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Analisi TheBlondeSalad.com

Analisi TheBlondeSalad.com

La sua biografia:

She inherited from her mother the passion for fashion and photography and already when she was a teenager she became popular on the first online communities, where she shared photos she was taking with her friends. In 2009, when blogs were not yet the today phenomenon, she launched TheBlondeSalad.com, to express herself and relate to

360°. [1]

Analizzando il testo quello che emerge per prima cosa è la sua passione. Come tutti i blogger di successo, alla base del lavoro di Chiara vi è una passione che la porta a diventare esperta e competente in qualcosa che si lega all’argomento moda: la fotografia.

Poi c’è l’esperienza sul campo, sul web, che ha permesso a Chiara Ferragni di guadagnarsi un nome autorevole, quale bene di valore assoluto.

Si è guadagnata notorietà nelle community dedicate alle foto e alla moda. Ha fidelizzato i fan e i lettori prima e poi ha aperto un blog. Infatti Chiara Ferragni era già famosa e quando è nato TheBlondeSalad.com il pubblico era già al suo “cospetto”.

Quello che ha reso famosa Chiara è il fatto di aver coltivato una passione per anni, guadagnando autorevolezza nelle community dedicate a un argomento ben preciso e aprendo un blog quando nessuno lo faceva. In altre parole è stata pioniere, ha creato e non ha seguito.

Con uno sguardo un po’ più critico possiamo analizzare il blog di Chiara affermando che il suo aspetto (è una bellissima ragazza) l’ha agevolata molto: lei più che parlare di moda ha lanciato il primo outfit blog italiano. Ha sfruttato inizialmente l’effetto passaparola e quello che la gente ama: “spiare” la vita di un’altra persona nei social. Non dimentichiamo poi che la Ferragni ha avuto un ragazzo che ha gestito tutto, che ha visto molto lungo e che secondo me è stato l’ideatore di The Blond Salad: Riccardo Pozzoli, attualmente il suo ex fidanzato, che gestisce tutto del blog e ha un’agenzia di comunicazione che si occupa di marketing per un sacco di aziende nel mondo moda e lusso. Anche da sola avrebbe avuto seguito, ma mettere fin da subito Chiara nel mercato medio-alto è stata un’intuizione di self marketing non da poco. Da questo punto di vista la Ferragni non è una blogger, ma un brand vero e proprio.

Tornando all’analisi del blog la sua particolarità è l’assenza completa di informazioni personali: cosa le piace davvero? cosa sogna? quali sono i suoi progetti per il futuro? ha paura? è felice? Questo è uno dei punti che la rendono un fenomeno sociale: è riuscita a diventare famosissima senza dire nulla. Ha avuto il pregio di proporre ogni giorno un outfit sempre diverso, con foto di qualità molto buona che mostrano una ragazza bella, sorridente, non in posa, che non cerca di fare la sexy, nè di essere particolarmente fuori dalle righe, ma solo spontanea.

Chiara Ferragni ha il merito di aver creato una sorta di industria che si basa su di lei, e di essere riuscita a diventare un’icona, senza essersi mai posta come un modello da seguire. Si è sempre distinta per la sua passione per la moda, ma non si è mai definita un’esperta.

Ha quindi creato un business grazie al quale ora ha grandi introiti economici e fama e grazie al quale molti altri blogger, anche più preparati di lei, hanno potuto percorrere la stessa strada lavorativa: ha aperto, almeno in Italia, un mercato dei fashionblog. Ha fatto un eccellente lavoro di Personal Branding e non ha mai fatto altro che farsi scattare fotografie, senza mai porsi come guru della moda.

Quello che si può notare è che il suo blog è ricco esclusivamente di visual content, con foto delle sfilate,  outfit per ogni occasione e una sezione dedicata allo shop online della CF collection.

A mio parere però un blog pieno di sole foto e pochi contenuti di valore, prima o poi dovrà essere rivisto come un blog anche di cultura, con contenuti di storia della moda ad esempio.

Chiara è la ragazza fashion che scatta foto di sé stessa con abiti alla moda per promuoversi come brand allo stesso modo nella vita online e offline. Lo faceva prima di diventare famosa e continua a farlo oggi che è diventata un fenomeno del web. Le marche che le fanno indossare i propri abiti vedono l’identificazione del marchio nella modella Chiara: una sorta di umanizzazione del brand con la modella, che aumenta la sua visibilità e credibilità.

Dai commenti dei fan emerge che Chiara è sicuramente una bella ragazza, che indossa look da diecimila euro e che vive delle esperienze straordinarie, ma rimane quella della porta accanto. Gli utenti infatti cercano una persona come loro, che viva delle belle esperienze e le racconti e Chiara lo fa attraverso le foto, ma in maniera professionale. Chiara, da quando ha aperto il blog, ha postato tutti i giorni e questo fa la differenza. Se va ad un evento o ad un party, si mette subito a scrivere il post e la foto da pubblicare il giorno dopo.

Ci si chiede da cosa è dipeso il successo online di Chiara e lo possiamo attribuire al fattore x, a quel quid in più che lei ha saputo valorizzare, oltre a trovarsi nel posto giusto nel momento giusto.

Le critiche negative, i flame, gli haters non sono stati fattori negativi per la reputazione di Chiara. Per arginare gli attacchi Chiara e lo staff che gestisce i suoi profili e blog, hanno moderato i commenti, che invece all’inizio erano liberi, non tanto per le critiche a Chiara, ma perché le persone iniziavano ad insultarsi tra di loro e ad offendere altri commentatori. Ho notato inoltre che i commenti costruttivi, anche se negativi, vengono pubblicati. Ad esempio se qualcuno scrive: “Chiara, oggi il tuo look mi fa proprio schifo, preferivo quello di ieri”, non lo cancellano.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] http://www.theblondesalad.com/about

Il caso della fashion blogger Chiara Ferragni

Il caso della fashion blogger Chiara Ferragni

Foto di Free-Photos da Pixabay

Chiara Ferragni ha iniziato la sua avventura da fashion blogger nel 2009, quando era studentessa di Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, è riuscita nella non facile impresa di arrivare a guadagnare qualcosa come otto milioni di dollari all’anno e diventare un fenomeno che va ben oltre la sua cliccatissima pagina web.

Inizia con un account Flickr e apre solo in seguito il blog. In Italia la si conosce per essere il volto di The Blonde Salad, uno dei fashion blog più popolari e famosi del mondo, visitato da tutti coloro che vogliono tenersi aggiornati sulle ultime tendenze della moda o da chi è in cerca di ispirazione per i propri outfit.

La ventisettenne cremonese è riuscita nel corso di pochi anni a trasformare il suo blog in un business da milioni di dollari, che l’ha portata non solo a diventare uno dei volti di Guess, ma anche ad apparire in veste di giudice a Project Runway, il popolare talent show americano dedicato agli stilisti. Business of Fashion, uno dei più importanti siti web che si occupano del mondo della moda, l’ha definita una delle personalità più influenti nella moda internazionale, pronta a presenziare a tutte le più importanti kermesse dell’anno, da Cannes alle première dei film più attesi.

The Blonde Salad rappresenta  il 30% dei suoi introiti: il resto arrivano dalle partnership e, sopratutto, dalla linea di moda che porta il suo nome, lanciata circa un anno fa. La Ferragni ha trasformato il suo blog in un vero e proprio brand globale, usando la propria popolarità come base per lanciare la sua carriera di stilista e modella.

The Blonde Salad continua a essere la sua vetrina, più che uno strumento per fare soldi: il blog infatti, continua ad essere visitatissimo, ma lei è meno occupata a usarlo come fonte di guadagno, lo usa come uno strumento di marketing e di branding.

È la sua presenza sui social media, in particolare il suo account Instagram che conta quasi 3 milioni di follower, che fa aumentare la sua fama. Ogni giorno pubblica una foto che mostra come è vestita, insieme a qualche dramma personale, lo scorso giugno la fine della storia con il suo fidanzato le ha fatto superare il milione di follower e la gente può seguirla praticamente in diretta. I Brand inoltre la invitano per presentare eventi e la pagano per pubblicizzare su Instagram determinati prodotti.

Chiara Ferragni è definita un fenomeno sociale perché si è fatta largo in un mondo estremamente concorrenziale.

Ma perché i blogger sono così popolari? Come si crea tutto questo successo?

Gli hashtag#, ossia delle sorte di etichette date a ciò che viene condiviso per contraddistinguere ed individuare i temi e/o soggetti trattati, è sicuramente un buon modo. Ma lo strumento fondamentale sono i social, in cui occorre essere sempre continuativamente presenti. Le piattaforme più utilizzate sono: Facebook, Twitter e Instagram, a seguire Google+, YouTube e Pinterest.

Chiara in quanto brand utilizza la content strategy e usando Instagram si è ritagliata un ruolo importante, condividendo contenuti visivi utili e interessanti per i suoi follower. Ha acquisito quindi credibilità e autorevolezza nel settore in cui opera, infatti raccontare per immagini la storia di sé stessi e della propria professione aggiunge un valore emozionale al racconto.

A differenza di altri fashion blogger, la Ferragni, usa Facebook come un canale secondario, infatti la sua pagina contiene soprattutto foto importate dal profilo Instagram. Su Twitter, invece, Chiara Ferragni è nettamente la blogger più seguita con più di 200.000 followers. La maggior parte dei suoi tweet contiene link al blog o a foto su Instagram o alcuni dei suoi hashtag di riferimento come #theblondesaladneverstops.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

Analisi Cliomakeup fan page

Analisi Cliomakeup fan page

Perchè la scelta di una Fan Page?

Attraverso una pagina è possibile entrare in contatto con i propri fan inviandogli degli aggiornamenti che vengono visualizzati nella home a destra sotto le notifiche quindi separatamente da tutto il resto, inoltre è possibile targetizzare le notifiche decidendo a quali fan inviarle in base a parametri quali il sesso e l’età. Inoltre si può anche decidere di non ricevere più gli aggiornamenti pur rimanendo fan di quella pagina, in quanto infastidire gli utenti comunque è sempre un fallimento per la comunicazione all’interno di un ambiente sociale sul web.

Facebook offre agli amministratori delle pagine uno strumento molto importante che con un gruppo non si può utilizzare: Facebook Insight, che come è stato detto nel capitolo precedente, consente di accedere ai dati sull’attività relativa alla pagina (dati demografici sui fan, popolarità e andamento delle inserzioni).

Ecco le principali motivazioni che spingono un personal brander ad aprire una fan page su Facebook: utile per l’apertura di una relazione a lungo termine con i fan e con gli appassionati del brand, in quanto aumenta il valore percepito e la credibilità della persona e del brand che rappresenta.

Gli items scelti per analizzare la fan page di ClioMakeUp sono le seguenti:

  • foto profilo : immagine visibile appena si apre il profilo della persona interessata, di piccole dimensioni, posizionata in alto a sinistra;
  • foto copertina : immagine visibile appena si apre il profilo della persona interessata, di grandi dimensioni, è posizionata in alto ed occupa tutta la pagina in lunghezza;
  • caricamenti foto dal cellulare : foto inserite della sfera professionale e privata;
  • curriculum professionale nella voce informazioni;
  • post durante il lavoro ;
  • post per promuovere il blog ;
  • applicazioni : applicazioni web, ospitate su uno spazio di responsabiltà di Facebook, la cui interazione non è fine a sé stessa ma si fonde a quella che è l’interazione propria con Facebook;
  • video caricati ;
  • privacy : essere iscritti a questo social network non comporta per forza il far vedere a tutti quello che si scrive o le foto che si caricano, Facebook dà la possibiltà ai suoi utenti di delimitare la cerchia delle persone che possono accedere alle nostre attività e alle nostre informazioni: noi cercheremo di valutare qual’è il grado di privacy-Facebook che adotta la categoria professionale da noi scelta.

Risultati analisi:

  • foto profilo : professionale. Tutte le foto profilo raffigurano Clio, solo il volto, con i tutorial finiti che propone settimanalmente nel suo blog http://blog.cliomakeup.com/. Alcune foto raffigurano solo gli occhi truccati in primo piano aperti e chiusi;
  • foto copertina : professionale. La maggior parte delle foto raffigurano Clio a mezzo busto con in mano i prodotti che utilizza nei suoi tutorial. Talvolta foto che comprendono le modelle che trucca durante le sfilate;
  • caricamenti foto dal cellulare : si. Sono presenti foto taggate durante i lavori alle sfilate, dei prodotti che utilizza nei tutorial o novità in campo cosmetico, ma anche foto private e del contesto familiare, ad esempio quella con i gatti a casa o con la madre;
  • curriculum professionale nella voce informazioni : no. Vi sono le informazioni di base, gli interessi (make up) dal quale si evince la sua professione e il collegamento al suo blog;
  • post per promuovere il blog : si. La maggior parte dei post sono inseriti per promuovere gli articoli che vengono pubblicati nel blog. Articoli che spaziano dal make up, alla cura dei capelli e della pelle;
  • applicazioni : si. Il blog e Instagram. Su quest’ultima vi sono foto esclusivamente scattate durante la quotidianità;
  • video : si. Il soggetto è Clio che si trucca o che presenta una review dei trucchi;
  • privacy : no. La fan page è aperta e consultabile da tutti gli utenti che ricevono le notifiche se hanno messo Mi Piace.

Clio MakeUp è quindi uno degli esempi di comunicazione che viene dal basso e che raggiunge la massa solo grazie al consenso del pubblico, senza dietrologie pubblicitarie e promozionali.

Sceglie la piattaforma di Facebook perchè rappresenta un ambiente di “relazionalità ancorata”[1] in cui le relazioni online si basano anche su quelle offline (dirette o indirette, amici degli amici) e si miscelano con nuovi rapporti, ma a partire da un contesto di non anonimato.

Ma come gli utenti reagiscono a ciò che pubblica?

Non sempre positivamente. Di seguito offro un esempio di partecipazione attiva del pubblico per dimostrare il coinvolgimento (engagement) che la comunicazione di Clio crea.

Analizzo quindi un post pubblicato sulla fan page il 25 Settembre. Viene postato uno screenshot[2] ripreso da uno degli ultimi tutorial di Clio per recensire un prodotto per capelli che fa l’effetto crespo da spiaggia, quindi non il video, solo un’immagine statica ripresa dal video. Nella foto si vede Clio con i capelli bagnati appena lavati e senza trucco affiancata da un’altra che la ritrae truccata e con i capelli pettinati dopo l’applicazione del prodotto. Il set è la camera di Clio, niente di più naturale, autentico e spontaneo. Non c’è patinatura, non c’è la classica atmosfera da pubblicità di makeup artist.

Per una settimana ho letto con attenzione tutti i commenti che sono stati pubblicati al fine di coglierne sentiment e spunti di riflessione. Ad oggi, 10 Ottobre, il post ha 259 commenti, 255 condivisioni e 6883 Mi Piace, numeri da capogiro per qualsiasi azienda voglia utilizzare i social network per farsi promozione.

I risultati di un’azione promozionale sui social network possono essere sia quantitativi che qualitativi.

Dall’analisi di questo post emerge:

  • risultati quantitativi : dalla pubblicazione del post il primo commento arriva dopo 1 minuto e dopo 10 minuti ci sono già 20 commenti. Ogni commento riceve in media 6 like. Il post in 15 giorni ha ricevuto 214 commenti, 223 condivisioni e 5661 like. I dati, le cifre e i numeri sono indicativi del fatto che il post è piuttosto vivo anche dopo diversi giorni dalla sua nascita;
  • r isultat i qualitativi : gli utenti hanno in parte criticato il giudizio positivo che Clio ha dato sul prodotto, ma Clio non ha commentato/replicato.

Clio attraverso i post esprime ancora una volta autenticità e spontaneità.

Il 90% di chi scrive sente la necessità di sentirsi parte di una comunità di nostalgici. Un sociologo francese, Bernard Cova[3], ci parla di tribalismo. L’individuo postmoderno ha bisogno di sentirsi parte di un gruppo, una tribù che si unisca attorno a degli oggetti di consumo e di confrontarsi con gli altri esponenti della comunità, lasciando così da parte il tipico individualismo della società moderna. I commenti al post di Clio esprimono a pieno questo concetto, perché gli utenti che hanno deciso di scrivere l’hanno fatto per sentirsi uniti agli altri, non solo dalla passione per il makeup, ma anche da ricordi ed esperienze passate.

Spesso Clio nei post risponde a qualche commento anche se poco; in questo post non è presente alcuna sua risposta. Posso ipotizzare che sia una sua strategia per mantenere credibilità sulla base di una policy, di regole per i social network definita in precedenza, oppure un suo stile di relazione che ha lo scopo probabilmente di lasciare che i commenti negativi o contrari si superino senza accendere ulteriori discussioni se lei dovesse intervenire/commentare.

Nell’intestazione del post vi è il collegamento con il video su YouTube dove vi sono 176 commenti, 1057 Like e 27 No Like, che riprendono quello che viene scritto su facebook e cioè che il prodotto che ha provato Clio non piace.

Se dobbiamo distinguere la presentazione di Clio sui due social network notiamo delle differenze: YouTube, proprio per la sua modalità di fruizione, richiede un pubblico più attento, un video ha bisogno di qualche minuto per essere visto e quindi i commenti derivano da un’interazione più profonda con ciò che viene pubblicato; Facebook invece ha un pubblico distratto, rapido e anche a volte compulsivo, nel pubblicare, rispondere e interagire. Quest’ultima analisi non è che una conferma del fatto che, chiunque si occupi di social network in maniera professionale, deve ricordare che ogni social ha il suo linguaggio: è impossibile utilizzare con successo lo stesso per tutte le piattaforme. Se analizziamo il personaggio di Clio attraverso i concetti di Goffman[4] si può notare che il retroscena irrompe sulla ribalta nella pagina Facebook e non c’è nemmeno distinzione netta tra vita online e offline. Infatti Clio gira i video-tutorial tra le mura della sua casa: in camera sua quando si trucca o in cucina quando prepara le maschere di bellezza fai-da-te.

Clio si dimostra nella Rete attraverso la regola del contegno, come una web celebrity a cui dare fiducia, competente nella sua professione e passione, lasciando trasparire dai suoi video o immagini affidabilità. Lo dimostra anche con i video in cui appare sicura di sé, con un linguaggio semplice e spontaneo. Il contenuto del rituale (post su Facebook, video su YouTube o articoli sul blog) è arbitrario, ma è cruciale. Allo stesso tempo la natura della deferenza del pubblico, si evince dai numerosi like degli utenti ai suoi post e immagini pubblicate giornalmente sulla fan page.

Clio appare spontanea, la sua faccia sempre coerente è quella della ragazza della porta accanto, non deve assumere comportamenti diversi dietro le quinte, ma mantiene sempre la stessa faccia, forse grazie al contesto “quotidiano” in cui si propone e sviluppa le sue interazioni. Clio inserisce elementi di retroscena sulla ribalta a conferma forse del suo stile comunicativo spontaneo e coerente: la strategia di Personal Branding utilizzata da Clio.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]   Zhao 2006

[2]  Screenshot deriva da due termini inglesi, screen che significa schermo e shot che significa scatto fotografico: è l’istantanea dello schermo di un monitor di computer o di televisore o di qualunque altro dispositivo, che immortala quel che si sta visualizzando in un dato momento. Lo screenshot è quindi in definitiva un’immagine, da poter poi utilizzare e modificare come tutte le immagini.

[3]  Professore all’Euromed Management di Marsiglia e Visiting Professor all’Università Bocconi di Milano. E’ uno dei più eminenti studiosi del marketing e della sociologia del consumo a livello internazionale. Studioso degli approcci alternativi del marketing, ha sviluppato la teoria del consumo tribale e dei modelli collaborativi tra consumatori e produttori.

[4]  Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Il caso di Clio Make-Up

Il caso di Clio Make-Up

Foto di kinkate da Pixabay

Come si trasforma una passione in un’attività divertente e redditizia?

Per spiegarlo e dire che è possibile usiamo come esempio il fenomeno di Clio Make-Up, che partendo dal suo videoblog ha monetizzato la sua passione attraverso lo sviluppo di una strategia di differenziazione, di reputazione e una community.

Clio Zammatteo nasce a Belluno, studia video design allo IED di Milano e in seguito si trasferisce a New York per frequentare una scuola professionale di trucco, l’istituto MUD Make Up Designory. Nella metropoli decide di raccontare alle connazionali ciò che sta apprendendo attraverso la piattaforma YouTube, così il 7 luglio 2008 carica il suo primo video. Inaspettatamente, raggiunge un numero altissimo di visualizzazioni, che attualmente è arrivato a nientemeno che 161.871.304, con 767 video e 880.646 utenti iscritti.[1]

Un caso reale e di successo:  una ragazza che, partendo dalla sua passione per il trucco e sfruttando la risorsa gratuita YouTube, ha avviato una carriera online divertente e redditizia che oggi l’ha portata a scrivere due libri, essere protagonista di una trasmissione televisiva e soprattutto a monetizzare la sua passione.

Quando ha iniziato non aveva competenze di business, non possedeva una strategia di monetizzazione e non aveva chiari tutti gli step che avrebbe dovuto fare per raggiungere quello che oggi è diventata: un fenomeno del web.

Facendo un’analisi del percorso che ha portato Clio al successo possiamo delineare alcuni step.

È partita dalla sua passione (il trucco, spendeva tutti i suoi soldi nei cosmetici) e da una sua esigenza (ha pensato di creare dei video su come truccarsi perché lei stessa, cercandoli online, non riusciva a trovarne, soprattutto in lingua italiana).

Ha avuto un obiettivo chiaro: in Italia non esistevano video sul makeup e per questo ha deciso di pubblicarli, man mano che apprendeva le tecniche nella scuola a new York.

Che immagine di sé (faccia/maschera), ha comunicato Clio?

È sempre stata coerente con l’immagine che ha offerto inizialmente: non voleva apparire una super esperta in trucco. Ha cominciato i suoi video dicendo chiaramente e con semplicità chi era e quello che aveva da offrire. Sono stati gli ascoltatori che l’hanno apprezzata e seguita perchè faceva al caso loro.

Il suo obiettivo è quello di essere un “riferimento” per i lettori: ovvero molti dei prodotti di cui parla non esistono in Italia, lei suggerisce le alternative e di ovviare al problema.[2]I video di Clio, grazie agli strumenti di condivisione dei social network, hanno avuto una vera propria esplosione virale: in poche settimane, le visualizzazioni sono passate da qualche decina ad alcune centinaia.

Il suo impegno è stato premiato fin da subito dai commenti di persone soddisfatte che le hanno trasmesso l’energia per andare avanti: perchè il semplice fatto di continuare a condividere e a servire il tuo pubblico ti velocizzerà nel diventare un vero esperto del tuo settore.

Il caso di Clio dimostra anche come non paga essere gelosi delle proprie competenze, piuttosto quanto la condivisione possa essere un solido ponte verso una buona occasione: tu inizi a costruire, finchè saranno altre persone che ti apprezzano ad aiutarti ad arrivare dove non avresti mai pensato.

Oggi Clio conduce un programma televisivo molto seguito su RealTime: è passata quindi dal truccarsi seduta davanti alla webcam al dispensare consigli utili su un comodo divano in uno studio televisivo. Il debutto è di lunedì 6 febbraio 2012, giorno in cui il programma registra[3] 429.000 telespettatori (con una permanenza di oltre il 60%) per una share del 2.3% sul totale popolazione. Ha scritto 2 libri per la casa editrice Rizzoli: Clio make-up (2009) e Beaty care. La cura della pelle e i cosmetici fai-da-te (2010). Gestisce un fortunato sito internet sul trucco: http://blog.cliomakeup.com/. È rimasta fedele al suo canale YouTube, ma è anche su Facebook, Twitter, Google+ e Instagram: tutti strumenti gratuiti che le garantiscono un’ampia visibilità. E, infine, è testimonial dell’azienda di cosmetici Pupa.

Clio è diventata così in pochissimo tempo una web-celebrity, complice il fatto di essere stata la prima make-up artist italiana su YouTube.

Il target di Clio è prettamente femminile, al quale è indirizzato non solo il programma, ma anche il canale Real Time. Dal debutto della trasmissione, Clio è diventata trend topic[4] su Twitter e su Facebook  si ritrova, ad oggi, con 1.847.163 like.

Il suo punto di forza è essere stata sempre sé stessa, coerente con l’immagine di una persona come tutte le altre, con un carattere aperto, spontaneo, tra faccia struccata e capelli della prima mattina: situazioni in cui ogni donna si può riconoscere. Tutorial come Capelli perfetti ogni mattina per ciompe, BB cream…per non sentirsi mai cesso e Post brufoli e macchie pelle ne sono una perfetta esemplificazione.

Su YouTube vince la rappresentazione della quotidianità, data dal piazzamento del personaggio davanti ad una telecamera, con gatti e nonne che passano dietro, mamme che fanno da cavie, diverse location della vita quotidiana e uno stile tutto spontaneo. Nel canale web, Clio Zammatteo è libera di fuoriuscire in tutta la sua straordinarietà che l’ha resa famosa. D’altra parte, non è un caso che nonostante la popolarità acquisita non dia segno di voler mollare YouTube, che rappresenta un contatto diretto e vero con tutte le sue fan che lei chiama “amiche”.  Com’è lo stile comunicativo di Clio?

Lo stile comunicativo di Clio che emerge è semplice, aperto, diretto e confidenziale in quanto usa termini colloquiali nel linguaggio scritto e orale.

Clio Make-Up è anche un esempio di Personal Guerrilla Marketing (come lo chiamano Centenaro e Sorchiotti[5]) un modo particolarmente creativo di promuovere se stessi. Si tratta dell’utilizzo della filosofia del Guerrilla Marketing, più in generale del Marketing Non-Convenzionale applicata al Personal Branding, che parte dal presupposto di inventare delle strategie creative e virali per superare l’inferiorità militare (finanziaria) delle piccole e medie imprese contro un nemico molto più forte (il mercato). Il nome deriva proprio dal termine “guerrilla”, che identifica la forma di guerra condotta con mezzi non convenzionali, da truppe irregolari, con pochi mezzi ed un nemico soverchiante. L’obiettivo trasportato al marketing è quello di utilizzare la creatività, in maniera per certi versi aggressiva, per far leva sull’immaginario e sui meccanismi psicologici del proprio pubblico e conquistarlo.

Il Personal Guerrilla Marketing non deve essere visto come una strategia per costruire un Personal Brand, ma come un possibile mezzo per diffonderlo. La creatività, l’umorismo, la sopresa sono caretteristiche del Marketing Non Convenzionale: le migliori azioni di Personal Guerrilla Marketing sono quasi avvenute per caso, in quanto la viralità non è prevedibile.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] Statistiche disponibili all’indirizzo: http://www.youtube.com/user/ClioMakeUp/about

[2]  Obiettivi di Clio Zammatteo estrapolati dal suo primo video di presentazione del 2008 disponibile all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ZYgEQU3gGkw

[3] Dati disponibili all’indirizzo: http://www.digital-sat.it/ il magazine online dedicato alla tv digitale.

[4] Trend topic = le tendenze twitter del momento.

[5]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.

Analisi di Linkedin

Analisi di LinkedIn

 

I social network non servono solo come strumento per passare il tempo online, possono infatti essere fondamentali nella ricerca di nuovi contatti lavorativi, come dimostra LinkedIn, la piattaforma per i professionisti del lavoro.

Lo scopo dell’analisi è quello di indagare se gli utenti utilizzano al meglio l’opportunità di presentarsi sul social network LinkedIn per farsi trovare e promuoversi creandosi una solida rete di utenti utili alla ricerca di un lavoro o collaborazione professionale, utilizzandolo dunque come strumento base per la strategia del Personal Branding online. Un altro aspetto che vado ad indagare riguarda le differenze di genere: nel mondo dei social network, in particolare in LinkedIn, uomini e donne si presentano alla stessa maniera oppure esistono differenze di genere ancorate ai vecchi stereotipi?

Ho analizzato 30 profili del social network LinkedIn, suddivisi equamente in 15 profili femminili e 15 maschili di età compresa tra i 25 e i 45 anni di varie province del Veneto, che attualmente svolgono varie professioni post laurea.

Gli items scelti per analizzare i profili sono:

  • foto profilo : l’ideale è la foto professionale, ma la foto sorridente e solare è più positiva
  • numero collegamenti : se un profilo ha il “500+” è attivo su LinkedIn, sia con altri utenti che nei gruppi
  • riquadro attività : posizionato subito sotto il riquadro del nome/cognome/avatar così da mettere in evidenza per esempio l’ultimo post pubblicato sul blog aumentando la brand reputation
  • riquadro competenze ed esperienze : in lingua italiana e/o inglese con allegati file e link
  • riquadro riepilogo : in lingua italiana, ma una buona parte di utenti che lavorano in Italia lo preferiscono in inglese per dimostrare di conoscere la lingua, anche perchè molte aziende il colloquio lo fanno in inglese. Si possono aggiungere dei media per evidenziare successi ed esperienze riquadro gruppi : da inserire i gruppi frequentati di più, così chi visiona il profilo sa che  l’utente è interessato/attivo a un determinato argomento/i: una persona con molti interessi, dimostra di essere curioso, con la voglia di imparare, intelligente, dinamico, che sa adattarsi agli altri e all’ambiente
  • segnalazioni : una sorta di lettere di presentazione/raccomandazioni/referenze da parte di collaboratori/colleghi/titolari/professori delle precedenti esperienze in campo formativo e/o lavorativo, in forma testuale, diverse dal riquadro competenze ed esperienze
  • altri riquadri : info generali (link sito/blog e account social), progetti, lingue, pubblicazioni, organizzazioni, votazione esame (mostrare il 110 e lode fa la sua figura), brevetti, corsi, certificazioni, volontariato e cause, con la massima sincerità

Risultati dell’analisi dei profili femminili.

I risultati riguardano la maggioranza dei profili analizzati:

  • foto profilo riscontrate:
    • nessuna, avatar standard di LinkedIn 1 su 15
    • stile fototessera (sfocata, storta con il classico sguardo serio) 1 su 15
    • foto sul posto di lavoro mezzo busto sorridente 7 su 15
    • ragazza sorridente con la testa inclinata da un lato (un classico) 4 su 15
    • di profilo sorridente 1 su 15
    • foto di laurea 1 su 15
  • numero collegamenti : 5 su 15 con contatti 500+ che riguardano il settore professionale di interesse evidenziato nel riquadro competenze con le keywords; 6 su 15 con un numero di contatti superiore a 100, i restanti 4 profili con un numero di contatti minore di 100
  • riquadro attività : 6 su 15 si
  • riquadro competenze ed esperienze : 9 su 15 in lingua inglese il restante solo in lingua italiana
  • riquadro riepilogo : 9 su 15 in lingua inglese e solo 3 su 15 hanno inserito media sulle esperienze formative e professionali precedenti e attuali riquadro gruppi : 12 su 15 hanno inserito i gruppi a cui partecipano collegati alle keywords presenti nel riquadro competenze

: 12 su 15 l’hanno compilato con interessi simili alle loro competenze professionali

  • segnalazioni :  5 su 15 hanno ricevuto in media  4 segnalazioni/raccomandazioni/referenze dai collaboratori dei progetti lavorativi precedenti
  • altri riquadri :
    • collegamenti social o sito/blog 6 su 15
    • votazione esami diploma/lauree 4 su 15
    • volontariato 5 su 15
    • corsi di perfezionamento/aggiornamenti 13 su 15
    • progetti 3 su 15
    • pubblicazioni 2 su 15

Risultati dell’analisi dei profili maschili.

I risultati riguardano la maggioranza dei profili analizzati:

  • foto profilo riscontrate:
    • foto sul posto di lavoro mezzo busto sorridente 3 su 15
    • foto sul posto di lavoro a mezzo busto serio 7 su 15
    • di profilo sorridente 1 su 15
    • foto di laurea 3 su 15
    • foto in bianco e nero 1 su 15
  • numero collegamenti : 13 su 15 con contatti 500+ e la maggior parte colleghi e aziende che riguardano il settore professionale di interesse evidenziato nel riquadro competenze con le keywords; 2 su 15 con un numero di contatti superiore a 150
  • riquadro attività : 11 su 15 si
  • riquadro competenze ed esperienze : 7 su 15 in lingua inglese il restante solo in lingua italiana
  • riquadro riepilogo : 7 su 15 in lingua inglese e 6 su 15 hanno inserito media sulle esperienze formative e professionali precedenti e attuali riquadro gruppi : 15 su 15 hanno inserito i gruppi a cui partecipano collegati alle keywords presenti nel riquadro competenze : 13 su 15 l’hanno compilato con interessi simili alle loro competenze professionali
  • segnalazioni : 8 su 15 hanno ricevuto in media 3 segnalazioni/raccomandazioni/referenze dai collaboratori dei progetti lavorativi precedenti
  • altri riquadri :
    • collegamenti social o sito/blog 11 su 15 – votazione esami diploma/lauree 9 su 15
    • volontariato 3 su 15
    • corsi di perfezionamento/aggiornamenti 14 su 15
    • progetti 7 su 15
    • pubblicazioni 6 su 15

Risultati relativi alle differenze di genere riscontrate.

L’analisi prende in considerazione gli stereotipi sessuali e di genere che per la cultura in cui siamo cresciuti abbiamo: ovvero le categorizzazioni negative e positive con le quali etichettiamo uomini e donne.

Ciò che emerge dall’analisi dimostra in primis che le donne, a differenza degli uomini, hanno meno contatti. Questo dato è dimostrato dal numero di collegamenti osservato nei 30 profili: su 15 profili maschili analizzati, in 13 casi il numero di contatti è superiore a 500, al contrario su 15 profili femminili analizzati, solo in 5 casi il numero di contatti è superiore a 500, nei restanti sono tra i 50 e i 150 contatti.

Inoltre ho notato differenze tra uomini e donne anche a seconda del settore professionale di appartenenza: le donne sono impegnate nelle attività di networking legate a strutture di servizi, arte, moda, organizzazioni no profit, comunicazione e pr; dall’altro lato, gli uomini si distinguono quando si tratta di ruoli manageriali, import/export o consulenza.

Un altro elemento che ho osservato è la corrispondenza o meno dello foto utilizzata in LinkedIn con altri profili in altre piattaforme, in particolare Facebook.

Quasi tutti gli utenti donna presi in analisi hanno un profilo anche in Facebook: ho osservato che esse fanno uso delle impostazioni del livello di privacy e che l’immagine profilo e l’immagine di copertina le ritrae in foto della vita personale, privata e quotidiana. Quindi possiamo notare che le donne tendono a mischiare la sfera privata e professionale più degli uomini.

Al contrario gli uomini con un profilo Facebook si rappresentano con la stessa foto profilo che hanno in LinkedIn, quella più professionale e quella di copertina nella maggior parte degli utenti analizzati, con una foto intera che li ritrae da soli in un viaggio o durante una passione/hobby. Gli uomini quindi mantegono maggiormente la linea di demarcazione tra vita privata e vita professionale anche online. Essi seguono la regola di utilizzare la stessa foto in tutti i profili dei vari social network ai quali sono iscritti, per mantenere una maggiore credibilità e coerenza.

Entrambi i sessi però vedono la compilazione del currriculum, ovvero della vita professionale con la descrizione sintetica della formazione e delle esperienze lavorative, nella voce informazioni di Facebook.

Analizzo ora più attentamente le foto profilo, dal momento che nella società contemporanea l’immagine personale è molto rilevante. Tale immagine in Linkedin è sempre visibile, è la prima cosa che vediamo e dà la possibilità di farsi un’idea della persona che sta dietro al profilo, ancor prima di leggere le sue competenze, le sue abilità e le sue esperienze professionali.

Se analizziamo aspetti della comunicazione non verbale emerge che la donna appare maggiormente in primo piano, a mezzo busto sorridente, con lo sguardo in camera; mentre l’uomo a mezzo busto più serioso, con lo sguardo molto spesso che sfugge all’obiettivo.

Come direbbe Goffman[1], in LinkedIn tutti gli utenti sono attori che recitano e mettono in scena i loro lati migliori o quei lati che pensano possano essere migliori per gli altri. Contemporaneamente nascondono i lati deboli che riservano per i loro retroscena, nella vita privata.

Quindi chi sfrutta al meglio LinkedIn, uomini o donne? O entrambi, ma con stili diversi?

Sono emersi due stili comunicativi diversi tra maschi e femmine che in parte ricalcano gli streotipi di genere, ma entrambi possono essere vincenti.

Posso ipotizzare che le donne che utilizzano foto più informali e più sorridenti, rispetto agli uomini che si rappresentano con un’immagine più sobria e rigida, trasmettono più calore, più vicinanza e più sicurezza ad un datore di lavoro che si occupa ad esempio di comunicazione o di servizi alla persona. Tali foto associate al titolo o al tag coerente con ciò che le donne vogliono comunicare di sé, rappresentano una strategia di promozione del self brand.

Allo stesso modo gli uomini con contatti lavorativi numerosi, una foto profilo più seriosa e uguale in tutti i profili dei social network e un network attivo con post recenti sono altrettanti strategie di personal branding che messe insieme possono attrarre i datori di lavoro nella fase di recruiting.

Sia uomini che donne inoltre utilizzano come strategia quella di partecipare alle discussioni nei gruppi, per dare testimonianza della propria professionalità e competenza.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]  Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Esempi di Personal Branding Metodologia della ricerca

Esempi di Personal Branding

Metodologia della ricerca: ipotesi e scopo dell’analisi

L’ipotesi generale è che i social network non sono luoghi di simulazione anonima totalmente sganciati dalla realtà quotidiana, ma sono anche spazi in cui l’utente ha l’opportunità concreta di enfatizzare quelle parti della propria identità che non sono facilmente esprimibili negli ambienti faccia a faccia, di mettere in scena un’immagine di sé più socialmente desiderabile, ovvero i sé possibili auspicabili, il sé ideale elaborando così una strategia di Personal Branding. Questa immagine può infatti essere considerata come una mera maschera virtuale che noi mettiamo sulla ribalta dei social network, dal momento che la narrazione identitaria su Facebook, LinkedIn, Youtube, Instagram ecc., produce sempre un impatto importante nell’idea che una persona vuole dare di sé agli altri.

Nello specifico l’ipotesi è affermare se e come le persone che cercano chance lavorative, grazie alla Rete, mettono in atto strategie di self branding. La mia ricerca consiste in tre analisi di contenuto qualitative.

Inizialmente analizzerò 30 profili di utenti di LinkedIn, la piattaforma professionale per eccellenza, concentrandomi in particolare sui contenuti testuali scritti e visivi come foto, cioè sulle homepage, che sono la faccia/facciata dell’utente.

Di seguito porterò due casi di self presentation di successo di due ragazze italiane Clio Zammatteo e Chiara Ferragni, analizzando la loro faccia, cioè tutto ciò che esse comunicano di loro aspetto fisico, hobby, competenze, esperienze, relazioni sociali ecc., compreso il loro stile comunicativo, per capire se hanno utilizzato strategie di Personal branding.

Mi concentrerò quindi sulla self presentation nei vari social network, descritti nel capitolo precedente, analizzando alcuni concetti di Goffman[1].


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Approfondimento sul Social Media ROI

Approfondimento sul Social Media ROI

Il Social Media ROI è il ritorno di investimento dell’attività di marketing sui social network.

Un qualsiasi investimento ha bisogno di un ritorno, che sia di immagine o economico. Per ciò che riguarda la sfera della promozione online, spesso un Mi Piace su Facebook non ha un diretto ritorno economico, ma ha un valore a livello di visibilità del brand e un probabile riscontro indiretto sulle vendite.

Dimostrare che dall’investimento sia derivato un ROI è fondamentale per la reputazione del brand e per mantenere i clienti.

Non calcolare il ritorno di investimento dell’attività di social media sarebbe un errore strategico perchè non permetterebbe di capire l’efficacia delle azioni di marketing scelte.

Il ROI non è identificabile in un modo solo, può essere un nuovo contatto, un nuovo acquisto, un lead, un click, un nuovo acquisto. Per calcolare il ROI, quindi, bisogna impostare degli obiettivi, il cui raggiungimento lo rappresenterà.

Generalmente per i social media si parla di 5 principali metriche da considerare:

  • reach: è la portata di utenti che si riescono a raggiungere, maggiore è la portata più il brand sarà conosciuto e le vendite e i contatti avranno possibilità di aumentare;
  • traffico: non inteso come traffico sui profili social, bensì come traffico verso il sito web aziendale o il corporate blog. Portare visite al sito significa aumentare le probabilità di vendita e successo;
  • leads: è probabilmente uno dei parametri più importanti, poiché misura le conversioni, in termini di contatti ricevuti, provenienti dai social;
  • clienti: è sicuramente uno degli obiettivi più difficili da raggiungere, significa misurare il successo in base ai nuovi clienti ottenuti attraverso i profili social;
  • tasso di conversione: ovvero il rapporto tra leads e numero di visite. È un dato importante quando si vuole fare un confronto tra più canali, ad esempio tra Twitter e Facebook, o tra il blog e il profilo Google Plus.

Gli obiettivi devono essere allineati con la piattaforma, bisogna quindi scegliere quella giusta per l’obiettivo che si vuole raggiungere.

Sono molte le variabili in questo senso, seppure i vari social abbiano delle caratteristiche ben definite, che distinguono anche il modo in cui gli utenti tendono ad utilizzarli:

  • Facebook: è il social per eccellenza, con il numero più alto di utenti. Grazie a questa caratteristica è adatto a tutti i business, poiché di sicuro c’è un target adatto a ognuno di essi;
  • Twitter: è molto diffuso, ha tantissimi utenti e la sua particolarità è la sintesi, adatto specialmente per la condivisione e diffusione di notizie e informazioni che necessitano di un’ancora su una pagina web di approfondimento;
  • Instagram: si basa tutto sulla condivisione di foto e brevi video corredati di hashtag. Nasce e vive grazie al mobile e molti brand hanno cominciato a utilizzarlo ai fini del marketing, per avere una partecipazione attiva dei clienti e potenziali tali. È adatto a chi ha un prodotto/servizio molto visuale, che può essere messo in risalto grazie a foto e immagini;
  • Google+: è il social di Google di cui ora si parla moltissimo, probabilmente perché è diventato quasi obbligatorio avere un profilo, per l’authorship come per la reputazione online, ma i brand non sono particolarmente attivi sulla piattaforma;
  • LinkedIn: è dedicato esclusivamente al business personale come anche aziendale. È ottimo per chi si occupa di B2B e per chi ha bisogno di costruire relazioni professionali e accrescere la propria rete.

Dopo aver scelto obiettivi e piattaforme è necessario monitorarne i risultati costantemente, per capire dove intervenire e per migliorare o per individuare ulteriori possibilità di crescita. Esistono diverse piattaforme, gratuite e non, che consentono di effettuare il monitoring come:

  • Google Analytics: è il servizio gratuito di web analysis formato Google, consente di monitorare moltissimi dati, oltre che di impostare obiettivi di ogni tipo.
  • Klout: è un servizio on line gratuito che consente di verificare qual’ è l’influenza online di una certa persona. L’influenza in rete è misurata tramite un numero il Klout score. Questo viene calcolato sulla base delle nostre interazioni all’interno dei social network e altri valori come le citazioni in Wikipedia. Nello specifico, Klout misura la capacità di guidare azioni nei social network. Il Klout score può andare da 0 a 100 e la media è intorno ai 40 punti. Chi ha un Klout score pari a 75, secondo lo schema della startup americana, dovrebbe essere in grado di influenzare 100 mila persone.
  • Quin: fornisce le analisi per Facebook, YouTube, Google e Twitter, grazie a dashboard personalizzabili a cui è possibile aggiungere una selezione di widget per dati o statistiche che si desidera monitorare.

Una volta ottenuto un certo numero di dati è bene compilare dei report, le scadenze possono essere stabilite a seconda delle esigenze e delle richieste. Fra i report personalizzabili di Google Analytics ce ne sono diversi, perfetti per i social network. Nel momento in cui si hanno in mano i risultati è possibile fare un confronto con gli obiettivi prefissati e calcolare il ROI.

Figura 4. Social Media Roi & Analysis Framework. Immagine che raffigura un programma strategico e un framework di misurazione subordinati al raggiungimento di obiettivi di alto valore per il brand, dando al R.O.I. un significato più ampio e di lungo periodo. Disponibile all’indirizzo: http://www.chefuturo.it/2013/07/il-roi-dei-social-media-e-il-corretto-framework-di-misurazione/

Il raggiungimento degli obiettivi legati alle attività sui social media può essere misurato attraverso tre metodologie d’indagine:

  • analisi delle relazioni che serve ad individuare le reti di persone che seguono un certo account o una specifica discussione e capire i legami forti e deboli che li uniscono;
  • analisi delle conversazioni utile a comprendere le discussioni che avvengono in rete attorno ad un brand o ad un tema;
  • analisi delle interazioni necessaria per misurare la capacità di un’azienda di entrare in relazione con chi abita i nuovi spazi della rete.

Non bisogna quindi accumulare fan e follower senza costruire relazioni.

Come scrive Cosenza[1] le spie da considerare per valutare le proprie performance su Facebook sono:

  • Likers o Fan: è la metrica più pubblicizzata dalla piattaforma, ma non la più interessante. Indica il bacino potenziale di lettori, ma è noto che solo una minima parte dei contenuti di una pagina viene resa visibile nel news feed dei fan, intorno al 10% secondo alcuni studi. L’Edge Rank, l’oscuro algoritmo di indicizzazione di Facebook, li seleziona sulla base di molteplici parametri che tengono conto dell’interesse manifestato da ogni utente e dei comportamenti dei suoi amici. In sintesi più sono stimolanti i contenuti prodotti e maggiore distribuzione avranno, ecco perché l’obiettivo dovrebbe essere l’engagement più che l’aumento smisurato dei fan;
  • Total Engagement: rappresenta la quantità di tutte le interazioni che le attività sulla pagina sono riuscite a produrre. Si ottiene dalla somma algebrica di like, commenti, condivisioni e post spontanei dei lettori in bacheca. Un valore alto indica una pagina stimolante. Un approfondimento ulteriore permette di capire il peso dei singoli addendi e quindi le attività maggiormente svolte dai lettori, ad esempio: la community tende più a commentare o a postare autonomamente?;
  • Page Engagement: è un indice dato dal rapporto tra Total Engagement e Fan. Il valore risultante indica il numero di interazioni prodotte, mediamente, da ogni fan. Quindi è un buon elemento per misurare la “capacità produttiva” dei fan e il loro grado di coinvolgimento;
  • Engagement per post: è un indicatore del livello di apprezzamento dei contenuti della pagina. È dato dal rapporto tra l’engagement generato dai post pubblicati dall’amministratore, ossia la somma di like, commenti e condivisioni generati e il numero di post scritti nel periodo considerato;
  • Total Reach o Portata: evidenzia il numero delle persone, uniche, che hanno visto effettivamente i contenuti della pagina. Si tratta di un’informazione cui solo l’amministratore della pagina può accedere, ma che è fondamentale per capire quanto lontano sono arrivati i post pubblicati. Insights permette di capire quali sono stati i canali della portata: se organica (cioè gli utenti hanno letto la notizia sulla pagina), virale (se l’hanno appresa grazie ai propri amici) o a pagamento (frutto di un’attività promozionale).

L’altra dimensione fondamentale per valutare strategicamente i propri risultati è quella della comparazione con il proprio mercato o pagine similari per numero di fan. Per quanto riguarda la valutazione delle proprie performance su Twitter, invece, si deveno considerare le seguenti metriche:

  • Follower: il numero dei seguaci è la metrica principale che Twitter usa, ma non la più illuminante. Per un social network che basa tutto sull’attimo e sul flusso, il bacino dei follower conta relativamente. Indica un bacino potenziale di lettori, ma nulla di più. Su Twitter le possibilità che i tweet non vengano visti sono elevate, semplicemente perché all’atto della pubblicazione molti non erano online;
  • Mentions: con questo termine Twitter intende tutte le citazioni ricevute dal nostro account, siano esse spontanee o derivanti da retweet e reply. Misurarle vuol dire avere idea del cosiddetto engagement o coinvolgimento generato. In sintesi quante reazioni ha generato un certo account. Ancora meglio sarebbe avere strumenti di analisi semantica che indichino quali di quelle menzioni sono positive o negative. Non avendoli si può assumere ragionevolmente che almeno il numero di retweet rappresenti un segnale di adesione al proprio messaggio, quindi avere uno strumento che indichi separatamente il dettaglio del numero di retweet e reply aiuterebbe;
  • Impressions: misurano l’esposizione raggiunta dall’account, ovvero il numero di volte che i tweet provienienti dall’account o citanti lo stesso, possono essere stati visti. Si tratta di un potenziale teorico dato dalla semplice moltiplicazione del numero di tweet per i follower cui sono destinati. Ancora più interessante è capire lo scarto che c’è tra le impressioni determinate dai cinguettii prodotti dal profilo e quelle guadagnate grazie alle menzioni dell’account da parte di altri soggetti. In questo modo si potrà capire il grado di amplificazione dei messaggi creato dalla rete di follower;
  • Unique Authors o Reach: se le mention offrono un’idea del volume di discussioni, il numero degli autori unici ci dice quante persone citano l’account. Questi due valori non coincidono quasi mai perché soprattutto quando si considerano periodi lunghi di analisi, uno stesso individuo può citare più volte un certo account. Si tratta di un fenomeno molto frequente durante gli eventi (si pensi ai commenti alle trasmissioni televisive) o durante esperienze ricorrenti (ad esempio i viaggi);
  • Engagement per tweet: a differenza delle altre metriche questo è un indice composto dal rapporto tra engagement e numero di tweet prodotti. Il primo valore, generalmente, si fa coincidere con il numero totale di mention ricevute. Ma non è sbagliato aggiungere ad esso la quantità di Favourites ricevute dai tweet. Ultimamente è proprio Twitter che sta spingendo gli utenti, rendendo pubblica l’azione relativa, a prendere l’abitudine di premere la stellina dei preferiti per mostrare il proprio gradimento. Una sorta di like che può essere considerata una reazione positiva all’attività editoriale. Un valore alto di Engagement per tweet indica tendenzialmente, che i cinguettii dell’account raccolgono i favori del proprio pubblico di riferimento.

I cinque indicatori appena analizzati acquistano maggiore significatività se letti in prospettiva, ovvero se vi si aggiunge la dimensione temporale. Il fattore tempo permette di comprendere se si stanno compiendo dei progressi o se le performance sono ferme. Inoltre lo storico dei dati dà anche modo di proiettare i risultati futuri e decidere i prossimi obiettivi da assegnare al team di lavoro.

Un’altra dimensione utile a valutare le proprie performance è quella del mercato, con uno strumento che permette di confrontare le metriche, appena analizzate, rispetto ai risultati dei concorrenti, che possono essere diretti, quelli che offrono prodotti o servizi simili, o indiretti, che tendono a soddisfare lo stesso bisogno.

Sviluppare un brand costa tempo e impegno quindi, ma può anche richiedere degli investimenti in denaro. Lo stesso vale per una presenza online efficace e per la relativa digital influence.

A questo proposito Centenaro e Sorchiotti[2], parlano di ROI della partecipazione ai social media che va inteso come return on influence, ossia come aumento della propria digital influence.

È meglio lavorare costantemente e a lungo per sviluppare la propria influence e pensare alla monetizzazzione in un secondo momento.

Più tardi monetizzi, maggiormente monetizzi.[3]

Riassumendo è importante avere una precisa idea del Personal Brand che si vuole esporre online, definire in modo chiaro una strategia online di comunicazione in linea con il Brand, ricorrere all’uso di Google Alert[4] con il quale definire e configurare punti di ascolto, saper selezionare il proprio target ed infine partecipare alle conversazioni con gli utenti. È dunque fondamentale tenere a mente che il vero Personal Brand si genera partecipando alle conversazioni online.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] Cosenza V., Social Media ROI, Apogeo, 2014

[2]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità., Hoepli, 2013.

[3]   Vaynerchuck G., Buttati! Ora o mai più. Trasforma la tua passione in soldi., Sperling &Kupfer, Milano, 2010.

[4]   Google Alert è un servizio che genera risultati di motori di ricerca sulla base dei criteri forniti e spedisce i risultati all’account e-mail. Questo servizio è utile per molti motivi, come il monitoraggio del web per avere informazioni specifiche sull’azienda, la popolarità dei contenuti online o la concorrenza. È usato anche per tenersi aggiornati sui nuovi progressi, gossip e tendenze.

Personal Branding: LinkedIn

LinkedIn

Foto di BedexpStock da Pixabay

LinkedIn è un business social network che nasce con lo scopo di fare da supporto ai più popolari social network di divulgazione di generici contenuti ed informazioni ed inoltre è un database per il recruiting, poiché mette in contatto le aziende con i profili degli utenti a loro volta personalizzabili con commenti e referenze di altri utenti del network. Possiamo definirlo come una fusione tra curriculum vitae, lettera di accompagnamento e referenze.

Il social network è stato lanciato nel 2003 ed è nato da una startup di origine californiana verte alla gestione e valorizzazione delle professionalità.

LinkedIn appartiene alla categoria dei social network tematici: è caratterizzato dai contenuti e dai legami relazionali che si concentrano su tematiche professionali e di business. Questo social infatti, permette la ricerca delle persone utili al raggiungimento dei propri scopi e la possibilità di farsi trovare dalle altre persone. È utile anche alle aziende che possono condurre diverse attività di comunicazione: recruiting, monitoraggio, engagement e corporate reputation.

Per un utilizzo ottimale del social network, è necessaria l’integrazione di Twitter nel network LinkedIn, in questo modo gli status verranno visualizzati nella bacheca e LinkedIn sembrerà più frequentemente aggiornato; è importante aderire a gruppi professionali che siano consoni e punti di riferimento per il proprio business e partecipare attivamente alle conversazioni all’interno dei gruppi ai quali si è aderito in modo da contribuire alla creazione di valore.

Poiché LinkedIn è il network professionale, esattamente come nel mondo del lavoro esistono le raccomandazioni: è consigliabile scrivere delle raccomandazioni/referenze per gli utenti considerati meritevoli di nota.

Rilevante è la creazione di un LinkedIn badge all’interno del profilo Facebook, ossia creare una icona la quale porta il visitatore direttamente nel profilo LinkedIn, per avere una integrazione maggiore tra i vari network ed infine includere l’URL[1] del profilo LinkedIn nel proprio biglietto da visita.

Centenaro e Sorchiotti[2] segnalano alcuni strumenti che LinkedIn mette a disposizione dell’utenza per incrementare le dimensioni della propria Rete di contatti e seguaci, questi sono cosi denominati: Invitation, InMail e Introduction.

Il  primo consiste nell’invitare un utente a connettersi indicandone l’indirizzo e-mail, il secondo consiste nell’utilizzo del servizio a pagamento di posta interna di LinkedIn che autorizza il contatto diretto con chiunque nella Rete ed infine il terzo consiste nella presentazione ad un utente fatta da un contatto in comune.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]   L’Url è l’acronimo di Uniform Resource Locator ed è la sequenza di caratteri che identifica l’indirizzo di una risorsa su Internet.

[2]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding, l’arte di promuovere e vendere se stessi online, Hoepli, 2013.

Google Plus per il Personal Brand

Google Plus per il Personal Brand

Oltre alle funzioni social, di aggregazione e alle utilità per tutti i brand e le attività in generale, Google plus è estremamente utile anche per le persone e il loro personal branding.

Il profilo Google+ è ben visibile nella ricerca, infatti cercando il nome di una qualsiasi persona presente nel social network è probabile che Google+ compaia fra i primi risultati di ricerca.

Interessante è l’authorship e la ricerca personalizzata di Google. L’authorship è la faccia che troviamo accanto ai risultati di ricerca per alcuni di essi, questa è collegata sia al nostro profilo che ai siti ai quali decidiamo di collegarla. In questo modo, qualsiasi sia la ricerca è possibile che la nostra faccia, quindi noi, sia direttamente nella ricerca di Google, facendoci conoscere. Per sapere quante persone ci hanno visto possiamo avere delle statistiche da Google Webmaster Tools.

Quindi ci sono molte possibilità per usare Google+ per il proprio personal brandig, dalla faccia nei risultati di ricerca ai risultati di ricerca stessi.

In Google+ è possibile creare delle cerchie, una specie di liste di Facebook, ma più usabili, con le quali puoi seguire e condividere elementi solo con le persone che ne fanno parte. Le persone che si aggiungono non possono venire a conoscenza del nome della cerchia, ma solo di far parte di una delle cerchie. Può essere utile inserire i propri clienti in una lista creata apposta per loro, con lo scopo di seguire il loro flusso e condividere alcune informazioni in target. In questo modo si può anche dividere la comunicazione professionale e non a seconda della cerchia.

Il profilo Google+ avrà molta rilevanza nei risultati di ricerca con il nome e cognome, pertanto è opportuno curare bene la descrizione dal punto di vista SEO, inserendo parole chiavi utili dalle prime righe e cercando di aumentare valore presentandoci in modo corretto.

Nella pagina Informazioni, è bene inserire i nostri link sociali che possono offrire maggiore valore: i primi tre verranno visualizzati nelle risultati di ricerca.

Infine è opportuno curare bene la descrizione dal punto di vista SEO, inserendo parole chiave utili dalle prime righe e cercando di aumentare valore presentandoci in modo corretto.

Tutto quello che condividiamo nel social network Google+ influenzerà i risultati di ricerca, in quanto comparirà una preferenza con il nostro account. Dobbiamo quindi cercare di invogliare il più possibile alla condivisione nei nostri elementi, in modo tale di invogliare la lettura.

Uno degli aspetti che colpiscono di Google+ è la possibilità di viralizzare il proprio account tramite la condivisione di un elemento. In questo modo possiamo vedere come un proprio elemento è stato ricondiviso mantenendo la fonte originaria. Questa possibilità rende molto interessante operazioni di marketing virale, e permette di poter aumentare la visibilità del proprio account e non solo all’elemento condiviso.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

Personal brand: Google plus

Google Plus

Foto di kropekk_pl da Pixabay

Goggle+ è il social network di Google lanciato nel 2011, molto simile e considerato per alcuni versi il concorrente di Facebook.

L’obiettivo di Google plus è quello di generare un sistema di condivisione aperta di contenuti web che sia il più possibile intuitivo e semplice come ha sempre fatto Google con tutti i suoi servizi.

Il punto di forza di Google Plus è l’inclusione in modo evoluto dei contenuti Google+ nei risultati di ricerca, creando in questo modo una ricerca sociale e non più solo organica. Se il Brand è grande, e riteniamo nella nostra strategia che possa essere utile in futuro posizionarsi su Google Plus, possiamo pensare di pianificare una presenza anche su questo Social, altrimenti puntiamo su un altro canale.

Inoltre, Google Plus è integrato con servizi, che ormai fanno parte della nostra quotidianità, come ad esempio Gmail e YouTube.

Le grande differenza tra le community (gruppi) di Google+ e Facebook è  che le pagine Google+ possono interagire nelle community.

Dentro l’ecosistema Google+ si possono fare video chiamate in streaming o live, private o pubbliche: tutti gli utenti iscritti in Google Plus hanno la possibilità di lanciare un Hangouts e iniziare una conversazione condividendo diversi strumenti di Google come Docs, YouTube ecc.

Non esiste il post perfetto, ma una buona struttura e mix tra testo, link e immagine può ottenere molte interazioni su Google Plus.

Propria la forte integrazione di Google+ con gli altri prodotti Google (Search, Local, Maps, Drive, YouTube, Gmail, Apps ecc) rendono la presenza irrinunciabile a vantaggio promozionale del proprio brand.

L’obiettivo di Google Plus è quello di generare un sistema di condivisione aperta di contenuti web che sia il più possibile intuitivo e semplice, come ha sempre fatto Google con tutti i suoi innumerevoli servizi.

Google Plus per il Personal Brand

Oltre alle funzioni social, di aggregazione e alle utilità per tutti i brand e le attività in generale, Google plus è estremamente utile anche per le persone e il loro personal branding.

Il profilo Google+ è ben visibile nella ricerca, infatti cercando il nome di una qualsiasi persona presente nel social network è probabile che Google+ compaia fra i primi risultati di ricerca.

Interessante è l’authorship e la ricerca personalizzata di Google. L’authorship è la faccia che troviamo accanto ai risultati di ricerca per alcuni di essi, questa è collegata sia al nostro profilo che ai siti ai quali decidiamo di collegarla. In questo modo, qualsiasi sia la ricerca è possibile che la nostra faccia, quindi noi, sia direttamente nella ricerca di Google, facendoci conoscere. Per sapere quante persone ci hanno visto possiamo avere delle statistiche da Google Webmaster Tools.

Quindi ci sono molte possibilità per usare Google+ per il proprio personal brandig, dalla faccia nei risultati di ricerca ai risultati di ricerca stessi.

In Google+ è possibile creare delle cerchie, una specie di liste di Facebook, ma più usabili, con le quali puoi seguire e condividere elementi solo con le persone che ne fanno parte. Le persone che si aggiungono non possono venire a conoscenza del nome della cerchia, ma solo di far parte di una delle cerchie. Può essere utile inserire i propri clienti in una lista creata apposta per loro, con lo scopo di seguire il loro flusso e condividere alcune informazioni in target. In questo modo si può anche dividere la comunicazione professionale e non a seconda della cerchia.

Il profilo Google+ avrà molta rilevanza nei risultati di ricerca con il nome e cognome, pertanto è opportuno curare bene la descrizione dal punto di vista SEO, inserendo parole chiavi utili dalle prime righe e cercando di aumentare valore presentandoci in modo corretto.

Nella pagina Informazioni, è bene inserire i nostri link sociali che possono offrire maggiore valore: i primi tre verranno visualizzati nelle risultati di ricerca.

Infine è opportuno curare bene la descrizione dal punto di vista SEO, inserendo parole chiave utili dalle prime righe e cercando di aumentare valore presentandoci in modo corretto.

Tutto quello che condividiamo nel social network Google+ influenzerà i risultati di ricerca, in quanto comparirà una preferenza con il nostro account. Dobbiamo quindi cercare di invogliare il più possibile alla condivisione nei nostri elementi, in modo tale di invogliare la lettura.

Uno degli aspetti che colpiscono di Google+ è la possibilità di viralizzare il proprio account tramite la condivisione di un elemento. In questo modo possiamo vedere come un proprio elemento è stato ricondiviso mantenendo la fonte originaria. Questa possibilità rende molto interessante operazioni di marketing virale, e permette di poter aumentare la visibilità del proprio account e non solo all’elemento condiviso.

© Il personal Branding – Marika Fantato