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L’inesorabile spersonalizzazione di sé stessi attraverso i social media

L’inesorabile spersonalizzazione di sé stessi attraverso i social media

Oggi, in un’epoca globalizzata, caratterizzata dal consumismo sfrenato e dal successo a tutti i costi, non conta più chi siamo realmente, non conta il valore dei nostri pensieri, dei sentimenti che proviamo, ma tutto si basa su come si appare fuori.

L’uso sempre più diffuso dei social media per promuoversi online, è quindi complice della spersonalizzazione dell’essere umano; essi minano fortemente l’identità reale dell’individuo, che nella Rete viene invece valorizzata e ampliata, dando voce al singolo sconosciuto, facendolo quasi sentire accettato sempre e comunque da tanti altrettanti sconosciuti.

I social network  infatti, spingono l’individuo a condividere pensieri, frasi, stati d’animo, foto e link di persone che potranno in linea generale avere un’opinione simile alla nostra, ma mai identica. Il pensiero collegato è rendere felice l’altra persona facendogli sentire la nostra presenza, la nostra accettazione. Quindi: 1 Like/1 mi piace significa accetto ciò che scrivi, ciò che pensi, quindi ti accetto.

Il problema vero che spiega questa inesorabile spersonalizzazione dell’essere umano è la realtà: sui social network non si pone, perchè ci sentiamo apparentemente capiti, accettati e felici, ma quando si incontra un amico nella quotidianità si parla, si discute, ci si confronta e diamo quindi valore a quella persona e alla relazione che si instaura, ci rendiamo conto che su facebook, twitter, instagram ecc. questo non avviene, non esiste. Esiste un profilo, esistono le foto che pubblichiamo, esistiamo come persone, ma collegate ad un sistema, al computer, a Internet che ci limita e vieta di instaurare rapporti e relazioni vere.

Sostanzialmente l’essere umano attraverso i social media si spersonalizza per non apparire com’è veramente e per non mostrare la sua vera personalità. Sui social non si può essere veramente sé stessi, non si può essere veramente capiti ed esprimersi per quello che si è; questo perchè il web non è il mezzo idoneo per fare tutto questo e quindi in tanti di noi si attua una lenta, ma inesorabile spersonalizzazione.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

Il Personal Branding come fenomeno sociale

Il Personal Branding come fenomeno sociale

La professione con le moderne tecnologie digitali, è fortemente influenzata da un’idea forse sbagliata della globalizzazione, quella di fare tutto in tempo reale, subito.

E’ importante invece fermarsi a riflettere e mantenere un giusto rapporto con la realtà per non spersonalizzare la professione e l’individuo che la svolge.

Il mercato del lavoro oggi richiede al professionista una vasta preparazione caratterizzata da specializzazioni in vari settori e perciò è necessario uno studio approfondito nonché,  un continuo aggiornamento.

E-mail e sms, se da un lato contribuiscono ad ottimizzare la fruizione di servizi, agire in tempo reale sulle tante opportunità che si manifestano, svolgere il lavoro in mobilità, dematerializzare e semplificare i processi burocratici, consentire il contatto continuo con i clienti, dall’altro pongono nuovi problemi in termini di spersonalizzazione del legame fiduciario tra il professionista ed il cliente, con conseguente supremazia dell’elemento organizzazione sull’elemento personale.

Oggi, nella società dell’informazione, dove le notizie corrono veloci, Internet consente di consultare, chiarire, trovare e scegliere, quindi dobbiamo farci conoscere, avere qualcosa di nuovo da dire, qualcosa di diverso da offrire, che faccia la differenza rispetto ai colleghi. In questo contesto non conta solo esserci, ma conta esserci al meglio perchè la concorrenza richiede di essere i migliori, i più veloci, i più moderni, i più efficaci. Il cliente si informa, valuta e sceglie quindi bisogna fare in modo che, a maggior ragione sul web, dove il primo contatto è impersonale, si fidino di noi e poi si fidelizzino.

Per molte persone la comunicazione digitale è divenuta un elemento centrale della propria attività, ma bisogna sapersi presentare. Crearsi nuove opportunità online è “gratis”, ma costa in termini di immagine, di reputazione, di perdita di clienti, vecchi e nuovi. Tutto ciò che mettiamo in Rete comincerà a viaggiare in modo infinito tra siti, utenti, messaggi e motori di ricerca. Bisogna fare attenzione dunque, prima di scrivere metterci la firma e la faccia, è utile ponderare bene a che pro e verso chi impostare una comunicazione che abbia un ritorno positivo.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

Brand personale e brand aziendale

Brand personale e brand aziendale

Richard Branson, fondatore della Virgin, ha detto:

“Un brand è molto più di un nome o di un logo: è una promessa ed un contratto con ogni cliente con il quale hai a che fare”.

Tra il brand personale e il brand aziendale vi è una sorta di conflitto.

Il brand personale deriva dal nostro modo di fare le cose, ogni singolo passo si ripercuote sul nostro brand, la fiducia dei clienti sta alla base di tutto, come la capacità di regalare emozioni all’utente e la capacità di essere sempre cordiale e soddisfacente è la chiave del successo per un professionista del web.

Il brand aziendale invece spesso è molto più vecchio di noi e decisamente più ricco di storia ed esperienza. Questo è sostenuto da grandi progetti di marketing e da numerosi professionisti che lavorano in team. In questo caso il discorso è diverso perché la chiave del successo non è stabilire un rapporto amichevole con il cliente, in quanto il rapporto che si viene a creare non è persona-persona, ma azienda-persona.

Per spiegare meglio la differenza di questi due brand, facciamo ora una distinzione tra un brand personale, costruito intorno a temi che non riguardano l’azienda e che quindi non crea conflitto e uno che appartiene alla stessa categoria dell’azienda che potrebbe invece creare conflitto. Questo per spiegare che l’azienda è fatta di persone e l’insieme dei brand personali vanno a costituire il brand aziendale.

Il web 2.0 ha dato voce alle persone dentro e fuori l’azienda, le persone vogliono parlare con le persone, i dipendenti sono già sul web sociale prima ancora di entrare a lavorare nell’azienda, quindi i brand personali dei dipendenti in un certo senso umanizzano l’azienda trasmettendo agli utenti dei valori. Un forte brand personale di un dipendente è motivo di prestigio per l’azienda.

Il personal branding, spingendo alla specializzazione, stimola il lavoro in team favorendo la complementarietà tra colleghi rispetto alla competizione interna ed è utile anche in azienda dove spesso è correlato alla sviluppo di carriera o alle persone in cerca di lavoro. Può accadere che lavorando in un’azienda alcune vendite siano concretizzate grazie a noi, perchè il cliente si fida di noi e della reputazione che abbiamo, ancora prima di quella dell’azienda.

Tutti abbiamo un brand personale anche se non ne siamo consapevoli e i social media lo amplificano. È vero anche, che avere un brand coerente ed efficace ci permette di raggiungere obiettivi personali e professionali più soddisfacenti.

Per tutti questi aspetti a mio parere quindi, il brand personale concorre a determinare il brand aziendale, proprio perchè il brand aziendale è fatto dalla somma dei singoli brand dei dipendenti.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Self Brand e Personal Brand

Self Brand e Personal Brand

Spesso il concetto di Personal Brand viene confuso con quello di Self Brand. Per spiegarne la differenza Alessandra Colucci, consulente e docente in brand care, durante la prima edizione del Personal Branding Day 2012, ha affrontato queste tematiche affermando:

“Sino a qualche tempo fa, il concetto di self brand era riconducibile esclusivamente all’interpretazione e alla personale rielaborazione che l’individuo- consumatore, compie nell’utilizzo delle marche in modo da sentirsene rappresentato ed esprimendo una parte di sé attraverso di esse (nonché contribuendo così alla costruzione delle marche stesse veicolando i loro valori): tale concetto è basato sul fatto che il prosumer elabori la propria propensione all’acquisto e i suoi comportamenti di consumo tenendo conto delle marche maggiormente assimilabili al proprio universo valoriale, dunque alla percezione che ha e che vuol dare del sé.”

“Oggi il concetto di self brand si estende anche alla veicolazione del sé come una marca, inserendo l’individuo stesso tra i brand che esso interpreta, rielabora e istintivamente esprime: non più semplicemente le grandi marche come veicolo delle proprie caratteristiche, del proprio sistema valoriale, ma il raggiungimento di un mix di brand e atti comunicativi altamente strutturato e personalizzato. A ciò sommando la maggiore conoscenza e capacità di utilizzo in autonomia dei mezzi di comunicazione (soprattutto web based) che permettono di “pubblicizzare” il proprio sé, si ottiene una evoluzione del concetto di self brand come primo passo istintivo volto alla costruzione di un personal brand, con cui sovente il self branding è confuso.”

“Per ottenere un personal brand è necessaria un’analisi delle caratteristiche della persona in questione, del proprio contesto e scenario di riferimento per poi trasformare tale consapevolezza rispetto alle sue capacità, competenze e valori in obiettivi e costruire attorno a essi un piano strategico volto al loro raggiungimento, piano che comprenderà attività di marketing e comunicazione implementabili attraverso l’utilizzo coerente di un certo numero di strumenti: nulla di diverso rispetto al corporate branding se guardiamo esclusivamente al processo da attivare. 

Attraverso tale percorso strategico si otterrà un personal brand carismatico qualora l’individuo verrà percepito come coerente e riconoscibile, se acquisirà visibilità nel proprio mercato di riferimento mettendo in evidenza la propria unicità.”[1]

La Colucci afferma quindi che il self brand e il personal brand sono da considerarsi due approcci ben distinti: il primo basato sull’utilizzo delle marche corporate per rappresentare il proprio stile, sull’improvvisazione e su atti comunicativi istintivi e discontinui; il secondo risultante dall’applicazione di metodo e creatività, frutto di un accurato lavoro di analisi, dello studio del proprio contesto di riferimento e della costruzione di strategie specifiche, strettamente connesse con gli obiettivi definiti e sempre coerenti tra loro.

Il concetto di self brand si estende anche alla veicolazione del sé come marca. La confusione parte dal fatto che la persona viene inserita tra i brand che esso interpreta ed esprime. Quindi non sono più le grandi marche che veicolano le proprie caratteristiche e valori, ma vi è il raggiungimento di un mix di brand e atti comunicativi in maniera strutturata e personalizzata. I mezzi di comunicazione moderni, in particolare i social media, permettono di pubblicizzare il proprio sé e questo porta ad una evoluzione del concetto di self brand fino alla costruzione di un personal brand.

Per ottenere un personal brand è necessaria un’analisi delle caratteristiche della persona in questione, del proprio contesto e scenario di riferimento per poi trasformare tale consapevolezza rispetto alle sue capacità, competenze e valori in obiettivi e costruire attorno ad essi un piano strategico volto al loro raggiungimento, piano che comprenderà attività di marketing e comunicazione implementabili attraverso l’utilizzo coerente di un certo numero di strumenti.

Attraverso tale percorso si arriverà ad avere un personal brand carismatico: l’individuo acquisirà visibilità nel proprio settore e mercato di riferimento, mettendo in evidenza la propria unicità e specializzazione.

 

[1]    Definizioni tratte dall’articolo di Admin Self brand: le definizioni degli esperti disponibile all’indirizzo:

http://www.personalbrandingday.com/2012/07/10/self-brand-le-definizioni-degli-esperti/

 

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Cos’è il Personal Branding

Cos’è il Personal Branding

Se prendiamo la definizione di Wikipedia:

“L’espressione personal branding (mutuata dalla lingua inglese) indica la capacità di promuovere se stessi, al fine di essere gradito o comunque appetibile nei confronti di una comunità di consociati, con modalità simili a quanto avviene in campo economico, con i prodotti commerciali.  A differenza di altre discipline di miglioramento personale, il personal branding suggerisce di concentrarsi oltre che sul valore anche sulle modalità di promozione.”[1]

Secondo Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti, i primi in Italia ad occuparsi di personal branding:

“Fare Personal Branding significa impostare una strategia per individuare o definire i tuoi punti di forza e comunicare in maniera efficace cosa sai fare, come lo sai fare e perché gli altri dovrebbero sceglierti”. [2]

In altre parole, la propria personalità in Rete può essere considerata come un brand e gestita come tale.

Non esiste una definizione univoca di Personal Branding, ma è possibile definire tale fenomeno come la capacità, di ognuno di noi, di fare marketing di sé stesso, in un contesto dove con la parola Brand non si intende più il brand aziendale, ma personale, ossia l’insieme di tutto ciò che le persone dicono, provano e pensano sulla persona e sui servizi offerti nei vari contesti di vita; in sostanza come si viene percepiti dagli altri e come la propria personalità può essere gestita e considerata in rete come un brand.

Il personal branding si riferisce alla persona contrapponendosi all’idea di massa e sottolineando l’unicità dell’individuo. Allo scopo di sviluppare il proprio personal brand, è importante conoscere bene sé stessi per essere poi in grado di comunicare efficacemente con gli altri, al fine di sviluppare una prima impressione positiva; in questo modo si potranno influenzare a proprio favore le scelte delle persone con cui ognuno di noi interagisce.

Oggi i social media amplificano il potenziale del nostro brand personale: per la facilità di accesso, per la facilità di utilizzo e per la vastità di pubblico.

Ma cos’è il brand in generale?

Il brand è identità, ovvero il primario strumento di differenziazione tra offerte sul mercato; identità che si costruisce e si mantiene nel tempo attraverso un sistema di coerenze. Il brand non è il logo o il marchio, ma l’idea che risiede nella mente dei clienti; è quindi una peculiarità intangibile del prodotto, ma non per questo di poco valore.

L’obiettivo dell’attività di branding è quella di aumentare il valore percepito da parte del pubblico, garantendo contemporaneamente la qualità ed il prestigio di quanto offerto.

Allo stesso modo il personal branding è quel processo che crea nella mente dei possibili clienti l’idea che sul mercato non esista un’altra persona che possa fornire un servizio o un prodotto come noi. L’idea è quella di rappresentare un concetto unico e irripetibile nella mente del proprio cliente e di fare in modo che quando avrà una specifica esigenza saremo le sole persone a venirgli in mente. Il brand non è altro che un prodotto con una personalità e i concetti alla base del personal brand sono: rilevanza, esclusività e specificità.

 

[1]   Definizione disponibile all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Personal_branding

[2]   Centenaro L. primo personal branding strategist in Italia e fondatore del PersonalBranding.it. Sorchiotti T. digital e creative strategist, lavora sulla comunicazione online, sullo sviluppo del brand e sulla progettazione di ecosistemi digitali. Definizione tratta dalla pagina Personal Branding disponibile all’indirizzo: http://www.personalbranding.it/personal-branding-online/

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

Il personal Branding Introduzione

Il personal Branding: Introduzione

La comunicazione interpersonale e virtuale attraverso i social network oggi, gioca un ruolo fondamentale per il proprio successo personale e professionale.

Viviamo in un’epoca in cui siamo in continua comunicazione con gli altri e le relazioni sono diventate sempre più delle connessioni online. La diffusione del web e dei social media ha reso indispensabile forti competenze e abilità comunicative per poter comunicare efficacemente.

Saper gestire la propria comunicazione, saper interagire con gli altri in modo efficace e riuscire a interloquire con tutti sono le chiavi per il successo professionale e il benessere personale.

Oggigiorno si vuole migliorare e perfezionare la capacità comunicativa attraverso una comunicazione strategica per agevolare il raggiungimento dei propri obiettivi, in quanto diventa sempre più necessario fare marketing di sé stessi differenziandosi dagli altri.

La strategia del Personal Brand nei social network si basa proprio sulla definizione dei nostri punti di forza e sul riuscirli a comunicare in  modo efficace ponendosi alcune domande: Cosa so fare? Come lo so fare? Quali sono i miei punti di forza e cosa offro? Perchè sono migliore o diverso dai miei concorrenti?

Il Personal Branding è un processo utilizzato da coloro che sono in cerca di lavoro o vogliono cambiare impiego, coloro che hanno una libera professione, coloro che vogliono portare il lavoro ad un livello di eccellenza e coloro che hanno un’attività professionale da sviluppare.

Le molteplici opportunità attualmente disponibili, sia per la trasmissione delle informazioni che per l’intermediazione e l’interazione, hanno dato vita all’era del Web 2.0, uno stato della continua evoluzione del World Wide Web.

L’uso dei social media per il lavoro e per la propria reputazione è ormai una necessità che non è più riservata solamente alle aziende, ma è soprattutto destinato agli individui: i veri protagonisti del web e della nostra epoca interconnessa.

Nell’economia digitale del web moderno, le interconnessioni tra le persone sono infinite, le informazioni disponibili sono globali e con un assortimento molto ampio, ma allo stesso tempo sono poco controllate o controllabili.

Internet oggi offre molte possibilità per ottimizzare e far conoscere il proprio brand: permette di controllare la diffusione della propria immagine online, grazie appositi strumenti; per tutelare la propria immagine e la propria brand identity e per ottenere contatti lavorativi, si attua un vero e proprio social networking dove ogni persona ha una propria rete sociale. Per social networking si intende il ricostruire e sviluppare, a scopo di business o di svago, una rete sociale online tramite gli strumenti digitali come i social, aggiungendo amici, clienti o colleghi e condividendo con loro svariate tipologie di informazioni. Un utente può compilare un suo profilo personale, aggiungere dei contenuti multimediali e decidere cosa condividere e come interagire con gli altri partecipanti alla rete, soprattutto in vista di una possibile assunzione lavorativa, in quanto i social network, come Facebook e Linkedin danno la possibilità di “diventare amico” di agenzie e aziende con le quali altrimenti non si sarebbe venuti a conoscenza nella vita offline.

Il personal branding quindi è la reputazione che noi ci creiamo sul web, tutto quello che facciamo con Internet, sui social network, sui forum e i valori che comunichiamo tramite il web e che servono a dare una bella immagine di noi online.

Oggi, infatti, oltre al curriculum classico, ci sono altre opportunità lavorative che ci offre la rete ovvero un curriculum in progress, che è ciò che la rete dice di noi e che viene verificato in quanto le nostre competenze e abilità possono venire effettivamente e realmente constatate.

Come dice Luigi Centenaro[1], il primo in Italia ad occuparsi di Personal Branding, ora il nostro curriculum è Google, in quanto digitando il nostro nome emerge tutto quello che abbiamo scritto, fatto, creato e condiviso in Rete e questo ha un effetto concreto su cosa e come la Rete parla di noi. Quindi, bisogna gestire bene il proprio profilo digitale, bisogna fare anche pulizia di stati e post incoerenti con i nostri valori perchè il web è una presentazione di noi stessi, soprattutto per quelle persone che lo usano come strumento lavorativo.

La decisione di affrontare nell’elaborato un tema pressochè nuovo e ancora poco conosciuto in Italia, come quello del Personal Branding, nasce dal desiderio di coniugare due interessi, il primo per le risorse umane, che deriva dalla mia precedente formazione triennale in Psicologia del lavoro e il secondo per il marketing, la comunicazione e i social media.

Nell’elaborato si vuole comprendere e successivamente analizzare il funzionamento in chiave teorica e pratica del fenomeno del Personal Branding.

Il capitolo uno e due approfondiscono il tema in chiave teorica: nel capitolo uno si cerca di spiegare in dettaglio cos’è il Personal Branding e quali vantaggi permette di raggiungere; nel secondo viene invece approfondito il personal brand in funzione ai social network che ci permettono di creare il brand di noi stessi.

L’ultimo capitolo analizza invece in chiave pratica tre esempi di Personal Branding: tre analisi qualitative di cui una ricerca sulle differenze di genere di un gruppo di 30 utenti di Linkedin per indagare le strategie utilizzate  per costruire, tutelare e promuovere la propria immagine e posizione professionale online; e due studi di caso sull’uso efficace dei social media di due donne e blogger italiane che si sono affermate in breve tempo nel panorama internazionale, Clio Make up e Chiara Ferragni. Queste due personalità si sono ampliamente confermate nel mondo online come nella vita offline e hanno avuto successo con il proprio brand personale, sinonimo del fatto che, se si rispettano le leggi base della Rete, qualsiasi business si può affermare con successo.

[1] Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

L’economia, risultato della biologia umana

L’economia, risultato della biologia umana

Il normale valore della temperatura corporea umana è considerato di 36,5°. Questo valore ci farà sempre provare un generale stato di benessere.

..MA..

Se questo 36,5° aumenta vertiginosamente fino a raggiungere un 39,9°, non sorprendetevi se state male. Il nostro corpo sta vivendo una condizione molto distante dai valori di salute, e avvisa del pericolo con sensazioni di dolore.

Questo semplice esempio ci fa capire come il nostro organismo regoli in ogni istante un gran numero di condizioni, come la temperatura corporea, la quantità di ossigeno e di anidride carbonica, l’acidità del pH e la pressione arteriosa. Si tratta dei parametri che decidono il benessere o la sofferenza del nostro corpo tramite precisi valori. Questi valori devono ricadere sempre in un intervallo, detto omeostatico, per cui l’organismo risulta in uno stato di piena salute.

La naturale ricerca dei giusti intervalli biologici ha permesso alla specie di riconoscere i bisogni primari, come la fame, la sete, il riposo ecc. Questa ricerca ha da sempre utilizzato mezzi esterni per soddisfare le varie necessità e garantire l’omeostasi. Questi particolari strumenti sono offerti infatti dall’ambiente che ci circonda: là fuori abbiamo sempre trovato del cibo, dell’acqua e luoghi da vivere. Funziona così da milioni di anni; sia la singola cellula che gli organismi complessi hanno provveduto ai loro bisogni primari all’interno di un ambiente che offre la possibilità di farlo. Soprattutto, più qualcosa ci assicura la sopravvivenza più acquisisce importanza per la nostra vita.

Nel corso dell’evoluzione ogni specie animale è riuscita a distinguere le diverse necessità e perciò a dare loro differenti priorità. Antonio Damasio, celebre ricercatore e divulgatore scientifico, propone il concetto di valore biologico per definire il modo in cui si investe l’ambiente di importanza rispetto le esigenze interne. Un tipo di cibo, ad esempio, poteva assumere un valore biologico maggiore rispetto ad un altro in quanto più nutriente ed energetico. Si tratta di una consapevolezza, la quale ci rende istintivamente capaci di individuare all’esterno ciò che può assicurarci di star bene e vivere a lungo.

..MA..

Cosa c’entra l’economia con tutta questa roba biologica ed evoluzionistica!? Il parallelismo proposto sembrerà strano, eppure è affascinante.

Nel marketing, più un prodotto è difficile da ottenere più il suo prezzo sale. Si tratta di una semplice logica sull’importanza che un oggetto può assumere nell’interesse collettivo. L’attribuzione di un prezzo è la maniera simbolica per distinguere la quantità disponibile del prodotto e il bisogno di possederlo. Di solito, quando entriamo in un negozio diamo una rapida occhiata ai prodotti e di norma compriamo quelli più adatti ai nostri bisogni immediati. L’economia ha funzionato sempre così; un costante rapporto fra domanda e offerta, fra investimenti e risorse.

Allo stesso modo, anche la regolazione biologica ha sempre dimostrato un meccanismo molto simile: il più importante “valore” viene sempre attribuito agli aspetti ambientali che sono stati più utili per provvedere ai propri bisogni e “restare vivi”. Si può pertanto immaginare il valore biologico come la valuta ufficiale della sopravvivenza.

Tale meccanismo sembra inoltre riflettere molto bene una delle più complesse difese freudiane, l’Intellettualizzazione. Il termine si riferisce alla naturale propensione dell’uomo a teorizzare le proprie esperienze emotive nel difficile tentativo di controllarle. Ciò può significare che il bisogno umano di creare delle scienze sia stato sempre motivato dalla forte necessità di controllare le proprie emozioni. Esiste la fisica per conoscere meglio i terremoti o le glaciazioni; esiste la matematica per gestire meglio le quantità di viveri senza sprecarle; esiste l’ingegneria per avere rifugi sicuri e resistenti senza il timore che crollino; esiste la medicina per vivere sempre di più e non aver paura della morte.

Ecco, il valore biologico rende non solo l’economia, ma ogni dottrina scientifica, nient’altro che il risultato di un’inconscia intellettualizzazione dei primordiali bisogni della natura umana.

©  Porfiri Gian Luca