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PNL e comunicazione del personal brand

PNL per la comunicazione del Personal Brand

Foto di John Hain da Pixabay

PNL vuol dire Programmazione Neuro Linguistica ed è conosciuta come la scienza dell’eccellenza umana.

  • Programmazione: l’abilità di scoprire e utilizzare i programmi che facciamo funzionare (la comunicazione con noi e con gli altri) nel nostro sistema neurologico per ottenere obiettivi specifici e desiderati.
  • Neuro: il sistema nervoso (la mente) attraverso il quale le nostre esperienze vengono processate attraverso i 5 sensi: visivo, auditivo, cinestesico, olfattivo e gustativo.
  • Linguistica: il linguaggio e gli altri sistemi di comunicazione non verbale attraverso cui le nostre rappresentazione neurali vengono codificate, ordinate e a cui viene assegnato un certo significato. Includono: immagini, suoni, sentimenti e sensazioni, sapori e odori.[1]

In altre parole la PNL (Programmazione Neuro Linguistica)è come usare il linguaggio della mente per raggiungere in modo coerente degli obiettivi specifici desiderati.

La PNL è una recente tecnica psicologica che offre la possibilità di influire sul comportamento di un individuo tramite la manipolazione di processi neurologici attuata attraverso l’uso del linguaggio. Aiuta a capire come relazionarsi con l’altra parte, in modo da recepire tutti i messaggi che questa trasmette, in maniera volontaria ed involontaria, ed utilizzarli poi al meglio per ottenere il risultato desiderato.

È nata come modello di comunicazione con noi stessi e gli altri e ci aiuta a capire in che modo processiamo le informazioni che riceviamo dall’esterno e come queste influenzano il nostro comportamento e i nostri stati emozionali.

Attraverso la PNL i problemi si possono risolvere in modo particolare: si tratta di migliorare una certa situazione portando al massimo le aspettative e impegnandosi nella ricerca della strada migliore per farla avverare. La ricerca e la comunicazione di noi stessi attraverso la PNL può essere utile come strumento per migliorare il nostro storytelling.

Ogni persona percepisce le cose diversamente da un’altra e questa diversità forma il processo interno mentale che è composto dalle rappresentazioni mentali di quanto percepito, influendo sui valori e le convinzioni, i quali avviano uno stato interno composto da emozioni, sentimenti e sensazioni che formano i metaprogrammi, le strategie delle persone ancora sotto forma di rappresentazioni mentali. Dopo tutto questo lavoro interno, la persona risponde agli stimoli con un suo linguaggio, di due tipi, verbale e non verbale. Il linguaggio non verbale è molto più importante di quello verbale e spesso rappresenta la vera comunicazione in quanto è inconscio, automatico, simbolico, e lo possiamo vedere dalle foto che pubblichiamo nei social network e perchè no ,anche dai selfie.

Nella nostra mente ciascuna parola è associata a un’immagine mentale: attraverso i canali sensoriali visualizziamo immagini, ascoltiamo suoni, avvertiamo sensazioni associate a una determinata esperienza e ad un determinato oggetto.

Lo studio del personal brand affrontato dal punto di vista della PNL ci conferma che l’accoglienza buona o cattiva che una persona riceverà dal pubblico, è questione di percezione. Un brand non è migliore o peggiore di un’altro, ma la percezione è tutto, quindi un individuo avrà un brand più efficace se si è costruito un’identità che ha suscitato credibilità e fiducia nel pubblico.

Non si deve lasciare al caso ciò che le persone pensano di noi, ma bisogna sfruttare la percezione umana a nostro vantaggio e fare in modo di trasmettere agli altri ciò che vogliamo e la PNL ci aiuta a raggiungere tale scopo.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1] Di Lauro D., Manuale di comunicazione assertiva,XeniaEdizioni, 2011

Il Selfie: l’autoscatto per raccontare un Brand

Il Selfie: l’autoscatto per raccontare un Brand

Foto di Free-Photos da Pixabay

Parliamo ora di cultura del selfie, ovvero autoscatto, come nuovo modo di comunicare e di racconatarsi. La priorità oggi è far sapere a tutti che esistiamo, che ci siamo e il miglior modo per farlo è condividere quello che di più unico abbiamo: il nostro viso con un autoscatto.

L’espressione Selfie esiste dal 2002, ma la consacrazione dell’Oxford Dictionary come parola dell’anno 2013 ne ha decretato la definitiva popolarità come trend digitale di narcisismo estremo.

Il selfie rappresenta una semplice manifestazione del bisogno di comunicare, condividendo la propria esistenza con i propri “amici”, la cerchia allargata di contatti online. È una forma di vanità come richiesta di approvazione sociale, ma anche una forma di narrazione, attraverso cui esprimersi e raccontare le proprie storie. Il successo viene ridefinito come la capacità di attirare attenzione e stimolare visibilità e passaparola, attraverso ciò che condividiamo.

Online dobbiamo stare attenti e valutare quali autoscatti pubblicare perchè molto spesso una foto può generare l’effetto prima impressione, positivo o negativo, su chi ci sta guardando. Anche un selfie, essendo l’immagine che diamo di noi stessi come forma di racconto e appartenenza , può rappresentare il nostro brand.

Tutti siamo brand, anche se forse non ci abbiamo mai pensato e il selfie non è null’altro che brand advertising. I selfie sono strumenti che ci consentono di posizionarci e di farci notare all’interno di un gruppo, per essere apprezzati e supportati con una cascata di pollici rivolti verso l’alto, cuoricini, stelline, retweet e followers.

 

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Storytelling e Brand

Storytelling e Brand

 

Lo storytelling è una metodologia che, usando i principi della retorica e della narratologia, crea racconti capaci di colpire e influenzare il pubblico.

Per fare personal branding in maniera efficace occorre sapersi raccontare: personal storytelling.

Raccontare chi siamo, il perché delle scelte che facciamo serve a noi e agli altri: è come se ci mettessimo a raccontare la Storia che sta dietro a tutte le storie parlando di noi come dei personaggi di una storia appunto.

La narrazione del nostro vissuto è il punto di partenza per decidere cosa fare e del nostro futuro: una sorta di lavoro per prendere consapevolezza su ciò che siamo, su noi stessi. Lo storytelling è uno strumento del personal branding che ci aiuta a metterci nella prospettiva di dove si vuole andare e a focalizzarci di propri punti di forza, in modo tale che chi legge possa capire chi c’è dietro il nostro nome e capire se siamo noi la figura professionale e la persona che stanno cercando.

Lo storytelling oggi è usato molto dal mondo dell’impresa, dal mondo politico e da quello economico per promuovere e posizionare meglio valori, idee, iniziative, prodotti e consumi secondo la logica del marketing. Il suo successo è determinato dal fatto che il racconto è una forma di comunicazione naturale e intuitiva, che coinvolge le persone con l’obiettivo di creare una fidelizzazione al brand tramite la narrazione, appunto, che garantisce credibilità.

Lo storytelling è la difficile arte del comunicare un brand grazie a una storia: il vantaggio di questa tecnica è di permettere al pubblico di riconoscersi nel prodotto e nei valori che si intendono rappresentare, creando una storia semplice e interessante con cui i clienti possono immedesimarsi.

È importante raccontare la propria storia professionale perchè le storie catturano l’attenzione, coinvolgono, appassionano e aiutano ad uscire dall’anonimato del Curriculum Vitae.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Curriculum Vitae online Biografia e Resume

Curriculum Vitae online: Biografia e Resume

Foto di Tobias Herrmann da Pixabay

 

Per biografia s’intende il resoconto della vita di una persona ed è uno dei principali strumenti per comunicare il proprio personal brand online, utilizzando una valida alternativa di presentazione, al normale curriculum vitae.

I fattori che caratterizzano una biografia efficace sono:[1]

  • iniziare con il nome e cognome e includere il job title;
  • può essere scritta in terza persona sia in prima, con i fatti in ordine di importanza, non per forza in modo cronologico;
  • deve comunicare i fattori differenzianti, assieme a vision e attributi del brand;
  • deve avere un primo paragrafo di alto impatto che contenga le esperienze principali, le credenziali, un riassunto del background e delle principali competenze;
  • deve menzionare i risultati più importanti e i nomi delle principali aziende per cui si è lavorato, la formazione ed eventuali associazioni di appartenenza;
  • può presentare una foto professionale in linea con il proprio personal brand e includere le informazioni di contatto.

La biografia va sempre adattata al pubblico e al media di riferimento e a seconda dei casi vi saranno dei fattori da evidenziare e dei formati da rispettare.

La si può utilizzare come riepilogo nel profilo di Linkedin, Facebook o Viadeo, per un intervento pubblico per farla mettere sul sito dell’evento, sul proprio blog o per farla circolare all’interno della propria azienda.

Scrivere la propria biografia consente all’individuo di definire meglio la propria identità professionale in quanto essa non coincide solo con l’ultimo ruolo lavorativo ricoperto, ma è l’insieme di tutte le esperienze professionali passate e presenti, le caratteristiche personali e delle motivazioni.

L’importante è che sia d’impatto, che incuriosisca trasmettendo attraverso le parole chiave corrette tutto il necessario che ci riguarda, aumentando così la visibilità del profilo anche nelle ricerche sui motori di ricerca. Indica dunque il posizionamento del brand.

La presentazione online è la pagina di presentazione, About me, che deve essere sempre presente in un sito personale o in un profilo del social network. Fornisce ai lettori una prima impressione di noi: un utente che visiterà la pagina avrà la possibilità di leggere tale presentazione, che dovrà essere efficace, concisa e riassumere in poche parole le esperienze, le capacità e la personalità.

La variante online che sostituisce il tradizionale Curriculum Vitae è il Social Media Resume o Social Media Bio: una nuova modalità di presentarsi e di offrire un ritratto professionale di se stessi che riflette meglio la propria persona.

La differenza principale tra CV e Resume riguarda la lunghezza. Solitamente il resume è più corto, può avere una sola pagina nella quale si sintetizzano tutte le abilità, l’esperienza e l’educazione. È orientato a mettere in risalto unicamente le virtù, i punti forti e a dimostrare l’idoneità per un determinato tipo di posto. Il curriculum invece, può essere più dettagliato e lungo, in questo si possono inserire molte più informazioni sulla propria formazione accademica e lavorativa, ad esempio come tutto il dettaglio sui corsi realizzati e superati. È molto più completo e mostra le informazioni in modalità più proporzionate. Normalmente i selezionatori del personale preferiscono il CV rispetto al resume per le posizioni che richiedono studi avanzati e nel CV queste informazioni possono essere molto più comprensibili, inoltre fin dal principio la grande differenza tra i due è stata la geografia. Il resume era il documento richiesto dalle imprese mercantili anglosassoni, specialmente statunitensi. Il curriculum vitae invece, era molto più diffuso in Europa, Asia e Medio Oriente. A volte ancora oggi si nota questa differenza, vi sono poi alcune imprese europee che preferiscono il resume al CV.

Possiamo definire il proprio resume come la forza del branding: invece di inviare un CV in risposta a un annuncio di lavoro online, è possibile mettere a disposizione il proprio resume a selezionatori e prospect che potranno trovarlo grazie a un nostro suggerimento o attraverso i meccanismi della Rete.

I dieci elementi chiave da includere in una buona Resume sono:

  • biografia per riassumere le fasi più significative del percorso professionale;
  • fotografie utili a chi vuole dare un volto alla persona che ha inviato la resume;
  • siti web: blog, siti e spazi che si gestisce in prima persona;
  • profili in Rete professionali e personali;
  • eventi pubblici: seminari, conferenze a cui si è partecipato;
  • interviste e interventi nei siti come post ad esempio;
  • pubblicazioni di libri, articoli, ricerche e presentazioni;
  • raccomandazioni: siti che si consigliano come affidabili per approfondire il settore del proprio brand;
  • siti preferiti;
  • riconoscimenti pubblici, menzioni o premi ricevuti per la propia attività professionale, utili ad accrescere la propria reputazione;
  • materiali multimediali: video, fotografie che ritraggono la propria attività o luogo di lavoro;
  • tag: parole chiave che definiscono meglio il proprio personal brand;
  • informazioni di contatto.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013 pag. 73

Come raccontare il proprio Brand

Come raccontare il proprio Brand

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Come i brand personali o aziendali conquistano la mente delle persone?

Online come offline, la qualità del brand è direttamente proporzionale alla qualità della comunicazione.

Le 3C[1] del personal branding utili per ottimizzare la comunicazione del brand sono:

  • Chiarezza: comunicare in maniera semplice ed efficace chi sei, cosa sai fare e perchè lo fai.
  • Consistenza: ripetere lo stesso concetto più volte, in modo che arrivi forte e chiaro alla mente dei tuoi clienti.
  • Costanza: un personal brand non nasce in una notte. Richiede tempo e costanza affinchè raggiunga il proprio pubblico. Per questo, oltre a tener conto dei fattori precedenti, è bene essere costanti nell’identificare le occasioni per trasmettere il proprio messaggio.

Il personal branding riguarda anche la comunicazione efficace e autentica delle proprie competenze. Come le grandi aziende hanno imparato a comunicare in maniera efficace i pregi dei loro prodotti e servizi, lo stesso vale per le persone. Se sei bravo e nessuno lo sa serve a poco, quindi è necessario identificare i propri pregi e imparare a comunicarli bene scegliendo gli strumenti corretti.

Con Internet non si può mentire, quindi alla base ci deve essere la trasparenza per garantire una buona reputazione (come detto in precedenza).

Se il brand è un’emozione, possiamo affermare contestualmente che le persone ci scelgono perchè si sentono a loro agio con noi, perchè ci associano ad un’emozione positiva e quindi cercheranno di approfondire le caratteristiche di quello che offriamo per giustificare la loro scelta in maniera razionale.

Il web 2.0, attraverso la condivisione delle competenze e degli elementi emozionali, ci permette quindi di creare una connessione con il maggior numero di persone.

Anche online vi è l’effetto prima impressione come nella vita reale: nei social network la prima impressione è spesso mediata e avviene ad ogni prima esperienza di un utente con un nostro articolo, video, foto o tweet, ma anche durante una qualsiasi interazione, ad esempio un commento, un messaggio o una mail. Il nostro linguaggio o tono può sicuramente fare la differenza e come minimo una replica brusca può contribuire a formare un’immagine distaccata o altezzosa. Lo stesso vale per una totale mancanza di risposta, o la non considerazione di domande o semplici complimenti così come per chi, per timidezza, è schivo e riservato e rischia di dare l’impressione di essere altezzoso. Nel web quindi per comuniacare in modo efficace “meno te la tiri meglio sarai percepito”, perchè il segreto per una buona impressione, online e offline, non è tanto apparire perfettamente competenti, ma far sì che le persone si sentano accolte e comprese, in uno scambio reciproco di fiducia.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013 pag. 48

Gaffe e E-reputation

Gaffe e E-reputation

Foto di TeroVesalainen da Pixabay

 

Riassumendo i paragrafi precedenti, la vita sociale si divide in spazi di palcoscenico, di ribalta, spazi pubblici in cui le persone inscenano una precisa rappresentazione e spazi privati di retroscena, dove gli attori si sentono liberi e in cui adottano un comportamento più informale. Accade così che il comportamento pubblico può contraddire quello privato, Goffman cita l’esempio di persone molto sicure sul lavoro che possono mostrare invece grandi debolezze nella vita privata. Naturalmente per evitare quelle che Goffman chiama gaffes, il gruppo di audience non deve mai accedere alle situazioni di retroscena che smentiscono il comportamento pubblico.

Gli individui, sulla scena sociale, interpretano una parte, richiedendo implicitamente agli osservatori di prenderli sul serio. Goffman parla di persona attraverso il concetto di maschera, la quale rappresenta l’Io che ognuno vorrebbe essere, ma che spesso deve impersonare. Il pubblico può essere convinto o meno della parte e l’attore può essere:

  • sincero, se crede nell’impressione che comunica agendo;
  • cinico, se non è convinto della propria routine e non si cura dell’opinione del pubblico, ma non vuol dire che agisca negativamente, perché può anche ingannare il suo pubblico credendo di agire a fin di bene (ci sono attori cinici ai quali il pubblico non permette di essere sinceri).

Ovviamente, ci sono momenti di transizione tra sincerità e cinismo, in cui l’attore tenta di indurre al pubblico a un giudizio su di lui, ma allo stesso tempo dubita della validità di questo giudizio o di meritarlo, fino a una sorta di auto-illusione.

Il Web più che agevolare la spudoratezza e l’esibizionismo del sé, amplifica le occasioni di imbarazzo a causa della facilità di circolazione dei contenuti da una pagina personale a un’altra o, addirittura, da un social all’altro.

Le figuracce digitali, imbarazzo e vergogna provocati dalle gaffe sono le circostanze che caratterizzano l’imbarazzo, vero e proprio, che assumono in questo caso sfumature virtuali. Sono questi casi che dimostrano che la vergogna continua ad essere un’emozione  presente nelle dinamiche relazionali, che governa gli ambienti reali e quelli virtuali e che si configura quindi come figuraccia digitale.

I casi di svergogna digitale generano anche effetti di carattere sociale ed identitario. Si collegano al tema della reputazione, da un lato e dell’indignazione, dall’altro. E in questi casi la Rete amplifica l’effetto: i contenuti sono più visibili e disponibili per tutti gli utenti e la figuraccia/gaffe si trasforma in un tormentone digitale, dagli effetti molte volte imprevedibili.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Ribalta e retroscena in Rete

Ribalta-retroscena in Rete

 

Ribalta e retroscena stanno ad indicare rispettivamente lo spazio della rappresentazione, cioè quando siamo sulla scena e quello dove invece possiamo agire con più disinvoltura, cioè quando siamo da soli, dove non recitiamo.

Per Goffman[1] il retroscena non esiste perchè anche se siamo da soli, ogni parte ha il suo copione, per esempio tolti gli abiti dell’impiegato in ufficio si devono indossare quelli del buon padre e del buon marito. Goffman viene spesso associato a Pirandello, ma a differenza di Pirandello che crede che sotto le maschere c’è personalità, per il sociologo la personalità dell’uomo non esiste e se c’è non influisce.

In Rete possiamo dire che siamo protetti dal monitor del computer che ci fa da barriera e potendo scegliere cosa rendere pubblico, lo spazio di retroscena è molto ampio e protetto e la ribalta permette una rappresentazione del sé molto ben studiata. Frequentando i social network capita molto spesso invece, che il retroscena sparisca del tutto, l’identità si mostri in tutte le sfaccettature anche involontariamente.

In realtà non è proprio così: quando siamo in rete, non sappiamo chi sarà il pubblico della nostra ribalta, per cui tutto quello che di noi esce in rete è appannaggio di situazioni differenti, che possono essere anche in aperto conflitto tra loro. Il retroscena esiste sempre, ma va sempre più in profondità.

Allo stesso tempo la presenza in rete è una situazione che può essere in qualche modo definita: difficilmente faremo uscire il nostro lato più privato, ma dato che non sappiamo chi sta dall’altra parte dello schermo, e non possiamo definire chi leggerà il nostro blog, chi visiterà il nostro profilo Facebook, chi ci seguirà su Twitter, chi guarderà le nostre foto, saremo necessariamente più trasparenti e meno costruiti.

Ecco perché molte applicazioni hanno l’opzione di creare gruppi privati, permettondo così una ridefinizione degli spazi di ribalta e retroscena, e la creazione di aree dove lo stress sociale causato dall’impossibilità di controllare la situazione sia minore.

Tutti i giorni accediamo ai nostri profili sui social network, ci facciamo gli affari altrui, rendiamo pubbliche alcune delle nostre cose, chattiamo con amici e via dicendo.

Tutte queste pratiche sono apparentemente normali, routine per noi, in realtà, in questi luoghi virtuali, al giorno d’oggi, si mischiano molto della nostra vita pubblica e privata. Goffman ha definito come ribalta e retroscena gli spazi dove recitiamo e dobbiamo tenere certi comportamenti e dove si sta “dietro le quinte” e si possono assumere comportamenti più, diciamo, rilassati.

Se ci facciamo caso, vedi Facebook in special modo o Twitter, noteremo che i nostri spazi di ribalta e retroscena vengono messi sempre più a nudo, viene meno il confine tra offline e online: ad esempio vengono pubblicate foto in bagno, quindi ciò che un tempo veniva relegato nel retroscena diventa oggi pubblico/ribalta.

Con l’avvento dei social network si sono moltiplicati i mondi sociali e i contesti di ribalta in cui l’individuo mostra sé stesso agli occhi degli altri. L’aumento delle opportunità di presentare noi stessi insieme alle nuove tecnologie hanno dato vita a un nuovo contesto all’interno del quale diventa abitudinario correggere, manipolare e ritoccare l’immagine di sé affinché si possa apparire migliori. La possibilità di costruire la propria identità, in linea con i valori più enfatizzati in una data società, è una delle trasformazioni più importanti portate da internet.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Per Goffman[2] si recita sempre, parla di un sé performante dove nei retroscena la nostra rappresentazione è più informale. Mettiamo in scena tutto perchè tutto fa spettacolo

[1] Goffman E., Il rituale dell’interazione, 1967.

[2]  Goffman E.,  The Presentation of self in everyday life. La vita quotidiana come rappresentazione teatrale,1959.

Deferenza-contegno in Rete

Deferenza-contegno in Rete

Image by PublicDomainPictures from Pixabay

 

Due aspetti sono cruciali nell’interazione sociale secondo Goffman[1]:

  • la deferenza, ossia lo strumento simbolico attraverso il quale l’attore sociale comunica il proprio apprezzamento nei confronti dell’altro o di ciò che l’altro rappresenta. È quell’atteggiamento che esprimiamo attraverso attività cerimoniali che esprimono apprezzamento verso gli altri, questo comportamento può definirsi anche ipocrita, ma non ci interessa perché studiamo il comportamento nel’interazione;
  • il contegno, ossia lo strumento simbolico attraverso il quale l’attore sociale dimostra agli altri di possedere determinate qualità. È un atteggiamento che si esprime con la postura, l’abbigliamento ecc.. (cerchiamo di dare un’immagine di noi stessi recitando una parte) miriamo a sottolineare la nostra dignità e adeguatezza alla situazione. Se invadiamo un self rompiamo l’applicazione delle norme.

La deferenza si dimostra anche con il rispetto delle aspettative di intimità e/o distanza dalla sfera di intimità: la prossemica[2]. Solitamente più cresce lo status sociale e più aumenta la distanza da tenere nei confronti dell’altro; un’indebita invasione della sfera di intimità equivale ad una squalificazione. L’accesso alla sfera intima dell’altro può giustificarsi solo con relazioni di familiarità oppure per esigenze tecniche (asimmetria). Deferenza e contegno, nella realtà concreta, si intrecciano costantemente. Comportandosi con contegno si guadagna deferenza, ma la mancanza di deferenza da parte di altri non giustifica l’abbandono del proprio contegno. Ciò che è deferente in una società può non rispettare le regole del contegno in un’altra..

Nella Rete, secondo ciò che dice Goffman[3], ci sono quindi delle norme che preservano l’interazione e ci permettono di capire chi abbiamo di fronte. Nei profili che abbiamo nei social network e nei blog possiamo associare la deferenza al modo in cui le persone assumono sicurezza e fiducia esprimendo apprezzamento nei confronti degli altri utenti della rete attraverso i “rituali di discrezione”, volti a mantenere intatte le sfere ideali e private degli individui ed i “rituali di presentazione”, utili per onorare gli individui tramite post, saluti, complimenti con i like.

Il contegno indica il modo in cui la gente presenta sé stessa come affidabile e credibile, come individui su cui proiettare aspettative e dare fiducia, pratica utile per presentare al meglio il Personal Brand.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1] Goffman E., Il rituale dell’interazione, 1967.

[2]   La prossemica è una disciplina che studia che cosa siano lo spazio personale e sociale e come l’uomo li percepisce. La comunicazione non verbale in Internet tende, sia pur progressivamente, a modificare le precedenti acquisizioni mentali generate dalla comunicazione interpersonale attuata in condizioni di vicinanza. Internet tende ad annullare le distanze fisiche e mentali, liberando l’individuo dalle coercizioni dipendenti e dalle componenti prossemiche piu’ proprie delle comunicazione faccia a faccia.

[3]  Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Personal Branding con Google

Personal Branding con Google

Tommaso Sorchiotti, afferma:

“Sul web tu non sei tu, sei quello che dice Google!”[1].

I recruiter che devono valutare un CV prima ancora di leggerlo cercano il nome del candidato su Internet.

É determinante per tutti saper gestire la propria presenza online. Ciò significa innanzitutto avere dimestichezza con le impostazioni sulla privacy dei vari social network, ma soprattutto capire l’importanza di portare avanti un progetto personale e sapere come renderlo Google friendly.

Come scrive Antonino Caffa in un articolo della Stampa Tecnologia[2]:

“Forse non è così chiaro come sembra ma la reputazione online è un’arma a doppio taglio, molto pericolosa. Alzi la mano chi non si affidi alle recensioni online prima di prenotare una vacanza, un week-end o solo una sera al ristorante fuori città. Una recensione negativa , una denuncia o solo la realtà dei fatti può essere la rovina (o la fortuna dipende) dei potenziali clienti che cercano online i commenti di chi ha provato un servizio prima di noi. Questo problema, sottovalutato, del secolo in corso ha una soluzione: la gestione della reputazione online.

Non è un caso che aziende e brand siano sempre alla ricerca di persone che sappiano mettere in risalto le qualità e i pregi di un marchio su internet. L’effetto di una recensione disastrosa oppure il commento di un ex-dipendente nei confronti del datore di lavoro possono avere un effetto devastante per un business che si basa molto sull’online Per questo la corsa alla gestione della reputazione online sembra essere un tema al quale tengono non solo le aziende ma anche gli individui. (…)

Un primo avvertimento a controllare bene cosa si posta online lo suggerisce Google, più di una volta sulla graticola per la gestione delle informazioni personali dei suoi utenti. Nella sezione “Gestione della reputazione online”, Google spiega come “Oggi circola sul Web una quantità sempre maggiore di informazioni personali. Ad esempio, qualche tuo amico potrebbe menzionare il tuo nome su un social network o taggarti in alcune foto online, oppure il tuo nome potrebbe comparire in un post su qualche blog o in un articolo”. Pochi sanno che se c’è un contenuto che ci riguarda, visibile nei risultati di ricerca di Google, si può chiedere di rimuoverlo attraverso l’Esclusione delle informazione personali da Google o attraverso la Rimozione di una pagina o unsito dai risultati di ricerca di Google.”

Ogni Personal Brander vuole apparire nelle prime posizioni dei risultati dei motori di ricerca poiché più i risultati della ricerca saranno alti, più il Brand avrà autorevolezza. È importante quindi, che l’utente ed il relativo Brand appaiano ai primi risultati delle ricerche soprattutto per quelle fatte per nome e cognome e professione.

Per massimizzare la ricerca del proprio nome su Google è opportuno prestare attenzione ad alcuni semplici accorgimenti[3]: il dominio e il titolo, il nome proprio o dell’azienda devono essere sempre compresi nel nome del dominio ed anche nel titolo della homepage; è fondamentale utilizzare semplici parole chiave ed in questo caso la scelta delle parole chiave deve essere oculata sulla base della densità ( il numero di parole chiave all’interno del testo totale, compresa tra 3-6%), frequenza (quante volte la stessa parola chiave viene riportata nella pagina web, maggiore è il numero di volte maggiore è la rilevanza della pagina per Google), prossimità (vicinanza tra parole chiave) e prominenza (utilizzare le parole chiave nella parte alta della pagina).

Altrettanto influenti sono i meta tags, si tratta di ricorrere a linguaggi HTML utilizzati per dare informazioni ad utenti e/o motori di ricerca sulle pagine, l’utente utilizzatore non può vederli. Importante è l’aggiornamento frequente dei contenuti delle pagine, il traffico del sito, in questo caso è opportuno ricorrere ai SEO, blog e social network per incrementare il traffico ai siti e il contenuto del sito sempre da curare e aggiornare. È fondamentale osservare che Google giornalmente cambia i propri algoritmi, questo fa si che un sito possa avere ottimi risultati un giorno e non averli più il giorno successivo

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1] Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.

[2] Articolo La Stampa Tecnologia 27/5/2013 di Antonino Caffo

[3] Schawbel D., Frati M., L’arte del Personal Branding: come creare il Brand chiamato TE, MFC editore, 2011.

Reputazione e credibilità

Reputazione e credibilità

La crescita di una buona reputazione è legata alla credibilità che il popolo del web e non, attribuisce ad un determinato brand o azienda.

La credibilità che attribuiamo a una persona non è oggettiva, ma soggettiva: dipende da come la nostra mente è fatta in termini di ricordi, emozioni, esperienze, capacità logiche, ecc.  Il problema della credibilità di una persona non si pone nei rapporti di familiarità, ma nelle relazioni con persone estranee e talvolta richiede, affinchè una relazione possa iniziare, una “anticipazione di credibilità”. Nel valutare le condizioni per accordare tale anticipazione entra in gioco il concetto di fiducia che è complementare alla credibilità, nel senso che si può parlare di fiducia solo quando l’altra persona non è vincolata da norme o imposizioni. Come ha scritto il sociologo Niklas Luhmann[1]:

“La fiducia non nasce da un pericolo intrinseco ma dal rischio. (…) Ciò che determina il rischio è un calcolo puramente interiore delle condizioni esterne. (…)” .

Il web offre la possibilità di verificare rapidamente la credibilità di una persona e la sua reputazione, attraverso i commenti postati sui blog/forum anche da parte di altri soggetti, le immagini postate sui social networks, i like ecc. Questa possibilità può diventare un rischio per chi pubblica tutte le informazioni che lo riguardano sia personali che professionali, perchè spesso esistono scostamenti tra l’identità personale e quella digitale della stessa persona, dovuti al modo in cui la personalità dell’individuo viene costruita in rete.

Una caratteristica che permette al proprio brand di accrescere la sua reputazione e allo stesso tempo credibilità online, è la trasparenza.

La credibilità online dipende da fattori psicologici e motivazionali di varia natura, in particolare, la credibilità di una fonte di informazione, sia essa in internet o offline, non è uno stato o una caratteristica intrinseca del mezzo, ma il risultato della specifica relazione che si viene a determinare fra le caratteristiche del mezzo (Internet) e quelle dell’utente (motivazione).

Per essere credibili nel web sono necessari: affidabilità (l’essere onesti, disinteressati, sinceri) e la competenza (l’essere intelligenti, preparati, esperti).[2]

La web credibility è importante perchè soddisfa la necessità di chi la crea di essere considerato e di essere incisivo, inoltre soddisfa un bisogno del navigatore di trovare informazioni attendibili.

Per costruire la propria presenza online credibile, Fogg identifica alcuni aspetti probabilmente banali, ma strutturali e necessari, che spesso si danno per scontati[3]:

  • usare un design di aspetto professionale per il vostro sito/pagina;
  • rendere facilmente verificabili le informazioni;
  • fare percepire l’esistenza del brand dietro al sito;
  • mettere in evidenza i campi di esperienza specifica;
  • rendere facile il contatto;
  • rendere il sito/presenza facile da navigare e utile;
  • aggiornare il sito di frequente;
  • essere moderati negli aspetti promozionali;
  • evitare ogni tipo di errore o imprecisione.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1]  Saggio estatto dalla raccolta di Lhuman N. traduzione a cura di Gambetta D., Le strategie della fiducia, Einaudi, Torino 1989 pp. 131-132

[2]  Fogg B.J., Professore di Stanford avviò un laboratorio sulla web credibility. Disponibile all’indirizzo: http://credibility.stanford.edu/

[3] Massarotto M., Social Network: costruire e comunicare identità in Rete, Apogeo 2011 pp.180-181