualsiasi argomento. È un uso molto diffuso soprattutto nei periodici femminili di largo consumo.
    1. un uso trasformativo, ovvero finalizzato al pensare e al sentire. È l’uso proficuo della psicologia come modulazione della sofferenza umana e dell’ansia, rappresenta un uso circoscritto e parziale che, mostrando i limiti della scienza e della sua impotenza, invece di negare le sofferenze e l’angoscia con generiche rassicurazioni o risoluzioni miracolose ne riconosce il significato e l’inevitabilità aiutando la persona a riflettere e pensare. Un uso interrogativo, piuttosto che responsivo, finalizzato ad aiutare, osservare, osservarsi meglio e ad acquisire una maggior consapevolezza della realtà mentale ed emotiva. Senza promesse di evitare il dolore, guida la persona a tollerare e gestire meglio la sofferenza.

 

Entrambi gli usi, illusorio e consolatorio tendono a proporre un modello di psicologia in modo assoluto e incondizionato modelli teorici-epistemologici e tecniche di intervento, presentandoli come se fossero  gli unici, ignorando e non riconoscendo (spesso intenzionalmente) la varietà di modelli psicologici che tutti insieme costituiscono la psicologia. Questi modelli sono all’origine di una immagine di psicologia banale, che facilita gli attacchi da parte delle persone che sono pregiudizialmente mal disposte nei suoi confronti.
“L’uso della psicologia trasformativo  allo scopo di aiutare a modulare la sofferenza sarebbe quello da privilegiare nei media. Significa infatti avere attenzione e ascolto per gli altri, ma anche promuovere la riflessione e la chiarezza, evitare le confusioni, e cercare sempre di distinguere e differenziare a cominciare dai sentimenti e dalle emozioni in funzione di dare loro un nome e un senso. Significa non etichettare presuntuosamente né proporsi dall’alto come colui che sa tutto , ma colui che accompagna in un processo di conoscenza e in questo processo è coinvolto.” (Blandino 2000, 58). L’uso della psicologia come strumento per pensare  tende a non subire degli abusi , ma a ricevere rifiuti , perché faticoso e impegnativo, non promette facili soluzioni ma pone di fronte a problemi e anche al fatto che in molti casi non sa né può offrire risposte. L’unico rischio che può correre è quello di essere confinato nelle pagine culturali dei giornali letti da pochi o nelle fasce orarie di minimo ascolto delle radio e delle televisioni. Un’altra importante caratteristica è che non assume un punto di vista come se fosse l’unico, ma mette a confronto pareri diversi con la consapevolezza che in psicologia i modelli e le teorie sono molti.
La compresenza di un’aspettativa illusoria e consolatoria rispetto alla psicologia spiega perché i media le dedicano così tanto spazio e perché le tematiche psicologiche sono argomenti che suscitano molto interesse nel pubblico. A causa di queste aspettative la psicologia è percepita come una “parente” della medicina secondo un effetto alone, ma questo genera una grande confusione nel pubblico, non si sa quanto la psicologia ha a che fare con la medicina e da essa dipenda, e quanto invece abbia una propria specificità e autonomia.
Queste aspettative (illusorie e consolatorie) derivano inoltre dal fatto che gli psicologi sono percepiti come possessori del segreto della felicità, che posseggano le conoscenze per eliminare l’ansia e la sofferenza.
Una conseguenza di queste false e distorte aspettative nei confronti della psicologia, porta inoltre ad attacchi  e resistenze che sfociano in squalifiche della disciplina. Attacchi come mettere in dubbio le sue potenzialità e l’utilità delle sue applicazioni. Sono soprattutto i professionisti delle scienze esatte quali fisici, chimici e medici a percepire in modo maggiormente negativo la psicologia, rispetto ad altri professionisti e al pubblico. Spesso si critica la psicoanalisi classica perché troppo lunga e costosa, comunque troppo vecchia. Questi sono articoli che regolarmente compaiono su quotidiani, riviste e programmi televisivi spesso sono strumentali per promuovere tecniche psicoterapeutiche alternative più rapide, ma mostra anche una fantasia che è ben presente nel pubblico e che i media riprendono e rilanciano: fare in fretta.
Un problema che complica le cose e aumenta la confusione nelpubblico è che le tematiche  psicologiche riguardano la quotidianità di tutte le persone  e molti ritengono che rientrino nel senso comune e quindi si considerano in diritto di poterne parlare ed  emettere valutazioni anche se sono incompetenti in materia. Così spesso anche senza volerlo i media tendono  a confondere le idee sulla psicologia. Errate presentazioni di psicologi, questionari spacciati come accreditati e in grado di offrire il profilo della personalità nei lettori, interpretazioni di sogni affrettate che si confondono con la cabala e la tradizione popolare. C’è il giornalista che chiede il “parere” allo psicologo  su temi specifici, quello che lo intervista su temi di attualità generale e quello che scrive direttamente di psicologia. C’è lo psicologo semisconosciuto che ha una rubrica specifica e lo psicologo famoso che ha una rubrica in cui si occupa di vari soggetti. C’è la trattazione di una tematica non psicologica, svolta con rimandi alla psicologia, e la trattazione di tematiche psicologiche svolte in modo non psicologico o addirittura antipsicologico. C’è l’argomento trattato in modo pluridisciplinare e c’è il parere sociologico o antropologico presente come se fosse una risposta psicologica.
Sono tutti elementi che contribuiscono a diffondere una immagine errata o confusionaria della psicologia, per cui è facile che gli utenti se ne costruiscano un immagine e delle opinioni che non rispecchiano la sua vera  natura e scientificità. Così la televisione invece di promuovere un’educazione alla scienza, una divulgazione scientifica, privilegia la spettacolarizzazione della stessa. Lo scopo non è quello di trasmettere un’informazione scientifica obiettiva con l’obiettivo di istruire gli utenti, ma quello di evidenziare gli aspetti sensazionali, curiosi e scandalistici degli eventi. La scienza in tv diventa spettacolo e di conseguenza anche la psicologia lo diventa.
In generale ciò che viene comunicato nei mass media e definito come psicologia in realtà non è psicologia, è prevalentemente una psicologia del senso comune come insieme di abitudini, pregiudizi, opinioni, credenze, miti e leggende.
I mass media trasmettono un modello implicito di psicologia che non corrisponde allo statuto scientifico della disciplina: la psicologia viene presentata come una scienza unitaria, come se fosse una ed una sola e non ci fossero invece molti orientamenti, scuole, teorie, spesso in conflitto tra loro e talvolta anche opposti. Al pubblico non viene mai ricordato che le psicologie sono tante come tanti sono i metodi e le tecniche di intervento e sarebbe perciò opportuno parlare di psicologie e definire sempre in modo preliminare il modello teorico di riferimento. La mancanza di distinzioni e differenziazioni genera un’immagine della psicologia confusa. La figura dello psicologo può essere diversissima a seconda del campo in cui opera e soprattutto dall’orientamento teorico e metodologico che utilizza. All’interno della disciplina ci sono molteplici e diversi punti di vista, per cui parlare di psicologia e psicologo in generale non è opportuno, ma sarebbe più adeguato parlare di quale psicologia si parla e con quale psicologo si interagisce.
Inoltrei mass media trasmettono un immagine riduttiva della psicologia, come se l’unica psicologia fosse quella clinica, come se non esistessero altri campi e altri metodi. L’atteggiamento riduttivo si manifesta all’interno della stessa psicologia clinica concepita solo come psicoterapia, in realtà la psicologia clinica non è solo psicoterapia e la psicoterapia rappresenta un metodo di lavoro non univoco. L’ottica riduttiva dei mass media, sconfina nella confusione e nel generico. Un’ulteriore atteggiamento riduttivo è la concezione di psicoterapia come solo psicoanalitica, ma anche in ambito psicoterapeutico esistono tante teorie.
Il pubblico, i mezzi di comunicazione e anche a volte gli stessi psicologi alimentano questa fantasia e presentano lo psicologo come se fosse un clinico psicoterapeuta e psicoanalista. Questo atteggiamento riduttivo porta ad un’immagine parziale e falsa della psicologia, per cui lo psicologo è colui che interpreta i sogni e nell’immagine collettiva viene rappresentato accanto al lettino d’analisi.
In generale nel modo in cui la psicologia viene rappresentata dai media, ad eccezione di alcune pagine letterarie e culturali, prevale un approccio classificatorio che cataloga la psicologia e gli psicologi sotto un etichetta. Gli studi sul pregiudizio di Allport mostrano che la tendenza a categorizzare ed etichettare portano a enfatizzare una caratteristica specifica della persona a spesa delle altre caratteristiche. Ma l’etichettatura  comporta una reazione ad essa conforme, perciò continuare ad etichettare certi comportamenti o certi ruoli induce una reazione comportamentale pubblica allineata a queste caratteristiche e cioè incrementa i pregiudizi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Teorie e Modelli del Counseling: La comunicazione interpersonale

Teorie e Modelli del Counseling: La comunicazione interpersonale

 

Il Counseling, radicato nel mondo anglo-americano, si è diffuso anche in Europa; tra molti tratti che lo contraddistinguono emergono l’impostazione non direttiva e la caratteristica d’intervento breve, circoscritto nel tempo. Dalle prime acquisizioni teoriche sull’argomento, scaturite da una riflessione critica su pratiche e metodiche, molta strada è stata compiuta sotto il profilo euristico. Il counseling rappresenta un punto naturale d’intersezione e convergenza di studi che su piani diversi la psicologia sociale, clinica e dello sviluppo hanno condotto separatamente.

 

La non direttività postula modalità d’intervento volte all’autonomia ed alla responsabilizzazione del soggetto attraverso un aumento della sua consapevolezza; l’uso del colloquio come modalità di comprensione-chiarificazione in relazione ad un soggetto-cliente attivo ed attore in prima persona, contrapposto al paziente, colloca l’intervento su un versante preventivo; la particolare attenzione al versante comunicativo e relazionale ricorda l’importanza prioritaria del sapere essere dell’operatore e della sua congruenza operativa.

 

Il counselor si delinea pertanto come un esperto di comunicazione e relazione, in grado di facilitare il percorso di autoconsapevolezza dell’interlocutore. Richiede di conoscenza di sé, di competenze integrate relative ai vari livelli comunicativi, di conoscenze approfondite sulle dinamiche relazionali.( Di Fabio, 1999).

 

La comunicazione interpersonale
La comunicazione, intesa genericamente come passaggio continuo d’informazioni, è un fenomeno che riguarda tutti gli organismi viventi (umani, animali, vegetali).

 

La comunicazione interpersonale riguarda la relazione “vis à vis”, in cui maggiormente si realizzano tutte le potenzialità e la ricchezza comunicativa. Il termine comunicazione riveste un ruolo fondamentale nelle scienze sociali e del comportamento perché è ampiamente condiviso il suo valore di elemento costitutivo nell’intreccio dei rapporti tra gli individui.

 

Il modello più semplice:
Emittente  —  Messaggio  —  Ricevente.

 

Approfondendo per contrasto la comunicazione interpersonale, le caratteristiche fondamentali che risultano in grado di differenziarla dal comportamento e dai messaggi naturali sono due: l’intenzionalità e la processualità.

 

L’intenzionalità fa riferimento ad un livello di consapevolezza indispensabile da parte dell’emittente, ma anche del ricevente, per la decodifica, per quanto l’intenzionalità vada intesa come un continuum che procede da un livello particolarmente ridotto fino ad un livello massimo.

 

La processualità fa riferimento ad un sistema composto da soggetti sociali all’interno di una serie di eventi. Questo significa che la comunicazione presuppone soggetti attivi nella costruzione e condivisione di significati all’interno dei contesti sociali quotidiani, informali e formali.

 

Poiché la comunicazione si realizza sulla base di questi presupposti, si concretizza grazie all’interazione e relazione tra gli interlocutori. Per questo non è possibile e soprattutto non è proficuo isolare i singoli elementi di un atto comunicativo, così come non lo è isolare gli atti comunicativi dal loro ambiente spazio-temporale e sociale.

 

Quindi l’interazione sociale comunicativa deve essere ricondotta ad un processo d’interrelazione tra individui (Bateson, 1972). Questo significa sottrarre il processo comunicativo ad una visione semplicistica che la descrive e la analizza in termini di variabili intraindividuali di un soggetto (motivazione, attitudini, caratteristiche di personalità, ecc.), la cui influenza si realizza su altre variabili intraindividuali.

 

Grazie all’elemento comunicazione si da importanza al fatto che il cliente percepisca, almeno in parte, l’accettazione e l’empatia che il counselor prova per lui ed implica un’attenzione da parte del counselor sul modo in cui il cliente riceve le sue comunicazioni.

 

Esaminando le condizioni che Rogers considera fondamentali e necessarie per provocare una modificazione costruttiva della personalità, è facile accorgersi che implicano e sono costituite dalle parole chiave.
    1. Due persone sono in contatto psicologico.
    1. La prima, il cliente è in uno stato d’incongruenza, di vulnerabilità o d’ansia.
    1. La seconda persona, il counselor, è in uno stato di congruenza.
    1. Il counselor prova nei confronti del cliente sentimenti di considerazione positiva incondizionata.
    1. Il counselor prova una comprensione empatica del sistema di riferimento interno del cliente e si sforza di comunicargli questa sensazione.
    1. Si verifica una comunicazione, almeno parziale, della comprensione empatica e della considerazione positiva incondizionata del counselor per il cliente.

 

Le ipotesi risultanti, che Rogers ha poi dimostrato nel corso della sua carriera sono le seguenti:
    • se esistono queste sei condizioni, nel cliente si verificherà una modificazione costruttiva della personalità.
    • se non è presente una o più di queste condizioni, non si verificherà una modificazione costruttiva della personalità.
    • se sono presenti tutte e sei le condizioni, la modificazione costruttiva della personalità del cliente sarà tanto più accentuata quanto più sarà elevata l’intensità con cui si presentano le condizioni da due a sei.

 

Per Rogers, ciò che è necessario e fondamentale, perché gli interventi risultino efficaci, è un set di precondizioni uguali, in grado di rendere valido operativamente l’indirizzo teorico prescelto.
(Di Fabio, 1999).

 

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine dello psicologo in Toscana

L’immagine dello psicologo in Toscana

 

Lo psicologo nella cultura della regione Toscana (Carli, Paniccia e Salvatore 2004)

Il motivo di fondo che ha spinto ad attivare la ricerca sull’immagine dello Psicologo in Toscana non è solo quella di valutare la percezione sociale degli individui rispetto allo psicologo, ma rispecchia anche l’intenzione dell’Ordine degli Psicologi di costruire progetti a partire dai risultati di questa ricerca, e anche di renderla pubblica e diffonderla presso operatori ed amministratori come possibile base di programmazione del  ruolo e rivisitazione dell’ immagine dello psicologo anche sul piano pubblico.
Lo scopo è di  favorire non solo una diversa e più qualificata immagine della psicologia presso potenziali committenze ma soprattutto una politica di sviluppo della professione orientata in senso integrativo, centrata sull’idea di servizio.
L’immagine dello psicologo nella Cultura Locale toscana appare di buon livello.
Soltanto in un Repertorio Culturale lo psicologo viene visto criticamente e svalorizzato nella sua funzione. Si tratta,  di una cultura – quella anomica – che è presente con una sua quota presumibilmente “fissa”in tutte le popolazioni segmentate culturalmente, e che rappresenta l’area pessimista e disadattata della Cultura Locale, ove si raggruppano le persone che non sanno guardare con fiducia e con realismo alla realtà sociale e culturale.
Nell’area rimanente della cultura esaminata, che rappresenta il 95% della popolazione partecipante all’indagine, la figura dello psicologo viene apprezzata, valorizzata e si propone una domanda professionale nei suoi confronti, anche se con modalità ed aspettative differenti.
Dall’analisi fattoriale emergono vari tipi di culture in Toscana ognuna con una percezione e delle aspettative diverse rispetto allo psicologo e alla psicologia:
Cultura del civismo locale: emerge, una cultura orientata alla valorizzazione del solo territorio di appartenenza; una cultura fondata sul rispetto delle regole e delle norme da parte di tutti, amministratori ed amministrati, servizi e clienti dei servizi. Una cultura fondata su:
• fiducia nell’amministrazione politica locale.
• fiducia nei servizi al cittadino.
• reciprocità nel rispetto delle regole del gioco.
In  questa cultura non viene assegnata rilevanza allo psicologo, ed è visto nella realtà attuale, come figura professionale competente ma costosa nella sua prevalente o esclusiva attività privata. Lo sviluppo futuro della professionalità psicologica è previsto ed auspicato, in una sua funzione pubblica, di facilitazione del rapporto tra Amministrazioni Locali e cittadini.
In questa cultura si è molto interessati a valutare il funzionamento delle amministrazioni pubbliche e dei servizi, si è soprattutto attenti ad una loro gestione trasparente e coerente con le regole. Lo psicologo è visto quale figura professionale marginale, elitaria, chiuso entro l’attività privata, quindi identificato con la psicoterapia che, tradizionalmente, viene vista come prassi da svolgere nel privato, interessante e appoggiata sulla competenza dello psicologo stesso, ma costosa, proprio perché con un costo totalmente a carico del cliente – paziente. Lo psicologopsicoterapeuta, quindi, sembra estraneo alla tematica dell’efficienza dei servizi e dell’intero sistema sociale, al civismo locale che fonda prioritariamente l’efficienza stessa. Sembra che lo psicologo, nella sua realtà attuale, venga visto come disinteressato al problema, ai margini delle questioni trattate, prevalentemente attento alla qualità ed all’eccellenza di una attività, quella psicoterapeutica, che concerne i singoli individui ed i cui risultati sono ininfluenti sulla crescita dei sistemi di convivenza. Un’attività psicoterapeutica vissuta come totalmente autoriferita, chiusa in sé, funzionale alle sole poche persone che ad essa possono accedere, per interesse e per via d’una buona condizione economica.
Questo si riferisce al presente della psicologia. Non il suo futuro: futuro in cui il contributo dello psicologo lo si prevede orientato ad un intervento sulla competenza nelle relazioni tra cittadini e sistema sociale comune.
Il Campione è composto da persone di sesso femminile, residenti nella zona  di Versilia. Persone che non leggono di politica, d’economia e di tecnologia.
Cultura anomica: emerge una profonda sfiducia nei confronti del sistema paese, come anche che delle strutture locali. L’assenza di rispetto per le regole del gioco e la disattesa sistematica delle norme da un lato e l’appartenenza ai gruppi di potere quale unica via per il successo, sono i due elementi che fondano la rassegnazione e la disperazione quali emozioni caratterizzanti la convivenza. La figura su cui si può “contare” è quella del politico, vista come coerente con la cultura del privilegio, della valorizzazione di un’appartenenza ai sistemi di gestione del potere, della violenza sociale. L’anomia è alimentata anche dalla percezione di una scarsa funzionalità delle differenti strutture sociali e di tutti i servizi.
Emerge sfiducia nel sistema sociale locale e nel sistema paese, e l’unica risorsa a  disposizione dei cittadini sembra essere l’appartenenza ai gruppi di potere della politica e del privilegio.
La professione di psicologo è vista negativamente, quale professione collusa con il potere violento, scarsamente utile e competente. Lo psicologo, poco considerato, è comunque svalorizzato e percepito come complice del sistema di potere; quindi poco utile e marginale entro l’area delle professioni. Lo psicologo è visto come  psicoterapeuta privato, come professionista che ha a che fare con i ceti sociali alti, con chi detiene il potere economico.
Il campione è composto da persone di sesso maschile, residenti nella zona di Pisa e Livorno. Liberi professionisti o coadiuvanti, prestatori d’opera; leggono di economia, politica, tecnologia e fumetti.
Cultura del familismo: E’ la cultura del cittadino arrabbiato ed impaurito nei confronti di un sistema sociale percepito come minacciante. L’unica soluzione alla minaccia è quella di arroccarsi entro la famiglia, vero e proprio bene-rifugio nei confronti del pericolo rappresentato dal sistema sociale più ampio. Emerge, una scissione tra sfiducia nel sistema sociale, nella sua gestione politica e manageriale da un lato, e attesa fiduciosa nella tecnicalità e nella competenza professionale dall’altro. Nella cultura in analisi emerge quindi una fiducia convinta nell’eccellenza tecnica e nella professionalità.
Lo psicologo è una figura professionale importante per quest’area culturale. Si vuole uno psicologo orientato ad intervenire entro quel sistema familiare (tutelare le famiglie; sostenere i minori) che rappresenta il luogo di rifugio nei confronti di un sistema sociale impaurente.
La funzione dello psicologo non è quella terapeutica, quanto di aiuto e di sostegno utile alle famiglie. Una sorta di tutore della famiglia; di mediatore tra la famiglia ed il sistema sociale.
Lo psicologo è visto come professionista competente e sensibile. Orientato, quindi, all’affiliazione ed alla riuscita, non al potere. In questo, lo psicologo è assimilato ai “giovani” e viene differenziato da figure sociali quali l’imprenditore, il giornalista, il magistrato ed il banchiere, visti come dotati di un potere forte, univocamente, senza competenza sulla relazione e senza competenza professionale. Anche lo psicoterapeuta, assimilato al medico, appartiene a queste figure forti e si differenzia dallo psicologo.
Lo psicologo, quindi viene percepito come un alleato del sistema familiare “debole”; al contempo, è differenziato da altre figure professionali che, tutte, sono univocamente orientate al potere, quindi minaccianti e fonte di sfiducia. Anche all’interno dell’area professionale psicologica, quindi, s’annida la tentazione di inseguire il potere, a scapito della competenza e della fiducia concessa da chi si rivolge allo psicologo stesso. Di qui la richiesta di studi approfonditi e di una lunga pratica professionale supervisionata, quali condizioni per una garanzia della competenza stessa.
Lo psicologo,  viene valorizzato quale aiuto alla famiglia ed ai suoi problemi; uno psicologo sensibile e competente, purché formato da studi approfonditi e da lunga pratica. Uno psicologo che non appartiene al contesto delle figure forti, dotate di potere sociale.
Il campione è composto da persone di sesso maschile, ad alto reddito, della zona di Grosseto. Leggono soltanto di viaggi e di sport. Conoscono poco la situazione professionale dello psicologo e non hanno mai pensato di rivolgersi a lui.
Cultura socializzante: E’ una cultura che valorizza sia il sistema paese che il territorio d’appartenenza, rilevandone la funzionalità e l’efficienza. Si è orgogliosi di abitare nel territorio toscano ed in Italia, due sistemi per i quali si prevede un elevato sviluppo.
Lo psicologo è visto come professionista utile alla famiglia ed ai suoi problemi; valorizzato anche entro il più ampio sistema sociale.
Lo psicologo, che deve approfondire studi, pratica ed analisi personale, può essere utile per i problemi del territorio e delle organizzazioni. Nel territorio, oltre alla famiglia ed ai minori, lo psicologo si può occupare della marginalità: integrare gli immigrati e ridurre la criminalità. L’integrazione degli immigrati comporta la valorizzazione dell’estraneo quale risorsa per il contesto. In questo la funzione integrativa si differenzia dall’azione assistenziale, e richiede una competenza psicologica. Un’integrazione che non comporti perdita dell’identità, sia nel sistema d’appartenenza che nell’estraneo, comporta anche riduzione della criminalità e dell’aggressività sociale.
Nelle organizzazioni, lo psicologo può occuparsi di selezione, formazione, potenziamento dei servizi, sviluppo della qualità. Può quindi contribuire a coniugare efficienza organizzativa e sviluppo dell’orientamento al cliente.
La funzione dello psicologo è utile, rassicurante, aiutante e necessaria. La sensibilità è la sua caratteristica più valorizzata.
Lo psicologo viene differenziato dallo psicoterapeuta: quest’ultimo è un medico specializzato e si occupa della malattia mentale. Lo psicologo si occupa di sofferenza psichica, intesa quale problema degli individui entro il più ampio contesto sociale.  Questa è un’informazione interessante. Di solito, quando si parla di sofferenza psichica si fa riferimento ad una psicologia dell’individuo e la sofferenza diviene l’elemento legittimante un intervento psicologico mutuato dal modello medico; qui sofferenza ha lo stesso significato di malattia. Nel caso della cultura in analisi, invece, la sofferenza psichica è vista nell’ottica di chi non è integrato entro il sistema sociale, di chi non vede le organizzazioni orientate alle sue aspettative. Si parla di sofferenza, mettendosi nei panni del cliente, o dell’estraneo ignorato o rifiutato. Si parla di un evento che è quanto di più distante ci sia dalla nozione di “malattia”.
Si guardaallo psicologo non solo per problemi che riguardano la famiglia; lo psicologo può essere utile per problematiche che riguardano le persone entro il contesto sociale. In sintesi, si tratta di una cultura integrata nel contesto, che valorizza lo psicologo quale professionista utile ad incrementare tale integrazione tra persone e contesto, intervenendo sui problemi di marginalità sociale e di efficienza organizzativa.
Il campione è composto da persone di sesso femminile, che leggonodi salute e di bellezza, non di sport, viaggi o tecnologia. Si conosce la situazione professionale ed ordinistica degli psicologi, si è già sperimentata la relazione con lo psicologo e si è desiderato di fare lo psicologo.
Cultura dell’ attesa contestuale: Si tratta di una cultura di persone sfiduciate sulla funzionalità e sulla qualità dei servizi, che pensano ad un territorio inefficiente, compromesso dal mancato decentramento dei poteri amministrativi. Pensano di convivere con persone disperate, scontente di abitare in Italia, senza valori e modelli su cui contare.
Sembra una cultura in attesa di chi la possa redimere dal localismo pretenzioso, per traghettarla verso il civismo locale. La psicologia può essere, un fattore importante in questa dinamica culturale e nella sua evoluzione.
L’immagine attuale dello psicologo, assimilato alle figure responsabili del deterioramento di efficienza nel paese, è deteriorata ed aggredita. Ancora una volta, l’assimilazione dello psicologo che opera concretamente nel reale allo psicoterapeuta, induce questa identificazione dello psicologo stesso con le figure che detengono il potere nazionale e che osteggiano il decentramento dei valori, dell’ideologia, dei sistemi che reggono ed influenzano la convivenza. Lo psicologo è assimilato al mago, si occupa di cervello, ed opera alla ricerca del suo successo personale. E’ quindi inattendibile, nella sua tendenza a rendere passive e dipendenti le persone che a lui si rivolgono. L’immagine negativa dello psicologo, deriva dalla sua assimilazione allo psicoterapeuta, in particolare allo psicoanalista.
Emerge, in sintesi, un forte pregiudizio nei confronti dello psicologo: una sorta di medico non legittimato, ove cervello e mente vengono confusi in modo allarmante; ove è sottolineata l’arroganza del voler trattare terapeuticamente, del volersi assumere ruoli e funzioni che spettano al medico spostando, entro l’area della terapia, problemi che non possono essere soggetti al potere medico. Di qui l’assimilazione dello psicologo al mago, e la sottolineatura della dipendenza che lo psicologo esige da chi a lui si rivolge: dipendenza che ricalca quella del paziente dal medico, ma senza quella giustificazione tecnica che la relazione medico-paziente comporta. Di qui, anche, la mancata presenza dello psicologo entro la problematica sociale locale, chiuso com’è entro interesse ed attenzione per i singoli individui.
La psicologia, al contrario, viene valorizzata quale modo d’intervenire nei contesti sociali. Si pensa alla scuola e alla sanità, non alle singole persone.
La funzione della psicologia è, ancora una volta, quella di potenziare il rapporto tra cittadini e sistema sociale. E’ una funzione di potenziamento della relazione tra individuo e contesto. Si persegue l’integrazione delle componenti deboli del sistema sociale, così come l’incremento della funzionalità dei servizi.
L’intervento ed il cambiamento sono le modalità d’azione della psicologia.
La sfiducia che caratterizza questa cultura nei confronti del sistema sociale si ripercuote sulla figura dello psicologo: figura poco credibile, attenta al successo personale e volta ad approfittare della confusione tra biologico e psicologico per creare dipendenza da sé e dal proprio intervento psicoterapeutico.
C’è, al contrario, una forte aspettativa nei confronti della psicologia, che proponga interventi sulla relazione tra individui e contesto, affrontandone le problematiche di funzionalità e di servizio alla comunità. Come se la psicologia potesse rappresentare il luogo di sfogo della scontentezza, della rabbia, al contempo contribuendo al ripristino di funzioni importanti, quale la scuola e la sanità, che sono istituzioni – simbolo per un collegamento tra stato nazionale e governo locale della cosa pubblica e dei servizi. La domanda rivolta, implicitamente, alla psicologia è quella di ripristinare la fiducia nel sistema sociale locale, per traghettare una cultura reattiva e campanilista entro modelli ed aspettative più mature, più evolute, quali quelle rilevate nella cultura del Civismo locale.
La scissione tra psicologo e psicologia è riferibile alla sfiducia nell’attuale popolazione degli psicologi, residuo probabile della scarsa credibilità che, nel recente passato, ha goduto la formazione degli psicologi nelle università italiane. Cattiva stampa che gli psicologi godono, entro la cultura in analisi, pur conservando la psicologia una sua immagine prestigiosa e utile.
Chiamando Attesa contestuale quest’area culturale, si vuole sottolineare l’attesa che la psicologia intervenga su contesti di convivenza; contesti deteriorati, nella rappresentazione collusiva di questo Repertorio Culturale, ma entro i quali si può evidenziare una domanda di sviluppo, di cambiamento.
Il Campione è composto da studenti, e da persone con il titolo di studio elementare e medio. Conoscono molto poco la situazione professionale degli psicologi.
Cultura attesa psicoterapeutica: è la cultura delle persone contente, soddisfatte e fiduciose nel sistema dei valori e delle regole del gioco che fondano la convivenza, in Toscana e nell’intero paese. Si scommette sul futuro, senza alcun sintomo di anomia. Ma il futuro sembra dover corrispondere pienamente al presente, entro una visione conformista dello status quo. Sembra una cultura senza problemi, anche perché senza una domanda di funzionalità specifica al sistema paese come al territorio d’appartenenza.
Lo psicologo viene identificato totalmente con lo psicoterapeuta, si occupa delle dinamiche mentali dei pazienti. Lavora, con singole persone, caratterizzate da sofferenza psichica. Ciò che è importante per lo psicologo è la competenza, mentre non si dà rilievo alla sua sensibilità ed alla gentilezza verso le persone che a lui si rivolgono. Nella cultura in analisi, viene escluso ogni impegno sociale dello psicologo, al di fuori della cura dei singoli.
Il Campione è composto da persone dal basso reddito. Conoscono bene la situazione ordinistica e professionale degli psicologi e ne approssimano esattamente il numero in Italia. Non c’è un particolare riferimento a una specifica zona di appartenenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine dello psicologo

L’immagine dello psicologo (Manieri 1983)

 

Flavio Manieri ha condotto nel 1983 una ricerca su un campione di 300 soggetti di livello sociale e culturale medi, metà residenti al centro-nord e metà al centro-sud Italia. Il fine era di indagare il giudizio dei soggetti rispetto all’immagine che essi avevano della figura del medico, dello psicologo e del filosofo in riferimento al profilo etico, scientifico e della fiducia che in essi ritenevano di poter riporre e dell’immagine fisica e sociale che stimavano fossero più caratteristiche. L’analisi fattoriale evidenzia una accostabilità dello psicologo con il medico, in riferimento alla comune variabile dell’immagine sociale, che esprime gradi di influenza sugli altri, socievolezza, autosufficienza e necessità; ed una maggior estraneità fra la percezione dello psicologo e quella del filosofo. Inoltre per lo psicologo emerge la variabilità legata alla scientificità in termini di razionalità, esattezza, logica e istruzione. Lo psicologo ha ottenuto valutazioni leggermente meno positive del medico per quanto riguarda l’immagine sociale. I risultati sebbene con prudenza, indicano un orientamento positivo della percezione sociale in Italia dello psicologo fra gli operatori sanitari. Questo risultato è in linea con le osservazioni fatte negli Stati Uniti.
The public’s knowledge about psychologists and other mental health professionals (Murstein, Fontaine 1993)
Nell’indagine sull’immagine delle professioni sanitarie mentali, su un campione di Statunitensi adulti del Connecticut,  Murstein e Fontaine nel 1993 identificano nove figure. Il livello di preferenza, affidabilità e competenza percepita tra queste nove figure sono valutate in ordine decrescente di fiducia e apprezzamento: medico, psicologo, sacerdote, psicoterapeuta, consulente matrimoniale, assistente sociale, psichiatra, infermiere psichiatrico, consuelor telefonico.
Determining Stereotypical Images of Psychologists: the Draw a Psychologist checklist (Barrow 2000)
E’ una ricerca sull’immagine stereotipata degli psicologi in un College, principalmente femminile,  negli Stati Uniti: Missouri e in particolare Illinois e Texas. Agli studenti è stato fornito un foglio bianco su cui disegnare lo psicologo al lavoro.
Questa ricerca descrive lo sviluppo di un nuovo strumento per controllare l’affidabilità delle checklist usando un pre-test e un post-test. Il checklist include 3 categorie: l’immagine stereotipata degli psicologi, quella del paziente-cliente e la configurazione dell’ambiente in cui lo psicologo lavora. Cinque attributi stereotipati sono stati scoperti essere significativamente differenti dal pre-test rispetto al post-test: il sesso, lo stare seduti o l’avere le gambe incrociate, l’essere calvo, le immagini non tradizionali come insegnanti, ricercatori o amministratori e alcuni disegni che includevano il tavolo, la scrivania, il laboratorio e le sedie.
Gli stereotipi degli psicologi includono il sesso, gli occhiali, la tazza di caffè, gli appunti, fare domande, l’ascoltare il cliente, stare seduti a gambe incrociate, avere una espressione facciale positiva, essere pelato, il pensare, avere la biro nella tasca della giacca. Gli elementi dell’ambiente lavorativo includevano il divano, il tavolo, la scrivania, le sedie, i libri o i giornali, il titolo di diploma, lo stare vicino alla testa del paziente-cliente, un arredamento minimo essenziale. Nel post test è emerso che gli psicologi sono percepiti come principalmente maschi, seduti o con le gambe incrociate, pelati, che prendono gli appunti, ascoltano il cliente, hanno gli occhiali e una espressione facciale positiva.
Per lo stereotipo dello psicologo sono risultati significativi quattro attributi: alcuni disegni sul post test mostravano lo psicologo come maschio, seduto o con le gambe incrociate, solo quattro erano meno prevalenti nel post test rispetto ai 15 elementi stereotipati. Sebbene in modo non significativo, c’è stata una diminuzione degli elementi stereotipati dal pre test al post test per quanto riguarda gli occhiali, la tazza di caffè, gli appunti, il domandare e l’ascolto. L’aumento dell’elemento, sebbene non significativo, che emerge dal pre test al post test è che lo psicologo indossi il camice.
Quando gli attributi sono stati ordinati dal pre test i sei attributi principali erano in ordine gerarchico: gli appunti, l’ascoltare il cliente, gli occhiali, l’espressione facciale positivo, maschio e altri ruoli non familiari, come insegnante, ricercatore ecc… risultati simili sono stati trovati nel post test, ma l’ordine gerarchico era diverso: appunti, espressione facciale positiva, ascoltare il cliente, gli occhiali, altri ruoli non tradizionali e maschio. Quindi emerge un immagine stereotipata dello psicologo che perdura sia nel pre che nel post test.
Confrontando l’ambiente di lavoro dello psicologo nel pre test e nelpost test emerge una differenza tra l’uso del tavolo, la scrivania, il laboratorio e la sedia. Nel post test sono stati disegnati meno tavoli, scrivanie e sedie. Sebbene non in modo significativo, c’è stata una diminuzione, nel post test nel disegnare il  divano, i libri, il titolo di diploma e lo stare seduto vicino alla testa del cliente. L’unico aumento non significativo era il numero di disegni che mostra lo psicologo seduto vicino alla testa del cliente. Se si ordinano gerarchicamente i risultati del pre test sono: l’ambiente di lavoro sterile, il tavolo o la scrivania, lo stare seduto vicino al cliente, il divano e la poltrona. Nel post test di nuovo emergono gli stessi risultati ma con un ordine diverso: ambiente lavorativo minimale, lo stare seduto vicino al cliente, il tavolo o la scrivania, la poltrona e il divano.
Di nuovo emerge un’immagine stereotipata  dello psicologo al lavoro che persiste.

 

Survevyng psychologists’ public Image with Drawings of a “Typical” Psychologist (Hartwing 2002/2003)

Nel tentativo di valutare l’immagine pubblica dello psicologo in Australia, Hartwing ha selezionato  un campione di adulti rappresentativo dell’area metropolitana del Sud dell’Australia. Ai soggetti è stato chiesto di disegnare una figura di ciò che considerano uno psicologo tipico, al quale si aggiungono una serie di domande per valutare la conoscenza e l’atteggiamento verso lo psicologo e la psicologia. Analizzando i disegni emerge che gli psicologi erano maggiormente considerati di genere maschile, di età media o più vecchi. In termini di genere, più della metà di tutti i disegni dipingono lo psicologo come uomo, solo 1/5 lo dipinge come femmina. Quando gli psicologi sono descritti come maschi la maggior parte gli ha disegnati con il completo elegante e/o la cravatta, mentre solo ¼ mostrano barba o pizzetto. Il fatto che lo psicologo disegnato fosse calvo rappresenta un ulteriore dettaglio ricorrente, sebbene meno comune. Il completo da donna era comune nei disegni dello psicologo come femmina, le quali venivano rappresentate maggiormente con la gonna o un vestito. Sebbene l’età dello psicologo fosse per la maggior parte dei disegni indeterminato, oltre 1/3 dei disegni rappresentavano lo psicologo come di mezz’età o più vecchio. Solo una piccolissima porzione degli intervistati ha disegnato lo psicologo più giovane di mezza età. L’immagine più ricorrente erano di uno psicologo con gli occhiali, con quasi la metà di tutti i disegni che dipingono lo psicologo che indossa gli occhiali. Altre immagini ricorrenti riguardano l’ambiente di lavoro dello psicologo come la scrivania, il portadocumenti, il taccuino per prendere nota, il divano, i libri o la libreria e i certificati appesi alla parete. La descrizione è più che altro una collezione delle immagini ricorrenti più evidenti nei disegni e non rappresentano un’immagine tipica in assoluto dello psicologo. Il dato che emerge, come immagine maschile dello psicologo risulta comunque inaccurato in quanto in Australia i ¾ degli psicologi sono in realtà femmine. Un dato che invece corrisponde con la realtà è che la maggior parte degli psicologi sono di mezza età. Il disegno ricorrente degli psicologi che indossano abiti eleganti e occhiali suggerisce che la psicologia è vista come una professione accademica. Il fatto che lo psicologo venga visto come seduto nel suo ufficio rinforza queste impressioni, ma allo stesso tempo rappresenta una visione ristretta della psicologia, in quanto il lavoro dello psicologo comporta anche altri ambiti e ambienti oltre all’ufficio, come ad es. lo psicologo forense, dell’educazione, dello sport.
Un altro studio con percezione simile  risulta dallo studio di Barrow nel 2000, in cui in un college principalmente femminile, Barrow ha scoperto che gli psicologi erano spesso disegnati al lavoro nel proprio studio  e  indossavano gli occhiali.
The Public Image of Psychologists: development and validation of an attitudes toward psychologists scale (Ashton Kathleen, 2001)
Lo scopo di questa ricerca è di valutare l’atteggiamento verso lo psicologo su un campione di 416 studenti universitari. Il confronto tra sesso e gruppo etnico ha dimostrato che gli studenti europei- americani hanno un atteggiamento più positivo verso gli psicologi che gli afro-americani e gli asiatici-americani. In particolare le donne europee americane hanno un atteggiamento più positivo verso gli psicologi che qualsiasi altra combinazione etnica, che di genere. I risultati mostrano che nell’indagine gli studenti hanno un atteggiamento positivo in generale verso lo psicologo, mentre la conoscenza riguardo lo psicologo è debole, con particolari mancanze nella conoscenza della formazione, dei codici etici e dei ruoli degli psicologi.
Il 50% degli intervistati credeva che una laurea di dottorato era necessaria per diventare psicologo, il 24% credeva fosse necessario un master, il 12% una laurea triennale, l’8% una laurea in medicina. Gli intervistati inoltre sottostimavano l’ammontare del tempo che gli psicologi dedicavano alla formazione: il 69% credeva che ci volessero quattro anni o meno se si possedeva una laurea triennale, il 23% dai cinque ai sei anni e il 9% dai sette agli otto anni.
Il dato più preoccupante è che il 58% del campione credeva che le relazioni romantiche con i clienti non fossero proibite dalle organizzazioni professionali degli psicologi.
Il 93% degli intervistati credeva che lo psicologo che esercita dovesse possedere una laurea e il 74% che gli psicologi fossero scienziati. Inoltre l’85% pensava che esistesse una differenza tra psicologo e psichiatra sebbene il 49% credeva che gli psicologi potessero prescrivere medicine per disordini mentali.