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Deferenza-contegno in Rete

Deferenza-contegno in Rete

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Due aspetti sono cruciali nell’interazione sociale secondo Goffman[1]:

  • la deferenza, ossia lo strumento simbolico attraverso il quale l’attore sociale comunica il proprio apprezzamento nei confronti dell’altro o di ciò che l’altro rappresenta. È quell’atteggiamento che esprimiamo attraverso attività cerimoniali che esprimono apprezzamento verso gli altri, questo comportamento può definirsi anche ipocrita, ma non ci interessa perché studiamo il comportamento nel’interazione;
  • il contegno, ossia lo strumento simbolico attraverso il quale l’attore sociale dimostra agli altri di possedere determinate qualità. È un atteggiamento che si esprime con la postura, l’abbigliamento ecc.. (cerchiamo di dare un’immagine di noi stessi recitando una parte) miriamo a sottolineare la nostra dignità e adeguatezza alla situazione. Se invadiamo un self rompiamo l’applicazione delle norme.

La deferenza si dimostra anche con il rispetto delle aspettative di intimità e/o distanza dalla sfera di intimità: la prossemica[2]. Solitamente più cresce lo status sociale e più aumenta la distanza da tenere nei confronti dell’altro; un’indebita invasione della sfera di intimità equivale ad una squalificazione. L’accesso alla sfera intima dell’altro può giustificarsi solo con relazioni di familiarità oppure per esigenze tecniche (asimmetria). Deferenza e contegno, nella realtà concreta, si intrecciano costantemente. Comportandosi con contegno si guadagna deferenza, ma la mancanza di deferenza da parte di altri non giustifica l’abbandono del proprio contegno. Ciò che è deferente in una società può non rispettare le regole del contegno in un’altra..

Nella Rete, secondo ciò che dice Goffman[3], ci sono quindi delle norme che preservano l’interazione e ci permettono di capire chi abbiamo di fronte. Nei profili che abbiamo nei social network e nei blog possiamo associare la deferenza al modo in cui le persone assumono sicurezza e fiducia esprimendo apprezzamento nei confronti degli altri utenti della rete attraverso i “rituali di discrezione”, volti a mantenere intatte le sfere ideali e private degli individui ed i “rituali di presentazione”, utili per onorare gli individui tramite post, saluti, complimenti con i like.

Il contegno indica il modo in cui la gente presenta sé stessa come affidabile e credibile, come individui su cui proiettare aspettative e dare fiducia, pratica utile per presentare al meglio il Personal Brand.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1] Goffman E., Il rituale dell’interazione, 1967.

[2]   La prossemica è una disciplina che studia che cosa siano lo spazio personale e sociale e come l’uomo li percepisce. La comunicazione non verbale in Internet tende, sia pur progressivamente, a modificare le precedenti acquisizioni mentali generate dalla comunicazione interpersonale attuata in condizioni di vicinanza. Internet tende ad annullare le distanze fisiche e mentali, liberando l’individuo dalle coercizioni dipendenti e dalle componenti prossemiche piu’ proprie delle comunicazione faccia a faccia.

[3]  Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Personal Branding con Google

Personal Branding con Google

Tommaso Sorchiotti, afferma:

“Sul web tu non sei tu, sei quello che dice Google!”[1].

I recruiter che devono valutare un CV prima ancora di leggerlo cercano il nome del candidato su Internet.

É determinante per tutti saper gestire la propria presenza online. Ciò significa innanzitutto avere dimestichezza con le impostazioni sulla privacy dei vari social network, ma soprattutto capire l’importanza di portare avanti un progetto personale e sapere come renderlo Google friendly.

Come scrive Antonino Caffa in un articolo della Stampa Tecnologia[2]:

“Forse non è così chiaro come sembra ma la reputazione online è un’arma a doppio taglio, molto pericolosa. Alzi la mano chi non si affidi alle recensioni online prima di prenotare una vacanza, un week-end o solo una sera al ristorante fuori città. Una recensione negativa , una denuncia o solo la realtà dei fatti può essere la rovina (o la fortuna dipende) dei potenziali clienti che cercano online i commenti di chi ha provato un servizio prima di noi. Questo problema, sottovalutato, del secolo in corso ha una soluzione: la gestione della reputazione online.

Non è un caso che aziende e brand siano sempre alla ricerca di persone che sappiano mettere in risalto le qualità e i pregi di un marchio su internet. L’effetto di una recensione disastrosa oppure il commento di un ex-dipendente nei confronti del datore di lavoro possono avere un effetto devastante per un business che si basa molto sull’online Per questo la corsa alla gestione della reputazione online sembra essere un tema al quale tengono non solo le aziende ma anche gli individui. (…)

Un primo avvertimento a controllare bene cosa si posta online lo suggerisce Google, più di una volta sulla graticola per la gestione delle informazioni personali dei suoi utenti. Nella sezione “Gestione della reputazione online”, Google spiega come “Oggi circola sul Web una quantità sempre maggiore di informazioni personali. Ad esempio, qualche tuo amico potrebbe menzionare il tuo nome su un social network o taggarti in alcune foto online, oppure il tuo nome potrebbe comparire in un post su qualche blog o in un articolo”. Pochi sanno che se c’è un contenuto che ci riguarda, visibile nei risultati di ricerca di Google, si può chiedere di rimuoverlo attraverso l’Esclusione delle informazione personali da Google o attraverso la Rimozione di una pagina o unsito dai risultati di ricerca di Google.”

Ogni Personal Brander vuole apparire nelle prime posizioni dei risultati dei motori di ricerca poiché più i risultati della ricerca saranno alti, più il Brand avrà autorevolezza. È importante quindi, che l’utente ed il relativo Brand appaiano ai primi risultati delle ricerche soprattutto per quelle fatte per nome e cognome e professione.

Per massimizzare la ricerca del proprio nome su Google è opportuno prestare attenzione ad alcuni semplici accorgimenti[3]: il dominio e il titolo, il nome proprio o dell’azienda devono essere sempre compresi nel nome del dominio ed anche nel titolo della homepage; è fondamentale utilizzare semplici parole chiave ed in questo caso la scelta delle parole chiave deve essere oculata sulla base della densità ( il numero di parole chiave all’interno del testo totale, compresa tra 3-6%), frequenza (quante volte la stessa parola chiave viene riportata nella pagina web, maggiore è il numero di volte maggiore è la rilevanza della pagina per Google), prossimità (vicinanza tra parole chiave) e prominenza (utilizzare le parole chiave nella parte alta della pagina).

Altrettanto influenti sono i meta tags, si tratta di ricorrere a linguaggi HTML utilizzati per dare informazioni ad utenti e/o motori di ricerca sulle pagine, l’utente utilizzatore non può vederli. Importante è l’aggiornamento frequente dei contenuti delle pagine, il traffico del sito, in questo caso è opportuno ricorrere ai SEO, blog e social network per incrementare il traffico ai siti e il contenuto del sito sempre da curare e aggiornare. È fondamentale osservare che Google giornalmente cambia i propri algoritmi, questo fa si che un sito possa avere ottimi risultati un giorno e non averli più il giorno successivo

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1] Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.

[2] Articolo La Stampa Tecnologia 27/5/2013 di Antonino Caffo

[3] Schawbel D., Frati M., L’arte del Personal Branding: come creare il Brand chiamato TE, MFC editore, 2011.

Reputazione e credibilità

Reputazione e credibilità

La crescita di una buona reputazione è legata alla credibilità che il popolo del web e non, attribuisce ad un determinato brand o azienda.

La credibilità che attribuiamo a una persona non è oggettiva, ma soggettiva: dipende da come la nostra mente è fatta in termini di ricordi, emozioni, esperienze, capacità logiche, ecc.  Il problema della credibilità di una persona non si pone nei rapporti di familiarità, ma nelle relazioni con persone estranee e talvolta richiede, affinchè una relazione possa iniziare, una “anticipazione di credibilità”. Nel valutare le condizioni per accordare tale anticipazione entra in gioco il concetto di fiducia che è complementare alla credibilità, nel senso che si può parlare di fiducia solo quando l’altra persona non è vincolata da norme o imposizioni. Come ha scritto il sociologo Niklas Luhmann[1]:

“La fiducia non nasce da un pericolo intrinseco ma dal rischio. (…) Ciò che determina il rischio è un calcolo puramente interiore delle condizioni esterne. (…)” .

Il web offre la possibilità di verificare rapidamente la credibilità di una persona e la sua reputazione, attraverso i commenti postati sui blog/forum anche da parte di altri soggetti, le immagini postate sui social networks, i like ecc. Questa possibilità può diventare un rischio per chi pubblica tutte le informazioni che lo riguardano sia personali che professionali, perchè spesso esistono scostamenti tra l’identità personale e quella digitale della stessa persona, dovuti al modo in cui la personalità dell’individuo viene costruita in rete.

Una caratteristica che permette al proprio brand di accrescere la sua reputazione e allo stesso tempo credibilità online, è la trasparenza.

La credibilità online dipende da fattori psicologici e motivazionali di varia natura, in particolare, la credibilità di una fonte di informazione, sia essa in internet o offline, non è uno stato o una caratteristica intrinseca del mezzo, ma il risultato della specifica relazione che si viene a determinare fra le caratteristiche del mezzo (Internet) e quelle dell’utente (motivazione).

Per essere credibili nel web sono necessari: affidabilità (l’essere onesti, disinteressati, sinceri) e la competenza (l’essere intelligenti, preparati, esperti).[2]

La web credibility è importante perchè soddisfa la necessità di chi la crea di essere considerato e di essere incisivo, inoltre soddisfa un bisogno del navigatore di trovare informazioni attendibili.

Per costruire la propria presenza online credibile, Fogg identifica alcuni aspetti probabilmente banali, ma strutturali e necessari, che spesso si danno per scontati[3]:

  • usare un design di aspetto professionale per il vostro sito/pagina;
  • rendere facilmente verificabili le informazioni;
  • fare percepire l’esistenza del brand dietro al sito;
  • mettere in evidenza i campi di esperienza specifica;
  • rendere facile il contatto;
  • rendere il sito/presenza facile da navigare e utile;
  • aggiornare il sito di frequente;
  • essere moderati negli aspetti promozionali;
  • evitare ogni tipo di errore o imprecisione.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1]  Saggio estatto dalla raccolta di Lhuman N. traduzione a cura di Gambetta D., Le strategie della fiducia, Einaudi, Torino 1989 pp. 131-132

[2]  Fogg B.J., Professore di Stanford avviò un laboratorio sulla web credibility. Disponibile all’indirizzo: http://credibility.stanford.edu/

[3] Massarotto M., Social Network: costruire e comunicare identità in Rete, Apogeo 2011 pp.180-181

 

 

Identità virtuale o digitale

Identità virtuale o digitale?

Definire virtuale la propria presenza sui Social Netwok (Identità virtuale o digitale) e, conseguentemente, le dinamiche che nascono, deresponsabilizza l’utente dall’essere consapevole ed autentico in quello che dice: condivide online perchè è solo virtuale. Ma nel web sociale non è così, anche se attraverso un filtro digitale ci si relaziona con persone vere che potrebbero essere ferite, offese, risentirsi o al contrario essere lusingate, gioire e provare empatia per quello che facciamo in Rete, è quel prefisso “social” che ce lo deve ricordare sempre.

Per il Personal Branding, poi, questa distinzione è fondamentale per rispettare quel principio di coerenza che è alla base del successo personale e professionale.

Non possiamo considerare la nostra presenza sui social network come qualcosa di diverso da quello che siamo e che vogliamo comunicare in tutti gli altri ambiti della vita, se lo scopo prefissato è farsi riconoscere ed emergere grazie alle caratteristiche che ci rendono unici; e non possiamo nemmeno pubblicare conoscenze e abilità che non abbiamo se competenza ed affidabilità sono alla base della nostra strategia di personal branding, perché potremmo essere smentiti online e ciò comprometterebbe la nostra reputazione.

In un mondo in cui vita digitale e vita analogica si stanno unendo sempre di più, in cui costruiamo e gestiamo la nostra rete sociale tanto offline quanto online, è fondamentale considerare la nostra identità digitale parte integrante di quello che siamo e che gli altri percepiscono di noi.

 

 

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Caratteristiche dell’identità e della comunicazione online

Caratteristiche dell’identità e della comunicazione online

Ciò che caratterizza gli ambienti virtuali e influiscono sulle modalità di comunicazione del sé possono essere:

  • l’anonimato, che si esplica nella possibilità di nascondere o modificare la propria identità. Tale condizione offre l’opportunità di sentirsi più disinibiti, meno vulnerabili, meno soggetti a giudizi altrui e di distanziarsi da sé stessi, guardandosi dall’esterno come spettatori del proprio sé messo in scena. E’ una sorta di presa di distanza da sé stessi, dalle parti di sé che si rappresentano, come se non fossero veramente le proprie;
  • la non visibilità: relazionarsi da dietro un monitor contribuisce a creare un clima di maggiore libertà espressiva, anche se questo, in alcuni casi, può creare un clima di incertezza, di ambiguità, di sfiducia, di sospetto;
  • la possibile mancanza di sincronicità: alcune forme di comunicazione, quali ad esempio le e-mail, offrono la possibilità di adattare a sé stessi i tempi di risposta. Ognuno può avere i suoi tempi di lettura, risposta, riflessione, possono dare risposte affrettate, impulsive che possono portare a pentirsi e quindi non essere in sincronia;
  • l’abbattimento delle differenze sociali: l’assenza di indizi visivi che possono indicare l’età, il sesso, lo status socioeconomico, l’abitudine diffusa a darsi del tu, la mancanza di un potere centrale all’interno della Rete, possono contribuire a ridurre le distanze sociali che non si annullano del tutto, ma si rimodellano in un nuovo assetto che si basa sull’esperienza dell’uso della Rete, sulle competenze in un particolare settore di discussione e sulle abilità di espressione per iscritto.

 

 

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Identità online-offline

Identità online-offline

 

L’immagine che le altre persone possiedono di noi non è altro che il riflesso che ciascun individuo vuole fornire al mondo sociale. Sostanzialmente quindi, ciascuna persona costruisce la propria identità sociale che mostra agli altri membri della società di riferimento, in base al modo in cui vuole apparire e vincolati dalle aspettative che gli altri nutrono su di noi.

Grazie ai media digitali e in particolare ai social media, le persone costruiscono sempre di più un’identità online che si affianca all’identità e alla reputazione offline.

L’identità personale si costruisce con i contenuti che le persone pubblicano direttamente nei profili nei social media o nei siti personali e si completa con i contenuti e le opinioni che altri utenti condividono online, pubblicamente o in forma anonima.

Proprio come avviene per le aziende, la qualità della reputazione personale che emerge, per esempio, da una ricerca per nome e cognome su Google, influenza le opportunità di lavoro, di collaborazioni professionali e di relazioni interpersonali. Per questo è importante monitorare e costruire una solida identità personale in Rete, attraverso una specifica attività di personal branding.

Con il personal branding si comunica in modo strategico l’identità di una persona, applicando gli stessi principi utilizzati per comunicare un brand aziendale. L’attenzione al personal branding quindi è fondamentale nei casi di diffamazione o di diffusione di falsità online.

La costruzione dell’identità online presenta alcune caratteristiche molto interessanti, che in parte la differenziano dai processi di costruzione dell’identità offline in termini sociali.

Online l’utente ha la possibilità di fare una scelta, ovvero può scegliere chi è e cosa lo caratterizza in modo più arbitrario rispetto al mondo offline, nel quale deve fare i conti con caratteristiche che non può cambiare e con dinamiche sociali e relazionali diverse. Nella sfera online l’assenza di una comunicazione non verbale (gestualità, prossemica, mimica facciale) impedisce l’esecuzione di un atto interamente involontario. Quest’assenza viene sostituita dalla presenza dei cosiddetti “smile =)”, che manifestano la comunicazione non verbale contestualizzandola con espressioni analoghe alla mimica facciale, utili nella comunicazione. Ma  questi non evitano fraintendimenti.

Il Web 2.0, ha trasformato gli utenti della Rete da consumatori in users, ovvero produttori e consumatori allo stesso tempo. Con il World Wide Web, l’identità corrispondeva all’anonimato perchè si accedeva alla Rete con un nickname caratterizzante, che quasi mai era riconducibile all’identità offline. La nascita prima dei blog, e poi della piattaforma Facebook invece, ha quasi interamente annullato questa linea di confine fra la vita online e la vita offline, portando il nome “reale” al centro della dinamica online, mescolando le due realtà, che ora tendono a sovrapporsi e a confondersi.

Facebook in particolare ha portato al cambiamento dell’identità intesa come “il Sé”. Il risultato è quindi quello di una realizzazione di un processo sociale che sembra collettivo, ma in realtà è individuale:

“Il ruolo più importante di Internet nella strutturazione delle relazioni sociali è il suo contributo al nuovo modello di socialità basato sul’individualismo. (…) Così non è Internet a creare un modello di individualismo in rete, ma è lo sviluppo di Internet a fornire un supporto materiale adeguato per la diffusione dell’individualismo come forma dominante di socialità. (…) L’individualismo in rete è un modello sociale, non una raccolta di individui isolati.” [1]

Fra le tante definizioni sociologiche, forse quella che si avvicina di più al concetto di identità qui descritto è quella di performatività, in analogia con la ribalta del sé (Goffman)[2] e in similitudine con la performance artistica. Spesso infatti, la costruzione dell’identità online coincide con una esposizione della migliore immagine che riusciamo a creare di noi stessi.

A tale proposito possiamo collegarci alla piattaforma Second Life: qui l’identità è interamente costruita ex novo, in un sistema fittizio di interazioni che simula in tutto e per tutto la vita reale, coinvolgendo nell’ambito della costruzione dell’identità online anche il problema dell’arbitrarietà del corpo in quanto tale, grazie alla possibilità di scegliere arbitrariamente le caratteristiche fisiche del proprio avatar e vivere, con il “nuovo” sé, una vita in tutto e per tutto simile a quella quotidiana, per la confusione totale e definitiva della dicotomia online-offline, reale-virtuale.

[1]   Castells, M., Internet Galaxy, Oxford: Oxford University Press, 2001 pp.129-130.

[2]   Goffman E., sociologo canadese, The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

 

 

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Personal Branding come oggettivazione di sé stessi in prodotto/brand

Personal Branding come oggettivazione di sé stessi in prodotto/brand?

 

Non dobbiamo pensare di metterci nei panni di un paio di scarpe o in quelli di succo di frutta, ma cercare di valorizzare i punti di forza e le unicità che abbiamo, consapevoli dell’effetto che hanno nella mente degli altri.

Un brand non è un grande marchio, ma è l’effetto e la percezione del grande marchio nella testa dei consumatori.

Viviamo in una società dell’immagine e siamo spesso disposti a rinnovare la nostra fiducia in prodotti più costosi dietro la promessa di valore che ci offre un marchio. Dobbiamo quindi sfruttare a nostro vantaggio caratteristiche e ideali che associamo alla nostra persona.

Di fatto la pratica di valutare e di etichettare una persona sulla base della prima impressione, fa parte delle abitudini di comportamento che  da sempre abbiamo, insite nella nostra cultura. Ma il personal branding non deve per forza portare alla spersonalizzazione e all’oggettivazione di noi stessi: tutti hanno un proprio marchio e ogni persona viene definita dagli interlocutori. Basti pensare ai soprannomi legati a qualità e caratteristiche personali. L’importante è riuscire a delineare il nostro brand prima che lo facciano gli altri per noi.

Assieme alla qualità dei contenuti e degli scambi serve costanza, probabilmente l’elemento più difficile per mantenere il proprio brand personale.

Di fondo ci deve essere un interesse reale dietro la scelta, la quale porterà a creare la strategia di promozione del brand: un blog, un account su LinkedIn o su altri social network, un profilo su Twitter, che può essere funzionale al nostro marchio.

La semplice presenza non è sufficiente a conquistare visibilità online: occorre partecipare in maniera attiva, portando valore alla Rete attraverso contenuti e commenti, cercando il dialogo con altre persone interessate e dalle quali spesso può nascere uno scambio costruttivo. Non si tratta di fare promozione in maniera tradizionale, ma di entrare in relazione e cercare un modo per aiutare realmente gli altri.

Se l’immagine personale è la somma dei tratti fisici, del corpo e dell’abbigliamento, il personal branding è la somma degli elementi interiori e intangibili, ed è per questo che se un personal brand è fatto in maniera coerente e costruttiva a livello professionale non cade nell’oggettivazione dell’individuo.

 

 

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Cos’è il Personal Branding

Cos’è il Personal Branding

Se prendiamo la definizione di Wikipedia:

“L’espressione personal branding (mutuata dalla lingua inglese) indica la capacità di promuovere se stessi, al fine di essere gradito o comunque appetibile nei confronti di una comunità di consociati, con modalità simili a quanto avviene in campo economico, con i prodotti commerciali.  A differenza di altre discipline di miglioramento personale, il personal branding suggerisce di concentrarsi oltre che sul valore anche sulle modalità di promozione.”[1]

Secondo Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti, i primi in Italia ad occuparsi di personal branding:

“Fare Personal Branding significa impostare una strategia per individuare o definire i tuoi punti di forza e comunicare in maniera efficace cosa sai fare, come lo sai fare e perché gli altri dovrebbero sceglierti”. [2]

In altre parole, la propria personalità in Rete può essere considerata come un brand e gestita come tale.

Non esiste una definizione univoca di Personal Branding, ma è possibile definire tale fenomeno come la capacità, di ognuno di noi, di fare marketing di sé stesso, in un contesto dove con la parola Brand non si intende più il brand aziendale, ma personale, ossia l’insieme di tutto ciò che le persone dicono, provano e pensano sulla persona e sui servizi offerti nei vari contesti di vita; in sostanza come si viene percepiti dagli altri e come la propria personalità può essere gestita e considerata in rete come un brand.

Il personal branding si riferisce alla persona contrapponendosi all’idea di massa e sottolineando l’unicità dell’individuo. Allo scopo di sviluppare il proprio personal brand, è importante conoscere bene sé stessi per essere poi in grado di comunicare efficacemente con gli altri, al fine di sviluppare una prima impressione positiva; in questo modo si potranno influenzare a proprio favore le scelte delle persone con cui ognuno di noi interagisce.

Oggi i social media amplificano il potenziale del nostro brand personale: per la facilità di accesso, per la facilità di utilizzo e per la vastità di pubblico.

Ma cos’è il brand in generale?

Il brand è identità, ovvero il primario strumento di differenziazione tra offerte sul mercato; identità che si costruisce e si mantiene nel tempo attraverso un sistema di coerenze. Il brand non è il logo o il marchio, ma l’idea che risiede nella mente dei clienti; è quindi una peculiarità intangibile del prodotto, ma non per questo di poco valore.

L’obiettivo dell’attività di branding è quella di aumentare il valore percepito da parte del pubblico, garantendo contemporaneamente la qualità ed il prestigio di quanto offerto.

Allo stesso modo il personal branding è quel processo che crea nella mente dei possibili clienti l’idea che sul mercato non esista un’altra persona che possa fornire un servizio o un prodotto come noi. L’idea è quella di rappresentare un concetto unico e irripetibile nella mente del proprio cliente e di fare in modo che quando avrà una specifica esigenza saremo le sole persone a venirgli in mente. Il brand non è altro che un prodotto con una personalità e i concetti alla base del personal brand sono: rilevanza, esclusività e specificità.

 

[1]   Definizione disponibile all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Personal_branding

[2]   Centenaro L. primo personal branding strategist in Italia e fondatore del PersonalBranding.it. Sorchiotti T. digital e creative strategist, lavora sulla comunicazione online, sullo sviluppo del brand e sulla progettazione di ecosistemi digitali. Definizione tratta dalla pagina Personal Branding disponibile all’indirizzo: http://www.personalbranding.it/personal-branding-online/

 

 

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