Il benessere organizzativo: foglietto illustrativo

Il benessere organizzativo: foglietto illustrativo.

Parliamo tanto di benessere, sentiamo parlare di benessere, ma sappiamo che cosa sia il benessere?

Intanto sappiamo che il malessere ha un costo, è quantificabile sia a livello macro che a livello micro.

Delle stime inglesi ci dicono che per ogni componente dell’azienda che ha delle problematiche psicologiche si spende, all’anno, 10.000 sterline. Su un campione di un’azienda diventano cifre molto più grandi.

Il costo complessivo, ogni anno, allo stato Italiano, ad esempio, costa un 3.3% dell’intero PIL nazionale, tra spese dirette e indirette. La cifra che pesa di più, su queste spese, è quella relativa al fatto che le persone che stanno male perdono il lavoro o non lo cercano e, se ce l’hanno, non sono produttive. Si stima una perdita annua che va dai 35 ai 54 miliardi.

Allo stesso modo abbiamo le cifre delle situazioni eccelse, dove di benessere, aziendale e quindi personale, si abbonda. Ci sono degli esempi da seguire che possono insegnarci tanto, solo dobbiamo andarceli a cercare uno per uno. Perché di esempi che sono andati male abbiamo abbondati dati, ma quelli che vanno bene sono molto gelosi del proprio funzionamento.
Abbiamo già parlato di benessere in altri frangenti, orta proviamo a definirlo meglio.

Siamo talmente tanto abituati a descrivere ‘che cosa non sia’ che dargli una definizione vera, renderlo un concetto a sé stante, diventa qualcosa di molto complicato. Forse è anche per questo che le persone e le aziende non riescono a comprenderlo in tutto e per tutto.

Viene comunemente accettata la definizione dell’OMS che definisce il benessere così:

“uno stato di benessere dove l’individuo può utilizzare le proprie abilità, riesce a cooperare con i normali stressor della vita, può lavorare produttivamente e fruttuosamente, ed è in grado di dare un contributo alla comunità”

Però, nella vita di tutti i giorni, non siamo sempre felici e produttivi al massimo delle nostre capacità. Possono anche esserci periodi della vita in cui non siamo in grado di avere a che fare con gli stressor delle nostre giornate.

Al contempo stare bene e provare benessere uccidendo persone allo stesso modo non è un sinonimo di benessere, come vorremmo intenderlo noi.

Per quanto sia difficile andare a definizione il benessere nella sua natura più intima è inevitabile che ci siano delle linee guida che possono renderla una definizione comprensiva e inclusiva, a prescindere dalle differenze dei vari luoghi di provenienza.

Ne abbiamo trovata una che ci soddisfa sa uno studio (che trovate qui) di Galderisi, Heinz, Kastrup, Beezhold e Sartorius:

La salute mentale è uno stato dinamico di equilibrio interno che rende gli individui in grado di usare le proprie abilità in armonia con valori universali della società. Abilità cognitive e sociali di base; abilità di riconoscere, esprimere e modulare le proprie emozioni, oltre all’empatizzare con gli altri; flessibilità e abilità di far fronte alle avversità della vita e alle funzioni dei ruoli sociali; una relazione armoniosa tra il corpo e la mente rappresenta un importante componente della salute mentale che contribuisce, a vari livelli, allo stato di equilibrio interno.

Una definizione tutt’altro che semplice e semplificata di benessere, che vuole contenere al suo interno tutto l’insieme di sfaccettature di cui siamo composti.

Ad esempio il concetto di ‘dinamico equilibrio interno‘ si riferisce alla capacità di far fronte e riadattarsi nei vari momenti della propria vita: le crisi adolescenziali, il matrimonio, il diventare gentiri, il perdere il lavoro, ecc. Tutti momenti che sono complicati da affrontare e che non sono per niente facili, dove le emozioni negative sono presenti. In questo senso il benessere risiede nella capacità di trovare un equilibrio interno e riassestarlo a seconda dei momenti che si stanno vivendo.

In generale, il concetto di equilibrio interno, è il cardine di tutta la presente definizione di equilibrio, in quanto permette di equilibrarsi anche quando una delle componenti non funziona come dovrebbe. Perciò nonostante determinate mancanze si riesce comunque a vivere una vita piena e soddisfacente.

La regolazione emotiva è un concetto estremamente importante, che permette di cooperare con le proprie emozioni e regolarle, permettendo di far fronte a momenti difficili. E’ un0abilità che aiuta nel far fronte allo stress e alla depressione.

L’empatia è quella capacità che permette di capire che cosa le altre persone stiano provando e di sentirlo sulla propria pelle. L’assenza di questa capacità inficia le relazioni sociali, è un fattore che aumenta la violenza e contribuisce alla strutturazione di un disturbo di personalità antisociale e inficia la socialità a tanti livelli.

La flessibilità è la possibilità di cambiare il modo di fare e le idee in corso d’opera, accogliendo differenti punti di vista e nuove prospettive. La mancanza di flessibilità, di evince da sé, può creare problematiche di rigidità, grandi difficoltà in situazioni nuove, ed è un tassello importante in alcuni disturbi come il disturbo ossessivo compulsivo.

Per ultimo un concetto a noi molto caro, ovvero che la mente e il corpo sono la stessa cosa, curi uno e curi anche l’altro. Sono profondamente interrelati e senza l’uno non ci sarebbe l’altro, e si influenzano e si ammalano insieme.

Eppure questo è così solo sulla carta. Innanzi tutto la maggior parte delle persone non sa cosa significhi davvero benessere e, soprattutto, ignora o teme la parte mentale. Non ci metteremo a ribadire, in quanto clinici, che già avere timore denota una certa resistenza che è già degna di nota.

Il considerare il benessere psicologico qualcosa di non ben definito, in qualche modo spaventoso, rema contro la realtà aziendale.

Con questa complessa definizione si riesce a capire molto meglio che cosa vogliamo dire come benessere. Spiega chiaramente tutte le componenti e le trame che si dipanano dal soggetto e tutta la catena che unisce l’interno (il nostro sé) con l’esterno (ambiente)

Un insieme di tasselli che vanno a comporre la persona, il comportamento, la cognizione e le emozioni. Si parla di consapevolezza e di analisi, della capacità di adattarsi alle situazioni che ci succedono, di mutare con le richieste interne o esterne, di essere in movimento.

Pertanto lo stesso concetto di benessere all’interno dell’azienda è un concetto estremamente sfaccettato che comprende tanti tasselli al suo interno che riguardano le persone che fanno parte di quella realtà.

Il benessere parte dalle persone singole quindi.

Occuparsene è qualcosa di complesso, che richiede grandi attenzioni e, sicuramente, non può essere messo in fondo alla lista dei ‘To do‘ dell’azienda.

Secondo delle stime un dipendente che non sta bene si assenta una media di 27 giorni all’anno, con un’impatto importante sui rate di assenteismo. Lascia anche il lavoro più frequentemente e, comunque, anche se presente al lavoro non produce come gli altri.

Riuscire a intercettare questi bisogni all’interno della propria azienda è il primo dovere dell’imprenditore e del management, che si deve occupare del proprio capitale umano. Non soltanto perché una persona che sta male gli frutta meno, ma anche perché una persona che sta bene ha un impatto che va ben oltre il fatturato aziendale, contribuisce anche a creare un mondo migliore.

E il benessere organizzativo quindi? Da cosa è composto?

Partendo dal presupposto che si basa su quello che è il benessere della singola persona e del gruppo e, di conseguenza, dell’azienda, si tratta di applicare il concetto di benessere a tutte le fasi che in un’azienda comprendono le persone.

Si parla quindi di:

  • Assessment per la selezione
  • Attenzione all’inserimento
  • Formazione continua
  • Possibilità di confronto dei dipendenti
  • Cura del dialogo e dei rapporti
  • Attenzione all’ergonomia e ai fattori strutturali
  • Creazione di sinergie
  • Focus su obiettivi condivisi
  • Coinvolgimento nelle direttive aziendali

Insomma, visto e considerato che l’azienda è un essere vivente e risponde esattamente come tale a ciò che succede, possiamo dire che comprende tutto.

Perché il benessere è la vera innovazione del domani.

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Management del benessere organizzativo

Management del benessere organizzativo: ciò che può fare la differenza

Il benessere psicologico è un costrutto multidimensionale in cui si integrano l’aspetto fisico e l’aspetto mentale, in relazione a ciò che avviene nell’ambiente circostante; in ambito lavorativo, parlando di management del benessere organizzativo si intende il benessere come sinonimo della piena espressione del potenziale di ciascun individuo (1,7), sia a livello emotivo sia cognitivo, che rappresenta un aspetto preponderante del clima organizzativo.

Il clima diventa quindi un tema centrale nell’analisi della salute di un’organizzazione, è condiviso dai suo membri, si compone di percezioni e rappresentazioni cognitive, è relativamente stabile nel tempo, è capace di influenzare i comportamenti e può essere usato dai lavoratori stessi come base per interpretare le situazioni e i cambiamenti che sopraggiungono.

Sommariamente, il raggiungimento dei livelli attesi di crescita e benessere può avvenire tramite il soddisfacimento dei fondamentali bisogni di competenza personale, autonomia e relazionalitá, in tutte le loro sottodimensioni (4).

Parlando di management del benessere organizzativo, si può fare riferimento ai diversi studi nell’ambito del benessere lavorativo, tra i quali emerge il modello JD-R (Job Demands-Resources model) per cui ogni occupazione è caratterizzata da richieste e risorse, intendendo come richieste quegli aspetti fisici, psicologici, sociali e organizzativi del lavoro che, richiedendo sforzi o abilitá, intensi comportano costi fisiologici e psicologici, mentre le risorse sono tutti gli aspetti che sono funzionali al raggiungimento degli obiettivi, riducono le richieste lavorative e i costi ad esse associati, stimolano l’apprendimento e la crescita personale (2).

Un importante indicatore di benessere psicologico è rappresentato dalla soddisfazione lavorativa, in relazione alle diverse caratteristiche dell’organizzazione e delle attività svolte, tra cui il carico di lavoro, la chiarezza dei ruoli e le relazioni con superiori e colleghi (8,9).

Da questa breve analisi si può comunque dedurre che sono numerosi gli aspetti in grado di danneggiare il benessere dell’organizzazione, tra i quali si possono riscontrare frequentemente la scarsa chiarezza e i conflitti riguardanti i ruoli e le procedure di lavoro, la non equa giustizia relazionale dei supervisori, il supporto scarso o addirittura assente dei colleghi: tali aspetti devono essere attentamente e costantemente valutati ed riaggiustati poiché possono portare a problematiche profondamente incidenti sul lavoratore, fino alla comparsa di reazioni fisiologiche e comportamentali allo stress quali ad esempio disturbi del sonno e aumento dell’assenteismo, che si riflettono poi sulla salute organizzativa dell’intera azienda, innescando un circolo dal quale diviene complesso uscire (3).

Un ulteriore indicatore di assenza di benessere emotivo a lavoro è l’esaurimento emotivo, conseguenza a lungo termine di stress e richieste/pressioni lavorative, in grado di influenzare le prestazioni dell’individuo: una distribuzione non equa dei compiti o un eccessivo carico di lavoro dovuto a richieste elevate non accompagnate da un’adeguata preparazione o sostegno, una gestione incoerente delle priorità, possono contribuire a incrementare il vissuto di malessere del lavoratore fino ad arrivare a veri e propri fenomeni come ad esempio il burnout, in cui i soggetti sviluppano un lento processo di logoramento o decadenza psicofisica dovuta alla mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato, con conseguente esaurimento e depersonalizzazione (5).

La rilevazione del clima e del benessere organizzativo è perciò un intervento molto importante che dota l’azienda di un proprio barometro sociale interno, fornendo al management un quadro aggiornato sulle percezioni del personale, utile per poter comprendere eventuali problematiche emergenti e per poter intervenire repentinamente laddove ve ne sia necessità.

Non bisogna sottovalutare quindi il vissuto dei lavoratori sia come singoli sia come gruppo e occorre focalizzarsi sul potenziamento delle risorse personali e aziendali (6), come l’auto efficacia e il supporto esterno, oltre che attuare progetti di prevenzione a partire dalla predisposizione di tavoli di lavoro durante i quali rivedere periodicamente le procedure, al fine di semplificarle il più possibile, nonché pianificare interventi formativi con particolare attenzione al management, per incrementarne la capacità di gestione dei collaboratori, di valutazione delle prestazioni e di gestione dei feedback.

In questo articolo abbiamo quindi parlato di management del benessere organizzativo e del ruolo fondamentale che ricopre nell’analisi della salute aziendale, aspetto spesso sottovalutato nelle valutazioni e nei controlli periodici; se avete commenti, dubbi, domande o volete esprimere il vostro parere, non esitate a contattarci.

 

© Il management del benessere Organizzativo – Dott.ssa Alice Franceschini

 

Bibliografia

1.Adams T, Bezner J, Steinhardt M: The conceptualization and measurement 1. of perceived wellness: Integrating balance across and within dimensions. Am J Health Promot 1997; 11: 208-218.
2. Bakker AB, Demerouti E: Job demands-resources theory. In Chen PY, Cooper CL (eds.): Work and Wellbeing: A complete reference guide. Chichester, UK: Wiley-Blackwell, 2014: 37-64.
3. Caplan, R. D., Cobb, S., & French, J. R. (1975). Job demands and worker health; main effects and occupational differences. In Hew Publication (NIOSH) (Vol. 75). DHEW.
4. Dal Miglio, G., P. R., Salomone, A., & Zamaro, N. (2012) Clima e benessere organizzativo nel quadro dei sistemi di valutazione delle performance.
5. Demerouti, E., Mostert, K., & Bakker, A. B. (2010). Burnout and work engagement: a thorough investigation of the independency of both constructs. Journal of occupational health psychology, 15(3), 209.
6. Hantula, D. A. (2015). Job satisfaction: The management tool and leadership responsibility. Journal of Organizational Behavior Management, 35(1-2), 81-94
7. Harari MJ, Waehler CA, Rogers JR: An Empirical Investigation of a Theoretically Based Measure of Perceived Wellness. J Counsel Psychol 2005; 52: 93-103.
8. Kooij, D. T., Jansen, P. G., Dikkers, J. S., & De Lange, A. H. (2010). The influence of age on the associations between HR practices and both affective commitment and job satisfaction: A metaanalysis. Journal of Organizational Behavior, 31(8), 1111-1136.
9. Yaacob, M., & Long, C. S. (2015). Role of occupational stress on job satisfaction. Mediterranean Journal of Social Sciences, 6(2 S1), 81.

 

 

 

Il Counseling come attività di supporto allo sviluppo globale dell’individuo

Il Counseling come attività di supporto allo sviluppo globale dell’individuo

 

 

Il counseling organizzativo si forma sulla base dell’esperienza del counseling individuale, inteso come azione d’aiuto al singolo per ottenere un orientamento comportamentale in differenti ambiti  (scolastico e lavorativo, familiare e di coppia, sanitario, inerente allo stress ambientale…).

 

 

Il primo obiettivo del counseling è quello di favorire e/o mantenere uno stato di benessere nella persona che si rifletterà come conseguenza nelle relazioni e nei contesti di vita in cui essa vive: in particolare supporta gli individui che affrontano fasi di transizione psicosociali, siano esse normative o idiosincratiche (i canonici momenti di passaggio, propri di un percorso evolutivo e i cambiamenti improvvisi che possono sconvolgere i normali ritmi di vita) e sostiene i processi di scelta insiti negli stessi momenti di transizione psicosociale.

 

I due ambiti in cui, inizialmente nei paesi anglosassoni, si esprime il counseling sono quello scolastico e quello professionale, a testimoniare l’importanza di scegliere un percorso di studi e di lavoro, adatto per il soggetto e quindi motivante per la sua realizzazione personale. Il counseling professionale ha preso maggiormente piede, quando si è sviluppata l’idea che il lavoro possa avere una parte centrale nella vita e nell’identità delle persone: lo stadio in cui esso è cresciuto e diverso di più riguarda il passaggio dall’era industriale e quella dell’informazione. In tale periodo si affermano da un lato la life career development, un’azione di sviluppo delle traiettorie di carriera e dall’altro l’outplacement e il career counseling  come sostegno alle situazioni di ristrutturazione aziendale e di riconversione del tessuto produttivo.

 

 

Le direttrici del counseling come supporto alla persona sono riassumibili nei punti di seguito descritti. Il counseling è una relazione d’aiuto ovvero un contesto in cui si creano legami basato, come afferma il Filosofo Martin Buber, su un rapporto io-tu, in cui vi è un riconoscimento e un’accettazione incondizionata dell’altro. Essa diviene un’esperienza in comune che comporta reciprocità e rappresenta un luogo accogliente e non giudicante in cui la persona, in ragione di questo co-esistere con l’altro, trova una condizione di cura amorevole dove attuare profondi mutamenti; essa mira a far sentire l’altro talmente accettato da consentirgli di esprimere il vero sé e appagare bisogni umani basilari, entrando in contatto con i propri vissuti emotivi e con i blocchi che impediscono il dispiegarsi d’energie/potenzialità.

 

A prescindere dai compiti specifici d’ogni professione d’aiuto tale relazione ha come scopo ultimo la promozione dello sviluppo e della maturazione dell’individuo, un processo evolutivo che si costruisce grazie alla presenza di un operatore, dotato di un’elevata consapevolezza di sé, in grado di comprendere il problema e di aiutare la persona a trasformarsi (aumento dell’autostima, maggiore stabilità emotiva e migliore integrazione sociale).L’aiuto riesce a riattivare e riorganizzare le risorse interiori (emozionali, affettive, cognitive…), presenti nel soggetto, senza nulla aggiungere all’esterno. Ha l’obiettivo di aiutare le persone ad aiutarsi quindi di facilitare e sostenere, fornendo un posto in cui osservare in modo distaccato la propria condizione di conflitto, ma non di consigliare, se per consiglio intendiamo prescrizioni e indicazioni direttive su come agire.

 

 

L’operatore non si sostituisce all’individuo nella soluzione del problema, bensì lo porta ad un maggiore livello di coscienza dei vissuti emotivi e degli schemi comportamentali e di pensiero che attiva, usando la comprensione empatica (sentire il mondo personale del cliente “come se” fosse il nostro senza mai perdere la qualità del “come se) e non la spiegazione razionale e l’interpretazione. Rogers sostiene che non è compito dell’operatore cambiare l’individuo, ma sarà quest’ultimo che cercherà di cambiare e sviluppare sé stesso, fino ad assumere fiduciosamente l’autodirezione.

 

Opera nel campo della decisione e della scelta, vocazionale e personale. L’operatore, si propone di accompagnare la persona ad affrontare stati di normale conflittualità, sperimentati nel momento in cui questa deve rendere una decisione importante, per superare una situazione, vissuta come problematica.

 

 

Considerando che l’atto del decidere implica sempre uno sforzo emotivo e cognitivo, conseguente la scelta migliore e l’abbandono delle possibili scelte, in taluni casi si va incontro ad una confusione e disorientamento da cui é difficile uscire, senza il confronto con un agente esterno. E’importante evidenziare però che si è sempre in una condizione di normalità e che la persona è considerata capace di valutare e assumere una decisione in piena autonomia, senza cadere in stati d’indecisione e di blocco, paralizzanti. E’ infine considerato un intervento breve, circoscritto a un problema specifico (affrontare eventi stressanti della vita, migliorare le relazioni, prendere decisioni su specifiche questioni, intraprendere un cammino per sviluppare maggiore consapevolezza personale…) portato dal cliente, riguardo cui operare delle scelte o degli aggiustamenti.

 

Prevede una prima fase di chiarificazione a cui deve seguire una fase d’azione in cui poter monitorare il graduale riappropriarsi delle competenze, essenziali ad attuare il benessere psicofisico.

 

Poiché, non è semplice circoscrivere il problema, la fase di diagnosi è fondamentale per impostare un intervento di counseling efficace: ad esempio nell’orientamento spesso la richiesta d’aiuto nasconde sullo sfondo una domanda latente, estesa ad aree differenti, che è essenziale fare emergere egestire, se necessario, attraverso l’invio ad altre figure professionali.

 

 

Lo scopo è il cambiamento, sia esso interno alla persona o relativo alla situazione esterna, che conduce al superamento del bisogno: è pertanto un obiettivo d’ordine adattivo e non strutturale (il focus non è sulla struttura di personalità che può comportare la ristrutturazione globale del proprio modo di essere) sebbene, perché ci sia un reale cambiamento, è necessario agire anche, almeno indirettamente, sugli schemi cognitivi che determinano il comportamento di un individuo.

 

Centrale infine è la relazione tra il counselor e il cliente, un’esperienza d’apprendimento interattivo tra due soggetti in contatto tra loro, posti in una posizione di parità e uniti da un patto di fiducia e di rispetto reciproco: spesso il buon esito del percorso  intrapreso dipende proprio dalla qualità dell’alleanza che si è creata tra i due.

 

 

In conclusione il fine ultimo del Counseling individuale è lo sviluppo armonico e funzionale della personalità che si esprime nella riscoperta di modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un elevato stato di benessere.

 

Il risultato del Counseling è misurabile attraverso il grado in cui si riesce a rendere una persona capace d’azioni razionali e buone, a renderla più soddisfatta, più in pace con se stessa, più capace di condurre una vita serena socialmente integrata.

 

© “Il Counseling ed il bilancio di competenze in azienda. Ipotesi di una sinergia professionale orientata alla persona e al business” – Dott.ssa Camilla Girelli

Gli sviluppi del Counseling

Gli sviluppi del Counseling

 

Oggi il counseling è uno strumento di consulenza individuale ampiamente usato come pratica di supporto allo sviluppo delle persone anche negli ambienti organizzativi (counseling organizzativo), in risposta al crescere della complessità e delle difficoltà ambientali.
Le capacità richieste e gli ambienti lavorativi cambiano rapidamente e diviene sempre più rilevante la necessità di un supporto che aiuti le persone a riprogettare il proprio percorso professionale.

 

Il counseling organizzativo non cura la “patologia, ma fornisce un supporto che ha l’obiettivo di stimolare e valorizzare le capacità delle persone di vivere in modo più integrato e soddisfacente.

 

Molto spesso, il counseling è confuso con altre attività come quelle del mentoring e del coaching, che si possono definire “cugine del counseling”.

 

Dal punto di vista tecnico, il counseling, mentoring e coaching sono forme di aiuto che si differenziano tra loro solo per l’area di applicazione: il counseling cerca di risolvere una determinata area problematica, il mentoring cerca di fornire una guida alla comprensione dell’organizzazione aziendale e delle sue regole, mentre il coaching cura l’acquisizione di conoscenze e capacità professionali critiche per lo svolgimento del lavoro.

 

E’ interessante ricordare che il termine “coach” deriva dal Middle English “coche” e corrisponde al termine inglese moderno “wagon” (carro) o “carriage” (carrozza, vettura).

 

Tornando al counseling organizzativo, possiamo affermare che esso rappresenti una sintesi tra un intervento d’aiuto individuale, di sviluppo professionale e la conoscenza delle tematiche del cambiamento e della cultura organizzativa, favorendo il confronto tra le parole chiave delle organizzazioni (cambiamento, prestazione, capacità, obiettivi) e le mappe cognitive ed emotive delle persone (esperienze, emozioni, cognizioni, memorie).

 

E’ sostanzialmente un’attività di cerniera tra la consulenza comportamentale e la consulenza organizzativa.
E’ senz’altro un processo delicato, poiché la richiesta d’adattamento organizzativo può essere percepita dalla persona come un’intrusione sgradevole o come un’opportunità, infatti, qui si gioca la professionalità del Counselor, che ha il compito di dare alla persona l’opportunità di scoprire un modo di vita più proficua e finalizzata ad un più elevato standard di benessere (e quindi di maggior produttività per l’organizzazione), grazie alla possibilità di agire sulle sue risorse “sane” non ancora completamente utilizzate. L’intervento del counseling è quindi un intervento di supporto, mirato a specifiche situazioni problematiche, con una durata piuttosto breve, focalizzato sul presente, che si esprime con colloqui individuali periodici con la/le persone/a coinvolta/e dall’organizzazione.

 

In ambito aziendale, le difficoltà lavorative che più frequentemente spingono l’organizzazione a coinvolgere i dipendenti in un progetto di counseling sono:

 

– la resistenza al cambiamento;
– la demotivazione;
– la gestione del tempo;
– le difficoltà relazionali;
– lo stress;
– la mancanza di concentrazione;
– la scarsa produttività;
– la conflittualità;
– l’assenteismo.

 

Il counselor deve quindi affrontare sia problemi che si originano dalla persona, sia problematiche che derivano dal rapporto tra organizzazione e persona, nonché provenienti dall’esterno di entrambe le entità.

 

Il punto critico del successo per il counselor organizzativo starebbe nel riuscire a conciliare i bisogni dell’organizzazione (efficacia, efficienza, risultati, ecc.) e dei dipendenti (benessere, soddisfazione, coinvolgimento emotivo, ecc.) inseriti nel processo di counseling.
(Biggio, 2005).

 

 

 

 

 

 

 

 

Stile repressore e benessere: Discussione finale

Discussione finale

Le analisi effettuate mostrano risultati interessanti; in accordo con la mia ipotesi, chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto ai test sul benessere e sulla qualità di vita (WEMWBS, WHO-5, PANAS, PGWBI e PWBS).

La divisione ulteriore effettuata in base alla classificazione di Weinberger ha permesso di ottenere maggiori informazioni circa l’influenza di ognuna delle possibili combinazioni tra ansia e desiderabilità sociale.

Nell’analisi fatta con lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico della WEMWBS fra i quattro gruppi di Weinberger (AltaSD-AltaANSIA; AltaSD-BassaANSIA; BassaSD-BassaANSIA; BassaSD-AltaANSIA), il sottogruppo dei repressori (AltaSD-BassaANSIA) mostra al test il punteggio più alto rispetto ai restanti tre gruppi.

Un po’ diversi sono i risultati ottenuti dall’analisi effettuata attraverso il WHO-5, che ha lo scopo di valutare la qualità di vita; in questo caso il sottogruppo che ottiene il più alto punteggio alla scala è quello della “BassaSD-BassaANSIA”, ma le differenze significative sono date solo dalla componente dell’ansia e cioè i gruppi con bassa ansia riportano un punteggio al benessere più elevato.

Le differenze di risultato, rispetto a quello ottenuto alla WEMWBS, potrebbero essere dovute alla diversa dimensione misurata dal WHO-5 ovvero la qualità di vita, che sebbene sia un concetto correlato al benessere non è comunque uguale.

É interessante quindi notare che, tra le 2 componenti che costituiscono lo stile repressore, quella che influenza maggiormente la variabile dipendente è l’ansia, poiché, i gruppi che presentano AltaANSIA riportano differenze significative rispetto ai due gruppi con BassaANSIA, indipendentemente dalla bassa o alta Desiderabilità Sociale, mentre non risultano differenze significative tra i gruppi “AltaSD-BassaANSIA” e “BassaSD-BassaANSIA”. In generale si può affermare che i soggetti che riportano alti livelli di ansia, indipendentemente dal grado di desiderabilità sociale, riferiscono un peggior livello di benessere psicologico, mentre gli altri sottogruppi, che possiedono una BassaANSIA, ottengono i punteggi più elevati.

L’esame delle differenze tra gruppi suddivisi in base alla variabile “sesso” offre risultati non omogenei; in effetti anche in base alla letteratura di riferimento non avevamo particolari aspettative (Andrew & Withney, 1976; Campbell et al., 1976).

In generale, sembra comunque che il campione femminile mostri meno benessere rispetto a quello maschile; alla WEMWBS, al PGWBI e al WHO-5 i maschi ottengono punteggi più alti, rispetto alle femmine, in modo non significativo nelle prime due e significativo nell’altra scala; al PANAS-N, atto a valutare l’affetto negativo, l’effetto del sesso appare significativo, nel senso che i soggetti maschi ottengono un punteggio più basso, che quindi indica un maggior benessere, mentre al PANAS-P, che valuta l’affetto positivo, le femmine mostrano punteggi più alti, anche se non significativamente.

Alla PWBS, all’interno delle sottoscale “crescita personale”, “autoaccettazione” e “scopo nella vita”, i maschi ottengono un punteggio più elevato, anche se non significativo, forse perché è socialmente qualificante per gli uomini mostrare di avere ambizioni e di sapere ciò che vogliono ottenere dalla vita; queste certezze offrono loro un certo grado si sicurezza che è alla base della completa accettazione di se stessi. Tali risultati sono in accordo con quelli di Ruini, Ottolini, Rafanelli, Ryff e Fava (2003).

L’effetto dell’età, considerata come covariata, non risulta avere effetti particolarmente significativi, se non alla sottoscala della crescita personale della PWBS: in effetti sembrerebbe logica tale relazione dato che quest’ultima coinvolge sentimenti di crescita, nuove esperienze e il raggiungimento di una più alta conoscenza di se stessi.

L’effetto dall’altra covariata presa in considerazione, ovverola scolarizzazione, sembra essere significativo nella sottoscala della crescita ambientale, della padronanza ambientale e dello scopo nella vita. È’ infatti probabile che il fatto di aver conseguito il diploma o la laurea permetta di poter accedere a professioni che prevedono l’assunzione di maggiori responsabilità, in previsione di mete più alte da raggiungere e consenta anche di avere l’impressione di sentirsi più abili e capaci nel controllare e dominare l’ambiente; tali risultati sono in accordo con quelli ottenuti da Ruini, Ottolini, Rafanelli, Ryff e Fava (2003).

Infine, il fatto di essere sano o malato non ha riportato alcun effetto significativo, al contrario di ciò che avevamo ipotizzato; questo potrebbe essere spiegato dal fatto che i pazienti che formavano il campione, reclutati nelle sale d’aspetto dell’Ospedale, potevano trovarsi in quel particolare contesto semplicemente per un controllo, senza per questo motivo avere una patologia e sentirsi quindi malati.

Un’altra spiegazione potrebbe essere data dal campione molto specifico, ovvero reclutato in un’unica sala d’attesa, e poco numeroso.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

Confronti nei punteggi del benessere psicologico PWBS

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (PWBS)

 

1) La prima analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala dell’AUTONOMIA della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione non è rispettata: la media dei residui della variabili dipendente è = a 0, il valore dell’asimmetria è compreso tra –1 e +1 (Skewness= – 0,670), ma il valore della Kurtosi non è compreso tra –1 e +1 (Kurtosi= 1,040).

Non ho potuto quindi procedere con l’analisi.

2) La seconda analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala dell’AUTOACCETTAZIONE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,411; Kurtosi= 0,388); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,057).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = -0,068 tra età e AUTOACCETTAZIONE; r = 0,150 tra scolarizzazione e AUTOACCETTAZIONE, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra autoaccettazione, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi dell’autoaccettazione è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 19.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala dell’autoaccettazione, rispetto ai non repressori. Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 20.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,124) = 7,945; p < 0,05; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala dell’autoaccettazione del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,124) = 0,858; p = 0,356; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala dell’autoaccettazione.

In conclusione lo stile ha un’influenza sui punteggi alla scala; nello specifico, chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio maggiore alla sottoscala dell’autoaccettazione del PWBS.

3) La terza analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala della CRESCITA PERSONALE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,285; Kurtosi= 0,251); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,148).

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,001 tra età e CRESCITA PERSONALE; r = 0,001 tra scolarizzazione e CRESCITA PERSONALE, p < 0,0001); questo significa che c’è una relazione tra crescita personale, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 21.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala della crescita personale, rispetto ai non repressori. Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 22.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti non è significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE non è significativo: F(1,123) = 2,526; p = 0,115; lo stile repressore  non influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della crescita personale del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,123) = 0,315; p = 0,576; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della crescita personale.

L’effetto delle covariate ETÁ e SCOLARIZZAZIONE risulta significativo (p < 0,05).

In conclusione lo stile e il sesso non influenzano i punteggi alla scala, mentre le covariate età e scolarizzazione hanno un effetto significativo.

4) La quarta analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala della PADRONANZA AMBIENTALE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,341; Kurtosi= -0,092); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,184).

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,032 tra età e PADRONANZA AMBIENTALE; r = 0,002 tra scolarizzazione e PADRONANZA AMBIENTALE, p < 0,05); questo significa che c’è una relazione tra padronanza ambientale, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 23.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala della padronanza ambientale, rispetto ai non repressori. Inoltre le femmine riportano punteggi più alti rispetto ai maschi. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 24.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,123) = 12,336; p = 0,001; lo stile repressore  influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della padronanza ambientale del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,123) = 0,341; p = 0,560; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della padronanza ambientale.

L’effetto delle covariate ETÁ non risulta significativo (p > 0,05), mentre l’effetto della SCOLARIZZAZIONE risulta significativo (p < 0,05).

In conclusione lo stile e la covariata “scolarizzazione” influenzano significativamente i punteggi alla sottoscala della padronanza ambientale del PWBS.

Riporto qui sotto la tabella delle medie marginali attese, ovvero le stime delle Medie corrette in base all’effetto della covariata.

Tabella 25.

Le Medie marginali attese indicano punteggi inferiori nella V.D. del gruppo dei non repressori rispetto al gruppo dei repressori, indipendentemente dall’influenza della covariata.

5) La quinta analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala delle RELAZIONI POSITIVE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,410; Kurtosi= -0,502); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,650).

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,016 tra età e RELAZIONI POSITIVE; r = 0,011 tra scolarizzazione e RELAZIONI POSTIVE, p < 0,05); questo significa che c’è una relazione tra relazioni positive , misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 26.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala della padronanza ambientale, rispetto ai non repressori. Inoltre le femmine riportano punteggi più alti rispetto ai maschi. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 27

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,123) = 6,887; p = 0,010; lo stile repressore  influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala delle relazioni positive del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,123) = 0,448; p = 0,505; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala delle relazioni positive .

L’effetto delle covariate ETÁ e SCOLARIZZAZIONE non risulta significativo (p > 0,05), In conclusione lo stile influenza significativamente i punteggi alla sottoscala delle relazioni positive  del PWBS, nello specifico chi adotta uno stile repressore.

6) La sesta analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala dello SCOPO DI VITA della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sonoentrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,425; Kurtosi= -0,194); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione non risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi non è omogenea (test di Levene, p < 0,05).

Ho verificato la seconda assunzione solo con lo stile, ma il test di Levene non risultava rispettato (test di Levene, p < 0,05); ho verificato allora l’assunzione solo col sesso e risulta rispettata (test di Levene, p = 0,448).

Ho proceduto poi verificando la seconda assunzione di ANOVA con i due sottogruppi repressori e non repressori: per i primi non risulta rispettata ( p < 0,05), mentre per i non repressori risulta rispettata (test di Levene, p = 0,886).

Le mie analisi hanno quindi solo coinvolto il gruppo dei non repressori.

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,022 tra età e SCOPO DI VITA; r < 0,0001 tra scolarizzazione e SCOPO DI VITA, p < 0,05); questo significa che c’è una relazione tra scopo di vita, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 28.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che i maschi hanno un punteggio più alto alla sottoscala.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 29.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,102) = 0,068; p = 0,794; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala dello scopo di vita.

L’effetto delle covariate ETÁ non risulta significativo (p > 0,05).

L’effetto della covariata SCOLARIZZAZIONE risulta significativo (p = 0,10).

In conclusione solo la covariata “scolarizzazione” influenza significativamente i punteggi alla sottoscala dello scopo di vita  del PWBS.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

Confronti nei punteggi del benessere psicologico PGWBI

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (PGWBI)

 

1) L’analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico del PGWBI fra repressori e non repressori, sani o malati, e maschi e femmine, utilizzando come covariate l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione è formato da 129 soggetti di cui 77 femmine (59,7%) e 52 maschi (40,3%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabile dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,542; Kurtosi= – 0,16; questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,473).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = -0,108 tra età e PGWBI; r = 0,151 tra scolarizzazione e PGWBI, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra qualità di vita, misurata con il PGWBI, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi della qualità di vita è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 17.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala del benessere psicologico, rispetto ai non repressori. Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 18.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,125) = 6,72; p = 0,01; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere del PGWBI.

L’effetto del SESSO non è significativo, anche se molto vicino alla significatività: F(1,125) = 3,87; p = 0,051;  di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

In conclusione lo stile ha un’influenza sui punteggi alla scala; nello specifico, chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio maggiore alla scala del benessere psicologico.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

Confronti nei punteggi del benessere soggettivo PANAS

Confronti nei punteggi del benessere soggettivo (PANAS)

 

1) La prima analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala dell’affetto positivo (PA), del PANAS, fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato, e maschi e femmine, utilizzando come covariate l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 215 soggetti, di cui 132 femmine (61,4%) e 83 maschi (38,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,3; Kurtosi= – 0,02); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,255).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = -0,08 tra età e PANAS-P; r = 0,102 tra scolarizzazione e PANAS-P, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra affetto positivo, misurato con la PANAS, e l’età e la scolarizzazione.

La variabilità nei punteggi del benessere psicologico è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA, senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 13.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala dell’affetto positivo, rispetto ai non repressori.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi maggiori rispetto alle femmine.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 14.

L’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti non risulta significativo (p > 0,05).

Dalla tabella risulta che l’effetto dello STILE è significativo: F(2,210) = 6,102; p 0,003; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala dell’affetto positivo del PANAS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,210) = 3,23; p = 0,074; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala.

In conclusione lo stile influenza significativamente i punteggi alla scala dell’affetto positivo; nello specifico chi possiede uno stile repressore ottiene un punteggio più alto.

2) La seconda analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala dell’affetto negativo (NA), del PANAS, fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato, e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 215 soggetti, di cui 132 femmine (61,4%) e 83 maschi (38,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness=  0,502; Kurtosi= – 0,006); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,132).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r =  0,069 tra età e PANAS-N; r = -0,008 tra scolarità e PANAS-N, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra affetto negativo, misurato con la PANAS, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi del benessere psicologico è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA, senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 15.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più basso alla scala dell’affetto negativo rispetto ai non repressori.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più bassi rispetto alle femmine.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 16.

L’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti non risulta significativo (p > 0,05).

Dalla tabella risulta che l’effetto dello STILE è significativo: F(2,210) = 6,555; p = 0,002; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala dell’affetto negativo, rispetto ai non repressori.

L’effetto del SESSO risulta significativo: F(1,210) = 6,163; p = 0,014; di conseguenza la variabile sesso influenza in maniera significativa i punteggi alla scala.

In conclusione, lo stile e l’età influenzano significativamente i punteggi alla scala dell’affetto negativo del PANAS; nello specifico chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio più basso, così come i soggetti di sesso maschile.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (WEMWBS)

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (WEMWBS)

 

1) La prima analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico della WEMWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il campione è composto da 265 soggetti di cui 156 (58,9 %) sono femmine e 109 (41,1 %) maschi.

La primaassunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,55; Kurtosi= 0,76); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,139).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = 0,088 tra età e WEMWBS; r = -0,041 tra scolarizzazione e WEMWBS, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra benessere psicologico, misurato con la WEMWBS, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi del benessere psicologico è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 1.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala del benessere, rispetto ai non repressori.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine e i malati rispetto ai sani.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 2.

Dalla tabella risulta che l’effetto delle interazioni tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(2,253) = 11,941; p < 0,0001; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere della WEMWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,253) = 3,549; p = 0,61; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

L’effetto del GRUPPO (sani o malati) non risulta significativo: F(1,253) = 0,003; p = 0,954; la condizione sano o malato non influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

In conclusione lo stile ha un’influenza sui punteggi alla scala; nello specifico, chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio maggiore alla scala del benessere psicologico.

2) La seconda analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico della WEMWBS fra i quattro gruppi divisi in base alla tipologia di stile di riposta di Weinberger (AltaSD-AltaANSIA; AltaSD-BassaANSIA; BassaSD-BassaANSIA; BassaSD-AltaANSIA), sani e malati, maschi e femmine, utilizzando come covariate l’età e gli anni d’istruzione.

Il campione è composto da 265 soggetti di cui 156 (58,9 %) sono femmine e 109 (41,1 %) maschi.

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,55; Kurtosi= 0,76); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,495).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = 0,153 tra età e WEMWBS; r = 0,512 tra scolarizzazione e WEMWBS, p > 0,05).  Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F.

Tabella 3.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala del benessere, rispetto agli altri tre sottogruppi.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi maggiori rispetto alle femmine e i malati rispetto ai sani.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 4.

Dalla tabella risulta che l’effetto delle interazioni tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05).

L’effetto dello STILE è significativo: F(4,246) = 15,5; p < 0,0001; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere della WEMWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,246) = 3,206; p = 0,75; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

L’effetto del GRUPPO (sani o malati) non risulta significativo: F(1,246) = 0,688; p = 0,408; la condizione sano o malato non influenza, quindi,  in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

In conclusione lo stile influenza significativamente i punteggi alla scala del benessere psicologico; in generale si nota come chi possiede una bassa ansia ha punteggi più alti alla scala; nello specifico chi possiede anche un’alta desiderabilità (stile repressore), ottiene il punteggio più alto rispetto agli altri tre gruppi.

Per verificare fra quali gruppi esistono differenze significative occorre osservare i risultati della tabella dei confronti multipli o Post hoc:

Tabella 5.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDaltaA” e quelli di “altaSDbassaA” è = -6,33 e risulta significativa per p < 0,0001.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDaltaA” e quelli di “bassaSDaltaA” non risulta significativa (p > 0,05).

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDaltaA” e quelli di “bassaSDbassaA” è = -4,51 e risulta significativa per p = 0,003.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDbassaA” e quelli di “bassaSDaltaA” è = 8,43 e risulta significativa per p < 0,0001.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDbassaA” e quelli di “bassaSDbassaA” non risulta significativa.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “bassaSDaltaA” e quelli di “bassaSDbassaA” è = -6,61 e risulta significativa per p< 0,0001.

Tra le 2 componenti che costituiscono lo stile repressore, quella che influenza maggiormente la v.d. è l’ansia, poiché, i gruppi che presentano altaA riportano differenze significative rispetto ai due gruppi con bassaA, indipendentemente dalla bassa o alta SD, mentre non risultano differenze significative tra i gruppi “altaSDbassaA” e “bassaSDbassaA”.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive si nota che i gruppi aventi un altaA riportano medie significativamente più basse al punteggio della WEMWBS (altaSDaltaA= 39,82; bassaSDaltaA= 37,72) rispetto ai gruppi con bassaA (altaSDbassaA= 46,15; bassaSDbassaA= 44,32). Si nota, inoltre, che le persone con stile repressore riportano un punteggio al benessere più alto rispetto agli altri 3 gruppi, ma le differenze significative sono date solo dalla componente dell’ansia e cioè i gruppi con bassa ansia riportano un punteggio al benessere più elevato.

Tabella 6.

La tabella riportata raggruppa i sottogruppi in insiemi fra loro omogenei rispetto alle differenze dei punteggi medi nella VD, inserendo nello stesso insieme i gruppi che hanno medie non significativamente diverse fra loro.

Il primo insieme è formato dai gruppi “bassaSDaltaA” e “altaSDaltaA” che hanno medie fra loro non significativamente diverse per p > 0,05.

Il terzo insieme è formato dai gruppi “bassaSDbassaA” e “altaSDbassaA” che hanno medie fra loro non significativamente diverse per p > 0,05.

I soggetti che hanno riportato alti livelli di ansia, indipendentemente dal grado di desiderabilità sociale, riportano un peggior livello di benessere psicologico, come era logico aspettarsi. Invece i soggetti con stile repressore riportano un grado di benessere psicologico e di ansia analogo a quello delle persone non ansiose e non represse (con bassa desiderabilità sociale), proprio perché lo stile repressore inibisce la rappresentazione del disagio emotivo.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

Gli strumenti di misura del benessere

Gli strumenti di misura del benessere

La valutazione del benessere soggettivo

Il benessere soggettivo fa riferimento a stati interni e di natura soggettiva, a cui non necessariamente possono corrispondere fattori oggettivamente misurabili. Proprio per questo motivo i ricercatori hanno ritenuto che le misure più adeguate per cogliere l’esperienza del benessere fossero i resoconti soggettivi, attraverso questionari e interviste; molto spesso vengono utilizzate misure di self-report, ovvero una o più affermazioni rispetto alle quali si esprime il proprio grado di accordo in termini qualitativi su una scala numerica.

Nel corso degli anni questa modalità di rilevazione è stata sottoposta a varie critiche. Il problema principale riguardava l’eventualità che i resoconti soggettivi riflettessero adeguatamente gli stati interni. La psicologia clinica riteneva che queste misure non rappresentassero in modo fedele gli stati interni, in quanto le persone possono andare incontro a meccanismi di distorsione con funzione ego-difensiva, come ad esempio negare le proprie emozioni, In questo modo dichiarerebbero di essere più soddisfatte di quanto lo siano veramente, in accordo con le norme sociali e morali e con la cultura di riferimento.

Le prospettive cognitiviste hanno messo in luce come il processo di formulazione dei giudizi sul benessere sia complesso: di fronte ad una scala di valutazione le persone devono, per prima cosa, interpretare bene la domanda, ricercare nella memoria breve e a lungo termine le informazioni e comunicarle in maniera accettabile e chiara. In ognuna di queste fasi possono intervenire fattori suscettibili di influenzare la valutazione complessiva finale.

Tuttavia le analisi psicometriche degli strumenti hanno mostrato buone caratteristiche di validità, affidabilità e un buon grado di coerenza interna.

Come è stato visto precedentemente il benessere soggettivo include una componente cognitiva/valutativa e una componente affettiva ed emozionale, ovvero le emozioni che derivano dal giudizio di soddisfazione per la propria vita; esistono quindi strumenti che colgono l’una o l’altra componete o entrambe insieme.

Il benessere soggettivo può essere valutato a livello globale o a livelli più specifici, in riferimento a diversi ambiti della vita.

Si possono inoltre utilizzare scale ad un item solo che consistono in unica affermazione alla quale i soggetti rispondono scegliendo la risposta che meglio li rappresenta oppure indicando il proprio grado di accordo con l’affermazione. Spesso però le scale disponibili includono una varietà di affermazioni, con lo scopo di cogliere diverse componenti; tali scale possiedono in genere una miglior validità e fedeltà rispetto alle misure ad un item solo che, di contro, presentano come vantaggio il fatto di essere più brevi e più facili da somministrare.

Ovviamente non esiste uno strumento adeguato a priori; tutto è relativo allo scopo, alle esigenze del ricercatore e al tipo di popolazione.

Esempi di scale che misurano la componente affettiva/emozionale del benessere sono: la Scala dell’equilibrio affettivo di Bradburn (1969); essa si fonda su un modello del benessere emozionale, visto come differenza fra le due dimensioni dell’affetto positivo e negativo. Uno strumento più recente è il Positive and Negative Affect Scales di Watson (1988): misura anch’esso due dimensioni del benessere, l’affetto negativo e l’affetto positivo.

Fra le misure che colgono la componente cognitiva troviamo, ad esempio, la Satisfaction With Life Scale di Diener et al. (1985), in cui si pensa che i soggetti indicano il proprio grado di accordo, confrontando la proprie condizioni di vita con uno standard personale.

Pavot et al. (1998) hanno osservato che la valutazione della soddisfazione per la vita può trarre benefici dall’inclusione di una dimensione temporale; è plausibile che il grado di soddisfazione attuale sia influenzato dalla credenze e dalle aspettative dei soggetti circa il futuro. Per cogliere questa componente gli autori hanno costruito la Temporal Satisfaction With Life Scale (Pavot et al., 1998),che consente di valutare la soddisfazione globale del presente, passato e futuro.

Il benessere psicologico dell’anziano ha un ruolo determinante nella progressione o nel rallentamento del processo d’invecchiamento (Amoretti & Ratti, 2003) e contribuisce sostanzialmente al quadro generale della qualità della vita (Lawton, 1991). È quindi un’importante misura d’efficacia per interventi terapeutici, riabilitativi e assistenziali. Per questo motivo, in ambito gerontologico sono state sviluppate diverse misure: la Life Satisfaction Index di Neugarten et al. (1961) da cui si ricavano cinque dimensioni (il gusto per la vita rispetto all’apatia, fermezza e forza d’animo, congruenza fra scopi prefissati e scopi raggiunti, una concezione positiva di sé e tono dell’umore) e la Life Satisfaction in the Elderly Scale di Solomon e Conte (1984).

Fra le scale per bambini e adolescenti esiste la Multidimensional Students’ Life Satisfaction Scale (Huebner, 1994) che misura la soddisfazione in cinque contesti differenti: la famiglia, la scuola, gli amici, l’ambiente di vita e il sé.

Per valutare la soddisfazione dei pazienti psichiatrici esistono molte scale tra cui la Satisfaction with Life Domains Scale di Lehman (1983) e il Lancashire Quality of Life Profile (1996) che valuta le caratteristiche sociodemografiche, gli indicatori oggettivi e soggettivi e misure globali del benessere.

La valutazione del benessere psicologico

Oltre alla scale che valutano l’esperienza emozionale positiva e il senso di soddisfazione, esistono altri strumenti di misura che colgono altre dimensioni del funzionamento psicologico positivo.

L’autostima è fra le più utilizzate come indicatore del benessere (Scala di Rosenberg, 1965), seguita dall’ottimismo, dal locus of control e dalla self-efficacy.

Una delle scale maggiormente usate per cogliere il benessere psicologico è quella di Ryff (1989) che valuta sei criteri del funzionamento psicologico: l’autonomia (la capacità di indipendenza), il controllo ambientale (il grado di controllo e di competenza nella gestione dell’ambiente e la capacità di usufruire delle sue risorse), la crescita personale (la percezione di una crescita del sé), le relazioni positive con gli altri (la qualità delle relazioni personali), lo scopo nella vita (la presenza di mete ed obiettivi e la percezione di una direzione) e l’accettazione di sé (la presenza di un atteggiamento positivo verso se stessi e l’accettazione delle qualità negative).

Si tratta di uno strumento dotato di una portata più generale e più inclusivo rispetto alla scale che sono state applicate alla misurazione di aspetti specifici del funzionamento positivo (come l’autostima).

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti