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Le conseguenze di deumanizzazione e infraumanizzazione

Le conseguenze di deumanizzazione e infraumanizzazione

Secondo Haslam e Loughnan (2014), le conseguenze della deumanizzazione possono essere suddivise in quattro gruppi:

• la riduzione dei comportamenti pro sociali;

• l’incremento dei comportamenti antisociali;

• gli effetti sul giudizio morale;

• gli aspetti funzionali.

Per quanto concerne la riduzione dei comportamenti prosociali, essa può avvenire sia a livello individuale che collettivo. Vaes et al. (2002) hanno mostrato che le persone rispondono in maniera prosociale a coloro che si descrivono in termini di emozioni secondarie, poiché essi vengono percepiti come “più umani”.

In contrasto, i membri dell’ingroup tendono a discriminare i membri dell’outgroup (non fornendo loro alcun tipo di aiuto) perché li vedono come mancanti di emozioni unicamente umane. A livello collettivo ciò si manifesta con una minore propensione all’aiuto verso coloro che hanno subito atrocità, in quanto la percezione dell’outgroup come meno umano porta ad una minor empatia verso di esso e consente una maggior giustificazione per le loro sofferenze (Zebel, Zimmermann, Viki & Doosje, 2008). Inoltre, sia la deumanizzazione sia l’infraumanizzazione possono agire riducendo il perdono intergruppi: ciò è stato dimostrato in contesti come quello Nord Irlandese (Tam, Hewstone, Cairns, Tausch, Maio & Kenworthy, 2007), dove, in caso di infraumanizzazione, c’è una minore propensione al perdono dell’altro gruppo e, in particolare, eventuali scuse da parte dell’outgroup non vengono accolte se espresse in termini di emozioni secondarie (Haslam & Loughnan, 2014).

Gli effetti più evidenti della deumanizzazione sono sicuramente l’incremento degli atti antisociali, che riguardano soprattutto azioni violente ed aggressive. Ad esempio, ciò è stato rilevato nel bullismo nei bambini, che deumanizzando la propria vittima provano sia meno sensi di colpa precedenti sia meno rimorsi successivi ad un’eventuale aggressione. Anche percepire nemici e criminali come meno umani porta ad altre conseguenze negative, che possono andare da un maggior supporto ad azioni violente, ad una maggiore propensione alla tortura e ad azioni maggiormente punitive: ad esempio, la deumanizzazione dei criminali porta a sentenze dure e punitive indipendentemente dalla gravità del crimine commesso (Bastian, Jetten, Chen, Radke, Harding & Fasoli, 2013).

Come verrà trattato nel dettaglio nel capitolo 3, la deumanizzazione comporta effetti anche sul giudizio morale: in particolare, persone che sono percepite con un basso livello di agency (ovvero la capacità di autocontrollo e pianificazione) vengono giudicate mancanti di responsabilità morale, mentre a quelle con un basso livello di experience (ovvero la capacità di percepire e provare emozioni) vengono negati alcuni diritti umani come quello di essere protetti dalle aggressioni. Come evidenziato da Bastian e Haslam (2011), ciò dipende dalla percezione di umanità: le persone a cui mancano i tratti unicamente umani vengono viste come non giustificabili e meritevoli di punizione, mentre le persone a cui viene negata la natura umana vengono giudicate come meno degne di protezione e capaci di riabilitazione.

Le conseguenze viste finora sono tutte di natura negativa, ma ci sono casi in cui la deumanizzazione può anche risultare “vantaggiosa”, come è stato evidenziato da due studi in ambito medico. Il primo (Lammers & Stapel, 2011) fa riferimento a trattamenti più dolorosi ma più efficaci verso alcuni pazienti cui viene negata la natura umana; il secondo (Vaes & Muratore, 2013), basato anch’esso su pazienti fittizi, si riferisce, invece, ad una riduzione dei sintomi di burnout che sperimentano gli operatori sanitari che umanizzano in minor misura le sofferenze di un malato terminale. Ovviamente, queste affermazioni vanno prese con la dovuta cautela, poiché l’empatia e l’umanizzazione hanno effetti positivi e predominanti sul trattamento dei pazienti.

Anche Leyens et al. (2007) analizzano le conseguenze dell’infraumanizzazione: essa, soprattutto se associata ad elevata identificazione con il proprio gruppo, ha come conseguenza la riluttanza/negazione ad accettare i misfatti passati commessi dal proprio ingroup, perpetuando il rancore intergruppi ed interferendo sulla piena riconciliazione di gruppi precedentemente in conflitto.

L’outgroup viene infraumanizzato dall’ingroup solo se quest’ultimo è ritenuto responsabile delle sue sventure (Castano & Giner-Sorolla, 2006), portando quindi ad una giustificazione del triste destino delle altre nazioni. Inoltre l’infraumanizzazione, come si è detto, predice una minore propensione al perdono intergruppi, fattore cruciale per l’armonia. Il contatto intergruppi frequente e di buona qualità comunque, costituisce un fattore che può incidere positivamente su questo processo, in quanto più si entra in relazioni armoniose con l’outgroup, maggiore sarà la propensione a considerarlo come umano e quindi a perdonare i suoi membri.

Viene evidenziato anche come il legame tra l’infraumanizzazione e la moralità possa essere cruciale nel mantenere la discordia tra i gruppi: il fatto che le emozioni secondarie (positive e negative) vengano considerate proprie dell’ingroup fa sì che le persone possano considerare come simbolo di piena umanità anche quelle prettamente negative ed immorali (come odio e mancato rispetto), e quindi accettarle come caratteristiche dell’ingroup. Inoltre, diverse ricerche effettuate su Arabi, Israeliani ed Ebrei hanno suggerito che i membri dei gruppi dominanti hanno più difficoltà ad abbandonare l’infraumanizzazione rispetto a quelli di basso status. Ciò è importante perché, mentre la teoria di giustificazione del sistema (Jost & Banaji, 1994) postula che i gruppi di basso status accettano la loro posizione ed i valori del gruppo dominante, la teoria dell’identità sociale (Tajfel, 1981) propone alcune variabili che spiegano come e quando gli individui dei gruppi di basso status tentano di innalzare la propria posizione sociale. Tra queste variabili si distinguono strategie oggettive (quindi atti tangibili di cambiamento sociale come le rivolte) e strategie simboliche (cioè cambiamenti di mentalità con la potenzialità di generare azioni tangibili): ad esempio, membri di gruppi stigmatizzati possono cambiare il valore attribuito ad una dimensione. Tra le soluzioni simboliche di innalzamento del valore dell’ingroup gli autori includono, il fenomeno dell’infraumanizzazione, in quanto pensare che gli altri siano meno umani può condurre ad una identità sociale positiva. Per i gruppi di basso status l’infraumanizzazione può avere una serie di conseguenze reali (Leyens et al., 2007): credere in una superiorità fondata su un’unica essenza umana rafforza la coesione del gruppo, che si percepisce come più forte e capace di fronteggiare le minacce esterne, e incrementa l’identificazione, rendendo i membri più leali verso l’ingroup e meno propensi all’adozione di strategie personali come la mobilitazione individuale. Inoltre, secondo Leyens et al.(2007), può facilitare alcune condizioni che nel lungo termine possono portare ad azioni collettive. Così come le conseguenze dell’infraumanizzazione possono portare dei benefici a lungo termine sui gruppi di basso status, bisogna considerare il possibile effetto opposto sui gruppi ad alto status. La storia ci porta esempi di regni (come l’impero Romano, così convinto della propria essenza superiore da negare il potere emergente di gruppi opposti) che sono miseramente crollati proprio per aver considerato se stessi come gli unici detentori dell’essenza umana.

Infine Leyens et al. (2007) discutono del ruolo dei media, che spesso riportano le notizie in maniera infraumanizzante. Ciò porta naturalmente ad un circolo vizioso che conduce ad un incremento dell’infraumanizzazione, in particolare verso alcuni gruppi etnico/sociali o verso categorie di persone che hanno un particolare impatto mediatico, come i criminali.

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

 

 

 

 

 

Quando le persone deumanizzano?

Quando le persone deumanizzano?

Questo aspetto, già trattato in questo capitolo per quanto riguarda l’infraumanizzazione, viene analizzato separatamente per il caso della deumanizzazione da Haslam e Loughnan (2014). Secondo tali autori le condizioni in cui si verifica la deumanizzazione sono molteplici, ma i fattori principali includono stati emozionali, motivazionali, cognitivi, e aspetti situazionali, sociali e strutturali.

Relativamente agli stati emozionali, la propensione al disgusto è associata alla tendenza alla deumanizzazione: gruppi che inducono disgusto sono più soggetti ad essere deumanizzati. Buckels e Trapnell (2013) evidenziano come un disgusto indotto sperimentalmente produca un’associazione implicita maggiore tra l’outgroup e gli animali, più di quanto possa indurre la tristezza o un umore neutro.

Per quanto riguarda gli stati motivazionali, quelli analizzati da Haslam e colleghi (2014) sono principalmente quattro: la connessione sociale, le motivazioni sessuali, il desiderio di equità morale ed i processi di protezione dell’ingroup. Lo studio della connessione sociale mostra che così come un bisogno sociale insoddisfatto porta all’attribuzione di mente ad entità non umane, persone con connessioni sociali numerose e soddisfacenti sono più soggette a deumanizzare outgroup distanti. Il ruolo delle motivazioni sessuali è studiato mediante la percezione che gli uomini hanno delle donne oggettivate, mostrando che le donne sessualizzate vengono più facilmente associate ad animali.

Relativamente al desiderio di equità morale, è stato dimostrato che c’è una tendenza maggiore alla deumanizzazione di outgroup che hanno una storia sofferta nel caso in cui al proprio ingroup siano state assegnate delle responsabilità: in questo caso, il negare umanità o moralità alle proprie vittime storiche evita il senso di colpa collettivo ed una percezione negativa dell’immagine del proprio ingroup. I processi di protezione dell’ingroup, infine, fanno sì che le persone tendano a giudicare anche gli attributi negativi del proprio ingroup come maggiormente umani, indipendentemente dal favoritismo verso l’ingroup; ciò rende il proprio gruppo maggiormente giustificabile (in quanto “umano”), e quest’effetto si intensifica se l’identità di gruppo è minacciata.

Riguardo ai fattori cognitivi, sono stati analizzati in particolare l’egocentrismo e “l’abstract construal” (come gli individui percepiscono, interpretano e comprendono il mondo attorno a loro) come moderatori dell’effetto interpersonale di auto-umanizzazione, nel quale gli altri sono visti meno umani di se stessi (Haslam & Bain, 2007). Gli aspetti situazionali fanno invece riferimento alla percezione di minaccia, che porta ad una tendenza maggiore alla deumanizzazione. Inoltre, la percezione di minaccia può moderare gli effetti della deumanizzazione e la conseguente tendenza all’aggressività. Ad esempio, nello studio di Viki, Osgood e Phillips (2013), i partecipanti che percepivano una maggiore minaccia nei Musulmani, e che quindi li deumanizzavano maggiormente, mostravano anche una maggiore tendenza alla tortura dei prigionieri di guerra. Anche la minaccia esistenziale della morte è coinvolta nell’infraumanizzazione, in quanto l’attribuzione preferenziale di attributi unicamente umani a sé e all’ingroup è un modo, secondo la teoria di gestione del terrore (Greenberg, Solomon & Pyszczynski, 1997), per combatterne la paura.

Infine, l’unico fattore sociale e strutturale che è stato analizzato è quello del potere, che è riscontrabile in vari ambiti tra cui quello medico (Lammers & Stapel, 2011): i medici che sperimentano una situazione di potere hanno infatti maggiore tendenza a deumanizzare pazienti, provando su di loro trattamenti più dolorosi, anche se più efficaci. Un altro esempio è nell’ambito scolastico, dove è stato osservato che studenti a cui sono stati assegnati ruoli di potere valutano i loro compagni come mancanti di tratti unicamente umani. E’ interessante notare come questo effetto non dipenda né dalla presenza di un rapporto gerarchico né dal tipo di attività (cooperativa o competitiva).

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

 

 

 

La tendenza e deumanizzare e infraumanizzare gli altri

La tendenza e deumanizzare e infraumanizzare gli altri

Anche se la capacità di vedere gli altri come meno umani può essere universale ed è riscontrabile anche nei bambini (Costello & Hodson, 2013; Vezzali, Capozza, Stathi & Giovanni, 2012), ci sono varie differenze di personalità, credo, ideologie e atteggiamenti che rendono alcune persone più soggette a deumanizzare. Secondo Haslam e Loughnan (2014) uno dei più importanti predittori di tipo ideologico è quello dell’orientamento alla dominanza sociale (SDO, Hodson & Costello 2007). Come evidenziato dagli autori, l’SDO è un importante predittore della deumanizzazione verso gli immigrati, mentre altri studi hanno dimostrato il suo legame con la deumanizzazione verso rifugiati e vittime di guerra. In questi studi, l’SDO è associato alla deumanizzazione più di quanto lo sia l’autoritarismo di destra, in quanto dipende più dalla dominanza sociale che dalla conformità sociale e dalla percezione di minaccia. Ad esempio, i livelli di SDO dei genitori bianchi predicono le tendenze dei loro figli a deumanizzare i bambini neri (Costello & Hodson, 2013). Haslam e colleghi (2014) hanno analizzato anche il ruolo delle credenze, dimostrando che le persone che percepiscono una divisione maggiore tra uomini e animali sono più soggette alla deumanizzazione razziale. Nella fattispecie, questa convinzione promuove la visione che gli esseri umani “inferiori” siano in qualche modo bestiali, giustificandone la discriminazione.

L’ultimo set di variabili riconducibili alla tendenza alla deumanizzazione è rappresentato dagli atteggiamenti, che sono stati analizzati solo in relazione alla percezione delle donne. È stato dimostrato che il sessismo ostile predice la negazione di umanità ai target femminili (Viki & Abrams, 2003), e più nello specifico si negano loro le emozioni positive unicamente umane; per i sessisti benevoli avviene esattamente il contrario. A conferma di ciò vi sono due studi: il primo evidenzia come a livello neurale i sessisti ostili abbiano un’attivazione minore delle regioni dell’attribuzione di stato mentale quando vedono donne sessualizzate (Cikara, Eberhardt & Fiske, 2011); il secondo, invece, dimostra come il sessismo ostile non sia correlato con l’associazione implicita con animali o oggetti nel caso di donne non sessualizzate (Rudman & Mescher, 2012). In definitiva, la deumanizzazione è collegata a quattro aspetti diversi delle differenze individuali (Haslam & Loughnan, 2014):

    • caratteristiche ostili e sgradevoli, inclusi tratti di psicopatia, narcisismo, credo nazionalistico e atteggiamenti ostili;
    • avversione emotiva verso persone non familiari;
    • posizioni ideologiche e gerarchiche dell’SDO e alle convinzioni di dominio umano sugli animali;
    • disconnessione sociale o carenza empatica, visto anche il legame con i tratti autistici.

Anche Leyens e colleghi, nella teoria dell’infraumanizzazione, analizzano le caratteristiche individuali o collettive che incidono sulla propensione ad infraumanizzare, citando in particolare in nazionalismo (Leyens et al., 2007), distinguendolo dal patriottismo, in quanto non consiste solamente nell’orgoglio percepito per il proprio ingroup (legato comunque ad una forte identificazione), ma anche nella denigrazione degli outgroup. Inoltre, evidenziano come un’alta identificazione con l’ingroup sia necessaria perché si sviluppi l’infraumanizzazione: chi non presenta un forte legame affettivo o cognitivo con l’ingroup meno probabilmente percepisce che il confine arbitrario tra ingroup e outgroup comporti una minor essenza umana di quest’ultimo. In tutti gli studi analizzati (tra cui Viki & Calitri, 2008), viene evidenziato come chi ha un elevato grado di identificazione con il proprio gruppo presenta maggiore possibilità di infraumanizzare.

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

 

 

 

Target deumanizzati e infraumanizzati

Target deumanizzati e infraumanizzati

I ricercatori hanno documentato il fenomeno della deumanizzazione considerando una serie numerosa di gruppi target, tra cui possono essere citati gruppi etnici (in cui la deumanizzazione viene considerata una forma di etnocentrismo), gruppi razziali e gruppi che non hanno una diversa etnicità bensì mostrano differenze di tipo sociale e storico-culturale. Inoltre, espandendo la gamma di soggetti deumanizzati, sono state osservate altre forme latenti di deumanizzazione con gruppi occupazionali (disoccupati), persone appartenenti a basse classe sociali, pazienti, malati mentali, maniaci sessuali, criminali violenti e omosessuali (Haslam & Loughnan, 2014). Una categoria frequentemente soggetta a deumanizzazione è quella delle donne. Alcuni studi confermano che focalizzarsi sull’apparenza delle donne a discapito della personalità porta a percepirle come mancanti di natura umana (e quindi di tratti come valore e competenza), soprattutto se i loro corpi vengono sessualizzati: se in alcuni casi tutto ciò porta a percepirle come più simili agli animali (Vaes, Paladino & Puvia, 2011), in altri esse vengono assimilate ad oggetti inanimati, privi cioè della natura umana (Heflick, Goldenberg, Cooper & Puvia, 2011).

Finora abbiamo analizzato la deumanizzazione come un processo che riguarda individui e gruppi nei confronti di altri gruppi, ma secondo Haslam e Loughnan (2014) essa può avvenire anche a livello individuale. Ciò porta l’individuo ad attribuirsi più umanità rispetto agli altri (effetto auto-umanizzante); inoltre, se si verificano alcune condizioni, può anche avvenire una autodeumanizzazione, ovvero una percezione di minor umanità di se stessi. Essa è riscontrabile soprattutto in chi ha subito o subisce episodi di esclusione sociale (Bastian & Haslam, 2011), che mostra la tendenza a definirsi come mancante di alcuni tratti della natura umana.

Ma quali sono dunque gli elementi in comune dei target deumanizzati? Per rispondere a questa domanda Haslam e Loughnan (2014) citano alcuni esperimenti che esaminano la percezione verso molteplici gruppi. Il primo di questi (Harris & Fiske, 2006) è basato sul modello del contenuto degli stereotipi (SCM) e mostra che la corteccia mediale prefrontale, legata alla cognizione sociale, si disattiva con membri di gruppi appartenenti al quadrante basso-basso, ovvero caratterizzati da un basso valore percepito sia riguardo al calore sia alla competenza. Questo avviene durante il contatto con persone che appartengono alle classi sociali più basse, come ad esempio barboni o drogati. Analogamente, Vaes e Paladino (2010) rilevano che gli Italiani del Nord infraumanizzano diversi gruppi etnici, in particolare quelli stereotipati a cui vengono attribuiti minor calore e competenza. Anche Vaes e Paladino (2007) analizzano, tramite l’SCM, la funzione di moderazione dello status dei gruppi sull’infraumanizzazione.

Effettuando un’analisi sistematica su prototipicità di ingroup e outgroup, umanità e valenza, essi trovano come i diversi outgroup vengono distribuiti lungo due dimensioni ortogonali (calore e competenza); inoltre, la prototipicità dell’ingroup è predetta dall’umanità percepita così come le differenze di tipicità tra ingroup e outgroup (mostrando infraumanizzazione).Le caratteristiche valutate tipiche per gli outgroup bassi sia in calore sia in competenza sono quelle percepite come meno umane. Inoltre, diversi studi evidenziano anche come i gruppi vengono infraumanizzati anche in assenza di un aperto conflitto: per la scuola di pensiero di Leyens il conflitto non è una condizione necessaria, anche se in caso di conflitti lievi viene ad aumentare la possibilità di infraumanizzazione. Di fatto, visto che lo status non modera l’infraumanizzazione e che non è necessario un conflitto aperto, nessun gruppo è escluso dalla tendenza ad essere infraumanizzato, e ciò rende particolarmente complicato il fenomeno perché non solo è molto diffuso ma può anche essere difficile da individuare. Secondo Leyens et al. (2007) l’infraumanizzazione avviene anche verso i gruppi di altro status; essa è legata però solamente alle emozioni secondarie e non agli altri tratti della natura umana. In ogni caso, lo status non permette di predire i livelli di deumanizzazione: nello studio di Rodriguez-Perez, Delgado-Rodriguez, Betancor-Rodriguez, Leyens e Vaes (2011), l’attribuzione di emozioni secondarie ai membri di 27 gruppi diversi non risulta correlata con la percezione dello status di questi gruppi. Leyens et al. (2007) ne deducono che i gruppi dominanti usano più criteri di deumanizzazione rispetto a quelli dominati, giudicando questi ultimi meno umani sia sulla dimensione del calore (ovvero le emozioni secondarie) che su quella della competenza (ovvero le proprietà definite da Haslam come appartenenti alla natura umana).

Uno studio condotto nel contesto italiano (Capozza, Andrighetto, Di Bernardo & Falvo, 2012) suggerisce che tra gli attributi di calore e competenza siano questi ultimi ad essere più rilevanti; inoltre i gruppi di basso status sono deumanizzati più facilmente e, poiché la deumanizzazione avviene solo dall’alto verso il basso, le differenze intergruppi basate su stereotipi collegati alla competenza moderano la deumanizzazione. Gli autori infatti dimostrano che i gruppi di alto status deumanizzano implicitamente i gruppi di basso status, che invece non si percepiscono affatto come più umani dei gruppi di alto status (generando un’asimmetria). In conclusione, i target bassi-bassi (sia in termini di calore che di competenza) sono i più vulnerabili. La deumanizzazione verticale è legata allo status sociale e alla dominanza, mentre le altre forme di deumanizzazione orizzontale sono basate sulla distanza e sulla disconnessione tra gruppi; un esempio di questo fenomeno è nella medicina, dove i pazienti vengono trattati con un distacco emozionale (Lammers & Stapel, 2011).

Secondo Haslam e Loughnan (2014) un ruolo fondamentale è svolto anche dalla familiarità con l’outgroup, infatti gli effetti di deumanizzazione maggiori vengono riscontrati per gruppi che sono socialmente più distanti, o per quelli subordinati (ad esempio, in un rapporto schiavo-padrone). Secondo Leyens e colleghi (2007) invece ciò è legato alla rilevanza dell’outgroup, che viene descritta come una sorta di interdipendenza sociale tra i due gruppi: più essa è elevata (e quindi i due gruppi sono vicini geograficamente e “costretti” alla coesistenza con conseguenze reciproche) e maggiore è la probabilità che avvenga deumanizzazione.

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

 

 

 

Deumanizzazione ed infraumanizzazione

Deumanizzazione ed infraumanizzazione

Definizioni, analogie e differenze

Per comprendere al meglio i fenomeni di infraumanizzazione e deumanizzazione legati alla percezione dei gruppi dobbiamo necessariamente considerare il processo di categorizzazione (Voci & Pagotto, 2010). Grazie all’utilizzo di categorie, infatti, le persone riescono a ridurre la complessità dell’ambiente che li circonda: l’inserimento, sulla base di un principio di somiglianza, di un numero elevato di stimoli differenti all’interno di classi più ampie, consente di ridurre gli innumerevoli casi singoli a un numero molto più limitato di categorie. La formazione stessa delle categorie sociali o di gruppi porta inevitabilmente ad una percezione di accentuata omogeneitàall’interno di un gruppo e differenziazione tra gruppi diversi (processi di assimilazione intracategoriale e differenziazione intercategoriale). Le persone non si limitano a categorizzare gli altri, ma categorizzano anche se stesse: i gruppi che coinvolgono al loro interno il sé vengono denominati ingroup, e saranno concepiti come gruppi “speciali” (in quanto nostri), mentre i gruppi in cui il sé non è incluso vengono denominati outgroup. La formazione di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni sono il prodotto del normale funzionamento della mente umana, basato sulla categorizzazione sociale, e dei processi motivazionali di valorizzazione dei gruppi di appartenenza, legati al bisogno di raggiungere e mantenere un’identità sociale positiva (Tajfel, 1981).

Tra le molteplici forme di discriminazione, pregiudizio e ostilità nei confronti di chi è diverso da sé (gli outgroup), assistiamo spesso anche a forme particolarmente gravose, caratterizzate dalla negazione totale o parziale dell’umanità altrui, ovvero la tendenza a percepire i gruppi estranei come “meno umani”, “non umani” o “sub-umani”. La mancata o ridotta attribuzione di umanità o caratteristiche umane agli altri rappresenta infatti, per suoi contenuti, una forma “aggravata” di discriminazione, in quanto viene messa in discussione una delle proprietà basilari della persona, ovvero l’umanità. Tali processi, che richiamano alla mente tragedie e stermini di massa, sono piuttosto diffusi (anche se prevalentemente in forme sottili e implicite) e possono avere conseguenze disastrose specialmente quando avvengono in forma manifesta. In particolare, tali fenomeni sono stati studiati in due distinti filoni teorici ed empirici della ricerca scientifica (per una rassegna vedi Haslam & Loughnan, 2014): l’infraumanizzazione (Leyens et al., 2007) e la deumanizzazione (Haslam et al., 2006).

Entrambe le teorie partono dall’assunto secondo cui forme radicate di pregiudizio possono sorgere dalla percezione che l’ingroup e l’outgroup non condividano la stessa essenza in questo caso, l’essenza umana, trattandosi di gruppi di esseri umani. L’ essenzialismo (Medin, 1989; Leyens et al., 2007) consiste nella convinzione che le persone e i gruppi sono sostanzialmente differenti tra loro e che quindi esistono delle discontinuità nell’umanità degli stessi. Le conseguenze di questa percezione sono però diverse secondo i due approcci.

Secondo Leyens, Rodriguez, Rodriguez, Gaunt, Paladino, Vaes & Demoulin (2001) le persone, in determinate circostanze, possono ritenere che i membri dell’ingroup abbiano un’essenza “maggiormente umana” rispetto ai membri dell’outgroup. Nei loro studi, l’essenza umana viene connessa solamente al fatto di essere in grado di provare emozioni secondarie. Queste infatti, a differenza delle emozioni primarie (quali gioia, sorpresa, paura, tristezza, rabbia, disgusto), immediatamente visibili e poco complesse, sono stati affettivi complessi, con una caratterizzazione cognitiva e spesso legati alla moralità. Tra queste emozioni secondarie, secondo Leyens et al. (2001), possiamo citare il rimorso, la nostalgia, l’intelligenza, il linguaggio, e tutti i sentimenti. Tutti gli esseri viventi, quindi umani e animali, provano emozioni primarie, ma solo gli esseri umani sono in grado di sperimentare le emozioni secondarie. La minor attribuzione di umanità all’outgroup è legata, quindi, nella teoria dell’infraumanizzazione di Leyens, dalla capacità di provare in minor misura queste emozioni secondarie.

Un ulteriore studio (Leyens et al., 2003) dimostra che l’infraumanizzazione è un fenomeno persistente in diversi contesti intergruppi, è evidente anche in assenza di conflitti intergruppi manifesti, ma quando vi siano differenze consistenti tra ingroup ed outgroup, ed è infine indipendente dai fenomeni di denigrazione dell’outgroup e di favoritismo per l’ingroup. Infatti, riguardo a quest’ultimo punto, mentre il favoritismo per l’ingroup consiste nell’associare solamente valori e caratteristiche positive al proprio gruppo e la denigrazione dell’outgroup nell’associare ad esso valori e caratteristiche negative, nell’infraumanizzazione vengono associate all’ingroup più emozioni secondarie, (unicamente umane), sia di tipo positivo sia di tipo negativo, come ha dimostrato uno studio che ha utilizzato una tecnica implicita di rivelazione delle associazioni gruppi-emozioni secondarie (Paladino et al., 2002).

E’ necessario sottolineare altri due aspetti: l’infraumanizzazione, secondo i suoi teorici, consiste in una tendenza pervasiva dettata dal bisogno di distinguere positivamente il proprio gruppo di appartenenza, ovvero è una conseguenza del processo di categorizzazione sociale. In virtù di queste assunzioni, Leyens et al. (2000) hanno sostenuto che tutti i membri dell’outgroup vengono percepiti come meno umani rispetto a coloro che appartengono all’ingroup. Inoltre, l’infraumanizzazione ha una varietà di implicazioni comportamentali che portano non solo alla mancata percezione dell’umanità altrui, ma anche ad un’evidente riluttanza nell’accettarla.

Il secondo approccio teorico relativo alle percezioni di umanità è quello della deumanizzazione proposto da Haslam (2006). L’approccio di Haslam si rifà al dualismo già evidenziato in diverse altre teorie psicologiche (come la percezione della mente di Gray, Gray & Wegner, 2007) differenziandosi da quello di Leyens e collaboratori (2000, 2001) principalmente perché effettua una distinzione tra le caratteristiche “unicamente umane” e le caratteristiche “legate alla natura umana”. Le prime sono quelle che differenziano gli esseri umani da quelli animali: tra queste rientrano sicuramente le emozioni secondarie già considerate da Leyens, ma anche altre capacità cognitive complesse e aspetti generali legati a civiltà, razionalità, moralità, socializzazione e cultura. Le caratteristiche legate alla natura umana sono invece quelle che, anche se possono in qualche misura caratterizzare le altre specie animali, sono ritenute centrali nel differenziare il genere umano da oggetti inanimati che ne sono invece privi, costituendo il nucleo di quella che può essere definita “umanità”. Esse riguardano per Haslam l’emotività, la vitalità ed il calore. A seconda di quale caratteristica venga negata all’outgroup, si possono quindi avere due tipi di deumanizzazione: quella animalistica o quella meccanistica. Quando ad un determinato gruppo vengono negate le caratteristiche unicamente umane, i suoi membri sono percepiti come privi di controllo sugli istinti, poco intelligenti, immaturi ed immorali: in altre parole, vengono assimilati alle altre specie animali. Invece, se ad essere negate sono quelle caratteristiche legate alla natura umana, i membri dell’outgroup saranno visti come freddi, rigidi e poco profondi: in altre parole, saranno considerati al pari di apparecchi meccanici (come degli automi) assimilati quindi alle macchine.

Il modello duale di Haslam (2006) appare maggiormente completo rispetto al precedente, e per diversi motivi. Esso riesce a superare i limiti della classica distinzione tra uomo e animale, introducendo anche gli oggetti come termine di paragone. Inoltre, invece di limitarsi all’analisi di un fenomeno specifico nella percezione dei gruppi, consente di classificare secondo diversi criteri le diverse forme di deumanizzazione che possono essere latenti o manifeste, animali o meccaniche, interpersonali o intergruppi.

L’infraumanizzazione, secondo Leyens ed i suoi collaboratori (2000, 2001), è un processo che deve essere necessariamente distinto dalla deumanizzazione, poiché presenta numerose differenze rispetto ad essa.

Secondo la loro teoria, mentre nel processo di deumanizzazione l’outgroup viene considerato totalmente disumano, nell’infraumanizzazione l’outgroup è semplicemente percepito come qualcosa di meno umano e più simile agli animali rispetto all’ingroup. Inoltre, mediante la deumanizzazione si giunge necessariamente a conflitti armati o manifesti (generando inoltre un’esclusione morale verso l’outgroup), mentre l’infraumanizzazione è per certi versi più  sottile: essa si presenta come una variazione simultanea dei fenomeni di amore verso l’ingroup e odio verso l’outgroup, che in questo caso sono fortemente associati poiché avvengono insieme (Brewer, 1999). L’infraumanizzazione è teorizzata includendo entrambi questi fenomeni come un doppio movimento che incrementa la valorizzazione dell’ingroup e abbassa il valore dell’outgroup. Tra le altre differenze, secondo questa teoria, l’infraumanizzazione riguarda solamente le relazioni intergruppi e non quelle interpersonali (Leyens et al., 2007); infine, questi teorici evidenziano che la relazione per cui l’ingroup si crede più umano rispetto all’outgroup è legata maggiormente al nazionalismo, che viene chiaramente distinto dal patriottismo. Quest’ultimo si riferisce soltanto all’avere un forte orgoglio verso il proprio gruppo, mentre il nazionalismo unisce a questo orgoglio anche una svalutazione e denigrazione dell’outgroup.

Per concludere, Leyens e i suoi colleghi (2007) sostengono che sia la deumanizzazione animalistica ad essere una branca dell’infraumanizzazione, mentre Haslam ed i suoi colleghi (2006) sostengono l’opposto, ovvero che l’infraumanizzazione sia una forma di deumanizzazione animalistica. La diatriba tra le due scuole di pensiero è attualmente ancora in corso, ma di certo questi fenomeni sono intimamente legati tra di loro.

Verranno adesso analizzati nel dettaglio i diversi aspetti della deumanizzazione e dell’infraumanizzazione, basati sul modo in cui avvengono, sulle caratteristiche dei gruppi e delle persone che la subiscono o la causano, sui fattori situazionali e motivazionali in cui si verificano. Infine, verranno discussi i loro diversi effetti e le strategie di riduzione potenzialmente più efficaci.

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa