The Public Image of Psychologists

The Public Image of Psychologists (Weeb, Speer 1985)

 

Nel 1983 appare ci sia un sentimento generale dell’immagine pubblica della psicologia come relativamente povera e/o in declino, tanto che tra i capi nel settore, quattro dei cinque candidati per la presidenza APA  hanno citato l’immagine pubblica come la loro maggior preoccupazione.
Tuttavia l’evidenza empirica di questa opinione non è confermata.
Solo tre studi americani si sono interessati della questione e nessuno l’ha fatto recentemente.
Da questi vecchi studi emerge che le persone hanno un atteggiamento moderatamente favorevole verso la professione.
Inoltre questi vecchi studi non forniscono molte informazioni utili riguardo a quanto accuratamente le persone percepiscono gli psicologi.
Mancando queste informazione non si può perciò sapere se le opinioni delle persone sugli psicologi accordano con le attività e gli scopi propri degli psicologi.
Webb e Speer hanno cercato di scoprire ciò che le persone pensano degli psicologi e se il loro punto di vista era favorevole verso la figura dello psicologo (se avevano un immagine positiva).
L’obiettivo era di valutare il contrasto tra lo psicologo e le altre figure che condividevano alcune funzioni con la psicologia.
E’ stato chiesto ai partecipanti di scrivere un breve saggio descrittivo riguardo gli psicologi, gli psichiatri, i medici, i consuelor, gli scienziati e gli insegnanti.
Usando descrittori estratti da questo saggio gli autori sono stati in grado di derivare un profilo semantico per ognuna delle sei professioni. Inoltre gli autori sono stati in grado anche di utilizzare descrittori per derivare una stima di favorabilità per ogni professione.
I risultati hanno dimostrato che lo psicologo ha il grado di correlazione più alto con lo psichiatra e il meno alto con lo scienziato, quindi i partecipanti confondevano lo psicologo con lo psichiatra.
Due scale dimensionali  suggeriscono che le dimensioni semantiche sottostanti che influenzano le percezioni delle persone di queste sei professioni potrebbero essere: deciso versus irrisoluto e tratta con fenomeni normali versus tratta con fenomeni anormali.
Se si assume questa interpretazione come corretta la scala mostra che gli psicologi e gli psichiatri sono considerati come persone indecise che trattano con fenomeni anormali, mentre i consuelor e gli insegnanti sebbene anch’essi considerati indecisi hanno a che fare con fenomeni normali. In contrasto il medico è considerato come deciso e che lavora con soggetti anormali e gli scienziati sono visti come persone risolute che si focalizzano sul normale.
I risultati della gradibilità posizionano gli psicologi leggermente dietro agli psichiatri e davanti ai medici, ai consuelor e gli insegnanti e scienziati. Su una base assoluta solo gli scienziati erano visti sfavorevolmente.
Siccome i partecipanti della ricerca erano per la maggior parte studenti appartenenti alla classe media e i genitori provenienti da Dallas, Houston e la campagna rurale, occorre generalizzare questi dati con cautela.
Con lo scopo che i dati riflettano la percezione degli Americani appartenenti alla classe media in generale, i dati suggeriscono che gli psicologi sono percepiti favorevolmente ma in modo non accurato.
I partecipanti sembrano vedere gli psicologi come virtualmente indistinguibili dagli psichiatri-clinici, irrisoluti e preoccupati, professionisti che lavorano con l’anormalità psicologica.
Sebbene l’alone di umanitarismo che circonda tale descrizione potrebbe tenere conto della stima relativamente alta che gli psicologi hanno da queste persone.
La descrizione stessa fa un ingiustizia persino ai clinici allenati secondo il modello scientifico pratico, e, soprattutto a quei molti psicologi i cui compiti professionali sono in aree diverse dalla pratica clinica.

 

 

 

 

 

 

 

Ricerche sull’immagine dello psicologo e della psicologia

Ricerche sull’immagine dello psicologo e della psicologia nella letteratura

 

I risultati delle ricerche condotte in mezzo secolo negli Stati Uniti sull’immagine dello psicologo (Perussia, 1994) appaiono uniformi nonostante presentino alcuni limiti di affidabilità, validità e rappresentatività.
Emerge da un lato, una certa contraddittorietà di fondo vissuta dalla società verso la professione di psicologo e, dall’altro, una visione sostanzialmente positiva della psicologia, benché , talvolta, non sia priva di qualche perplessità rispetto all’effettiva utilità della disciplina. Tale immagine è diffusa nelle classi sociali medio-alte, tra le persone istruite o benestanti e chi ha avuto modo di avvicinarsi alla psicologia, magari frequentando un corso di psicologia.
Emergono perplessità sull’effettiva applicazione della psicologia ai problemi di vita quotidiana, nonostante l’interesse culturale e intellettuale verso di essa: la psicologia è considerata molto interessante e gli psicologi sono ben visti, ma sono considerati meno affidabili di altri professionisti quali medici, economisti e ingegneri.
La fiducia nell’efficacia psicologica pare essere limitata. Nonostante un aumento della popolarità della disciplina, solo in parte nel pubblico c’è stato  un aumento della consapevolezza su che cosa la psicologia effettivamente rappresenti e di quale sia la sua funzione sociale. Il pubblico non distingue con chiarezza e a volte per nulla, tra psicologi, psichiatri e altri professionisti della salute mentale.
Lo psicologo è valutato con indici di apprezzamento maggiori rispetto allo psichiatra e minori del medico.
È noto nella maggioranza che lo psichiatra ha una formazione medica e che è l’unico professionista che può prescrivere psicofarmaci. La maggioranza ritiene che lo psicologo eserciti come attività principale la psicoterapia e viene considerato rispetto allo psichiatra come un ricercatore, uno scienziato del comportamento, uno studioso dell’opinione pubblica, un professionista che si occupa di educazione infantile e un somministratore di test.
Il pubblico mostra difficoltà a capire che cosa sia uno psicologo , se non in ambito clinico, si nota una identificazione riduttiva della psicologia come psicologia clinica e psicoterapia, che è ulteriormente complicata dal senso comune di confondere la psicoterapia con la psicoanalisi.
Tali visioni incerte e contraddittorie (Sarchielli e Fraccaroli 2002) emergono anche in Italia dall’analisi di rappresentazioni della psicologia e dello psicologo prodotti dagli stessi psicologi e dagli studenti.
In un’indagine condotta a un gruppo di psicologi professionisti residenti in Emilia Romagna (Sarchielli, Fraccaroli 2002) e iscritti all’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, emerge una predominanza del genere femminile che conferma la tendenza alla femminilizzazione della professione di psicologo, la scelta degli studi è privilegiata sull’indirizzo di Psicologia clinica e di comunità, la formazione post laurea è indirizza verso l’ambito clinico-terapeutico.
Anche se domina il lavoro psicologico in ambito clinico sia come libero professionista sia come pubblici dipendenti nel settore socio-sanitario, l’idea di una un’omogeneità e unitarietà della professione appare in parte scalfita. Si nota un’apertura verso ambiti di applicazione diversi quali sanità, scuola, economia e lavoro, un’attenzione rivolta ad allargare gli accessi al mondo del lavoro, in quanto il lavoro clinico-terapeutico è percepito come saturo.
Dalle affermazioni sull’immagine pubblica della psicologia la maggior parte dei professionisti esprime giudizi critici e negativi, dovuti alla diffusione di pregiudizi e alla diffidenza nei confronti della figura dello psicologo, che mettono in dubbio il valore e l’utilità sociale di questa disciplina e che portano colui che si rivolge allo psicologo a sentirsi sminuito se non stigmatizzato socialmente.

 

 

 

 

 

 

 

Qualche cenno sulla professione di psicologo

L’Immagine dello Psicologo: qualche cenno sulla professione di psicologo

 

Gli studenti di psicologia (Crocetti, Cucino, Maiorano, Stampa 2008) non studiano approfonditamente le norme fondamentali che regolano l’esercizio della professione, in quanto tutti i  corsi di laurea hanno uno scarso contenuto giuridico e sono orientati allo svolgimento di incarichi che comporteranno l’assunzione di responsabilità verso i clienti, i committenti e la società in generale, questo vale per tutte le professioni quali medici, economisti ecc.
In realtà però gli psicologi hanno impegni professionali che richiederebbero una conoscenza della legge approfondita per assumere in modo consapevole e responsabile decisioni importanti sia di diritto civile sia di diritto penale: se per es. si pensa alla complessità e alla delicatezza dell’intervento degli psicologi nei casi in cui sono coinvolti dei minorenni, o disabili, o persone potenzialmente pericolose, o altri, per i quali sono necessarie accortezze a salvaguardia della salute, della vita stessa, o di relazioni familiari, o di lavoro ecc.
L’incrocio tra la dimensione della riflessione etica generale e dell’ordinamento giuridico fa da cornice complessiva di ogni agire sociale e dell’operatività psicologica, queste tre dimensioni che sono indipendenti l’una dall’altra si incontrano e si sovrappongono dando origine ad ulteriori campi:
    • Il campo della deontologia, in cui la riflessione etica si coniuga con il diritto, dando luogo ad una normativa specifica interna alla professione;
    • Il campo delle norme che regolano l’esercizio delle professioni, nello specifico la L. 56/89;
    • Il campo di definizione dei principi etici propri di ogni diverso orientamento teorico-tecnico della psicologia.

 

Queste tre dimensioni rappresentano lo spazio nel quale si colloca la particolare declinazione pratica dell’etica e delle competenze di ogni singolo psicologo, nel rispetto delle norme dello Stato e delle regole di funzionamento della comunità scientifico-professionale organizzata.
“La professione di psicologo è una professione intellettuale regolamentata. L’Ordine Professionale su delega dello Stato svolge una funzione di autogoverno finalizzata alla tutela dei diritti del cittadino utente/cliente. La deontologia costituisce pertanto parte fondante ed integrante dell’identità e della mission professionale. Si ribadisce quindi il primato della responsabilità etica professionale nel rapporto domanda-offerta anche in un contesto di libero mercato.” (3/07/2004 documento di sintesi e linee di sviluppo, Consiglio  Nazionale dell’Ordine degli Psicologi)
“La formazione universitaria, il titolo accademico, il tirocinio professionalizzante e il superamento dell’Esame di Stato sono prerequisiti per l’esercizio della professione di Psicologo” (3/07/2004 documento di sintesi e linee di sviluppo, Consiglio  Nazionale dell’Ordine degli Psicologi)
 “La Psicoterapia è attività professionale riservata a psicologi e medici. Per gli Psicologi è legata al possesso di specializzazioni quadriennali post-laurea specialistica afferenti alle Facoltà di Psicologia o a Corsi di specializzazione privati riconosciuti dal MIUR.” (3/07/2004 documento di sintesi e linee di sviluppo, Consiglio  Nazionale dell’Ordine degli Psicologi)
La prima definizione formale della figura di psicologo (Sarchielli, Fraccaroli 2002) in ambito sanitario è del 1968 (L. 431/68 provvidenze per l’assistenza psichiatrica art. 2) e che solo dopo l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale del 1978 occorre attendere ancora un anno per ottenere un D.P.R. sullo stato giuridico del personale delle unità sanitarie locali (20/12/1979 n. 761) con il quale lo psicologo viene ufficialmente inserito nel ruolo sanitario. La normativa sul lavoro di psicologo si ha per la prima volta nel 1973, con un disegno di legge poi decaduto. Solo dopo lunghe discussioni si è arrivati all’attuale legge n. 56 del 18/02/1989 che definisce in termini molto generali la professione di psicologo. Anche a livello di formazione si hanno ritardi nel definire gli iter di studispecifici in psicologia. I primi corsi di Laurea in Psicologia sono avvenuti nell’anno accademico 1971/1972, prima di allora la preparazione era limitata a indirizzi e piani di studio individuali presso varie facoltà, a corsi di perfezionamento o scuole di specializzazione post laurea. L’incertezza di definizione e l’immagine sociale non chiara della figura professionale che stava emergendo comportò una certa difficoltà a caratterizzarsi al di fuori del mondo accademico, dove invece la psicologia come campo di ricerca scientifica ha una collocazione più precisa.

 

 (Perussia, 1994) La nascita di corsi di laurea specifici per la disciplina rappresenta uno dei momenti più qualificanti per l’affermarsi di una categoria di professionisti: gli psicologi,  che prima di allora si erano formati nei modi più disparati. Un corso di Laurea specifico rappresenta l’occasione per costruire un’identità sociale e professionale.
La definizione legale dello psicologo (Sarchielli, Fraccaroli 2002) compare con l’ordinamento della professione di psicologo (D.P.R: n. 56 del 18/02/1989). Tuttavia questa legge non risolve tutte le incertezze sulla figura dello psicologo. E’ una definizione piuttosto generale: “La professione di psicologo comprende l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione, riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico, rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alla comunità. Comprende, altresì, le attività di sperimentazione, di ricerca e di didattica in tale ambito”. La legge ha previsto anche alcune norme transitorie relative all’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione finalizzato all’iscrizione all’Ordine degli Psicologi. Nella definizione espressa nell’art. 1 c’è una forte assimilazione dell’agire psicologico a quello medico. Se non ci fossero specificati la tipologia di utenti e la specificazione di ambito sociale sarebbe facile usare il testo per qualsiasi altra professione sanitaria. Questa definizione rafforza inoltre gli equivoci sulla omogeneità del lavoro psicologico e il prevalere del lavoro clinico. Va bene per descrivere il lavoro dello psicologo che lavora negli ospedali, nei servizi dell’azienda sanitaria, per le tossicodipendenze, nei centri di riabilitazione, nei servizi sociali, in ambulatori e studi privati di consultazione e psicoterapia. Ma non descrive in modo preciso il lavoro dello psicologo in ambiti diversi come quello della comunicazione aziendale, della gestione delle risorse umane, del marketing, della formazione, della scuola, nelle telecomunicazioni ecc…
In data 3/07/2004 il Consiglio  Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha approvato lo sviluppo di nuovi settori di specializzazione e applicazione. L’Ordine Professionale dovrà sostenere lo sviluppo dei nuovi settori di specializzazione e applicazione creando condizioni che favoriscano l’incontro della domanda e dell’offerta anche attraverso Protocolli di Intesa Istituzionale e attività promozionali di mercato. Vanno incentivati oltre i settori afferenti all’area clinica e sanitaria e all’area della psicologia del lavoro e delle organizzazioni i settori emergenti tra cui:
• Psicologia delle Emergenze
• Neuropsicologia e riabilitazione cognitiva
• Psicologia della salute e del benessere
• Psicologia del Turismo
• Psicologia dello Sport
• Psicologia Viaria
• Psicologia della Comunicazione
• Web usability e prestazioni psicologiche a distanza
• Psicologia della Formazione e formazione on-line
• Psicologia Scolastica e dell’Orientamento
• Psicologia di Comunità e di integrazione interculturale
• Psicologia Economica
• Psicologia Politica
• Psicologia Giuridica
• Psicologia Penitenziaria e Criminologia.

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine dello psicologo: Categorizzazione, stereotipi e pregiudizi

L’immagine dello psicologo: Categorizzazione e conseguenze della categorizzazione – stereotipi e pregiudizi

 

“Le rappresentazioni sociali hanno una doppia funzione: rendere familiare lo strano e percettibile l’invisibile. Ciò che è sconosciuto o insolito comporta una minaccia perché non abbiamo categorie in cui porlo” (Moscovici, 1989, 365)
La realtà (Voci, 2003) non viene registrata nella nostra mente per quella che è, ma viene trasformata, rielaborata e dotata di significato attraverso schemi mentali che a loro volta sono influenzati da una combinazione di fattori cognitivi, affettivi e  motivazionali. Il processo cognitivo che trasforma e altera la realtà è definito categorizzazione.
La categorizzazione sociale è un processo che avviene per la semplificazione dell’ambiente sociale: le persone che incontriamo ogni giorno più o meno casualmente, sono troppe per essere conosciute tutte in modo approfondito. Ci affidiamo a questo processo per semplificare i nostri rapporti con gli altri, classificando le persone all’interno di categorie sociali  o gruppi.  Le categorie sociali (Gattino, Miglietta, Converso 2008) sono funzionali alla classificazione delle persone, esse sono classificate in conformità a categorie quali l’occupazione, il sesso, l’etnia, la religione, la nazionalità.

 

L’inclusione di un individuo all’interno di una classe di persone (Voci, 2003) avviene attraverso il confronto tra caratteristiche dello stimolo e specifiche categorie sociali  ad es.  se incontro una persona che è nata a Lione la categorizzo come francese, oppure vedo una persona che vende oggetti per strada, lo categorizzo come ambulante. Quindi la categorizzazione sociale si può basare sull’aspetto esteriore  della persona e su attributi e modi di agire dell’individuo.
Il processo di categorizzazione sociale permette di fare inferenze comportamentali. Classificando una persona all’interno di un gruppo ci aspettiamo che si comporti in un certo modo tipico di tutti gli individui che appartengono a quella categoria.
La categorizzazione sociale è un processo che fa parte di un processo più generale di deduzione delle caratteristiche di una categoria sociale a quella dei singoli individui che ne fanno parte.
Esso non coinvolge solo comportamenti, ma anche giudizi, attributi, valutazioni. L’insieme delle caratteristiche ritenute tipiche di una categoria sociale prende il nome di stereotipo.  Ad es.se categorizziamo una persona come francese, rispecchierà lo stereotipo dei francesi: sarà presuntuosa, amerà la buona cucina e non andrà d’accordo con gli inglesi, oppure una persona di colore non sarà portato per i lavori intellettuali ma  sarà dotata atleticamente e avrà un innato senso del ritmo.  Molti di queste deduzioni sono improprie e ingiustificate.
Un’altra caratteristica della categorizzazione sociale è data dalla spiegazione.
Oltre a semplificare l’ambiente, le persone necessitano di renderel’ambiente controllabile e con un significato. Etichettare una persona in una categoria sociale ci permette di spiegare i suoi comportamenti. Spesso le funzione di spiegazione può combinare con quella di interferenza, ad es. se incontriamo un uomo vestito di scuro che cammina e mormora qualcosa, lo etichettiamo come prete, giustifichiamo il suo comportamento: sta pregando, inoltre attendiamo da lui comportamenti tipici della categoria prete quali per es. non arrabbiarsi o fare l’elemosina ai poveri. Eseguiamo continuamente questo processo in modo inconsapevole.
Nel categorizzare una persona, automaticamente, le si attribuiscono le caratteristiche associate a quel gruppo.
La principale conseguenza negativa è proprio la stereotipizzazione e raramente gli stereotipi corrispondono alla realtà, in quanto difficilmente tutte le persone inserite nella categoria sociale possiedono effettivamente gli stessi tratti. Gli stereotipi sono costituiti da tratti e caratteristiche che vengono attribuiti a tutti i membri di una categoria, sono di origine culturale e perciò condivisi da tutti i membri di una determinata cultura. “Gli stereotipi consistono in una serie di  generalizzazioni compiute dagli individui. Essi sono in gran parte (o costituiscono uno dei casi) del processo cognitivo di categorizzazione.” (Tajfel, 1995, 238-239) “Si può parlare di stereotipi sociali solo quando questi vengono condivisi da grandi masse di persone all’interno dei gruppi sociali o delle entità sociali, dato che la loro condivisione implica un efficace processo di diffusione”(Tajfel, 1995, 239).
Lo stereotipo viene potenziato da un processo secondario della categorizzazione: l’assimilazione intracategoriale, questo processo porta a ritenere che tutte le persone della categoria siano più simili tra loro di quanto lo siano in realtà. Perciò se a una categoria corrispondono determinate caratteristiche e tutte le persone che rientrano nella categoria sono simili tra loro significa che tutte le persone della categoria hanno quelle specifiche caratteristiche. La conseguenza di ciò può essere sgradevole.
La classificazione delle persone in categorie porta alla formulazione di giudizi che potrebbero non tenere conto per nulla delle reali caratteristiche delle persone. 
Questo processo viene definito pregiudizio (Brown, 1990).
“Il pregiudizio è un processo che porta ad attribuire a una persona sconosciuta i tratti e le caratteristiche ritenute tipiche del suo gruppo di appartenenza” (Voci, 2003, 93). Il pregiudizio (Voci, 2003) può essere sia negativo sia positivo, si può avere una immagine o positiva o negativa rispetto a una categoria di persone e di conseguenza si opereranno comportamenti positivi o negativi verso quella categoria, se il pregiudizio è molto negativo si può arrivare alla discriminazione. Il pregiudizio può essere considerato come un fenomeno ordinario e quotidiano, riscontrabile tra la gente comune (Brown, 1995) che deriva probabilmente dagli stessi processi cognitivi e sociali che influenzano tutti gli aspetti della nostra esistenza. Esso riflette i processi cognitivi in quanto è un prodotto della nostra percezione del mondo e del tentativo di dargli un senso. L’attivazione e l’applicazioni di categorie e di stereotipi avviene in modo automatico e inconsapevole. Molti esperimenti nella letteratura confermano che lo stereotipo di un gruppo sociale sia difficile da cambiare, in quanto vengono alimentati da nuove informazioni negative e non vengono neppure attivati quando le informazioni sono positive. Perciò è molto più facile confermare uno stereotipo piuttosto che smentirlo. Si ottiene così un circolo vizioso che funziona come una profezia che si autoavvera: la categorizzazione, la formazione di preconcetti, la conseguente attuazione di comportamenti e la conferma delle aspettative iniziali.
“l’attivazione di una precisa aspettativa produce comportamenti e atteggiamenti coerenti con essa, che a loro volta sono in grado di produrre le basi per una conferma dell’aspettativa stessa” (Voci, 2003, 21)

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Immagine dello Psicologo: Le rappresentazioni sociali

Le rappresentazioni sociali

 

Le rappresentazioni sociali sono frutto di credenze socialmente condivise, idee e valori ampiamente diffusi nel ns. sistema culturale. Aiutano a dare un senso al mondo, all’ambiente che ci circonda. (Myers, 2009)
La teoria della rappresentazioni sociali (Gattino, Miglietta, Converso 2008) si occupa di spiegare come le persone ricostruiscono la realtà sociale con lo scopo di controllarla, adattarsi in essa, agire e condividerla con gli altri.
Il primo autore che utilizza questo concetto è Serge Moscovici (1989) definendo le rappresentazioni sociali come una serie di concetti, asserti  e spiegazioni che nascono nella vita di tutti i giorni, attraverso le comunicazioni interpersonali. Esse possono essere considerate dalla nostra società come l’equivalente dei miti e delle credenze nelle società tradizionali, possono essere addirittura considerate la versione contemporanea del senso comune.
Moscovici definisce le rappresentazioni sociali come sistemi cognitivi, con una loro logica e linguaggio attraverso i quali gli individui di una società costruiscono la realtà sociale, si può così parlare di una conoscenza socialmente elaborata e partecipata, che concorre alla costruzione della realtà sociale e designa una forma di pensiero sociale.
Le rappresentazioni sociali vengono create e ricreate dalle persone nel corso dell’interazione reciproca come ad es. durante una conversazione.
Le persone e i gruppi creano le rappresentazioni sociali nel corso della comunicazione interagendo con gli altri. Una volta create, le rappresentazioni, non rimangono isolate, circolando si fondono l’un l’altra e danno vita a nuove rappresentazioni, dando così un senso comune alla realtà.
Si formano attraverso due processi: l’ancoraggio e l’oggettivazione.
L’ancoraggio è un processo che permette l’assimilazione di stimoli nuovi al nostro sistema di categorie e di porlo a confronto con quelli esistenti. Denominazione, classificazione ed etichettamento sono le operazioni che permettono la categorizzazione di un oggetto , cioè di assegnarlo ad una categoria in relazione al suo grado di somiglianza con un prototipo (un esemplare che rappresenta al meglio quella categoria). Permette l’utilizzo di categorie pre esistenti per agganciare oggetti sociali nuovi e non familiari.
L’oggettivazione permette a qualcosa di sconosciuto di assumere sembianze fisiche e accessibili che risultano più semplici. Le persone costruiscono una figurazione che concretizza l’oggetto, anche attraverso l’uso di metafore, immagini o l’associazione con personalità conosciute. Ogni rappresentazione sociale (Gattino, Miglietta, Converso 2008)  è la rappresentazione mentale di qualcosa e di qualcuno: oggetto, persona, avvenimento, idea ecc… ogni rappresentazione si associa a un simbolo, a un segno. Non c’è rappres sociale che non sia quella di un oggetto sia pure mitico o immaginario.
Le funzioni delle rappresentazioni sociali sono tre (Myers, 2009).
La prima funzione  è quella di rendere familiare ciò che è estraneo e rappresenta l’esito dell’ ancoraggio: le persone, gli oggetti, gli eventi vengono assegnati ad una precisa categoria definendoli come modelli di quel tipo, ed è un modello condiviso da tutte le persone.
La seconda funzione delle rappresentazioni sociali è quella di favorire gli scambi interpersonali e sociali. Le rappresentazioni si possono tramandare di generazione in generazione, contribuiscono a creare un contesto sociale, una cultura, nella quale gli individui condividono rapporti di routine, riti di incontro e di conversazione. Le rappresentazioni sociali funzionano perciò da codice condiviso per l’azione e l’interazione sociale, come sistemi di conoscenza condiviso che guida e orienta nei comportamenti.
La terza funzione è quella normativa e di costruzione dell’identità. Collocando le persone in gruppi sociali si determinano i contenuti delle rappresentazioni e la loro organizzazione. Essendo contenuti condivisi, le rappresentazioni sociali funzionano, anche, come formazione di un identità sociale e di un’appartenenza. L’identità sociale è una rappresentazione del sé derivato da un processo di  categorizzazione.

 

 

 

 

 

 

L’immagine dello psicologo: una ricerca nella provincia di Bologna

L’immagine dello psicologo: una ricerca nella provincia di Bologna

 

INTRODUZIONE

 

Lo scopo di questa ricerca è indagare il livello di conoscenza della psicologia e quale percezione sociale dello psicologo hanno le persone che vivono nella provincia di Bologna tramite un questionario.

 

Nel I capitolo intitolato “Le rappresentazioni sociali dello psicologo e della psicologia” si descrivono: 

 

  • le rappresentazioni sociali
  • le categorizzazioni e le conseguenze delle categorizzazioni quali i pregiudizi e gli stereotipi

 

Si segue descrivendo brevemente le regolamentazioni della professione dello psicologo: la Legge 56/89 che istituisce la professione dello psicologo e la regolamentazione legislativa e deontologica. 

 

Si è dato ampio spazio alle ricerche nella letteratura italiana e straniera in merito alla percezione sociale dello psicologo, ai suoi ambiti di intervento, agli stereotipi rispetto all’immagine fisica e alle modalità di lavoro. 

 

Si commenta infine l’influenza che hanno i media nello trasmettere l’immagine dello psicologo e della psicologia che appare per lo più distorta.

 

Nel II capitolo si descrive la ricerca svolta nella provincia di Bologna commentando i risultati e confrontandoli con le altre ricerche della letteratura. 

 

Viene descritto il campione, le frequenze delle risposte ai diversi item e la differenza di risposta tra genere maschile e femminile, seguiti dalle relative tabelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FACS di Paul Ekman – Facial Action Coding System: come si usa la tecnica

FACS di Paul Ekman – Facial Action Coding System: come si usa la tecnica

 

 di Igor Vitale

 

 Il Facial Action Coding System (detto in sigla FACS) è un sistema per classificare i movimenti del volto, così come appaiono nel volto umano. La classificazione dei movimenti muscolari del volto umano nasce da un anatomista svedese: Carl-Herman Hjortsjo.
I movimenti muscolari del volto umano, così come li leggiamo ora nel Facial Action Coding System sono stati poi ricodificati da Paul Ekman e Wallace V. Friesen nel 1978, con aggiornamento degli stessi e Joseph C. Hager successivamente nel 2002.
La tecnica Facial Action Coding System (FACS) serve ad identificare lo stato interno ed emozionale della persona tramite l’analisi delle microespressioni facciali. In altri termini, l’analisi dei micromovimenti che il volto umano può produrre da indicazioni su pensieri ed emozioni nascoste del soggetto. Conoscerle, può farci capire meglio l’altro ed identificare eventuali menzogne o incongruenze.
La tecnica FACS si usa attribuendo una combinazione di codici corrispondenti a determinati micromovimenti facciali (chiamati Action Unit) effettuati dalla persona. A livello opzionale è inoltre possibile siglare un’intensità del movimento. La combinazione di questi movimenti può portare a una successiva decodifica ovvero a una “traduzione” del codice in un significato prevalentemente emotivo e solitamente inconscio.

 

La tecnica Facial Action Coding System (FACS) può essere applicata in una molteplicità di contesti come:
    • La selezione del personale: è la classica situazione in cui sia il candidato sia il selezionatore possono mentire a proposito delle reali informazioni date. Il candidato può tendere a mentire sulle sue reali informazioni di curriculum, così come il selezionatore, che ha l’obiettivo di mostrare in luce positiva la propria azienda e la posizione offerta può “gonfiare” positivamente la rappresentazione dell’azienda o della posizione offerta
    • La negoziazione: nella negoziazione, le due controparti spesso tendono a guardare esclusivamente al proprio interesse, ed è proprio in questi contesti che le informazioni effettivamente date dai negoziatori possono essere parziali o non rispecchiare la realtà, una sapiente analisi tramite la tecnica FACS può aiutarci a capire meglio le reali intenzioni della controparte, dandoci un vantaggio competitivo nella negoziazione.
    • Nei contesti giuridici e investigativi: la cross-examination, l’interrogatorio, la perizia, ma anche un semplice colloquio col cliente nel contesto giuridico può essere migliorata dall’analisi standardizzata delle microespressioni facciali. Le microespressioni facciali infatti, data una certa comunicazione, aggiungono sempre ulteriore materiale di analisi che può essere sapientemente utilizzato per formulare domande di approfondimento e di investigazione.
    • Nella relazione medico-paziente: il Facial Action Coding System può essere utilizzato nella relazione tra operatore sanitario e paziente. Esistono infatti correlazioni specifiche e predittive tra l’uso di determinate microespressioni e il disturbo presentato (fisico o psicologico che sia).

 

Per apprendere la tecnica FACS (Facial Action Coding System) è suggerita la frequentazione di un corso specialistico che fornisca le modalità d’uso del Manuale FACS.

 

 

 

©  F.A.C.S. – Dr. Igor Vitale

 

 

Riconoscere la menzogna tramite la comunicazione non verbale

Riconoscere ed interpretare la menzogna tramite la comunicazione non verbale

 

La menzogna è spesso definita come una dichiarazione contraria a ciò che viene fatto, sentito, visto, è una sorta di alterazione del vero. Secondo gli studi sul linguaggio del corpo, l’analisi attenta della comunicazione non verbale permette di discriminare se il nostro interlocutore dice la verità oppure mente. Tutti noi durante la giornata mentiamo più volte, sia agli altri che a noi stessi. La menzogna ha principalmente due ruoli, può essere utilizzata per ingannare l’altro, danneggiarlo, oppure può essere utilizzata per salvaguardare la propria autostima (affermo il falso perché la verità sarebbe troppo dolorosa). Molto spesso le persone non affermano ciò che realmente credono per proiettare una immagine positiva di sé.
Secondo alcune ricerche, chi mente è molto attento a costruire la bugia nei suoi contenuti verbali. L’impegno cognitivo è notevole, chi mente è molto attento a costruire una storia, a renderla credibile, a memorizzarla per poter essere congruente in momenti successivi. Per questo motivo, tralascia tutta una serie di aspetti legati alla comunicazione non verbale, che possono mostrarci un’incongruenza.
Chi ha una preparazione avanzata nell’analisi del linguaggio del corpo, può raccogliere indizi di falso tramite una serie di segnali, statisticamente associati alla menzogna:

 

i segnali di tensione: sono segnali di scarico della tensione emotiva, si manifestano quando la persona sta parlando di un argomento ansiogeno, oppure quando mente.
segnali di asincronia: sono segnali in cui la gestualità segue un ritmo diverso da quello delle parole. Sono segnali di carico cognitivo molto comuni in chi mente.
i segnali di incongruenza: sono segnali del corpo incongruenti al contenuto verbale espresso dal nostro interlocutore. E’ possibile identificarle in maniera attendibile solamente con strumenti di osservazione standardizzati come il Facial Action Coding System.
forme lessicali involute: sono forme linguistiche statisticamente associate alla menzogna.
Quando una persona mente, è molto attiva dal punto di vista cognitivo, ma anche dal punto di vista emotivo, in quanto entra in gioco la paura di essere scoperti e/o il senso di colpa.
Questo è manifestato dal linguaggio del corpo, pallore, rossore, dilatazione pupillare, segnali di autocontatto come grattamenti, la copertura della bocca, aumento dei segregati verbali sono solo alcuni dei segnali di tensione che il corpo lascia trasparire. Un aumento di questi segnali in una conversazione sono un elemento che merita di essere approfondito. Perché la persona, nei confronti di un certo argomento di conversazione, mostra segnali di tensione?
Una seconda grande categoria di segnali di menzogna sono i segnali di incongruenza,  questi segnali si verificano ogni qual volta il significato delle parole e il linguaggio del corpo hanno significati opposti.
Vediamo alcuni esempi di incongruenza, se una persona afferma “mi dispiace”, ma c’è una contrazione dello zigomatico maggiore (nella tecnica F.A.C.S. Unità d’Azione 12), abbiamo un segnale di incongruenza.
Le parole affermano dispiacere, ma il volto ha delle contrazioni muscolari associate alla felicità.

 

Se una persona afferma “sono certo che questo metodo funzionerà”, ma contrae il mento e il depressore del labbro (nella tecnica F.A.C.S, Unità d’Azione 15+17), ci sta mostrando un segnale di incongruenza: le sue parole esprimono una certezza, il suo volto esprime perplessità.
Il timing è un aspetto legato al tempo che le persone impiegano nel comunicare.
Tendenzialmente quando una persona mente,impiega più tempo a rispondere alle domande, in quanto deve costruire una risposta dal nulla, processo cognitivo più impegnativo dell’accesso alla memoria a lungo termine. Inoltre, gli errori di timing sono indizi di falso quando la gestualità che normalmente accompagna le parole perde il sincrono e va fuori tempo rispetto alle parole.
 Le forme lessicali involute sono forme linguistiche statisticamente associate alla dichiarazione di falso: esempi di forme lessicali involute sono l’aumento della formalità, le barriere verbali e tutti quegli espedienti verbali che consentono a chi mente di occupare il suo turno di conversazione con informazioni inutili o prive di contenuto.
Tutto ciò che proviene dai messaggi del corpo può solamente farci sospettare che il nostro interlocutore menta, il professionista che ha una preparazione specifica nelle tecniche di codifica e decodifica del linguaggio del corpo può usarle come base per formulare domande di approfondimento di ciò che il nostro interlocutore afferma.