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Il caso della fashion blogger Chiara Ferragni

Il caso della fashion blogger Chiara Ferragni

Foto di Free-Photos da Pixabay

Chiara Ferragni ha iniziato la sua avventura da fashion blogger nel 2009, quando era studentessa di Giurisprudenza alla Bocconi di Milano, è riuscita nella non facile impresa di arrivare a guadagnare qualcosa come otto milioni di dollari all’anno e diventare un fenomeno che va ben oltre la sua cliccatissima pagina web.

Inizia con un account Flickr e apre solo in seguito il blog. In Italia la si conosce per essere il volto di The Blonde Salad, uno dei fashion blog più popolari e famosi del mondo, visitato da tutti coloro che vogliono tenersi aggiornati sulle ultime tendenze della moda o da chi è in cerca di ispirazione per i propri outfit.

La ventisettenne cremonese è riuscita nel corso di pochi anni a trasformare il suo blog in un business da milioni di dollari, che l’ha portata non solo a diventare uno dei volti di Guess, ma anche ad apparire in veste di giudice a Project Runway, il popolare talent show americano dedicato agli stilisti. Business of Fashion, uno dei più importanti siti web che si occupano del mondo della moda, l’ha definita una delle personalità più influenti nella moda internazionale, pronta a presenziare a tutte le più importanti kermesse dell’anno, da Cannes alle première dei film più attesi.

The Blonde Salad rappresenta  il 30% dei suoi introiti: il resto arrivano dalle partnership e, sopratutto, dalla linea di moda che porta il suo nome, lanciata circa un anno fa. La Ferragni ha trasformato il suo blog in un vero e proprio brand globale, usando la propria popolarità come base per lanciare la sua carriera di stilista e modella.

The Blonde Salad continua a essere la sua vetrina, più che uno strumento per fare soldi: il blog infatti, continua ad essere visitatissimo, ma lei è meno occupata a usarlo come fonte di guadagno, lo usa come uno strumento di marketing e di branding.

È la sua presenza sui social media, in particolare il suo account Instagram che conta quasi 3 milioni di follower, che fa aumentare la sua fama. Ogni giorno pubblica una foto che mostra come è vestita, insieme a qualche dramma personale, lo scorso giugno la fine della storia con il suo fidanzato le ha fatto superare il milione di follower e la gente può seguirla praticamente in diretta. I Brand inoltre la invitano per presentare eventi e la pagano per pubblicizzare su Instagram determinati prodotti.

Chiara Ferragni è definita un fenomeno sociale perché si è fatta largo in un mondo estremamente concorrenziale.

Ma perché i blogger sono così popolari? Come si crea tutto questo successo?

Gli hashtag#, ossia delle sorte di etichette date a ciò che viene condiviso per contraddistinguere ed individuare i temi e/o soggetti trattati, è sicuramente un buon modo. Ma lo strumento fondamentale sono i social, in cui occorre essere sempre continuativamente presenti. Le piattaforme più utilizzate sono: Facebook, Twitter e Instagram, a seguire Google+, YouTube e Pinterest.

Chiara in quanto brand utilizza la content strategy e usando Instagram si è ritagliata un ruolo importante, condividendo contenuti visivi utili e interessanti per i suoi follower. Ha acquisito quindi credibilità e autorevolezza nel settore in cui opera, infatti raccontare per immagini la storia di sé stessi e della propria professione aggiunge un valore emozionale al racconto.

A differenza di altri fashion blogger, la Ferragni, usa Facebook come un canale secondario, infatti la sua pagina contiene soprattutto foto importate dal profilo Instagram. Su Twitter, invece, Chiara Ferragni è nettamente la blogger più seguita con più di 200.000 followers. La maggior parte dei suoi tweet contiene link al blog o a foto su Instagram o alcuni dei suoi hashtag di riferimento come #theblondesaladneverstops.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

Analisi Cliomakeup fan page

Analisi Cliomakeup fan page

Perchè la scelta di una Fan Page?

Attraverso una pagina è possibile entrare in contatto con i propri fan inviandogli degli aggiornamenti che vengono visualizzati nella home a destra sotto le notifiche quindi separatamente da tutto il resto, inoltre è possibile targetizzare le notifiche decidendo a quali fan inviarle in base a parametri quali il sesso e l’età. Inoltre si può anche decidere di non ricevere più gli aggiornamenti pur rimanendo fan di quella pagina, in quanto infastidire gli utenti comunque è sempre un fallimento per la comunicazione all’interno di un ambiente sociale sul web.

Facebook offre agli amministratori delle pagine uno strumento molto importante che con un gruppo non si può utilizzare: Facebook Insight, che come è stato detto nel capitolo precedente, consente di accedere ai dati sull’attività relativa alla pagina (dati demografici sui fan, popolarità e andamento delle inserzioni).

Ecco le principali motivazioni che spingono un personal brander ad aprire una fan page su Facebook: utile per l’apertura di una relazione a lungo termine con i fan e con gli appassionati del brand, in quanto aumenta il valore percepito e la credibilità della persona e del brand che rappresenta.

Gli items scelti per analizzare la fan page di ClioMakeUp sono le seguenti:

  • foto profilo : immagine visibile appena si apre il profilo della persona interessata, di piccole dimensioni, posizionata in alto a sinistra;
  • foto copertina : immagine visibile appena si apre il profilo della persona interessata, di grandi dimensioni, è posizionata in alto ed occupa tutta la pagina in lunghezza;
  • caricamenti foto dal cellulare : foto inserite della sfera professionale e privata;
  • curriculum professionale nella voce informazioni;
  • post durante il lavoro ;
  • post per promuovere il blog ;
  • applicazioni : applicazioni web, ospitate su uno spazio di responsabiltà di Facebook, la cui interazione non è fine a sé stessa ma si fonde a quella che è l’interazione propria con Facebook;
  • video caricati ;
  • privacy : essere iscritti a questo social network non comporta per forza il far vedere a tutti quello che si scrive o le foto che si caricano, Facebook dà la possibiltà ai suoi utenti di delimitare la cerchia delle persone che possono accedere alle nostre attività e alle nostre informazioni: noi cercheremo di valutare qual’è il grado di privacy-Facebook che adotta la categoria professionale da noi scelta.

Risultati analisi:

  • foto profilo : professionale. Tutte le foto profilo raffigurano Clio, solo il volto, con i tutorial finiti che propone settimanalmente nel suo blog http://blog.cliomakeup.com/. Alcune foto raffigurano solo gli occhi truccati in primo piano aperti e chiusi;
  • foto copertina : professionale. La maggior parte delle foto raffigurano Clio a mezzo busto con in mano i prodotti che utilizza nei suoi tutorial. Talvolta foto che comprendono le modelle che trucca durante le sfilate;
  • caricamenti foto dal cellulare : si. Sono presenti foto taggate durante i lavori alle sfilate, dei prodotti che utilizza nei tutorial o novità in campo cosmetico, ma anche foto private e del contesto familiare, ad esempio quella con i gatti a casa o con la madre;
  • curriculum professionale nella voce informazioni : no. Vi sono le informazioni di base, gli interessi (make up) dal quale si evince la sua professione e il collegamento al suo blog;
  • post per promuovere il blog : si. La maggior parte dei post sono inseriti per promuovere gli articoli che vengono pubblicati nel blog. Articoli che spaziano dal make up, alla cura dei capelli e della pelle;
  • applicazioni : si. Il blog e Instagram. Su quest’ultima vi sono foto esclusivamente scattate durante la quotidianità;
  • video : si. Il soggetto è Clio che si trucca o che presenta una review dei trucchi;
  • privacy : no. La fan page è aperta e consultabile da tutti gli utenti che ricevono le notifiche se hanno messo Mi Piace.

Clio MakeUp è quindi uno degli esempi di comunicazione che viene dal basso e che raggiunge la massa solo grazie al consenso del pubblico, senza dietrologie pubblicitarie e promozionali.

Sceglie la piattaforma di Facebook perchè rappresenta un ambiente di “relazionalità ancorata”[1] in cui le relazioni online si basano anche su quelle offline (dirette o indirette, amici degli amici) e si miscelano con nuovi rapporti, ma a partire da un contesto di non anonimato.

Ma come gli utenti reagiscono a ciò che pubblica?

Non sempre positivamente. Di seguito offro un esempio di partecipazione attiva del pubblico per dimostrare il coinvolgimento (engagement) che la comunicazione di Clio crea.

Analizzo quindi un post pubblicato sulla fan page il 25 Settembre. Viene postato uno screenshot[2] ripreso da uno degli ultimi tutorial di Clio per recensire un prodotto per capelli che fa l’effetto crespo da spiaggia, quindi non il video, solo un’immagine statica ripresa dal video. Nella foto si vede Clio con i capelli bagnati appena lavati e senza trucco affiancata da un’altra che la ritrae truccata e con i capelli pettinati dopo l’applicazione del prodotto. Il set è la camera di Clio, niente di più naturale, autentico e spontaneo. Non c’è patinatura, non c’è la classica atmosfera da pubblicità di makeup artist.

Per una settimana ho letto con attenzione tutti i commenti che sono stati pubblicati al fine di coglierne sentiment e spunti di riflessione. Ad oggi, 10 Ottobre, il post ha 259 commenti, 255 condivisioni e 6883 Mi Piace, numeri da capogiro per qualsiasi azienda voglia utilizzare i social network per farsi promozione.

I risultati di un’azione promozionale sui social network possono essere sia quantitativi che qualitativi.

Dall’analisi di questo post emerge:

  • risultati quantitativi : dalla pubblicazione del post il primo commento arriva dopo 1 minuto e dopo 10 minuti ci sono già 20 commenti. Ogni commento riceve in media 6 like. Il post in 15 giorni ha ricevuto 214 commenti, 223 condivisioni e 5661 like. I dati, le cifre e i numeri sono indicativi del fatto che il post è piuttosto vivo anche dopo diversi giorni dalla sua nascita;
  • r isultat i qualitativi : gli utenti hanno in parte criticato il giudizio positivo che Clio ha dato sul prodotto, ma Clio non ha commentato/replicato.

Clio attraverso i post esprime ancora una volta autenticità e spontaneità.

Il 90% di chi scrive sente la necessità di sentirsi parte di una comunità di nostalgici. Un sociologo francese, Bernard Cova[3], ci parla di tribalismo. L’individuo postmoderno ha bisogno di sentirsi parte di un gruppo, una tribù che si unisca attorno a degli oggetti di consumo e di confrontarsi con gli altri esponenti della comunità, lasciando così da parte il tipico individualismo della società moderna. I commenti al post di Clio esprimono a pieno questo concetto, perché gli utenti che hanno deciso di scrivere l’hanno fatto per sentirsi uniti agli altri, non solo dalla passione per il makeup, ma anche da ricordi ed esperienze passate.

Spesso Clio nei post risponde a qualche commento anche se poco; in questo post non è presente alcuna sua risposta. Posso ipotizzare che sia una sua strategia per mantenere credibilità sulla base di una policy, di regole per i social network definita in precedenza, oppure un suo stile di relazione che ha lo scopo probabilmente di lasciare che i commenti negativi o contrari si superino senza accendere ulteriori discussioni se lei dovesse intervenire/commentare.

Nell’intestazione del post vi è il collegamento con il video su YouTube dove vi sono 176 commenti, 1057 Like e 27 No Like, che riprendono quello che viene scritto su facebook e cioè che il prodotto che ha provato Clio non piace.

Se dobbiamo distinguere la presentazione di Clio sui due social network notiamo delle differenze: YouTube, proprio per la sua modalità di fruizione, richiede un pubblico più attento, un video ha bisogno di qualche minuto per essere visto e quindi i commenti derivano da un’interazione più profonda con ciò che viene pubblicato; Facebook invece ha un pubblico distratto, rapido e anche a volte compulsivo, nel pubblicare, rispondere e interagire. Quest’ultima analisi non è che una conferma del fatto che, chiunque si occupi di social network in maniera professionale, deve ricordare che ogni social ha il suo linguaggio: è impossibile utilizzare con successo lo stesso per tutte le piattaforme. Se analizziamo il personaggio di Clio attraverso i concetti di Goffman[4] si può notare che il retroscena irrompe sulla ribalta nella pagina Facebook e non c’è nemmeno distinzione netta tra vita online e offline. Infatti Clio gira i video-tutorial tra le mura della sua casa: in camera sua quando si trucca o in cucina quando prepara le maschere di bellezza fai-da-te.

Clio si dimostra nella Rete attraverso la regola del contegno, come una web celebrity a cui dare fiducia, competente nella sua professione e passione, lasciando trasparire dai suoi video o immagini affidabilità. Lo dimostra anche con i video in cui appare sicura di sé, con un linguaggio semplice e spontaneo. Il contenuto del rituale (post su Facebook, video su YouTube o articoli sul blog) è arbitrario, ma è cruciale. Allo stesso tempo la natura della deferenza del pubblico, si evince dai numerosi like degli utenti ai suoi post e immagini pubblicate giornalmente sulla fan page.

Clio appare spontanea, la sua faccia sempre coerente è quella della ragazza della porta accanto, non deve assumere comportamenti diversi dietro le quinte, ma mantiene sempre la stessa faccia, forse grazie al contesto “quotidiano” in cui si propone e sviluppa le sue interazioni. Clio inserisce elementi di retroscena sulla ribalta a conferma forse del suo stile comunicativo spontaneo e coerente: la strategia di Personal Branding utilizzata da Clio.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]   Zhao 2006

[2]  Screenshot deriva da due termini inglesi, screen che significa schermo e shot che significa scatto fotografico: è l’istantanea dello schermo di un monitor di computer o di televisore o di qualunque altro dispositivo, che immortala quel che si sta visualizzando in un dato momento. Lo screenshot è quindi in definitiva un’immagine, da poter poi utilizzare e modificare come tutte le immagini.

[3]  Professore all’Euromed Management di Marsiglia e Visiting Professor all’Università Bocconi di Milano. E’ uno dei più eminenti studiosi del marketing e della sociologia del consumo a livello internazionale. Studioso degli approcci alternativi del marketing, ha sviluppato la teoria del consumo tribale e dei modelli collaborativi tra consumatori e produttori.

[4]  Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Il caso di Clio Make-Up

Il caso di Clio Make-Up

Foto di kinkate da Pixabay

Come si trasforma una passione in un’attività divertente e redditizia?

Per spiegarlo e dire che è possibile usiamo come esempio il fenomeno di Clio Make-Up, che partendo dal suo videoblog ha monetizzato la sua passione attraverso lo sviluppo di una strategia di differenziazione, di reputazione e una community.

Clio Zammatteo nasce a Belluno, studia video design allo IED di Milano e in seguito si trasferisce a New York per frequentare una scuola professionale di trucco, l’istituto MUD Make Up Designory. Nella metropoli decide di raccontare alle connazionali ciò che sta apprendendo attraverso la piattaforma YouTube, così il 7 luglio 2008 carica il suo primo video. Inaspettatamente, raggiunge un numero altissimo di visualizzazioni, che attualmente è arrivato a nientemeno che 161.871.304, con 767 video e 880.646 utenti iscritti.[1]

Un caso reale e di successo:  una ragazza che, partendo dalla sua passione per il trucco e sfruttando la risorsa gratuita YouTube, ha avviato una carriera online divertente e redditizia che oggi l’ha portata a scrivere due libri, essere protagonista di una trasmissione televisiva e soprattutto a monetizzare la sua passione.

Quando ha iniziato non aveva competenze di business, non possedeva una strategia di monetizzazione e non aveva chiari tutti gli step che avrebbe dovuto fare per raggiungere quello che oggi è diventata: un fenomeno del web.

Facendo un’analisi del percorso che ha portato Clio al successo possiamo delineare alcuni step.

È partita dalla sua passione (il trucco, spendeva tutti i suoi soldi nei cosmetici) e da una sua esigenza (ha pensato di creare dei video su come truccarsi perché lei stessa, cercandoli online, non riusciva a trovarne, soprattutto in lingua italiana).

Ha avuto un obiettivo chiaro: in Italia non esistevano video sul makeup e per questo ha deciso di pubblicarli, man mano che apprendeva le tecniche nella scuola a new York.

Che immagine di sé (faccia/maschera), ha comunicato Clio?

È sempre stata coerente con l’immagine che ha offerto inizialmente: non voleva apparire una super esperta in trucco. Ha cominciato i suoi video dicendo chiaramente e con semplicità chi era e quello che aveva da offrire. Sono stati gli ascoltatori che l’hanno apprezzata e seguita perchè faceva al caso loro.

Il suo obiettivo è quello di essere un “riferimento” per i lettori: ovvero molti dei prodotti di cui parla non esistono in Italia, lei suggerisce le alternative e di ovviare al problema.[2]I video di Clio, grazie agli strumenti di condivisione dei social network, hanno avuto una vera propria esplosione virale: in poche settimane, le visualizzazioni sono passate da qualche decina ad alcune centinaia.

Il suo impegno è stato premiato fin da subito dai commenti di persone soddisfatte che le hanno trasmesso l’energia per andare avanti: perchè il semplice fatto di continuare a condividere e a servire il tuo pubblico ti velocizzerà nel diventare un vero esperto del tuo settore.

Il caso di Clio dimostra anche come non paga essere gelosi delle proprie competenze, piuttosto quanto la condivisione possa essere un solido ponte verso una buona occasione: tu inizi a costruire, finchè saranno altre persone che ti apprezzano ad aiutarti ad arrivare dove non avresti mai pensato.

Oggi Clio conduce un programma televisivo molto seguito su RealTime: è passata quindi dal truccarsi seduta davanti alla webcam al dispensare consigli utili su un comodo divano in uno studio televisivo. Il debutto è di lunedì 6 febbraio 2012, giorno in cui il programma registra[3] 429.000 telespettatori (con una permanenza di oltre il 60%) per una share del 2.3% sul totale popolazione. Ha scritto 2 libri per la casa editrice Rizzoli: Clio make-up (2009) e Beaty care. La cura della pelle e i cosmetici fai-da-te (2010). Gestisce un fortunato sito internet sul trucco: http://blog.cliomakeup.com/. È rimasta fedele al suo canale YouTube, ma è anche su Facebook, Twitter, Google+ e Instagram: tutti strumenti gratuiti che le garantiscono un’ampia visibilità. E, infine, è testimonial dell’azienda di cosmetici Pupa.

Clio è diventata così in pochissimo tempo una web-celebrity, complice il fatto di essere stata la prima make-up artist italiana su YouTube.

Il target di Clio è prettamente femminile, al quale è indirizzato non solo il programma, ma anche il canale Real Time. Dal debutto della trasmissione, Clio è diventata trend topic[4] su Twitter e su Facebook  si ritrova, ad oggi, con 1.847.163 like.

Il suo punto di forza è essere stata sempre sé stessa, coerente con l’immagine di una persona come tutte le altre, con un carattere aperto, spontaneo, tra faccia struccata e capelli della prima mattina: situazioni in cui ogni donna si può riconoscere. Tutorial come Capelli perfetti ogni mattina per ciompe, BB cream…per non sentirsi mai cesso e Post brufoli e macchie pelle ne sono una perfetta esemplificazione.

Su YouTube vince la rappresentazione della quotidianità, data dal piazzamento del personaggio davanti ad una telecamera, con gatti e nonne che passano dietro, mamme che fanno da cavie, diverse location della vita quotidiana e uno stile tutto spontaneo. Nel canale web, Clio Zammatteo è libera di fuoriuscire in tutta la sua straordinarietà che l’ha resa famosa. D’altra parte, non è un caso che nonostante la popolarità acquisita non dia segno di voler mollare YouTube, che rappresenta un contatto diretto e vero con tutte le sue fan che lei chiama “amiche”.  Com’è lo stile comunicativo di Clio?

Lo stile comunicativo di Clio che emerge è semplice, aperto, diretto e confidenziale in quanto usa termini colloquiali nel linguaggio scritto e orale.

Clio Make-Up è anche un esempio di Personal Guerrilla Marketing (come lo chiamano Centenaro e Sorchiotti[5]) un modo particolarmente creativo di promuovere se stessi. Si tratta dell’utilizzo della filosofia del Guerrilla Marketing, più in generale del Marketing Non-Convenzionale applicata al Personal Branding, che parte dal presupposto di inventare delle strategie creative e virali per superare l’inferiorità militare (finanziaria) delle piccole e medie imprese contro un nemico molto più forte (il mercato). Il nome deriva proprio dal termine “guerrilla”, che identifica la forma di guerra condotta con mezzi non convenzionali, da truppe irregolari, con pochi mezzi ed un nemico soverchiante. L’obiettivo trasportato al marketing è quello di utilizzare la creatività, in maniera per certi versi aggressiva, per far leva sull’immaginario e sui meccanismi psicologici del proprio pubblico e conquistarlo.

Il Personal Guerrilla Marketing non deve essere visto come una strategia per costruire un Personal Brand, ma come un possibile mezzo per diffonderlo. La creatività, l’umorismo, la sopresa sono caretteristiche del Marketing Non Convenzionale: le migliori azioni di Personal Guerrilla Marketing sono quasi avvenute per caso, in quanto la viralità non è prevedibile.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] Statistiche disponibili all’indirizzo: http://www.youtube.com/user/ClioMakeUp/about

[2]  Obiettivi di Clio Zammatteo estrapolati dal suo primo video di presentazione del 2008 disponibile all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ZYgEQU3gGkw

[3] Dati disponibili all’indirizzo: http://www.digital-sat.it/ il magazine online dedicato alla tv digitale.

[4] Trend topic = le tendenze twitter del momento.

[5]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.

Instagram per il Personal Brand

Instagram per il Personal Brand

Nelle tecniche di personal branding per costruire la propria identità professionale online trova spazio anche la parte visual: l’arte di raccontare attraverso le immagini.

Instagram è visual storytelling: con ogni immagine pubblicata raccontiamo una storia e, insieme, tutte le nostre immagini raccontano la nostra.

Per raccontare la propria professionalità e il proprio brand attraverso le fotografie pubblicate e condivise in rete su Instagram e gli altri social network collegati bisogna:

  • scegliere un buon username: nome e cognome oppure un nickname semplice ben memorizzabile;
  • inserire le informazioni nella bio in modo da descrivere bene la propria attività;
  • usare una foto profilo reale e non un avatar impersonale e asettico;
  • collegare Instagram agli altri profili social (Facebook, Twitter, Flickr, ecc.);
  • geolocalizzare le fotografie in modo da essere visibili e raggiungibili anche in altri contesti;
  • usare correttamente gli hashtag.

Instagram è un social network da svago, la maggior parte degli utenti controllano lo stream delle fotografie in momenti di pausa per riposare, quindi cogliere quel momento per fornire l’aspetto curioso della propria attività deve essere un obiettivo della strategia di personal branding visuale. Molto dipende dal settore professionale in cui si opera, alcune figure sono più avvantaggiate di altre in ambito visual, quindi è bene non essere troppo professionali e pubblicare ogni aspetto del proprio lavoro, ma mostrare la vita reale, la propria personalità e dare qualche indizio su cosa piace o meno al di fuori del lavoro. Non è sbagliato pubblicare una selfie, un fiore o un piatto della cena: il food è uno dei settori per cui Instagram è famoso.

La foto condivisa può invitare la propria rete di seguaci a partecipare alla creatività, rispondere a una domanda o dare la propria opinione su un argomento comune. Attraverso lo scambio di commenti con gli altri utenti si possono trovare idee nuove e spunti creativi per nuove foto oltre che per trovare nuovi follower e anche nuovi clienti. Instagram non è solo un’immagine: un buon testo deve essere caratterizzato da una breve  descrizione, un titolo o semplicemente un nesso logico con alla fotografia. Il contenuto deve incuriosire, approfondire, ma non annoiare.

Inoltre nella Bio ci si deve ricordare di inserire un collegamento al sito, al blog o alla pagina Facebook, perchè nelle didascalie delle immagini i link non funzionano. Per il personal brand è interessante anche poter rispondere in tempo reale a stimoli da parte della community e adattare il proprio approccio editoriale, influenzando la strategia pensata anche attraverso le comunicazioni visual dirette con le persone: una nuova opportunità che le persone hanno di raggiungere gli utenti in modo personale.

Anche con Instagram ci si può differenziare dagli altri per mostrare le proprie potenzialità. In ogni scatto che si condivide non deve mancare l’innovatività, la creatività, la non convenzionalità, ma soprattutto l’emozione.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

Il visual storytelling

Il visual storytelling

Che cos’è il Il visual storytelling?

“La fotografia è uno strumento di comunicazione emozionale e la foto è inoltre un linguaggio internazionale che non ha bisogno di traduzione. Instagram mi permette di condividere emozioni in modo semplice e costruire uno storytelling personale in modo semplice.” @fabiolalli

È noto come le foto e i contenuti visuali sui social riescano ad ottenere maggiore attenzione e interesse rispetto ai contenuti testuali. È per questo che sono proprio le foto, i visual e i video i mezzi più potenti che abbiamo per raccontare il nostra brand. Già sappiamo come il web 2.0 abbia avvicinato i produttori ai consumatori. I social hanno dato la parola ai clienti e i brand si sono trovati a dover ascoltare, ma anche a doversi raccontare. Non basta più infatti saper promuovere i propri prodotti, ma è necessario fare conoscere cosa c’è dietro al proprio marchio, la propria filosofia, l’unicità della propria personale storia. Per fare questo è necessario creare dei contenuti originali e di grande interesse, che si facciano notare e che siano in grado di amplificare e di rendere virali le nostre storie.

Ekaterina Walter e Jessica Gioglio individuano 7 elementi per creare un visual storytelling di successo[1]:

  • design: in quanto brand è importante costruire il proprio immaginario visivo;
  • personalization: i contenuti devono essere personalizzati per ogni canale;
  • usefulness: rendere il contenuto utile. La personalizzazione nn basta da sola perchè il contenuto sia di rilievo, quindi è utile usare gli strumenti di social listening[2] per scoprire di cosa parla e cosa interessa il pubblico;
  • be human:è utile comportarsi più come un amico, che come un’entità astratta. Un amico ha una propria personalità, ci tiene e dà valore alla relazione, condivide esperienze, ascolta e discute. Importante è valutare e controllare come gli influencer producono contenuto visuale degno di essere notato intorno al nostro brand: la fiducia è generata in parte dalla loro reputazione, dall’altra dal modo in cui essi discutono o condividono gli attributi di prodotto. Essere umano significa anche parlare delle passioni e interessi dei clienti e non solo degli attributi del proprio brand, quindi un modo per essere umani è mettere in luce i contenuti generati dagli utenti;
  • tell a story: è importante quanto la ricerca e l’utilizzo dei contenuti visuali;
  • sharewortyness: pensare ai clienti paragonandoli a degli storyteller e non a come ricevitori di messaggi, ovvero Fai che ogni cosa che fai sia degna di essere condivisa (di Wendy Clark, SVP Integrated Mtg Comm di Coca Cola);
  • real time amplification: cogliere l’attimo, vivere il momento, ovvero attualità, ricorrenze e festività, creando una sorta di libreria di contenuti, immgini e video da utilizzare quando se ne presenta l’occasione, sul momento. L’importante è mai sfruttare eventi tragici per inviare messaggi di marketing.

Ci sono alcune citazioni del libro che vi riporto perchè ci fanno comprendere più nel concreto l’essenza del visual content storytelling:

Visual storytelling, when done correctly, has the potential to enhance loyalty, strengthen customer relationships, increase awareness, and more.

Il visual storytelling, quando è fatto correttamente, è utile per migliorare la fidelizzazione, rafforzare le relazioni con i clienti, aumentare la consapevolezza, e altro ancora.

Images act like shortcuts to the brain: we are visual creatures, and we are programmed to react to visuals more than to words.

Le immagini agiscono come scorciatoie per il cervello: siamo creature visive e siamo programmati per reagire e rispondere alle immagini più che alle parole.

The brain processes visual content 60,000 times faster than text 1 so it is no wonder that marketers are increasingly turning to strong visual content to engage their audiences— and keep their attention.

Il cervello elabora il contenuto visivo 60.000 volte più velocemente rispetto ad un testo, quindi non c’è da meravigliarsi che i marketers utilizzino maggiormente il contenuto visivo per impegnare i loro utenti e mantenere la loro attenzione.

The content also needs to be aligned with who you are as a company in terms of voice, personality, and values.

Il contenuto deve anche essere allineato con chi sei, come un’azienda , in termini di voce, personalità e valori.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]   Walter E., Gioglio J.,  The Power of visual Storytelling: How to Use Visuals, Videos, and Social Media to Market Your Brand, McGraw-Hill Rinaldi M.,  2013.

[2]   Il social listening aiuta a capire e comprendere meglio cosa spinge i clienti/consumatori a condividere, ingaggiare e acquistare.

Il visual content

Il visual content

I brand che usano il visual content hanno dei benefici in termini di traffico, leads e condivisioni: il nostro cervello processa più velocemente le immagini rispetto al testo. Oggi il social media marketing sta diventando sempre più visivo: Instagram, Pinterest, Vine, Tumblr, Snapchat, ecc.

Instagram racconta e coinvolge attraverso le foto: è un po’ macchina fotografica, si fanno le foto e si applicano filtri che le rendono effettivamente molto più belle e un po’ social network, si seguono altri utenti, si mette il like sulle foto, si commentano le foto, si condividono le foto con gli hashtag#.

Il messaggio da comunicare ai destinatari deve essere breve, interessante e che vada dritto al punto. È bene evitare di aggiungere troppe informazioni, altrimenti si corre il rischio di allontanare dal fulcro della discussione, perdendo l’attenzione del  pubblico. Inserire delle foto a caso nel tuo post non farà aumentare il coinvolgimento del tuo pubblico. E’ necessario che le immagini siano coerenti con il post e rilevanti per il tuo target.

Per emergere dalla massa e raggiungere il target di riferimento, fare un buon uso degli elementi visivi diventa una necessità per i brand che intendono promuoversi sui social media.

Numerose ricerche mettono in evidenza che su Facebook e Twitter le immagini ottengono un engagement maggiore rispetto agli altri contenuti. Sui blog, una landing page curata dal punto di vista degli elementi visivi aumenta il tempo di permanenza sul sito, mentre contenuti come le infografiche aumentano il traffico al sito e le condivisioni.

Grazie ai contenuti si può migliorare la presenza online, interagire con il proprio target ed essere ricordato con maggiore vividezza. Questa tipologia di contenuti ha il vantaggio di poter essere condiviso su un gran numero di piattaforme social, ad esempio su Facebook, Twitter, Pinterest e Instagram, stando attenti a non esagerare, per quanto riguarda le dimensioni: infatti alcune immagini sono perfette per alcuni social, ma non per altri.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

Instagram

Instagram

Foto di ElisaRiva da Pixabay

La parola Instagram deriva da “instant camera” e “telegram”, due concetti strettamente legati all’immediatezza. L’applicazione è anche un omaggio alle vecchie Instamatic e Polaroid, macchine fotografiche che producevano immagini quadrate. Direi più alla Polaroid, che non usava un rullino, ma stampava la fotografia in pochi minuti.

Instagram è una piattaforma social e un canale di comunicazione per creare contenuti, è content marketing visuale, semplice e diretto e, forse proprio per queste sue caratteristiche, più funzionale di altri. Nasce come applicazione gratuita, che permette agli utenti di scattare foto, applicando filtri e condividerle nei vari social e viene messa a disposizione di Itunes Store nel 2010.

Instagram non ha le stesse caratteristiche di Twitter, Facebook e Google Plus, non possiamo condividere le foto altrui, ma tutti gli scatti che pubblichiamo restano nel nostro profilo. Al massimo possiamo condividerli automaticamente su Twitter, Facebook, Tumblr, Flickr e Foursquare, ma nessuno può ripubblicare una nostra foto.

Non esistono messaggi diretti, ma possiamo taggare persone, menzionarle, inserire hashtag come negli altri social media.

Dal momento che non possiamo usufruire della ricondivisione dei contenuti, per farci notare usiamo gli hashtag, che ci permettono di essere rintracciati dagli altri utenti. A ogni foto dobbiamo associare un certo numero di hashtag che la identificano, ne sono consentiti al massimo 30. Sul sito Tagstagram, un’app gratuita, possiamo trovare un elenco ben fornito di hashtag, suddivisi in 20 categorie, dalla natura alla moda, dallo sport ai viaggi, ecc. Instagram consiglia di essere specifici e rilevanti usando gli hashtag: in questo modo possiamo rendere più contestuale l’immagine e essere sicuri che arriverà al pubblico giusto. Usando, inoltre, tag troppo generici, come #me (oltre 245 milioni di foto), #life (oltre 73 milioni), #follow (oltre 210 milioni), la nostra foto sarà persa in mezzo alle altre e quasi impossibile da trovare.

Abbiamo 150 caratteri per far capire chi siamo e cosa facciamo e nel profilo possiamo inserire il link al nostro sito o blog. Instagram è un’applicazione per cellulare, quindi il sito che inseriamo sarà visto da mobile: se vogliamo essere su Instagram al meglio, l’intera nostra comunicazione deve essere studiata per un pubblico mobile.

La conversazione che nasce da questa condivisione è molto significativa: a ogni contenuto video o foto è abbinata la possibilità di dialogare attraverso i commenti.

Instagram, acquisito da Facebook nell’aprile 2012, è un social network in forte crescita, ma è anche un area sperimentale per Facebook: per provare nuove forme di conversazione, di promozione del contenuto e nuove funzionalità.


© Il personal Branding – Marika Fantato


YouTube per il Personal Brand

YouTube per il Personal Brand

YouTube è un social media importante che permette di ottenere un nuovo canale specializzato nei video, utile per promuovere e attirare nuovi fan e clienti al proprio brand.

Per promuovere il proprio brand con questo social, bisogna creare un video in cui ci si presenta al pubblico, farsi riconoscere metterci la faccia, e mostrare le proprie passioni anche pubblicando corsi, tutorial grafici e i gli ultimi lavori.

Dopo Google, il secondo motore di ricerca più usato è quello interno a YouTube, quindi è importante inserire titoli, descrizioni, categorie e tag di un video pensando alle parole chiavi con strategia e non con distrazione. Inserire titoli intelligenti con parole chiavi, crea curiosità aiutando con le anteprime del nuovo video.

Utili sono le testimonianze di fan e clienti consolidati ti permettono di aumentare esponenzialmente la fiducia e affidabilità del proprio brand. Una cosa è leggere due righe di testo con le solite frasi, un’altra è vedere e sentire il cliente o fan in prima persona che da un feedback con una breve registrazione condivisa.

La comunicazione video agisce in modo immediato, crea emozionalità maggiore rispetto a trecento righe di testo, quindi può essere molto interessante far conoscere in questo modo i  nuovi servizi o gli ultimi progetti e iniziative per far capire le proprie potenzialità a chi ci guarda.

Essendo molto vasta bisogna imparare a utilizzare la community di YouTube non abbandonando i nostri video al destino di citazioni o commenti indesiderati. Monitorando settimanalmente i video, si ha la possibilità di ottenere statistiche mirate al target di visualizzazioni e creare in questo modo un’analisi più precisa. Ad esempio si può rispondere con delle video risposte a quei video molto trafficati e in linea con la propria mission.

I video di YouTube, sono quindi molto utili nel contesto del Personal Branding poiché sono la forma più innovativa di comunicazione: quanto più il video risulta essere accattivante tanto più permette di comunicare con il pubblico. Se un video nasce allo scopo di far conoscere un brand personale, i migliori sono quelli eseguiti come fossero interviste contenenti i soli messaggi chiave. Per generare un video di qualità e che sia in grado di raggiungere un certo audience, bisogna prestare attenzione anche ad aspetti in apparenza futili come la scelta del colore dell’abbigliamento (mai troppo chiaro) e la scelta dei giusti accessori. È opportuno inoltre, evitare di leggere e cercare di essere il più naturali possibile, senza dimenticare di curare bene i contenuti.


© Il personal Branding – Marika Fantato


Personal branding: YouTube

YouTube

Foto di Mizter_X94 da Pixabay

YouTube nasce come piattaforma web nel 2005, che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video sharing. YouTube.com è stato inventato da da Chad Hurley (amministratore delegato), Steve Chen (direttore tecnico) e Jawed Karim (consigliere), tutti ex dipendenti di PayPal, che cercavano una nuova opportunità di business e dopo avere effettuato alcune ricerche si sono resi conto che esisteva un bisogno reale di un servizio che rendesse semplice e accessibile la fruizione e la condivisione di video on-line. Nel primo mese di vita, circa tre milioni di persone sono entrate nel sito e hanno fruito dei suoi contenuti, all’epoca ovviamente ancora limitati, è stato un risultato di un certo rispetto. Entro la fine del terzo mese di presenza on-line, il sito ha triplicato le presenze e dopo sei mesi ha raggiunto quota 30 milioni di contatti. Dopo un anno, le presenze sono arrivate a 38 milioni diventando così uno di quei siti che ha goduto della crescita più veloce nella storia di internet. Un fenomeno del genere non è passato inosservato, soprattutto ai concorrenti. Il più grande e importante dei quali, Google, ha deciso di acquistare l’azienda nel 2006, pagando 1,65 miliardi di dollari.

YouTube è oggi una enorme community molto attiva che si occupa di argomenti di diverso interesse. Parte di Google ha un’offerta pubblicitaria ricca e articolata: su YouTube si possono guardare video riguardanti il proprio brand, competitor e mercato, le attività dei propri competitor e i risultati, i commenti ai video propri, dei competitor e del proprio brand, i voti e rating assegnati ai vari video.

L’insieme di queste informazioni, l’intensità delle conversazioni e i trend che ne derivano rendono YouTube una piattaforma di ascolto straordinaria utile anche per la misurazione del sentiment.


© Il personal Branding – Marika Fantato