Deumanizzazione: Strategie di riduzione

Deumanizzazione: Strategie di riduzione

Haslam e Loughnan (2014) evidenziano come combattere la deumanizzazione può non essere semplice, poiché molte delle sue manifestazioni sono legate a stereotipi e conflitti intergruppi di lunga data, possono essere inconscie e automatiche, e sono spesso rafforzate da motivazioni e bias difficili da sradicare,  come a proteggere l’identità dell’ingroup; spesso infine, sono rivolte verso “bersagli mobili”, in quanto la tendenza a giudicare umana qualsiasi caratteristica che distingua il proprio ingroup può portare alla deumanizzazione di tutti gli altri outgroup.

Nonostante queste difficoltà, vengono individuate due diverse strategie di riduzione della deumanizzazione: l’umanizzazione dei target sociali e la categorizzazione sovraordinata. Riguardo alla prima, viene sottolineata l’efficacia potenziale del contatto intergruppi: un contatto di alta qualità è stato associato a minori percezioni di deumanizzazione di minoranze nord Irlandesi (Tam et al., 2007), maniaci sessuali in un centro di riabilitazione (Viki, Fullerton, Raggett, Tait & Wiltshire, 2012) e immigrati ed Italiani Meridionali (Capozza, Trifiletti, Vezzali & Favara, 2013). Anche il contatto immaginario riduce la deumanizzazione in bambini italiani verso gli immigrati (Vezzali et al., 2012). La seconda strategia è quella di promuovere un’identità comune o sovraordinata, enfatizzando le similitudini e la presenza di un destino comune tra i gruppi e tralasciando i confini che li separano. In uno studio (Capozza et al., 2012) si mostra come l’effetto umanizzante del contatto è parzialmente mediato, facendo condividere ad Italiani e immigrati una singola identità di cittadini, e ad Italiani Settentrionali e Meridionali, una comune identità nazionale. Haslam e Loughnan (2014) suggeriscono però di utilizzare con cautela questa strategia, perché rendere saliente l’identità umana comune nei contesti intergruppi potrebbe, in alcuni casi, deviare la responsabilità collettiva o ridurre l’empatia verso i gruppi-vittima. Inoltre, rendere la categoria umana saliente potrebbe essere controproducente se questa viene etichettata in senso negativo, poiché ciò aumenterebbe il supporto a torture ed uso della forza riducendo simultaneamente i sensi di colpa. Infine Haslam e Loughnan (2014) individuano altri due metodi con potenziale efficacia nel ridurre la deumanizzazione: quello di enfatizzare le somiglianze tra esseri umani e animali, e la categorizzazione multipla in cui si forniscono informazioni più dettagliate riguardo alle differenze individuali all’interno dello stesso outgroup.

Nel caso dell’infraumanizzazione Leyens et al. (2007) effettuano una trattazione più completa delle strategie di riduzione, descrivendone quattro: contrasto delle tendenze essensialiste, affievolimento dei confini tra ingroup e outgroup, rafforzamento dei simboli comuni e contatti deprovincializzati. Riguardo all’essenzialismo, essi sostengono che le persone, sebbene in genere siano in difficoltà nello specificare l’essenza del proprio gruppo o siano addirittura inconsapevoli delle loro convinzioni sull’essenza dell’ingroup, spesso pensano e agiscono come se le differenze tra i gruppi costituissero dei muri invalicabili che prevengono la loro mescolanza. In base a questa affermazione, si suggerisce di enfatizzare in alcuni casi l’importanza della cultura e, in altri, di focalizzarsi invece sulla natura umana, nella descrizione dei diversi gruppi: questo contrasterebbe l’essenzialismo, porterebbe ad una riduzione degli effetti dell’infraumanizzazione e, nel lungo termine, potrebbe condurre a risultati ancora più ambiziosi come la fine delle giustificazioni per il razzismo. In accordo con quanto detto sulla deumanizzazione, si evidenzia inoltre come invece di enfatizzare le differenze e le dissimilarità tra gruppi si dovrebbe insistere sulla complementarietà e sull’universalismo, enfatizzando la comprensione, l’accettazione e l’interesse per il benessere di tutti gli esseri umani anche quelli con un modo di vivere diverso dal nostro. Per superare i confini intergruppi e ridurre i conflitti, può risultare importante anche promuovere un’identità trascendente comune, come evidenziato da Kelman (1999) nel conflitto tra Israeliani e Palestinesi: secondo l’autore, per riuscire a raggiungere la pace, questa identità trascendente non deve rimpiazzare l’identità tipica di ogni gruppo, ma si deve sviluppare parallelamente. Il mantenere la propria identità è importante per il bisogno della distintività psicologica postulata dalla teoria dell’identità sociale e dal modello della distintività ottimale. Anche Gaunt (2009) esamina la prospettiva di ricategategorizzazione partendo dal modello dell’identità comune dell’ingroup, che rende l’essenza dei gruppi quasi insignificante: egli sottolinea che, quando è possibile instaurare un’identità comune reale e quando ciò non costituisce una semplice coalizione contro un terzo gruppo, questo risulti particolarmente valido nel ridurre l’essenzialismo. Quindi, da un lato l’universalismo può impedire una visione erronea e razzista delle differenze tra gruppi, e dall’altro bisogna facilitare la flessibilità nell’appartenenza agli stessi, rendendo la differenziazione ingroup/ outgroup meno rigida: la cooperazione e l’identità comune possono essere usate entrambe per ridurre l’infraumanizzazione.

Riguardo ai simboli comuni, come già trattato, le emozioni secondarie rivestono per i membri dell’ingroup il ruolo di simbolo; l’interagire con un outgroup che esprime emozioni secondarie, e che tenta quindi di convincere l’ingroup di poter condividere gli stessi simboli può risultare controproducente, aumentandone il rifiuto. Tutto ciò è stato dimostrato sperimentalmente da Vaes, Paladino, Castelli, Leyens e Giovanazzi (2003) e può apparire come un paradosso, in quanto molte ricerchesull’acculturamento hanno mostrato che le società ospitanti preferiscono l’assimilazione dei nuovi membri, a patto che questi ultimi adottino valori e stili di vita dell’ingroup. Di conseguenza, non ci sarebbe un muro di differenze tra i gruppi, ma solo uno standard che appartiene all’ingroup e che deve essere rispettato. Il paradosso sta proprio nel fatto che esprimere queste somiglianze facilita l’accettazione e l’assimilazione, ma il possedere emozioni secondarie è invece un simbolo la cui unicità non può essere condivisa. Questa netta distinzione tra assimilazione ed unicità umana incondivisibile porta a pensare che è inutile combattere le convinzioni irrazionali come la piena umanità dell’ingroup cominciando da subito ad assumere la stessa prospettiva; i simboli non possono essere conquistati ma possono essere “donati”, e l’universalismo rende quelli irrazionali superflui. Per Leyens et al. (2007) quindi ci sono valori e simboli utili in quanto servono a distinguere il proprio ingroup, ma per abbattere i muri delle differenze tra i gruppi bisogna “sgonfiare” i credo essenzialistici ed i simboli irrazionali tramite strategie come l’universalismo ed i valori egalitari. Ovviamente non è facile questa condivisione dei simboli, e le somiglianze momentanee anche se rafforzate da valori egalitari possono non essere sufficienti a diffondere un’identità condivisa di tipo trascendente (Kelman, 1999).

Per quanto riguarda i contatti deprovincializzati, anche nel caso dell’infraumanizzazione, il contatto intergruppi risulta essere il miglior predittore di relazioni armoniose, specialmente quando è promosso dai gruppi dominanti e quando le condizioni sono quelle ottimali stabilite da Allport (1954): contatto informale, senza membri stereotipici degli outgroup, assenza di competizione e gerarchia, presenza di un supporto istituzionale. Pettigrew (1997) raccomanda anche un contatto deprovincializzato, in cui si riconosca il punto di vista dell’altro, che decentri la visione etnocentrica delle persone per accettare le specificità degli altri. La conoscenza, l’amicizia e la familiarità predicono l’umanizzazione dell’outgroup, e quindi il contatto intergruppi specialmente se deprovincializzato può combattere l’infraumanizzazione. Leyens et al. (2007) sottolineano che non è importante il contatto di per sé, ma la sua qualità: la sola conoscenza non è sufficiente a ridurre l’infraumanizzazione, ma deve essere accompagnata necessariamente da amicizia e similarità. Il contatto deve quindi rispettare i valori egalitari, altrimenti porta ad antagonismo, sfiducia, antipatia ed evitamento, che sono tutti potenziali fattori che promuovono l’infraumanizzazione. Una politica di successo basata su contatto ed amicizia intergruppi è rappresentata dal programma Erasmus, finalizzato alla diffusione di conoscenza e all’accettazione delle culture straniere: il progetto, inizialmente ristretto a studenti universitari che vivevano (per sei mesi o un anno) in un’università straniera, oggi coinvolge anche insegnanti e persone al di fuori dell’università ed è stato adottato da altre nazioni escluse dalla CE (come Svizzera e Stati Uniti).

In questo paragrafo sono state descritte diverse strategie di riduzione della deumanizzazione e dell’infraumanizzazione; vi è comunque una forte necessità di sperimentare anche altre strategie, stabilendo dei percorsi di umanizzazione diversi in base al target, alle caratteristichedi chi deumanizza, ai contesti dove ciò avviene e alle conseguenze che comporta (Haslam & Loughnan, 2014).

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa