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Quanta stanchezza! Non sarà mica stress?

Quanta stanchezza…e quanto stress!

La pandemia ci ha messi a dura prova, per un periodo molto molto lungo. Volente o nolente tutti ne abbiamo risentito, se non nella via privata sicuramente in quella lavorativa. Sia direttamente che indirettamente.

Ci ha lasciati privi di forze e stanchi, stremati, senza energie. Questo è successo soprattutto sul lavoro: il fenomeno della great resignation è ancora in atto.

Un fiume di stanchezza che non capiamo bene da dove venga..e se provenisse dallo stress?

Ma che cos’è lo stress sul posto di lavoro?

Lo stress è la capacità che ha un dato organismo di sopravvivere alle situazioni ambientali. Per stress si intende proprio quel’attivazione fisica che permette la sopravvivenza tramite la reazione di attacco/fuga.

Quando lo stress avviene sul posto di lavoro si chiama stress da lavoro correlato.

Stime della FIASO ci dicono che 1 lavoratore su 4 soffre di stress da lavoro correlato, la spesa calcolata sull’EU-15 è di 20 miliardi di euro.

Per non parlare di quello che è il costo uscendo dall singola realtà, guardandolo più in generale in tutte le patologie corollarie che causa.

Alcune stime riportano che il  75-90% di tutte le visite mediche sono per problematiche relative allo stress.
Il 77% delle persone si rende conto che lo stress ha un impatto sulla salute fisica e il 73% su quella mentale.
Il 48% ha problematiche legate al sonno a causa dello stress

Come funziona lo stress?

Tramite gli occhi vediamo lo stimolo, il messaggio viene trasportato al cervello, nello specifico alla corteccia visiva. Nel caso in cui nel nostro campo visivo ci sia qualcosa che è pericoloso per noi si attiva l’amigdala. L’amigdala lancia l’allarme e da lì tutto l’organismo si prepara.

Non è un pericolo ma piuttosto la minaccia di un pericolo a innescare più spesso la risposta di stress

Daniel Goleman

L’attivazione dei pompieri fisici si ha tramite l’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene che, stimolati, dicono al corpo di produrre tutte le sostanze che servono:

  • rilasciato dall’ipotalamo il fattore di rilascio per la corticotropina (CRH) che stimola l’adenoipofisi a produrre l’ormone adrenocorticotropo o corticotropina (ACTH)
  • L’ACTH a sua volta agisce sulle ghiandole surrenali stimolando la produzione di corticosteroidi

Scendendo dalla colonna vertebrale proprio come farebbero i pompieri nella loro caserma, la cascata enzimatica si espande poi in tutto il corpo. Tutte sostanze che ‘attivano’ o ‘spengono’ alcune zone tramite il sistema simpatico e quello parasimpatico, una rete di nervature che collegano la colonna vertebrale agli organi.

La parte simpatica possiamo dire che attiva:

  • tende i muscoli, perchè bisogna essere pornti a combattere o fuggire
  • le vene e le arterie si dilatano, per permettere maggiore afflusso di sangue ai muscoli
  • il cuore batte più forte per portare più sangue ai muscoli
  • i polmoni si dilatano per portare più ossigeno ai muscoli

D’altro canto il sistema parasimpatico chiude tutto ciò che non serve sul momento per fuggire o scappare:

  • spegne l’intestino, grande consumatore di energia, che serve invece ad altre zone
  • restringe i piccoli capillari delle estremità
  • spegne la salivazione

Attività sinergiche per permetterci di combattere o fuggire per la nostra sopravvivenza. Un’attivazione massiccia per il nostro organismo, che mobilita moltissime sostanze e sone del corpo proprio per sopravvivere.

Quest’attivazione quindi è positiva, ci permette di non morire e di reagire efficacemente all’ambiente.
Allora quando è che diventa negativa?

L’attivazione dello stress diventa negativa quando dura troppo nel tempo. Infatti tutto quello che è positivo sul momento diventa negativo a lungo andare. Possiamo immaginare i muscoli costantemente tesi che producano contratture. Le vene continuamente sotto stress rischiano di ledersi e assottigliarsi. L’intestino sempre sottoperformante può portare a irritazioni o a sindromi. Il corticolo di per sé stesso, in grandi quantità, è lesivo delle pareti del cuore.

Tutto il complesso di attacco/fuga fondamentale per la nostra sopravvivenza ci si ritorce contro quando rimane troppo tempo attivo o accade troppe volte di fila senza avere il tempo di recuperare.

Ma come può succedere che si attivi per così tanto?

Mentre la nostra attivazione dell’organismo è rimasta la stessa per millenni noi ci siamo evoluti e con noi anche la società in cui siamo inseriti. Non siamo più in totale balia della natura. Ciò che ora ci causa paura e attiva il nostro sistema di sopravvivenza sono paure più quotidiane: il lavoro, il traffico, il professore, la collega.

Il rimanere cronicamente attivati comporta un esaurimento delle nostre risorse interne, mentali e fisiche. Non riuscire a ricaricarsi modifica il nostro modo di reagire all’ambiente. Entriamo in un circolo vizioso in cui non siamo più consapevoli e attenti a ciò che sta succedendo intorno a noi ma siamo trasportati dai fatti che ci succedono. Questo non fa altro di farci rientrare in una spirale di sempre maggiore stress dal quale rischiamo di non riuscire a trovare una via d’uscita.

Lo stress ci porta sulla soglia delle nostre capacità di reagire all’ambiente, quando è troppo non riusciamo più a farlo efficacemente rischiando patologie ben più gravi.

Anche gli stessi modi di far fronte allo strss possono essere autodistruttivi e comportare un ulteriore incremento dello stress:

  • alcool e sigarette
  • uso di sostanze
  • negare l’esistenza del problema
  • fare finta di niente
  • concentrarsi in attività frenetiche e compulsive
  • mangiare troppo o troppo poco
  • dormire troppo o troppo poco

All’inizio queste strategie possono sembrarci utili ed efficaci per il problema, a lungo andare sveleranno il fatto di non esserlo.

Un cane che si morde la coda, insomma. Una situazione difficile che, malamente gestita, diventa una polveriera pronta a esplodere.

Ma adesso diamo qualche risoluzione per far fronte allo stress..

Se mi trovo in una situazione di stress cosa faccio?

Innanzi tutto è utile capire che cosa sia lo stress per me. Acquisire consapevolezza dei miei limiti mi aiuterà, nel futuro, a capire quando li sto attraversando.

Fare un passo indietro e osservare la situazione come se fossimo un osservatore esterno. Questo ci permetterà di vedere meglio la situazione che ci troviamo ad affrontare.

Utilizzare delle tecniche di respirazione, nello specifico concentrandosi sull’espirazione. Il diaframma interagisce con la nervatura del vago e permette un rilassamento del cuore.

La parte di fondamentale importanza è quella di prendere consapevolezza di noi stessi, di quelli che non i nostri automatismi che ci portano inevitalmente a provare stress. Imparare a non reagire più automaticamente ma poter scegliere consapevolmente come rispondere ci insegna a fermarci, prendere tempo, uscire dalle abitudini e creare un circolo vitale virtuoso.

 

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Sitografia:

NCBI

AIS

Fiaso

 

Appunti di Psicoterapia Transgenerazionale

Appunti di Psicoterapia Transgenerazionale

Il santuario della psicoterapia

Appunti di Psicoterapia Transgenerazionale

Psicoterapia Transgenerazionale è un termine in cui mi sono immersa soprattutto negli ultimi anni.

Nella pratica di psicoterapia mi sono più volte trovata a dover investigare sulle possibili cause responsabili delle sofferenze dei clienti. Ogni persona che si presenta in studio rappresenta l’ incontro con un universo sconosciuto che occorre ascoltare, osservare, comprendere e svelare…..

Ho sempre dato molta importanza, nella pratica di psicoterapia, al passato delle persone. Siamo oggi il risultato delle nostre esperienze, dei nostri vissuti, dei nostri trascorsi. Eppure, quella volta, seppure avessi indagato a 360 gradi, proprio non riuscivo a trovare un evento, un accadimento, un trauma. Non trovavo una motivazione che potesse sostenere la depressione, la profonda melanconia, che Mario ( nome di fantasia) provava da tutta la sua vita.

All’epoca non conoscevo ancora la Psicoterapia Transgenerazionale. L’avrei incontrata però qualche anno più tardi, e mi avrebbe svelato in maniera esauriente qualcosa che stavo scoprendo quasi “accidentalmente”.

Tutto accadde durante una seduta durante la quale, per caso, scherzando sul suo nome, mi rivelò che era lo stesso di suo fratello morto, che i genitori gli avevano dato in onore del figlio maggiore scomparso in tenerissima età.

In quel momento compresi appieno il peso che da una vita Mario si portava sulle spalle. Del resto camminava con una postura che ricordava una persona piegata in avanti, come se portasse un carico sulla schiena. Camminava come se si portasse il cadavere del fratello in spalla!

Avevo acquisito e approfondito conoscenze nuove.

Avevo scoperto quello che la A.A.Schutzenberger* definisce i “figli sostitutivi”. Quei bambini che “vengono al mondo con un pesante compito da assolvere: sostituire un morto.
Il morto può essere un fratello maggiore, un genitore oppure un nonno, il ruolo di “figlio sostitutivo” non cambia. Il peso non si alleggerisce cambiando il grado di parentela.

Del resto in psicoterapia ci si imbatte sovente in casi di lutti non elaborati, ovvero quei casi in cui il cliente ci racconta che la madre aveva perso il primogenito poco prima della loro nascita. La madre era, perciò, molto spaventata ed angosciata dalla nuova maternità. Questi elementi ben ci fanno comprendere l’atmosfera che questi bambini hanno “annusato” fin da subito, costretti a rinunciare al calore di una madre, ancora impegnata nell’elaborazione del lutto e, dunque, non presente affettivamente per loro.

A questo proposito mi viene in mente la storia di una giovane ragazza che aveva avuto, un anno prima di iniziare un percorso di psicoterapia nel mio studio, una diagnosi di cancro al seno. Durante i nostri colloqui mi raccontò quanto la madre fosse distaccata rispetto alla malattia e di quanto questo atteggiamento la facesse soffrire.

Rileggendo insieme tutta la storia la aiutai a comprendere che il continuo terrore di “perderla” avesse innescato nella madre un atteggiamento di “diniego” rispetto la realtà vissuta della figlia (è un atteggiamento frequente delle madri angosciate dalla paura della perdita quello di non voler vedere!) e dunque il tenace mantenimento di un meccanismo di evitamento che lei, la mia cliente, ora si trovava a “rappresentare”, “sbattendole in faccia” una dura e feroce realtà nel tentativo di sentirsi finalmente “vista”!

Articolo estratto dal sito: http://www.studiocastello.it/2018/05/22/appunti-di-indagine-clinica/

© Dr.ssa Irene Borgia (https://www.psicologiadellavoro.org/autori-d1/)

*A.A.Schutzenberger. (2004),La sindrome degli antenati,Di Renzo Editore,pag.77

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