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Fattori intervenienti nel rapporto tra individuo ed internet

Fattori intervenienti nel rapporto tra individuo ed internet

Foto di 377053 da Pixabay

Il ventunesimo secolo si caratterizza per l’avvento del cosiddetto mondo digitale di cui Internet rappresenta il principale mezzo di espressione. Al giorno d’oggi navigare online è divenuto parte integrante del nostro vivere, nonché strumento di lavoro essenziale per le organizzazioni. Il processo di globalizzazione, grazie soprattutto ad Internet, ha reso possibile il contatto con ogni paese e realtà del mondo promuovendo un utilizzo della rete sempre più diffuso. Diviene, dunque, una sfida stimolante per gli studiosi comprendere come le persone si comportano quando accedono ad Internet e come sono influenzati dal suo utilizzo. Internet rappresenta un eccellente strumento che può essere utilizzato dall’uomo come organo funzionale a diversi scopi, ma allo stesso tempo in maniera disfunzionale compromettendo, in questo caso, la qualità della vita. Le abilità umane possono far sì che un qualsiasi strumento, utilizzato nel modo giusto, risulti un utile organo funzionale nell’aiutare le persone a raggiungere i propri obbiettivi. Risulta, quindi, interessante individuare quali sono i fattori che inducono gli utenti e in questo caso gli emerging adults a fare un uso positivo o negativo di Internet. Uno degli aspetti fondamentali nelle transizioni degli emerging adults è sicuramente il supporto sociale e il ruolo giocato dalla Rete su tale aspetto (Mazzoni & Iannone, 2014). Il supporto sociale è stato definito come “le risorse fornite da un’altra persona” (Cohen & Syme 1985) o “come le risorse o beni sociali che le persone ricercano quando hanno bisogno di assistenza, consigli, approvazione o protezione”. L’assistenza sociale fornita dai membri del gruppo porta alla fedeltà (Wang & Wang, 2013). Non è tuttavia presente una definizione unanime di supporto sociale, né tantomeno una chiara concettualizzazione del costrutto (Cohen and Syme, 1985; Donald and Ware, 1984). Sherbourne e Stewart (1991) hanno cercato di misurare i componenti funzionali del supporto sociale:

(1) sostegno emotivo, che riguarda cura, amore e simpatia, (2) supporto strumentale, che fornisce assistenza materiale o assistenza comportamentale e citato da molti come “supporto tangibile”, (3) supporto informativo, che offre orientamenti, consigli, informazioni, o feedback che possano fornire una soluzione ad un problema, (4) supporto affettuoso che coinvolge espressioni di amore e affetto, e (5) compagnia sociale che prevede il trascorrere il tempo libero con le persone in attività ricreative.

Come risorsa psicologica ha dimostrato di tamponare l’effetto degli eventi stressanti e di avere un effetto diretto sul benessere personale (Cohen & Wills, 1985). Rozzell et al. (2014) hanno dimostrato che la percezione di supporto sociale può essere “veicolata” attraverso Internet e quindi migliorare il benessere dell’utente. Anche se Internet è diventata una risorsa importante per informazioni e intrattenimento, poco si sa circa i modi in cui gli individui utilizzano questa tecnologia per la ricerca di sostegno sociale. Grazie alle conversazioni online la persona può percepire una “vicinanza emotiva” sentendosi positivamente supportata. Alcuni studi in ambito clinico, si sono concentrati sul rapporto tra supporto sociale online e sviluppo di alcune patologie. Recenti ricerche hanno scoperto che i gruppi di supporto basati su Internet, tra cui Newsgroup, bacheche e liste per specifiche condizioni mediche hanno avuto successo nel migliorare alcuni risultati intermedi del paziente negli studi clinici (Brennan et al., 1995; Gallienne et al., 1993) e in particolare nei pazienti con AIDS (Brennan et al., 1991). Nello specifico questi studi hanno dimostrato che l’uso di un sistema di comunicazione computerizzato ha ridotto l’isolamento auto-segnalato in un processo di AIDS e ha portato ad una maggiore fiducia della famiglia nelle capacità di cura dei caregivers (Brennan et al., 1995; Gallienne et al., 1993; Brennan et al., 1991). Riguardo, invece, alla depressione, patologia ampiamente diffusa durante l’emerging adulthood, è stato dimostrato che partecipare con frequenza a gruppi di supporto su Internet è direttamente collegato con il superamento del disturbo nel breve/lungo periodo (Houston et al., 2002). Inoltre, come sostenuto da Oh, Ozkaya, & LaRose (2014), avere un maggior numero di amici sui Social Network Sites aumenta la quantità di interazioni di supporto intrapresa, che a sua volta migliora le influenze positive sperimentate. La ricerca di supporto sociale online porta, però, con sé dei rischi. Un recente studio ha concluso che una maggiore quantità di interazioni online può, in alcuni casi, essere dannoso al benessere (Chan, 2015). In questo caso l’utilizzo di Internet può portare ad un processo di “strumentalità inversa” (Ekbia & Nardi, 2012). In particolare Caplan (2003) ha trovato che impegnarsi in interazioni sociali online può portare allo sviluppo di un uso problematico di Internet (PIU), ovvero un’inabilità a controllare l’utilizzo della Rete, il che provoca conseguenze negative nella vita dell’individuo. Egli innanzitutto ha dimostrato che preferire l’interazione sociale online all’interazione “faccia a faccia” aumenta gli esiti negativi di Internet sulla propria vita. Inoltre, nei casi più estremi, da un utilizzo problematico di Internet si può passare ad una vera e propria dipendenza (Internet Addiction). Rilevante è il lavoro di Casale, Fioravanti, Flett, & Hewitt (2014) i quali hanno individuato che percepire un basso sostegno sociale offline, esibito dalla rete di contatti della vita reale da quelli amicali a quelli familiari, aumenta le probabilità di sviluppare un uso problematico di Internet. Questo perché il soggetto ricerca online il supporto sociale che non trova nella vita reale. All’opposto Wang & Wang (2013) sostengono che il supporto sociale offline ha una relazione negativa con l’uso problematico di Internet. La spiegazione è fornita da Swickert et al. (2002) i quali esprimono che nello studio del rapporto tra Internet e supporto sociale devono essere indagati gli effetti moderatori. Secondo il gruppo di studiosi il supporto sociale offline ha un effetto moderatore sul supporto sociale online nel determinare gli effetti di quest’ultimo sull’uso problematico di Internet e sul benessere. La loro domanda di ricerca è così esplicitata: il sostegno sociale offline è un moderatore tra il sostegno sociale online, l’uso problematico di Internet e la soddisfazione di vita. Quindi se l’individuo cerca sostegno sociale online, lo fa allo scopo di compensare la debole linea sociale offline, con alto rischio di sviluppare un uso problematico di Internet. Di conseguenza il sostegno sociale online predice positivamente l’uso problematico di Internet solo quando il sostegno sociale offline è basso. Per concludere, il sostegno sociale online predice soddisfazione di vita solo quando il sostegno sociale offline è alto.

Un altro fattore molto importante nel rapporto tra utente ed Internet è l’assorbimento cognitivo. Precedenti ricerche (Mazzoni, Baiocco, Cannata in press) ne hanno sottolineato la grande importanza nell’utilizzo della Rete. Tuttavia, non è ancora chiaro se l’assorbimento cognitivo protegge contro un uso improprio di Internet, o se si tratta di un antecedente ad esso. Chiaro è però il suo ruolo di mediazione riguardo all’uso problematico. L’assorbimento cognitivo è stato spesso reso operativo attraverso il concetto di “flow” (Nakamura & Csikszentmihalyi, 2002). Rettie (2001) ha descritto il flow come la forza che le persone rivolgono allo schermo mentre si impegnano in attività in Rete. Tale concetto è stato utilizzato per prevedere i risultati positivi dell’uso di Internet, come l’apprendimento degli utenti (Choi, Kim & Kim, 2000; Hoffman e Novak, 1996; Skadberg & Kimmel, 2004), le prestazioni (Huang, 2003) e la soddisfazione (Shin, 2006; Woszcynski, Roth & Segars, 2002). Quando si utilizza Internet, può risultare estremamente difficile distinguere tra l’uso degli artefatti culturali (utilizzo funzionale) e le attività che sono molteplici e sovrapposte (Chen, Wigand & Nilan, 1999). Questo perché vi sono due modi di vivere il flow: navigare sul Web per completare un compito (goal-directed) o farlo per l’intrinseco piacere dell’attività (Novak & Hofman, 2003; Ponti & Florsheim, 2008). Uno degli strumenti più interessanti che possono essere utilizzati per valutare l’assorbimento cognitivo è la scala elaborata da Agarwal e Karahanna (2000). Il costrutto, derivato da studi sul flow e specificamente progettato per l’utilizzo di Internet, si compone di cinque dimensioni, di cui due rivestono un’importanza particolare: la dissociazione temporale e l’immersione focalizzata. La prima è definita da Argawal e Karahanna (2000) come “l’impossibilità di registrare il passaggio del tempo mentre si è impegnati nell’interazione online” e si può rappresentare con affermazioni del tipo: “il tempo sembra andare molto rapidamente quando utilizzo il Web” o “a volte perdo la cognizione del tempo quando utilizzo il Web”. L’Immersione focalizzata è invece l’esperienza di impegno totale in cui altre richieste di attenzione sono ignorate (Argawal & Karahanna 2000) e si esplicita con le seguenti affermazioni: “durante l’utilizzo del Web sono in grado di bloccare la maggior parte delle distrazioni”, e “mentre utilizzo il Web, sono assorbito totalmente in quello che sto facendo”. Come suggerito da Rutkowski, Saunders, Vogel e van Genuchten (2007), la dissociazione temporale e l’immersione focalizzata sembrano rappresentare diversi modi di essere impegnati con Internet, dove il primo risulta strettamente legato all’uso dello Smartphone e il secondo al completamento di compiti specifici. Lo studio di Rutkowski, Saunders, Vogel e van Genuchten (2007) dimostra che la dissociazione temporale è correlata positivamente all’uso problematico di Internet, al contrario dell’immersione focalizzata.

Un’altra variabile di grande importanza riguardo all’utilizzo di Internet è l’autocontrollo. Autocontrollo, vale a dire la capacità di controllare o regolare le proprie emozioni, cognizioni e comportamenti, è una competenza di vita fondamentale (Gottfredson e Hirschi, 1990; Vazsonyi & Huang, 2010) e uno scarso autocontrollo è stato considerato, in primis, come un fattore predittivo di disadattamento sociale (Cecil, Barker, Jaffee, e Viding, 2012).  Quando questo è basso l’aspettativa di ricevere una gratificazione dal Web è l’impulso principale nell’utilizzo di Internet. Alcuni studi (Davis, 200; LaRose, Mastro & Eastin, 2001) hanno dimostrato che un basso autocontrollo è un predittore di un uso problematico di Internet e di comportamenti compulsivi legati all’utilizzo della Rete. Si può, quindi, dedurre che gli utenti con un basso autocontrollo hanno più difficolta a resistere alla tentazione di Internet risultando più vulnerabili difronte ai rischi correlati. L’indagine di Li et al. (2014) dimostra l’effetto diretto del comportamento dei genitori e dell’auto-controllo sulla dipendenza da Internet. I ragazzi che sperimentano un controllo ed un supporto più negativo dei genitori sono coloro che, di conseguenza, hanno una bassa capacità di controllare se stessi ed una probabilità maggiore di sviluppare una dipendenza da Internet. Collegata a questa variabile vi è il concetto di autodirezionalità, legata precisamente all’utilizzo di strumenti multimediali, un fattore che è risultato essere positivamente correlato all’uso problematico di Internet (Ha et al.,2007; Montag, Jurkiewicz & Reuter, 2010; Montag et al. 2011; Sariyska et al., 2015). Con questo costrutto si fa riferimento al tratto della personalità che rappresenta la capacità di regolare/indirizzare il comportamento difronte ad una particolare situazione (Cloninger, Svrakic & Przybeck, 1993). Le più recenti teorie in materia di autoregolazione (Heatherton, 2011) considerano infatti l’autodirezionalità come una somma di diversi fattori tra i quali l’autocontrollo. Al fine di regolare il comportamento non è solo importante averne il controllo, ma è anche necessario essere consapevoli della differenza tra l’azione eseguita e l’azione desiderata o giusta (Mindfulness). Pertanto, la Mindfulness, intesa come “la consapevolezza dell’obbiettivo esperienziale “, può essere un fattore importante nella regolazione comportamentale e vista come una proprietà psicologica che può essere coltivata o impoverita”(MacKillop & Anderson 2007).

Un altro fattore di grande rilevanza da tenere in considerazione è l’autostima, che ha dimostrato essere un valido predittore di vari comportamenti compulsivi legati ai nuovi media (Capelli, Reanaud & Ramsey, 2007; Ehereberg, Juckes, White & Walsh, 2008; Kardefelt-Winther, 2014b; Kheng, Kim & Kim, 2013; Yurchisin & Johnson, 2004). La Rete in questi casi viene utilizzata per costruire l’immagine di sé. Secondo la teoria cognitiva di Davis (2001), una bassa autostima è fondamentale nello sviluppo di pensieri disadattivi che possono portare ad un uso patologico di Internet. Valkenburg, Peter e Schouten (2006) in uno studio su un campione di adolescenti olandesi hanno dimostrato, invece, che i feedback ricevuti attraverso il Web (like, commenti e contatti) potevano migliorare o impoverire la loro autostima. Tale risultato è stato confermato anche in un campione di studenti cinesi e taiwanesi, fornendo una prova cross-culturale. Ahn e Shin (2013) hanno spiegato come le persone con bassa autostima non sono mai veramente soddisfatte con l’uso della Rete e sono molto più a rischio di diventare compulsive. Studi sull’autostima implicita (Stieger & Burger, 2010) hanno dimostrato che le persone con alti livelli di dipendenza da Internet mostrano anche elevati livelli di autostima implicita. Questo modello, chiamato “l’autostima danneggiata”, è collegato con la solitudine e la depressione (Creemers et al, 2012) ed è tipico di quelle persone che hanno “imparato” a svalutarsi dopo esperienze sociali negative. Di conseguenza, tenendo conto degli spunti dei vari autori riguardo al costrutto dell’autostima, si può sostenere che la condizione di solitudine conduce gli individui ad un incremento nell’utilizzo di Internet, il quale potrebbe facilmente trasformarsi in un uso problematico con il passare del tempo. Questo studio si pone l’obbiettivo di valutare la relazione tra autostima e utilizzo della Rete (utilizzo dei social network più nello specifico).

Tutte le correnti esposte fino ad ora vedono Internet come uno strumento in grado di fungere o da risorsa funzionale ai propri scopi pratici (organo funzionale) o di condurre verso un processo di strumentalità inversa. Secondo Mazzoni, Baiocco e Benvenuti (2015) è sbagliato vedere solo il lato negativo dell’utilizzo di Internet perché non si può trascurare il suo potenziale funzionale, guidati dalla consapevolezza dei pericoli che può comportare. Questi autori, innanzitutto, abbracciano l’approccio della tecnologia positiva che vede la Rete come una risorsa in grado di migliorare alcuni aspetti della vita delle persone. In secondo luogo prendono le distanze dal “dualismo” espresso dalla maggior parte degli studiosi e propongono un quadro teorico alternativo che interpreta l’uso di Internet come continuum i cui estremi sono “organo funzionale” e “strumentalità inversa”, ma dove c’è tanto altro “nel mezzo”. Per concludere, gli autori sostengono che trovare gli elementi che svolgono un ruolo importante nel determinare il tipo di utilizzo che la persona fa di Internet, non solo sarebbe utile per tamponare i rischi associati alla Rete, ma sarebbe anche in grado di migliorare gli esiti positivi legati al suo utilizzo.


© Emerging adults ed utilizzo di Internet: organo funzionale o strumentalità inversa? – Andrea Pivetti


La solitudine ai tempi del coronavirus

La solitudine ai tempi del coronavirus

 

In questo momento difficile la tendenza dell’essere umano è quella di riunirsi, di stare insieme, di abbracciarsi.

Ma questa tendenza naturale ore non è possibile, in questo periodo non possiamo stare fisicamente insieme, non possiamo abbracciarci, non possiamo avere contatti con le altre persone, nemmeno con i nostri stessi parenti e amici.

Siamo animali sociali e tutto questo isolamento non ci sta facendo bene. In particolare pensiamo a quelle persone che sono sole, che magari hanno i loro parenti lontani, che non hanno un compagno/a con cui vivere e che quindi stanno tutto il giorno solo in compagnia della solitudine.

La solitudine fa paura, non siamo abituati a convivere con Lei, anzi spesso la allontaniamo.

Ma adesso non si può sfuggire ad essa. La quarantena e l’isolamento ci mettono davanti ai noi stessi, ci obbligano a fare i conti con i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre paure e le parti di noi dalle quali continuamente scappiamo.

La solitudine, amplificata da questa situazione, ci obbliga alla riflessione e all’introspezione. Quindi è vero la solitudine fa paura ma è anche una grande opportunità.

Fermiamoci un po’ con noi stessi e capiamo da cosa stiamo scappando, cosa stiamo allontanando, chi siamo veramente e soprattutto cosa vogliamo veramente.

Cogliamo tutto di questo periodo, anche lo stare soli, come una vera e proprio occasione.

È difficile è vero ma è ci potrà permettere di vivere un domani migliore, facendo in modo di non commettere gli stessi errori che facevamo prima e modificando quello che abbiamo capito non essere adatto per noi.

 


© Le relazioni ai tempi del coronavirus – Alessia Bottiglieri


 

Le relazioni ai tempi del coronavirus

Le relazioni ai tempi del coronavirus

 

Con questa quarantena molte delle cose che facevamo prima ora sono vietate e molte delle nostre libertà sono state limitate e a causa di tutto questo molte relazioni si sono dovute modificare  e adattare.

Con l’isolamento, infatti, molte coppie sono state separate e ormai da settimane non si possono vedere se non attraverso videochiamate. Anche magari i pochi chilometri che ci separano sembrano in realtà pianeti e questo sicuramente fa soffrire, certe coppie meno certe coppie di più.

Certo che questo dipende molto anche da quanto tempo dura il rapporto e da quanto questo è stabile. Ad una coppia stabile forse questo periodo di distanza può anche fare bene nel senso che ognuno si riprende i propri spazi e magari fa cose che prima con il partner non aveva il tempo di fare o che al compagno non piacevano e, inoltre, la distanza, può aiutare a rafforzare ancora di più il rapporto mettendo in evidenza quanto l’altra persona ci manca e cosa ci manca, aspetto che magari veniva trascurato quando prima c’era l’abitudine di vedersi spesso.

Questa situazione ci mette, però, anche davanti alla mancanza costante dell’altra persona, al fatto di dover affrontare questo momento difficile senza il suo supporto totale e ci mette davanti al fatto di affrontare la solitudine, cosa che pochi di noi sperimentano nella loro quotidianità e che sanno gestire al meglio.

Cerchiamo quindi di essere forti e resistere a questo duro momento cercando di farci carini quando “vediamo” il partner e cercando di non scaricargli addosso tutto il negativo che c’è in quanto la colpa di tutta questa situazione è esterna e non dell’altra persona. E comunque non smettiamo di fare le cose insieme, la tecnologia ce lo permette e anche se non è la stessa cosa è comunque un modo per rimanere uniti anche a distanza.

 


© Le relazioni ai tempi del coronavirus – Alessia Bottiglieri


 

Emerging adulthood e utilità dei Social Network Sites

Emerging adulthood e utilità dei Social Network Sites (SnS)

La domanda che è possibile porsi riguarda l’utilità dei SNS nell’aiutare gli emerging adults ad attraversare le transizioni di vita che li coinvolgono. Mazzoni e Iannone (2014), associano l’utilizzo dei SNS al costrutto di capitale sociale definito come “l’insieme delle risorse reali o potenziali, che sono legate al possesso di una rete durevole di relazioni più o meno istituzionalizzate di reciproca conoscenza e di riconoscimento” (Bourdieu, 1986). Il capitale sociale può essere di due tipi: bridging (BrSC) e bonding o familiare (Bosc). Il primo si manifesta in “legami deboli”, come suggerito da Granovetter (1982), intesi come poco frequenti e occasionali; questi legami, però, possono fornire informazioni utili e aprire nuove prospettive, ma in genere non favoriscono supporto emotivo. Tuttavia, come dimostrato da autori come Granovetter (1982) e Putnam (2000), in alcuni periodi critici, come ad esempio le transizioni di vita, i legami deboli svolgono un ruolo fondamentale nel risolvere la situazione, permettendo di accedere ad un insieme di informazioni che i legami forti non possono garantire. Al contrario, il capitale sociale bonding o familiare si riferisce ai legami più frequenti e stabili, tipici dell’amicizia o della famiglia e quindi in grado di fornire supporto emotivo. Ulteriori studi dimostrano che i diversi tipi di capitale sociale sono direttamente associati con alcune determinanti del benessere psicologico, come ad esempio l’autostima o la soddisfazione di vita (Bargh, McKenna & Fitzsimons, 2002; Helliwell & Putnam, 2004; Klingensmith, 2010). Con autostima si intende la componente valutativo-emozionale del concetto di sé (Heatherton & Wyland, 2003) che serve a diverse funzioni sociali ed esistenziali (Leary, Tambor, Terdal, & Downs, 1995; Solomon, Greenberg, & Pyszczynski, 1991). I SNS, quindi, permettono connessioni che altrimenti sarebbero impossibili, grazie alla rete di legami latenti (Haythornthwaite, 2002, 2005), legami che sono tecnologicamente esistenti e già possibili, ma non ancora socialmente attivati né necessariamente attivabili. Dalla conoscenza iniziale basata esclusivamente sulle informazioni disponibili da un certo profilo di una persona, su un SNS si può passare all’attivazione effettiva di interazione sociale trasformando legami sociali latenti in legami deboli che, a questo punto, rappresentano una risorsa efficace per il capitale sociale dell’individuo. Queste infrastrutture tecnologiche possono, quindi, agire da “ponti” che collegano socialmente le persone (Frozzi e Mazzoni, 2011) aiutandole nella raccolta di informazioni utili per affrontare situazioni nuove e delicate come appunto le transizioni di vita.  Sulla base di questi spunti il seguente lavoro cerca di analizzare l’esistenza di una relazione diretta tra l’utilizzo dei SNS e lo sviluppo del capitale sociale. In questo modo si vuole fare luce sulle risorse positive di Internet e in particolare dei Social Network Sites, troppo spesso ignorate dalle masse. Gran parte delle persone non sfruttano quelle che sono le vere risorse funzionali dei SNS vedendoli esclusivamente come strumenti attraverso cui condividere le proprie esperienze/interessi ed entrare in contatto con quelle degli altri. L’utilità intrinseca di piattaforme sociali come Facebook, Instagram o LinkedIn può fornire un aiuto concreto nel portare a termine obbiettivi personali. Lo sviluppo del capitale sociale non è l’unico aspetto positivo dei SNS. Subrahmanyama et al. (2008), nel loro lavoro di ricerca sugli emerging adults sostengono che grazie ai SNS gli individui riescono a rafforzare i legami della loro vita offline. Gli autori hanno infatti rilevato una sovrapposizione tra i contatti online e quelli offline del loro campione di ricerca in cui si notava che la maggior parte dei contatti online degli utenti apparteneva alla sfera di amici e familiari. Riguardo a Facebook, il Social Network Site più diffuso, Aydin (2012) suggerisce che, nel caso gli utenti siano studenti incoraggi la comunicazione con i loro docenti. In merito al superamento delle transizioni di vita, Facebook promuove l’adattamento a nuovi programmi scolastici e a nuove culture. Altri aspetti significativamente positivi riguardano la scoperta di attività sociali, lo sviluppo e il mantenimento di relazioni, la ricerca di conoscenze su una varietà di soggetti, auto-rappresentazione e auto-promozione, reclutamento, condivisione delle conoscenze, conseguimento di finalità accademiche e adesione a programmi/eventi specifici. Le discussioni su Facebook incoraggiano ampi scambi di conoscenze, assistono nello sviluppo di socializzazione e permettono la costruzioni di community tra studenti (Aydin, 2012). Estremamente interessante risulta anche la prospettiva riguardo al potenziale educativo-didattico dei SNS. Roblyer e collaboratori (2010) sostengono ciò in quanto, secondo loro, Facebook può diventare una preziosa risorsa per supportare le comunicazioni e le collaborazioni didattiche degli studenti con i docenti. Esso può fornire un diverso modello di come possono essere utilizzati gli strumenti online in contesti educativi (Downes 2007). A questo proposito, Schaffhauser (2009) esplora le esperienze di due insegnanti che si sono collegati in aula con i loro studenti attraverso una rete on-line, notando che Facebook e altri Social Network Sites aiutavano a demolire i confini e le barriere precedenti. Questo garantisce una maggiore apertura e diminuisce il timore di esporsi visibile nella maggior parte degli ambienti didattici. Taranto e Abbondanza (2009) suggeriscono che le opportunità di social networking accademici dovrebbero essere incorporate all’interno delle lezioni regolari. Collegandosi al concetto di autostima sopra citato, ad esempio, Kuss e Griffith (2011), in un lavoro di meta-analisi sugli SNS, hanno teorizzato che le persone con alta autostima usano i SNS per avere un’immagine sociale ancora migliore, mentre quelli con bassa autostima li utilizzano per compensare le lacune percepite nella loro immagine sociale offline. Parallelamente Ahn & Shin (2013) sottolineano come le persone con bassa autostima, nonostante ciò, non sono mai pienamente soddisfatte dal loro uso del Web. Similmente Zwynca e Danowksi (2008) hanno sottolineato che le persone con migliori rapporti sociali offline utilizzano i Social Network Sites per ricevere valorizzazione sociale e che le persone con rapporti sociali più deboli cercano di compensare online questa mancanza. Kuss e Griffiths (2011), richiedono una migliore comprensione del problema e suggeriscono che entrambi i fenomeni possono portare a sviluppare un uso problematico di Internet, siccome sia l’uno che l’altro conducono gli utenti a fare un uso sempre più intensivo della Rete. Al contrario Mazzoni, Baiocco & Cannata (2016) suggeriscono che, mentre la compensazione sociale può portare a sviluppare un processo di strumentalità inversa, la valorizzazione sociale può essere un meccanismo che conduce ad un utilizzo di Internet come organo funzionale. Quando l’individuo utilizza Internet in maniera disfunzionale, si verifica un processo di strumentalità inversa in cui la Rete perde la sua funzione di artefatto culturale e l’utente diventa metaforicamente lo strumento di Internet (Ekbia & Nardi, 2012). Al contrario, per organo funzionale si intende uno strumento funzionalmente integrato che fornisce risorse interne ed esterne finalizzate al raggiungimento di un obiettivo (Frozzi & Mazzoni, 2011). In questo senso gli utenti sono in grado di trarre dei vantaggi dalle possibilità offerte da Internet al fine di migliorare le loro attività e raggiungere i loro obiettivi il più rapidamente possibile (Mazzoni, Baiocco & Cannata, 2016). Sulla base di un’analisi della gerarchia dei bisogni di Maslow, Balague e Fayon (2010) hanno evidenziato che far parte di un Social Network Site può soddisfare il bisogno di appartenere ad un gruppo o ad una comunità, ma può anche contribuire a soddisfare il bisogno di autostima, derivante dal riconoscimento ricevuto da altri di essere un membro effettivo della rete. Così, le reti sociali, e in particolare le reti on-line, ad oggi rappresentano un semplice e veloce modo, accessibile a tutti, di sviluppare il capitale sociale migliorando le risorse personali e interpersonali (Balagué & Fayon, 2010; Hendry & Kloep, 2002). Per concludere è stato rilevato come il numero di amici su Facebook abbia un effetto positivo sul benessere (Grieve, Indiano, Witteveen, Tolan, & Marrington, 2013). In particolare, sarebbe il fattore “Compagnia percepita” dei SNS ad aumentare direttamente la soddisfazione di vita (Mazzoni, Cannata & Baiocco, 2016).


© Emerging adults ed utilizzo di Internet: organo funzionale o strumentalità inversa? – Andrea Pivetti


 

Coronavirus: Il costo psicologico per gli operatori

EMERGENZA COVID -19: IL COSTO PSICOLOGICO PER GLI OPERATORI

 

L’elevato impatto traumatico e i carichi di lavoro a cui assistono da settimane gli operatori , possono causare disagio di varia entità in base alla valutazione ed alla  gestione di tali situazioni.

Gli operatori stanno vivendo lungo un funambolico filo a metà tra aspetti positivi (la soddisfazione di aiutare gli altri, l’esperienza di condivisione con il gruppo, il riconoscimento sociale del proprio ruolo professionale) ed aspetti negativi (rischi professionali e personali).

A ciò si uniscono stressor professionali (es. carenza di dpi, di strumenti, di personale, turni lunghi,  fatica estrema, percezione del fallimento nonostante gli sforzi) e stressor personali (es. paura del contagio, scarso livello di preparazione personale o professionale in contesti d’emergenza, senza tralasciare il continuo coinvolgimento dei processi cognitivi ed emotivi (Curtacci,2017).

Tutti i fattori nominati, se non presi in considerazione adeguatamente, possono condurre a reazioni di stress più o meno gravi, con connotazione temporale breve:  riduzione della reattività psichica, deficit transitori mnestici , cognitivi o comunicativi; ma anche a reazioni a lungo termine: depressione, ansia cronica ,disturbo post-traumatico da stress, disturbo da stress lavoro correlato (Curtacci,2017).

La capacità di gestione dello stress sembra legata, oltre che alle caratteristiche di personalità individuali, alla preparazione specifica di ognuno e alle caratteristiche della struttura organizzativa all’interno della quale si lavora(Curtacci,2017).

Si pone spesso l’accento sul sovraccarico lavorativo, sui conflitti interpersonali e di ruolo, sul  sostegno  professionale, sulle  risorse  professionali, sull’autonomia lavorativa, sull’ambiguità di ruolo, sul livello delle difficoltà quotidiane, sullo  stile  di  supervisione (Parkes, 1986; Richardsen et al., 1992; Leiter, 1992).

Tutto ciò è altamente rischioso per l’equilibrio psicologico e per l’output che ne riceve l’utenza.

Ne risulta perciò che la promozione del benessere del lavoratore rappresenti una  conditio sine qua non per la salute e la sicurezza degli stessi.

Per questo motivo  È  e SARÀ  fondamentale aiutare gli operatori a gestire la propria emotività e lo stress che situazioni del genere inevitabilmente hanno comportato, comportano e comporteranno.

Bibliografia:

CURTACCI, A. (2017). Strategie di coping e sindrome da burnout nei vigili del fuoco.  Rivista di Psicologia dell’emergenza e dell’assistenza Umanitaria, semestrale della federazione psicologi per i popoli n.17 ,

PARKES, K.R.(1986). Coping in stressful episodes: the role of individual differences, environmental factors, and situational characteristics. Journal of Personality and Social Psychology, 51(6), 1277-1292.

RICHARDSEN, A.M., BURKE, J.B. e LEITER, M.P. (1992). Occupational demands, psychological burnout and anxiety among hospital personnel in Norway. Anxiety, Stress, and Coping, 5(1), 55-68.

LEITER,  M.P.  (1992).  Burnout  as  a  crisis  in  professional  role  structures:  measurement  and conceptual issue. Anxiety, Stress, and Coping, 5(1), 79-93.

 


© © Coronavirus: Il costo psicologico per gli operatori–  Federica Sapienza


 

 

Coronavirus: Piccoli consigli utili parte 2

Coronavirus: Piccoli consigli utili

parte 2

 

Continuiamo la nostra rubrica con altri piccoli consigli utili da mantenere in queste settimane di quarantena. Abbiamo già parlato dell’importanza di tenersi occupati e di fare attività che ci piacciono, di fare movimento e di mantenere attive le nostre relazioni sociali.

Inoltre di fondamentale importanza è l’attenzione al sonno. Avremo notato tutti che in questo periodo facciamo più fatica ad addormentarci e a volte le nostre notti sono piene di sogni e di incubi. Cerchiamo quindi di impegnarci a mantenere la nostra routine del sonno, cercando di non andare a letto troppo tardi la sera e di non svegliarci tardissimo alla mattina, cerchiamo di non modificare troppo i nostri ritmi perchè questo si ripercuote sulla nostra salute psico-fisica.

Un altro suggerimento è quello di non passare troppo tempo davanti alle notizie, cerchiamo di dedicare un unico momento della giornata destinato all’informazione su quello che sta succedendo. Troppe informazione potrebbero non fare altro che aumentare la nostra ansia e la nostra paura e preoccupazione.

Questo tempo può anche essere visto come una fonte di apprendimento, approfittiamone e seguiamo corsi online per imparare qualcosa di nuovo, anche le lingue per esempio che nessuno ha mai tempo di mettersi sotto a studiare,.

E poi non dimentichiamoci di noi stessi… Cerchiamo di rimanere in contatto con noi, con i nostri stati emotivi e con i nostri pensieri, accettiamoli e accogliamoli. La vita di tutti è stata improvvisamente modificata e questo indubbiamente si ripercuote sul nostro stato emotivo. Quindi non ci trascuriamoci!

Questo momento di stop può anche essere un momento per riflettere sulla situazione e sul domani, cosa possiamo lasciare indietro e quali sono invece le nuove abitudini da portare con noi? Forse tutto stava andando troppo velocemente? Non avevamo più neanche un momento per respirare? Trascuravamo noi stessi e le persone che ci stavano vicine? Chi sono veramente le persone che abbiamo sentito vicine in questa lontananza? Quanto poco spazio dedicavo a ciò che mi appassiona?

 


© Coronavirus: Piccoli consigli utili Parte 2 – Alessia Bottiglieri


 

 

Internet e Social network Sites (SnS)

Internet e Social network Sites (SnS)

Negli ultimi dieci anni è stato riscontrato un incremento dell’utilizzo delle risorse della Rete in varie fasce della popolazione e questo è ben visibile negli emerging adults (Arnett, 2000). Uno dei gli obbiettivi di questo lavoro è quello di valutare come gli strumenti della Rete possano aiutare gli individui in questa delicata fase di sviluppo ad affrontare nel modo giusto le numerose sfide che incontrano e quali sono i meccanismi che regolano l’interazione tra individuo ed Internet. Internet è diventato un elemento centrale della comunicazione all’inizio degli anni 90’. Nelle più recenti elaborazioni statistiche dell’International Telecommunications Union, l’agenzia Onu che opera nell’ambito dei sistemi di comunicazione, il numero degli utenti della Rete stimato a fine del 2010 è di oltre due miliardi, perciò un terzo dell’intera popolazione del pianeta. Un numero doppio rispetto a cinque anni prima (Zardini, 2014). Dati che fanno presagire un aumento continuo nel tempo rendendo Internet uno strumento essenziale in gran parte delle attività quotidiane. Tra queste la comunicazione online rappresenta una delle funzioni della Rete maggiormente utilizzata. Per comunicare in Rete, gli individui utilizzano piattaforme diversificate, i cosiddetti Social Networking Sites (SNS), servizi che permettono:

  la creazione di un profilo pubblico (o semi-pubblico);

  l’utilizzo di un elenco di contatti per la comunicazione;

  l’analisi della rete personale di legami e la visualizzazione degli amici degli amici (Boyd & Ellison, 2007). 

È possibile elencare almeno un SNS collegato alla maggior parte delle attività web, ad esempio LinkedIn per i professionisti provenienti da diversi settori di lavoro, ResearchGate per la ricerca scientifica, Facebook per gli studenti e per il tempo libero, Myspace per la musica, e così via (Frozzi & Mazzoni, 2011). Grazie a queste caratteristiche i SNS consentono agli utenti di mantenere e rafforzare le loro amicizie già esistenti, estendere la loro rete di contatti e realizzare la propria identità sociale on-line. Tuttavia l’aspettativa di ricevere una gratificazione dal web è l’impulso principale nell’utilizzo di Internet (Mazzoni, Cannata, Baiocco, 2016). Un ultimo aspetto fondamentale delle piattaforme Social è la possibilità di presentare la propria identità, spesso ideale e per fare ciò molti utenti sviluppano una meticolosa ricerca affinché il proprio profilo li descriva come persone soddisfatte ed interessanti enfatizzando tratti specifici (Vogel et al. 2014).


© Emerging adults ed utilizzo di Internet: organo funzionale o strumentalità inversa? – Andrea Pivetti


 

Coronavirus: Piccoli consigli utili parte 1

Coronavirus: Piccoli consigli utili

parte 1

 

Uno dei consigli migliori in questo periodo è quello di tenerci occupati, bisogna infatti cerca di occupare il nostro tempo, crearci una routine quotidiana da rispettare, questo dà una scadenza al nostro tempo e ci aiuta a passare al meglio la giornata senza cadere nello sconforto e nell’inattività.

Inoltre potremmo approfittare del tempo extra che abbiamo per dedicarci ad attività, hobbies, passioni che nella vita quotidiana non riusciamo a fare, come ad esempio cucinare, disegnare, dipingere, leggere, vedere film, giardinaggio…

In questo modo occupiamo il tempo e facciamo qualcosa che ci piace, perché questo è fondamentale, fare cose che ci fanno stare bene, che ci piacciono, perché in un periodo dove tutto appare brutto e buio la cosa migliore è accendere delle piccole luci con le cose belle per noi.

Poi il fatto che le palestre sono chiuse e anche le passeggiate sono state ridotte non sono una scusa per non fare esercizio fisico, anzi il fisico in questo periodo non va trascurato.

Facciamo muovere il nostro corpo, ci sono tante applicazioni che ci permettono di fare allenamento da casa, questo è importantissimo. Almeno un pochino di movimento tutti i giorni ci farà sentire meglio e meno “legati” dalla situazione.

Le relazioni sociali poi sono fondamentali, anche se non possiamo vedere i nostri amici e i nostri parenti fisicamente questo non vuol dire che ci dobbiamo isolare.

Grazie alla tecnologia abbiamo la possibilità di rimanere in contatto con tutti, anche vedendoli negli occhi, con le video chiamate, quindi approfittiamo di questo e rimaniamo in contatto con tutte le nostre persone vicine.

Perché a volte anche solo un “ciao, come stai?” e un  sorriso da parte di un nostro amico possono risollevarci la giornata, possono ridarci il sorriso in un momento magari un po’ triste. Quindi mi raccomando manteniamo attive le nostre reti sociali.


© Coronavirus: Piccoli consigli utili Parte 1 – Alessia Bottiglieri


 

Le conseguenze psicologiche del coronavirus

Le conseguenze psicologiche del COVID19

Il ruolo giocato dalle emozioni

In questo periodo di dubbi e incertezze le emozioni la fanno da padrone. Anche se alcuni di noi esseri umani si credono dei robot razionali e privi di qualsivoglia emozione purtroppo questo periodo di ansie e incertezze scatenano in noi reazioni inconsapevoli e potenti che facciamo fatica a gestire.

Sicuramente la paura è una delle prime emozioni che si è presentata in questo periodo; la paura è una delle nostre emozioni primarie ed è di importantissima utilità in quanto ci mette in guardia dai pericoli e ci tiene in vita. Questa però è adattiva nel momento in cui dura per brevi periodi, quando però la situazione si prolunga e la paura diventa la nostra compagna quotidiana allora si può trasformare in panico e ci può far attuare comportamenti controproducenti e irrazionali.

Trattandosi poi di un nemico invisibile, le persone sottoposte a questa paura/stress costante sono portate a ricercare dei nemici in carne ed ossa per dare un volto a questo nemico che colpisce tutto e tutti indistintamente.

Quindi si manifestano episodi di odio razziali, oppure generalizzati verso alcune tipologie di persone e di comportamenti. E questo non fa altro che aumentare il nostro odio e il nostro stato interno di stress, allontanandoci ancora di più dalle persone e provocando in noi molta rabbia.

Infatti anche la rabbia è una delle altre emozioni che ci sta accompagnando in questo periodo, rabbia per quello che sta succedendo, rabbia perché questo “male” non ha un volto, rabbia per la deprivazione, rabbia per l’incertezza. Questa emozione è altrettanto importante in quanto ci mantiene attivi, la rabbia è infatti un’emozione attivante e questo è molto positivo, però, come nel caso della paura, bisogna stare attenti che non si trasformi in odio che come abbiamo detto in precedenza, e come anche il passato ci insegna, non è utile a nessuno, anzi!

Da quando questo virus si è insinuato nella nostra vita tutto è cambiato, le nostre abitudini, la nostra vita, il nostro lavoro, il rapporto con i nostri familiari… Ci siamo dovuti adattare in un tempo assolutamente rapido a cambiare tutta la nostra quotidianità senza avere il tempo di capire cosa stesse succedendo realmente. Ci siamo trovati ad avere paura e ad essere in ansia per una situazione esterna che si è sviluppata molto rapidamente e che colpisce senza guardare in faccia nessuno e nello stesso tempo abbiamo dovuto stravolgere completamente le nostre abitudini.

All’improvviso ci siamo trovati isolati e chiusi nelle nostre cose, lontani da amici e parenti, abbiamo iniziato a lavorare da casa e utilizzare alcune forme di tecnologia da alcuni mai utilizzate, abbiamo iniziato ad avere tempo, un tempo extra al quale non eravamo abituati, abbiamo iniziato a stare 24 ore su 24 con il nostro partner che magari prima vedevamo solo qualche ora la sera, abbiamo iniziato a passare tutta la giornata con i nostri figli, all’improvviso non potevamo più andare dove volevamo, vedere chi volevamo, ogni volta che usciamo di casa abbiamo l’ansia anche se siamo giustificati nel farlo.

Insomma nel giro di poche settimane ci siamo trovati in una situazione per tutti sconosciuta! Quindi lo sconvolgimento iniziale è più che motivato, anzi sarebbe quasi più strano il contrario, ma non possiamo neanche farci schiacciare da questo, dobbiamo cercare di reagire a tutto quello che ci sta capitando e cercare di prendere il buono anche da una situazione come questa.


© Le conseguenze psicologiche del coronavirus – Alessia Bottiglieri


 

 

Adulti emergenti e influenza dei social netowrks

Una nuova fase di sviluppo, gli adulti emergenti

Il cambiamento socio-culturale degli ultimi vent’anni ha provocato mutamenti profondi in ogni sfera di vita. La globalizzazione, nei paesi industrializzati, ha fatto sì che i ragazzi nati nell’ultima decade degli anni ‘90 crescessero in un contesto storico-culturale notevolmente diverso rispetto a quello dei loro genitori. La globalizzazione ha portato con sé l’avvento della cosiddetta era digitale favorita dall’insediamento di Internet in ogni attività quotidiana. Parallelamente, i progressi nel campo dell’alimentazione e della salute hanno garantito un’aspettativa di vita maggiore in cui la formazione dei giovani, preliminare all’ingresso nel mondo del lavoro diventa sempre più lunga e specializzata. In risposta, l’assunzione dei ruoli cosiddetti “adulti” come il matrimonio e la ricerca di un lavoro a tempo pieno, è slittata in avanti concretizzandosi verso le fine dei vent’anni. Difronte a questo cambiamento epocale, lo psicologo americano Jeffrey Jensen Arnett (2000), ha teorizzato l’esistenza di un nuovo periodo di sviluppo l’Emerging Adulthood. Gli emerging adults vengono definiti come quella categoria di individui che dopo aver lasciato la fase di “dipendenza” dell’infanzia e dell’adolescenza, ma allo stesso non essendo ancora indipendenti a livello economico e prossimi alle responsabilità normative dell’età adulta, esplorano una varietà di possibili direzioni di vita in amore, nel lavoro e nella visione del mondo. Questo stadio di sviluppo è concettualizzato come “l’età delle esplorazioni d’identità, l’età dell’instabilità, l’età focalizzata sul sé, l’età del sentirsi nel mezzo tra l’età delle possibilità” (Arnett, 2014).  L’età adulta emergente è caratterizzata dalla percezione di non essere più adolescenti, ma allo stesso tempo non ancora adulti poiché, in molti casi, non si è finanziariamente indipendenti dalle famiglie (Arnett, 2000). Diviene, quindi, necessario valutare questo periodo di vita come uno stadio a sé stante, differente dagli stadi di sviluppo tradizionali presenti nell’immaginario comune. Questa fase della vita è caratterizzata da molti cambiamenti e scelte da effettuare, come ad esempio lasciare il liceo, andare all’università, formarsi nuove relazioni stabili, lottare contro la disoccupazione, cercare un nuovo lavoro, uscire di casa, pianificare di fare una famiglia, ecc. La persona deve trovare il proprio “ spazio nel mondo” e per riuscirci passa attraverso delusioni e fallimenti. Arnett (2000, 2001) ha identificato tre ulteriori fattori che sono peculiari per lo stadio di sviluppo in questione, che lo differenziano dall’adolescenza e dall’età adulta:

  • il numero di spostamenti e modifiche residenziali (Goldscheider, 1997);
  • l’esplorazione di identità;
  • una maggiore probabilità di impegnarsi in “comportamenti a rischio”.

L’emerging adulthood è caratterizzata dalle fasce d’età comprese tra i 18 e i 24 anni (earlier) e tra i 25 e i 30 (older) ed è culturalmente e socialmente determinato: sarebbe tipico della società industriale occidentale, in cui istruzione e formazione sono costituiti quasi normativamente dalle varie fasi che coinvolgono, tra le altre cose, la possibilità di provare numerosi corsi di formazione e di rinviare le responsabilità tipiche dell’età adulta. Gli emerging adults affrontano transizioni di vita (passaggio da un stadio all’altro) determinanti, come quelle dalla scuola superiore all’università o, più avanti, dall’università al lavoro e questo può essere motivo di forti turbamenti. Le società industriali occidentali hanno permesso un utilizzo diffuso degli strumenti di Internet per semplificare la vita delle persone e velocizzarne i processi. Risulta interessante indagare come effettivamente la Rete è in grado di supportare gli emerging adults nelle loro attività e quali sono i fattori che permettono all’utente di godere delle sue risorse o al contrario di sviluppare un processo di strumentalità inversa.


© Emerging adults ed utilizzo di Internet: organo funzionale o strumentalità inversa? – Andrea Pivetti