La ricerca statistiche descrittive

Risultati : Statistiche descrittive

E’ stata inizialmente analizzata la fedeltà delle misure per le variabili iniziali del nostro modello (ovvero le amicizie dirette ed estese), i mediatori di primo livello (cioè inclusione dell’outgroup nel sé, norme di ingroup e outgroup) e i mediatori di secondo livello (ovvero ansia, empatia e fiducia). Per i costrutti che prevedevano solo due item, come le amicizie dirette, è stato calcolato il coefficiente di correlazione. Successivamente, sono stati calcolati i rispettivi punteggi compositi e la differenza della media dal punteggio di neutralità. I risultati sono riportati in Tabella 1.

Dai risultati in tabella è possibile osservare come i partecipanti abbiano, in media, un numero di amicizie dirette piuttosto basso che aumenta se si considerano le amicizie di tipo esteso: per queste due variabili, infatti, i valori medi risultano, rispettivamente, non diversi e leggermente superiori al punto neutro. Riguardo i mediatori primari, sia le norme dell’ingroup che le norme dell’outgroup mostrano valori medi relativamente alti (con medie superiori al punto neutro), mentre ciò non si verifica per l’inclusione dell’outgroup nel sé, per cui la media risulta marginalmente inferiore al punto di neutralità. Per i mediatori di secondo livello si può osservare come i partecipanti dichiarino valori superiori al punto neutro per quanto riguarda l’empatia e la fiducia (con quest’ultima che risulta particolarmente elevata), e al contempo presentino dei livelli di ansia bassi, sensibilmente inferiori al punto neutro.

Infine, notiamo come, sebbene i partecipanti mostrino un atteggiamento generalmente positivo verso i meridionali, sia riscontrabile un pregiudizio sottile, con gli item relativi alla similarità con l’outgroup che mostrano una media inferiore rispetto al punto neutro.

 

Tabella 1. Statistiche descrittive relative al contatto e alle variabili mediatrici

  ? M Differenza dal punto neutro
Amicizie dirette r =.47, p <.001 2.96 p = .54
Amicizie estese r =.64, p <.001 3.20 p = .001
Norme ingroup .77 4.38 p = .001
Norme outgroup .87 4.68 p = .001
IOS r =.58, p <.001 3.83 p = .08
Empatia .94 4.20 p = .04
Fiducia .84 5.16 p = .001
Ansia .90 2.45 p = .001
Assunzione di prospettiva .76 3.97 p = .67
Atteggiamenti .82 5.08 p = .001
Pregiudizio sottile .70 2.66 p = .001

Nota: Il punto neutro per le amicizie dirette ed estese è pari a 3, per il pregiudizio sottile è pari a 3.5, per tutti gli altri costrutti è pari a 4.

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

La Ricerca lo strumento

La Ricerca: lo strumento

Lo strumento utilizzato è un questionario contenente le misure dei costrutti analizzati, di seguito presentate.
Amicizie intergruppi e contatto esteso. Per rilevare le amicizie intergruppi e il contatto esteso si sono utilizzati quattro item. Il primo item per le amicizie dirette chiedeva al partecipante di indicare quanti amici meridionali avesse al di fuori dell’università; la scala di risposta era a cinque gradi (1 = nessuno, 2 = uno, 3 = da due a quattro, 4 = da cinque a dieci, 5 = più di dieci). Il secondo item chiedeva quanto frequentemente passasse del tempo con i suoi amici meridionali (1 = mai, 5 = molto spesso). Per il contatto esteso i due item chiedevano al partecipante di indicare su una scala a 5 gradi (1 = nessuno, 5 = più di dieci), rispettivamente, quanti dei propri conoscenti e dei propri amici settentrionali avessero amici meridionali.
Norme dell’ingroup e dell’outgroup. Nella sezione successiva, sono stati utilizzati tre item per misurare le norme dell’ingroup. I primi due chiedevano in che grado, rispettivamente, i Settentrionali ed i propri amici settentrionali fossero amichevoli con i Meridionali. Il terzo chiedeva invece quanto positivamente i propri amici settentrionali valutassero i Meridionali (1 = per niente, 7 = molto). Per le norme dell’outgroup sono stati utilizzati altri tre item, che chiedevano in che grado i Meridionali fossero amichevoli, felici di passare del tempo e felici di essere amici di Settentrionali (1 = per niente, 7 = molto). Più elevato il punteggio, più le norme dell’ingroup e dell’outgroup sono favorevoli ad un rapporto amichevole tra i membri dei due gruppi.
Inclusione dell’outgroup nel sé. Per la misura di questo costrutto sono stati utilizzati due item. Il primo è: “La mia identità, in un certo senso, include anche quella meridionale” (1 = per niente vero, 7 = decisamente vero). Il secondo raffigura sette diversi gradi di sovrapposizione di due cerchi: il primo rappresenta l’identità del partecipante, e quindi il proprio sé, mentre il secondo rappresenta l’outgroup. Si chiedeva al rispondente di indicare quale delle figure rispecchiasse il grado di sovrapposizione tra la propria immagine e quella dei meridionali, da una situazione in cui i cerchi si presentano separati (livello 1), per arrivare ad una sovrapposizione quasi totale (livello 7).
Emozioni intergruppi. Per rilevare l’empatia sono stati utilizzati quattro item che chiedevano al partecipante di pensare ai Meridionali ed indicare, con una scala a sette gradi, in che misura riuscissero, ad esempio, a provare i loro sentimenti, a capire come essi si sentivano (1 = per niente, 7 = molto fortemente).
Per la misura dell’ansia intergruppi, si sono utilizzati otto item che chiedevano di valutare (1 = per niente, 7 = molto fortemente) quanto il partecipante si sentisse, ad esempio, inquieto, preoccupato o sospettoso pensando ai Meridionali. Per la fiducia sono stati usati quattro item, ad esempio “Posso fidarmi dei Meridionali”, “Ho fiducia nei Meridionali” (1 = per niente, 7 = in grado massimo). Per tutte e tre le misure, più elevato il punteggio, più intensa è l’emozione provata. Le misure del contatto, dei mediatori di primo e di secondo livello sono tratte da Capozza, Falvo et al, (2013) e Capozza, Falvo et al. (2014).
Perspective taking. Per la misura della presa di prospettiva sono stati utilizzati quattro item che chiedono quanto il rispondente fosse d’accordo con affermazioni come “Credo di avere una buona conoscenza di come i Meridionali vedono il mondo”, oppure “Riesco a mettermi nei panni dei Meridionali” (1 = per niente d’accordo, 7 = fortemente d’accordo).
Misure di umanità. Per rilevare le attribuzioni di umanità ai gruppi sono stati utilizzati gli item proposti da Gray et al., 2011, ed in particolare due item che si riferiscono all’agency, ovvero all’autocontrollo e alla pianificazione dell’azione.
Relativamente alle dimensioni dell’experience, abbiamo invece applicato otto item riguardanti sia le emozioni provate esclusivamente dagli esseri umani (emozioni secondarie) sia le emozioni provate da esseri umani ed animali (emozioni primarie). Per le prime sono state utilizzate quattro item: speranza, orgoglio, vergogna, e rimorso, mentre i restanti quattro erano: piacere, rabbia, tristezza ed eccitazione. I partecipanti, per ognuno dei dieci item, dovevano quindi indicare rispettivamente se i Meridionali fossero a loro avviso capaci di autocontrollo e di pianificare le proprie azioni (agency), e se fossero capaci di provare emozioni quali piacere e tristezza (emozionalità primaria), o speranza e vergogna (emozionalità secondaria). La scala di risposta a sette gradi, andava in questo caso da -3 = assolutamente falso, a +3 = assolutamente vero, con 0 = né vero, né falso. Si chiedeva, inoltre, se i Meridionali fossero definiti dai tratti di raziocinio e razionalità (che sono ritenuti tratti unicamente umani) e da impulsi, impeto, istinto, pulsioni (ovvero tratti non unicamente umani).
Le misure relative alle emozioni primarie e secondarie sono tratte da Capozza, Falvo et al. (2013), mentre le misure relative ai tratti derivano da Capozza, Trifiletti et al. (2013). Nella sezione successiva, i partecipanti, valutavano l’ingroup settentrionale sugli stessi item. La frase introduttiva di questa sezione era “I Meridionali [Settentrionali] sono capaci di…”. Per i tratti, la frase introduttiva era “I Meridionali [Settentrionali] sono definiti dai seguenti tratti”.
Meta-attribuzioni dei gruppi. La sezione successiva è suddivisa in due parti. Nelle prime due pagine della prima parte, i partecipanti dovevano rispondere agli stessi 16 item utilizzati per le valutazioni di ingroup e outgroup, ma in questo caso veniva chiesto di valutare quanto i Meridionali (l’outgroup) ritenessero capaci di agency e di emozioni (primarie e secondarie) rispettivamente i Settentrionali e i Meridionali stessi (in due pagine distinte), e quali fossero i tratti distintivi dei due gruppi. Quindi le due frasi distintive erano: “I Meridionali ritengono i Settentrionali capaci di [che i Settentrionali siano definiti dai seguenti tratti]”; “I Meridionali ritengono gli altri Meridionali capaci di [che gli altri Meridionali siano definiti dai seguenti tratti]”.
La seconda parte invece è analoga alla precedente con la differenza che veniva chiesto di effettuare tramite i 16 item valutazioni riferendosi ai Settentrionali. Le due frasi introduttive erano: “I Settentrionali ritengono i
Meridionali capaci di [che i Meridionali siano definiti dai seguenti tratti]”; “I Settentrionali ritengono gli altri Settentrionali capaci di [che gli altri Settentrionali siano definiti dai seguenti tratti]”.
Valutazione dell’outgroup. Per rilevare l’atteggiamento verso l’outgroup sono state utilizzate due misure. La prima corrisponde a cinque scale del differenziale semantico (ad es., desiderabili/indesiderabili, spregevoli/pregevoli). I punteggi sono stati codificati in modo che nella scala settenaria più elevato è il punteggio più positiva è la valutazione (4 = valutazione neutra). La seconda misura era composta da tre item che rilevano il pregiudizio sottile (Pettigrew & Meertens, 1995) ed in particolare la percezione di somiglianza e diversità tra
Settentrionali e Meridionali riguardo ad aspetti come l’attaccamento verso il lavoro, la famiglia ed i valori in cui si crede. In questo caso si è usata una scala di risposta a sei gradi, in cui più alto è il punteggio e minori sono le differenze e, di conseguenza, il pregiudizio (1 = sono molto diversi, 6 = sono molto simili).
L’ultima pagina del questionario, infine, mirava a raccogliere le informazioni anagrafiche del partecipante, tra cui le provincie di nascita e di residenza dei genitori, in modo da poter valutare l’appartenenza del rispondente al gruppo dei settentrionali.

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

La Ricerca Metodo Partecipanti e procedura

La Ricerca: Metodo, Partecipanti e procedura

Hanno partecipato allo studio 357 studenti dell’Università di Padova. Dalla totalità dei questionari somministrati sono stati eliminati i questionari non completati correttamente, oppure quelli compilati da persone non Settentrionali (115).

Il campione definitivo è quindi costituito da 242 rispondenti (209 femmine, 32 maschi; un rispondente non ha indicato il genere), con età media pari a M = 20.86 (DS = 2.87); il range dell’età va dai 18 ai 39 anni. La quasi totalità dei partecipanti frequenta la scuola di Psicologia (più precisamente il 98.8 %).

La somministrazione collettiva dei questionari è avvenuta durante le ore di lezione tra Novembre e Dicembre 2014. Gli studenti venivano preventivamente informati che la loro partecipazione era volontaria; venivano loro spiegati brevemente gli obiettivi dello studio, chiarendo che alla fine della somministrazione sarebbero stati definiti più dettagliatamente obiettivi e ipotesi. I partecipanti venivano, inoltre, informati del tempo necessario alla compilazione, dei loro diritti relativi alla possibilità di interrompere liberamente la compilazione in qualsiasi momento, e di quelli relativi al trattamento dei dati personali (con l’informazione che i dati sarebbero stati trattati in forma aggregata).

Infine, i partecipanti concludevano la compilazione firmando il consenso informato.

 

 

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La ricerca Obiettivi ed ipotesi

La ricerca Obiettivi ed ipotesi

L’obiettivo del presente lavoro era quello di verificare se il contatto intergruppi possa aumentare l’attribuzione di mente all’outgroup. In particolare, l’ipotesi è che il contatto, nelle sue forme di amicizia intergruppi diretta ed estesa, possa incrementare l’assegnazione all’outgroup sia di agency sia di experience, cioè le due dimensioni ipotizzate nella teoria della mente (Waytz et al., 2010) e che sono assimilabili alle due dimensioni di umanità definite da Haslam (2006). L’agency, cioè la capacità di pianificare e agire intenzionalmente corrisponde, infatti, alle caratteristiche unicamente umane e cioè alla razionalità, civiltà e moralità che distingue l’essere umano dagli animali. La dimensione dell’experience, cioè l’attribuzione all’altra entità di capacità di sentire e provare emozioni, corrisponde alle caratteristiche tipiche della natura umana e cioè la capacità di emozionalità, che distingue l’essere umano da un oggetto inanimato. Vi è quindi un chiaro parallelismo tra l’attribuzione di mente all’outgroup (teoria della mente, Waytz et al., 2010) e l’attribuzione di umanità (Haslam 2006).

Obiettivo del presente lavoro è quello di proporre il contatto intergruppi come strategia per aumentare l’attribuzione di mente all’outgroup.

Una recente linea di ricerca ha mostrato, infatti, come diverse forme di contatto (dirette, amicizie estese, contatto immaginato) possano portare all’umanizzazione dell’outgroup (per una rassegna di tali studi si veda Capozza, Falvo, Di Bernardo, Vezzali, Visintin, in press.). Nessuno studio comunque ha finora indagato gli effetti del contatto sull’attribuzione di mente.

Il secondo elemento di novità del nostro lavoro riguarda il fatto di aver ipotizzato una distinzione nella dimensione di experience tra emozionalità primaria ed emozionalità secondaria.

L’agency è stata rilevata attraverso le caratteristiche dell’autocontrollo e capacità di pianificare l’azione, cioè item utilizzati nella ricerca sulla teoria della mente (Waytz et al., 2010), mentre l’experience è stata rilevata mediante emozioni primarie (ad es., provare piacere, rabbia) ed emozioni secondarie (ad es., provare speranza, rimorso) cioè misure utilizzate nel paradigma di Leyens et al. (2007) sull’infraumanizzazione. L’ipotesi è che le amicizie, sia dirette sia estese, aumentino l’attribuzione di mente in entrambe le dimensioni (agency ed experience) e, per l’experience, soprattutto l’attribuzione di emozioni secondarie, cioè emozioni che possono provare solo gli esseri umani (unicamente umane).

Ulteriore obiettivo dello studio era di indagare le meta-attribuzioni di mente.

Riferendoci agli studi sulle meta-attribuzioni (Ames, 2004), abbiamo ipotizzato che esse possano riguardare anche l’attribuzione di mente e cioè la percezione che l’individuo ha di quanto l’outgroup attribuisca all’ingroup stati mentali. Abbiamo ipotizzato, quindi, che il contatto intergruppi possa favorire non solo l’attribuzione di umanità all’outgroup (cioè attribuzione di mente), ma può portare anche alla percezione che l’outgroup riconosca umanità, (cioè attribuisca mente) all’ingroup. Non siamo a conoscenza di studi che abbiano indagato tali meta-attribuzioni di mente e strategie per favorirle.

Si è ipotizzato, infine, che il legame tra contatto (amicizie dirette ed estese) e attribuzione di mente non fosse diretto, ma mediato da fattori sia cognitivi sia emotivi. In particolare, ci siamo riferiti ai recenti studi di Capozza, Falvo et al. (2013) e Capozza, Falvo et al. (2014), che hanno proposto che mediatori di primo livello possano essere l’inclusione dell’outgroup nel sé, le norme dell’ingroup e le norme dell’outgroup, mentre i mediatori di secondo livello, ovvero più vicini alla variabile outcome (umanità/attribuzione di mente), sono invece le emozioni intergruppi, cioè ansia, empatia e fiducia. La ricerca (Pettrigrew & Tropp, 2008) ha chiaramente mostrato come, sia fattori cognitivi sia emotivi, siano variabili importanti nello spiegare il processo attraverso il quale il contatto intergruppi porta alla riduzione del pregiudizio e all’umanizzazione dell’outgroup (si veda il Capitolo 2).

Abbiamo verificato questi effetti di doppia mediazione applicando modelli di equazioni strutturali con variabili latenti (LISREL 8, Jöreskog & Sörbom, 2004).

Si è indagato il rapporto intergruppi Settentrionali/Meridionali esaminando partecipanti settentrionali, studenti dell’Università di Padova, ai quali è stato somministrato un questionario in sessioni collettive.

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

Strategie di riduzione degli effetti negativi delle meta-attribuzioni intergruppi

Strategie di riduzione degli effetti negativi delle meta-attribuzioni intergruppi

Come si è visto nel Capitolo 2, l’ansia intergruppi è un mediatore nella relazione tra contatto intergruppi e atteggiamento verso l’outgroup (Brown & Hewstone, 2005): il contatto risulta avere effetti positivi nella misura in cui esso riduce l’ansia, che è strettamente legata non solo alla familiarità con l’outgroup ma anche alle meta-attribuzioni su di esso. Frey e Tropp (2004) si concentrano sul ruolo delle meta-attribuzioni nel capire quali strategie possono essere efficaci nel rendere il contatto intergruppi un’esperienza che influisce positivamente sugli atteggiamenti verso l’outgroup, soffermandosi in particolare su come queste strategie influenzano le meta-attribuzioni piuttosto che su come possano essere usate per migliorare gli atteggiamenti intergruppi. Essi individuano tre strategie principali per migliorare le meta-attribuzioni: minimizzare la salienza dell’appartenenza al gruppo, modificare l’attribuzione di prototipicità e ristrutturare la relazione intergruppi.

La prima strategia consiste nel minimizzare la salienza dell’appartenenza di gruppo durante l’interazione, basandosi sull’ipotesi che la dissimilarità percepita con l’outgroup cresce con tale salienza, e che ciò porta ad una meta-attribuzione negativa. Ciò permette alla persona di aspettarsi di esser visto come individuo anziché come membro del gruppo, incoraggiando la presunzione di similarità con l’outgroup e quindi l’utilizzo della proiezione di se stessi nella formazione della meta-attribuzione e non degli stereotipi (Kenny & DePaulo, 1993).

Inoltre, minimizzare la salienza riduce l’ansia intergruppi facendo percepire alla persona di essere più vicino ad un contesto intragruppo piuttosto che intergruppi. Questa strategia ha però alcune limitazioni: innanzitutto, se i gruppi sono visivamente distinguibili (es. gruppi razziali), anche tendando di ridurre la salienza dell’appartenenza, i membri continueranno ad essere consapevoli delle differenze reciproche, credendo di essere comunque percepiti in termini di appartenenza al proprio gruppo. Inoltre, anche se si riuscisse a ridurre questa salienza, si avrebbe un potenziale miglioramento nelle meta-attribuzioni dei membri individuali dei due gruppi, ma gli effetti generali sulla meta-attribuzione futura dell’intero outgroup sarebbero limitati.

La seconda strategia mira invece ad alterare il grado in cui le persone sono percepite come prototipiche del proprio gruppo. La ricerca sulla tipicità suggerisce che un contatto positivo con un membro prototipico dell’outgroup può portare ad atteggiamenti positivi verso l’intero outgroup (Ensari & Miller, 2002). Però, in particolare durante le fasi iniziali del contatto, l’aspettarsi di essere visti come membri tipici dell’outgroup può aumentare il sentimento di ansia intergruppi. Di conseguenza, se si riuscisse a motivare le persone in modo che esse non sentano di essere percepite dall’outgroup in maniera prototipica (ad esempio facendole allontanare dagli stereotipi negativi del proprio gruppo, o facendo sì che convincano l’outgroup che questi stereotipi non appartengono anche a loro) si avrebbe una notevole riduzione dell’ansia intergruppi, ed un corrispondente miglioramento delle meta-attribuzioni.

Anche questa strategia mostra delle limitazioni: il contesto sociale spesso impedisce questo cambiamento della rappresentazione di se stessi agli altri. Ciò, quindi, fa convincere le persone che la percezione da parte dell’outgroup non può essere modificata, li credere incapaci di modificare l’impressione che danno di loro e, addirittura, aumenta in alcuni casi l’ansia intergruppi (Shelton, 2003).
Relativamente alla terza strategia, cioè la ristrutturazione delle relazione intergruppi , assumendo che le persone si aspettano, in generale, di essere accettate e viste in modo favorevole dai membri del proprio gruppo (Krueger, 1996) e, di contro, di essere respinte o valutate negativamente da quelle dell’outgroup, Frey e Tropp (2004) evidenziano che il modo più efficace per migliorare le meta-attribuzioni intragruppo e convertirle in effetti positivi generalizzati verso l’intero outgroup è quello di far sì che le persone credano di essere percepite dai membri dell’outgroup in maniera analoga a quanto farebbero i membri dell’ingroup. Questa strategia, oltre ad indurre un cambiamento positivo nelle meta-attribuzioni, sarebbe persistente anche con elevata salienza dell’appartenenza di gruppo ed in presenza di membri prototipici, perché porterebbe ad una minor percezione di contrapposizione tra i gruppi.
Nel dettaglio Frey e Tropp (2004) suggeriscono alcune strategie di ristrutturazione della relazione intergruppi che sono già state trattate nei primi due capitoli, evidenziandone però gli effetti sulle metapercezoni piuttosto che sull’atteggiamento generale verso l’outgroup. La prima di queste, coerente con il modello dell’identità comune dell’ingroup (Gaertner & Dovidio, 2000) consiste nel creare una categoria sovraordinata che contenga entrambi i gruppi, facendo sì che le persone non si percepiscano più come membri di gruppi diversi ma abbiano un’appartenenza condivisa al gruppo sovraordinato: in questo modo, le persone si aspetterebbero di essere viste dai membri dell’outgroup in maniera analoga a quanto farebbero i membri del proprio ingroup, portando quindi a meta-attribuzioni più positive e ad una minore ansia intergruppi.

La seconda strategia descritta si basa sul contatto, in particolare le amicizie intergruppi, cioè sulla connessione psicologica che emerge quando si creano delle relazioni strette che superano i confini di gruppo (Paolini, Hewstone, Cairns & Voci, 2004), e attivano meccanismi come l’IOS: in questo caso, ai membri dell’outgroup vengono garantiti gli stessi benefici tipicamente garantiti a sé ed ai membri dell’ingroup, i confini di gruppi diventano permeabili ed emerge un senso di interconnessione tra ingroup e outgroup. Oltre a migliorare gli atteggiamenti intergruppi in modo diretto, questo senso di connessione induce una meta-attribuzione positiva, che a sua volta incoraggia ulteriormente questo cambiamento negli atteggiamenti. In particolare, relazioni strette come le amicizie cross-group dirette, ma anche quelle estese, sono un fattore critico nel minimizzare l’ansia delle future interazioni cross-group, che a sua volta funge da mediatore nella relazione tra amicizia cross-group e atteggiamenti positivi verso l’outgroup.

Per concludere, gli autori prospettano studi futuri sul legame tra la riduzione dell’ansia nelle amicizie cross-group e le meta-attribuzioni conseguenti, e tra il miglioramento di quest’ultime e lo sviluppo di atteggiamenti intergruppi positivi.

 

 

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Effetti delle meta-attribuzioni sulle relazioni intergruppi

Effetti delle meta-attribuzioni sulle relazioni intergruppi

In questa sezione si considerano gli effetti delle meta-attribuzioni sulle relazioni intergruppi. Frey e Tropp (2004) propongono che nell’interazione iniziale le persone tentino di capire se sono viste come individui o come gruppi, il che dipende principalmente dal grado con cui percepiscono saliente l’appartenenza al gruppo.

Alcune situazioni possono essere ambigue, nel caso in cui anche percependo come saliente l’appartenenza al gruppo si è incerti se gli altri ci rispondono in questi termini. Generalmente, il sentire i membri degli outgroup percepirci in termini di membri del gruppo porta ad una meta-attribuzione negativa e stereotipica, che a sua volta ha conseguenze sul proprio comportamento verso l’outgroup. Infatti, l’aspettarsi di essere visti negativamente ha diverse conseguenze negative: le persone tendono a disprezzare coloro che li valutano, e a valutarli a loro volta in maniera negativa (Hollbach & Otten, 2003) alimentando in alcuni casi il pregiudizio intergruppi. Ad esempio, la percezione di essere oggetto di pregiudizio da parte degli Americani bianchi porta gli AfroAmericani ad avere atteggiamenti prevenuti verso l’outgroup. Inoltre, coerentemente con quanto trattato nel Capitolo 2, l’aspettativa di un’opinione negativa e stereotipica da parte dei membri dell’outgroup può incrementare l’ansia intergruppi, facendo sentire le persone minacciate e a disagio, e portandole a loro volta ad evitare i membri dell’outgroup. Questo rende quindi i contatti intergruppi meno probabili, e preclude i loro effetti potenzialmente positivi (Blair, Park & Bachelor, 2003).

Quando non possono essere evitate queste interazioni, l’ansia associata alle meta-attribuzioni negative fa sì che si agisca in maniera meno spontanea e rilassata, specialmente tramite comportamenti non verbali, come evitare lo sguardo dell’interlocutore: ciò rende l’interazione spiacevole e crea un circolo vizioso che inibisce la volontà di interagire con i membri dell’outgroup in futuro.

L’ansia provata può anche influenzare la capacità di interpretazione delle informazioni sui membri dell’outgroup, riducendo l’attenzione e l’elaborazione delle stesse ed incrementando la tendenza a percepire l’outgroup in maniera stereotipica. Infine, la sensazione di minaccia spesso può spingere le persone ad applicare stereotipi negativi ai membri dell’outgroup, rendendo l’interazione difficile e priva di effetti positivi.

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

Formazione delle meta attribuzioni in contesti intragruppo e intergruppi

Formazione delle meta-attribuzioni in contesti intragruppo e intergruppi

La salienza o meno dell’appartenenza di gruppo fa sì che le persone pensino di essere percepite in termini di gruppo o in termini di individuo, e ciò influenza fortemente le strategie che vengono utilizzate per la formazione della meta-attribuzioni.

Diverse teorie della psicologia sociale hanno dimostrato che le persone tendono a vedere in maniera maggiormente positiva il proprio ingroup, e a credere che anche l’ingroup lo veda positivamente, mentre tendono a non fidarsi dei membri dell’outgroup, aspettandosi di essere valutati negativamente o che questi abbiano intenzioni negative nei suoi confronti.

Inoltre, è stato dimostrato, sia per gruppi creati artificialmente sia per gruppi minimali, che si tende a credere che i membri del proprio gruppo siano più simili a sé e abbiano opinioni e convinzioni simili alle proprie; viceversa, i membri dell’outgroup sono visti come maggiormente diversi e si crede che lo siano anche le loro opinioni. Ciò può portare anche ad aspettarsi che le proprie caratteristiche reali siano meno trasparenti per i membri dell’outgroup rispetto a quanto lo sono per quelli dell’ingroup. Secondo Ames (2004) ciò coinvolge la formazione delle meta-attribuzioni, che sono maggiormente basate sulla proiezione quando ci si sente simili all’osservatore, mentre sono maggiormente basate sugli stereotipi quando ci si sente diversi. Frey e Tropp (2004) descrivono strategie di formazione delle meta-attribuzioni differenti per i contesti intragruppo e per quelli intergruppi.

Nei contesti intragruppo le persone si sentono solitamente più a proprio agio, assumendo che gli altri membri dell’ingroup abbiano dei punti di vista simili ai propri: in queste situazioni la proiezione degli stati mentali sui membri dell’ingroup è più robusta. È da evidenziare come in questi casi l’immagine di sé che proiettano sia quella di un membro di un gruppo, in particolare se l’appartenenza di gruppo è saliente (per cui ci si aspetta di essere percepiti come tali). Questo processo è coerente con gli studi sull’auto-stereotipizzazione, per cui se l’appartenenza è saliente le persone tendono a vedersi mediante le caratteristiche positive che distinguono il proprio gruppo; inoltre, si accentua la similarità percepita e l’attrazione verso altri membri che mostrano le stesse caratteristiche prototipiche. In questo caso, le persone proiettano una visione positiva di se stesse in quanto membri dell’ingroup con le caratteristiche positive prototipiche. In base al grado in cui le persone si ritengono rappresentative delle caratteristiche del proprio ingroup, può variare l’immagine che hanno di se stesse e che può essere proiettata sugli altri: in sostanza, anche se membri con bassa prototipicità possono aspettarsi di essere percepiti come membri del gruppo, essi possono anche provare un senso di emarginazione se si aspettano di essere percepiti in modo diverso dalle caratteristiche che definiscono l’ingroup.

Relativamente ai contesti intergruppi, le ricerche sull’identità sociale suggeriscono che quando l’appartenenza di gruppo è saliente si tende anche ad accentuare le differenze tra il proprio gruppo e gli altri (Hogg, 2003). In questi casi le persone, nella loro meta-attribuzione (ovvero nella lettura delle menti altrui), si appoggiano maggiormente alla stereotipizzazione. Ames (2004) dimostra che proiezione e stereotipizzazione sono correlate negativamente, ed in caso di alta dissimilarità percepita, le persone utilizzano principalmente quest’ultima per determinare cosa i membri dell’outgroup pensino di loro. Gli stereotipi possono agire in due modi nella meta-attribuzione. Nei contesti intergruppi, i membri di gruppi differenti hanno una comprensione consensuale delle caratteristiche comunemente associate al proprio gruppo e agli altri: quindi, se da una parte ci si basa sugli stereotipi sull’outgroup per tentare di capire cosa essi pensino di noi (come se questi pensassero a degli oggetti), dall’altro gli stereotipi sul proprio ingroup diventano rilevanti per prevedere qual è l’immagine che si mostra ad essi. Inoltre, visto che generalmente le relazioni intergruppi sono costruite in termini di sfiducia, le persone si aspettano di essere valutate negativamente dall’outgroup, che l’outgroup le percepisca secondo gli stereotipi negativi che caratterizzano l’ingroup (Vorauer & Kumhyr, 2001) e che i membri dell’outgroup le considerino maggiormente stereotipiche del proprio ingroup di quanto le persone ritengano (Frey & Tropp, 2004).

Quindi, mentre nelle meta-attribuzioni intragruppo ci si focalizza sugli stereotipi positivi sull’ingroup, in quella intergruppi si dà più rilevanza agli stereotipi negativi dell’ingroup: ciò dipende anche dalla misura in cui questi stereotipi negativi si ritenga caratterizzino anche il sé. Frey e Tropp (2004) suppongono che, quando non ci si percepisce in base agli stereotipi negativi del proprio gruppo, ci si aspetti in maniera minore di essere percepiti in questo modo e ci si senta in qualche modo maggiormente simili all’outgroup, particolarmente nel caso in cui questi stereotipi sono legati al pregiudizio (Vorauer & Kumhyr, 2001). In sintesi, sebbene le strategie di formazione della meta-attribuzione siano sempre le stesse, i processi di formazione cambiano in diversi modi prevalentemente in base al tipo di contesto: in base alla similarità percepita, se questa è alta (contesto intragruppo) si tende a usare la proiezione anziché la stereotipizzazione; varia anche la valenza della meta-attribuzione, che si basa sulle caratteristiche positive che definiscono l’ingroup nei contesti intragruppo, mentre è basata sulle sue caratteristiche negative nei contesti intergruppi; infine, in base a quanto le persone si sentono membri prototipici del proprio gruppo, varia la percezione che queste caratteristiche (positive o negative) influiscano sull’opinione che gli altri membri dell’ingroup o dell’outgroup si formano di loro.

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

Definizione caratteristiche fattori delle meta-attribuzioni

Definizione, caratteristiche e fattori delle meta-attribuzioni

L’essere umano, oltre a percepire gli altri, ha la marcata tendenza ad elaborare le informazioni sulla percezione che gli altri hanno di lui: questo fenomeno, chiamato “meta-attribuzione”, consiste appunto nel pensare a come gli altri osservatori ci percepiscono.

La ricerca ha analizzato prevalentemente la meta-attribuzione che si forma in un contesto interpersonale, anche se negli ultimi anni è stata approfondita questa teoria estendendola ai contesti intergruppi. Ames (2004) ha elaborato un modello generale della formazione delle meta-attribuzioni nelle relazioni interpersonali, proponendo una serie di strumenti che le persone utilizzano nel provare a leggere le menti altrui (il “mind reader’s tool kit”). In particolare, l’autore suggerisce che la meta-attribuzione si basa sull’osservazione dei comportamenti verbali e non verbali degli altri, nella proiezione del proprio punto di vista in quello altrui e nella stereotipizzazione. Frey e Tropp (2004) aggiungono a questi tre processi di formazione della meta-attribuzione, il tentativo di assumere la prospettiva altrui.

Una delle strategie che le persone usano per capire come gli altri le percepiscono è, come accennato, l’osservazione dei comportamenti altrui; questa, pur essendo spesso l’unica strategia disponibile, porta a conclusioni sbagliate.

Infatti, generalmente si tende a pensare che differenti tipi di osservatori ci vedano in maniera analoga e che i feedback forniti siano esaurienti nel formare le proprie meta-attribuzioni (Kenny & DePaulo 1993). In realtà, è stato dimostrato che le persone non forniscono solitamente dei feedback totalmente onesti e diretti (neanche in caso di amicizia stretta) e quindi essi non sono sufficienti e determinare realmente la percezione che gli altri hanno di noi. Questi feedback sono esaurienti soltanto in alcuni casi particolari, in cui essi non dipendono neanche dalla valutazione positiva o negativa che gli altri formano nella loro mente: ciò è stato dimostrato per bambini in tenera età che esprimono liberamente ed esplicitamente la propria opinione sugli altri (Felson, 1980).

Il secondo strumento utilizzato per la formazione delle meta-attribuzioni coinvolge la tendenza a pensare che gli altri ci vedano come noi stessi ci vediamo, mediante la proiezione della propria visione di se stessi. Le persone che si vedono in maniera positiva pensano generalmente che gli altri li vedano in maniera positiva (accade il viceversa se si ha un opinione negativa di sé).

Anche chi si giudica diversamente in base all’interazione con partner diversi pensa che questi partner li percepiscano diversamente. Infine, le persone credono che i membri dei vari gruppi sociali ai quali appartengono li percepiscano in maniera simile, anche se ciò non corrisponde al vero. Queste tendenze sono dovute a due bias diversi: il primo, chiamato falso consenso fa sì che si sovrastimi il grado con cui gli altri pensano e agiscano in modo simile a se stessi, assumendo che ci sia una corrispondenza tra la propria percezione e quella degli altri; il secondo, chiamato sovrastima della trasparenza fa sì che, all’aumentare dell’autoconsapevolezza della persona, essa tenda a credere che i proprio pensieri e le proprie emozioni siano egualmente chiari e accessibili anche agli altri (Frey & Tropp, 2004).
Quando si tenta di prevedere pensieri e opinioni degli altri (come avviene nella meta-attribuzione), spesso ci si basa sugli stereotipi, in particolare in contesti intergruppi: ciò perché i membri dei gruppi spesso sono consapevoli degli stereotipi che gli altri hanno sul proprio gruppo, e quindi sono influenzati da questa consapevolezza nella formazione delle proprie meta-attribuzioni; ciò accade particolarmente se essi immaginano preventivamente di dover essere percepiti dai membri dell’outgroup.
L’ultimo processo coinvolge il tentativo di assumere la prospettiva degli altri, nel cercare di determinare come essi ci percepiscono. La ricerca sulla presa di prospettiva indica che quando si tenta di assumere la prospettiva altrui le persone attuano un processo reiterato che parte dalla propria prospettiva e si modifica progressivamente, sino a quando si crede di aver raggiunto una stima plausibile della prospettiva altrui (Epley & Gilovich, 2004). In realtà, questi aggiustamenti alla propria prospettiva sono raramente sufficienti, e non si riesce a comprendere pienamente la prospettiva altrui: in questo contesto, ciò suggerisce che è probabile che le persone si aspettino di essere percepite in maniera simile a come si percepiscono, e quindi le meta-attribuzioni che si formano non sono molto differenti da quelle che si svilupperebbero proiettando semplicemente il proprio punto di vista sugli altri.
Frey e Tropp (2004) sottolineano come le persone possano essere viste dagli altri in termini individuali o di appartenenza ad un gruppo, per cui è possibile che si basino su strategie di comprensione della mente altrui differenti se si aspettano di essere viste in un modo o in un altro. La teoria dell’identità sociale infatti distingue due livelli di identità differenti: quella personale, basata sulle proprie caratteristiche individuali, e quella sociale basata sulla propria appartenenza ad un gruppo (Hogg, 2003). La teoria della categorizzazione di sé inoltre espande questo concetto affermando che in base alla situazioni sociali possono emergere diversi livelli di categorizzazione di sé: in particolare alcuni concetti di sé possono attivarsi dipendentemente dal contesto sociale, ed esiste un antagonismo funzionale tra la salienza dell’autocategorizzazione individuale e quella di gruppo (Turner, Hogg, Oakes, Reicher & Wetherell, 1987). Nello specifico, quando l’appartenenza di gruppo è saliente le persone tendono a pensare a se stesse come membri di un gruppo, mentre se ciò non avviene esse considerano maggiormente se stesse come individui. Queste due teorie sono di notevole importanza per stabilire se le meta-attribuzioni che si formano sono di tipo interpersonale o di tipo intergruppi, ed esistono diversi fattori situazionali o individuali che incidono su come la persona si aspetta di essere vista dagli altri (ovvero come singola persona o come membro di un gruppo).
I fattori situazionali che influiscono sulla salienza dell’appartenenza di gruppo sono il conflitto intergruppi, la semplice presenza di un membro di un gruppo, la numerosità relativa dei gruppi e la stigmatizzazione. La presenza di conflitti di gruppo (di tipo materiale o solamente psicologico) ha una notevole influenza nel determinare quanto fortemente le persone siano percepite come membri del rispettivo gruppo. All’intensificarsi di questi conflitti, è più probabile che le persone si percepiscano maggiormente sulla base del proprio gruppo di appartenenza piuttosto che sulle proprie caratteristiche individuali, ed aumenta anche la tendenza a percepire gli altri in base alla loro appartenenza di gruppo. Relativamente alla meta-attribuzione, ciò aumenta la tendenza ad aspettarsi che gli altri ci percepiscano come membri di un gruppo anziché come individui.
Anche in assenza di conflitti intergruppi, la semplice presenza di un membro dell’outgroup promuove il confronto tra gruppi, e il fatto che si percepiscano simultaneamente una somiglianza maggiore con i membri del proprio gruppo e delle differenze più grandi rispetto all’altro provoca la tendenza a percepire sé e gli altri in termini di appartenenza al gruppo. Anche questo fattore porta quindi ad immaginare che gli altri percepiscano noi stessi principalmente come membri di un gruppo.
Analogamente, l’appartenenza ad un gruppo minoritario fa aumentare la salienza dell’appartenenza di gruppo, perché ci si sente maggiormente consapevoli della propria appartenenza e rappresentativi del proprio gruppo.
Infine, l’essere membro di un gruppo stigmatizzato porta ad una maggiore attenzione sulla percezione degli altri verso il proprio gruppo nel tentativo di prevedere come si verrà trattati e di evitare di essere stereotipizzati (come avviene per le donne nel campo della matematica). Anche ciò porta ad aspettarsi percezioni altrui basate sull’appartenenza di gruppo.
I fattori individuali che influiscono sulla salienza dell’appartenenza al gruppo sono invece l’identificazione con l’ingroup, la consapevolezza di appartenervi e la sensibilità ad essere respinti per la propria appartenenza. Gli individui che si identificano fortemente con il proprio gruppo mostrano una maggiore probabilità di considerarsi membri dell’ingroup, di sentirsi simili ai suoi membri, e di essere attratti da essi (in particolare se essi rispecchiano fortemente i valori del gruppo): ciò può portare ad aspettarsi di essere visti in termini di gruppo piuttosto che individuali. Vi sono casi in cui, anche se non vi è una forte identificazione con l’ingroup, la mera consapevolezza di essere membro di un gruppo può aumentare la salienza di appartenenza percepita (Tropp & Wright, 2001): in questo caso, anche se si resiste alla categorizzazione di sé di come membro di un gruppo, distanziandosi da esso, si può ugualmente percepire che gli altri ci vedono come appartenente ad esso (Branscombe & Ellemers, 1998). Inoltre, chi ha questa percezione può interpretare situazioni ambigue in termini di appartenenza al gruppo, aspettandosi di essere respinto dall’outgroup solo in quanto membro dell’ingroup (Mendoza-Denton, Downey, Purdie, Davis & Pietrzak, 2002).

 

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

 

Il ruolo del corpo nella percezione della mente

Il ruolo del corpo nella percezione della mente

Come si è detto, la percezione della mente di individui e gruppi è fortemente legata al modo in cui vengono percepiti, oltre che alle loro caratteristiche intrinseche e a quelle dell’osservatore. Il fenomeno dell’oggettizzazione, legato alla focalizzazione dell’attenzione da parte dell’osservatore sulle caratteristiche fisiche di un’entità, consiste nella percezione di questa come un oggetto inanimato. Nel modello classico dell’oggettivazione
(in cui però ci si concentra soprattutto sulle capacità legate all’agency) ciò comporta una riduzione della percezione della mente, nel senso che i target vengono percepiti con delle capacità mentali ridotte o inesistenti.
Spesso questo processo è legato alla visione delle persone in un contesto sessuale (sessualizzazione), e ciò porta a vederle come mezzi per raggiungere la soddisfazione sessuale; in alcuni casi, ciò può avvenire anche in assenza di desiderio sessuale. Ad esempio, può avvenire oggettivazione (e, di conseguenza, anche una variazione nella percezione della mente) anche verso soggetti che provocano repulsione sessuale, o verso se stessi: è il caso delle donne, in cui l’auto-oggettivazione può portare a disturbi alimentari, depressione e anche autolesionismo (Gray, Knobe, Sheskin, Bloom & Barrett, 2011).
Nella teoria classica, le persone oggettificate sono solitamente viste come meno intelligenti, ambiziose e competenti; anche il semplice focalizzarsi sull’aspetto fisico comporta una percezione di minore competenza e capacità mentale, e di minor sensibilità ed emotività. E’ anche stato dimostrato (Cikara, Eberhardt & Fiske, 2010) che la visione di donne sessualizzate comporta, negli uomini, una minore attivazione delle zone del cervello collegate all’attribuzione degli stati mentali.
Parallelamente all’evoluzione della teoria della percezione della mente (Waytz et al., 2010) è stato approfondito anche il modello dell’oggettizzazione, tenendo conto delle due dimensioni dell’agency e dell’experience: così come la percezione non opera su un continuum monodimensionale ma lungo due assi ortogonali (agency ed experience appunto) anche l’oggettivazione non sembra comportare una classica dementalizzazione (ovvero una semplice riduzione delle capacità mentali da uno stato pienamente “mentale” ad uno di completa assenza mentale) bensì una ridistribuzione della percezione della mente nelle sue due dimensioni (Gray et al., 2011). Secondo le teorie più recenti, l’oggettivazione comporta non solo una rilevante riduzione della mente nella dimensione dell’agency (ovvero nella capacità di pianificare, agire intenzionalmente e autocontrollarsi), ma anche un incremento della percezione nella dimensione dell’experience (cioè la capacità di provare sentimenti, desideri ed emozioni).
Uno studio molto interessante in tal senso è quello di Gray et al. (2011) che, attraverso sei esperimenti, dimostrano come avvenga la percezione della mente al variare degli aspetti su cui si concentra l’attenzione dell’osservatore. Gli autori inizialmente sottolineano, tramite alcuni esempi, come il corpo sia intimamente coinvolto nella percezione delle emozioni e dei sentimenti, e come l’experience sia legata quasi esclusivamente alla carnalità. Infatti, le persone possono attribuire capacità mentali, come competenza o conoscenza, anche ad entità non umane come i robot, ma non avendo questi un corpo umano, sono riluttanti ad attribuire loro capacità di provare emozioni come felicità o paura (Gray et al., 2007); lo stesso avviene per un Dio puramente astratto o per le corporazioni che, anche essendo composte da più persone, non hanno un corpo proprio. La ragione di ciò è che l’experience è mediata da organi fisici come la pelle (la cui sudorazione, ad esempio, esprime paura o panico). E’ quindi evidente come il focalizzarsi sul corpo di qualcuno renda la sua percezione maggiormente legata all’experience. Per spiegare la corrispondente diminuzione dell’agency, gli autori si appoggiano al dualismo tra mente e corpo, che vengono sentiti come distinti o addirittura opposti: la mente è principalmente legata all’agency mentre il corpo è più legato all’experience, anche se entrambe le dimensioni si riferiscono alle capacità mentali dell’entità. Le persone, quindi, hanno la tendenza a vedere gli altri in termini di agency o, in alternativa, di experience, e questo dualismo è stato dimostrato anche in altri ambiti psicologici come nel “moral type-casting” e nella stereotipizzazione citati in precedenza (Fiske et al., 2007). Secondo gli autori e coerentemente con quanto trattato precedentemente (Gray et al., 2007), la responsabilità morale è maggiormente legata alla percezione dell’agency, mentre i diritti morali sono collegati alla percezione di una maggiore experience. Il concetto che il focalizzarsi sul corpo di un’entità non causi una dementalizzazione in senso stretto, ma piuttosto una ridistribuzione delle capacità morali a discapito dell’agency ed a favore dell’experience, ha perciò una serie di implicazioni morali: l’oggettizzazione provoca una diminuzione dell’attribuzione di responsabilità morale a persone o altre entità, ed una maggiore tendenza a garantirne i diritti morali per proteggerli da eventuali aggressioni esterne. Per dimostrare queste teorie vengono descritti di seguito i sei esperimenti condotti da Gray et al. (2011).

Esperimento 1: corpo contro viso
In questo esperimento vengono mostrati ai partecipanti delle foto di due soggetti (maschio e femmina) variando la salienza relativa del corpo, mostrando cioè la foto della sola faccia o di tutta la parte superiore del corpo, e viene testata la variazione della percezione nella mente tramite item sulle capacità mentali del target relativamente all’agency e all’experience. I risultati supportano l’ipotesi che focalizzare l’attenzione sul corpo provochi una redistribuzione della percezione mentale, con un aumento delle capacità collegate all’experience ed una diminuzione di quelle legate all’agency.

Esperimento 2: intelligenza contro sensualità
In questo esperimento si mostrano immagini identiche della stessa persona target manipolando l’attenzione del percipiente, ovvero facendo sì che si focalizzi sulle caratteristiche fisiche o su quelle mentali; cambiando il contesto della valutazione (dall’ambito lavorativo a quello sentimentale), al rispondente si chiedeva di valutare sia le caratteristiche mentali legate all’agency sia quelle legate all’experience. I risultati mostrano che, anche in questo caso, il concentrare l’attenzione sull’aspetto fisico o su quello mentale da parte dell’osservatore induce una ridistribuzione della percezione mentale, che si sposta rispettivamente dall’experience all’agency.

Esperimento 3: vestiti contro nudi
In questo esperimento vengono confermati i risultati precedenti estendendo sia il campione di target, sia i metodi per valutare la percezione della mente nelle due dimensioni. Viene mostrata ai partecipanti una foto tratta di un set di 20 foto che ritraggono dieci soggetti differenti, e sono completamente identiche per quanto riguarda l’illuminazione, l’espressione dei target e la loro postura, con l’unica differenza che in un set di foto essi sono vestiti e nell’altro sono completamente nudi (con l’applicazione di un filtro grafico sulle parti intime).
Si chiede ai partecipanti di valutare dodici capacità mentali (sei legate all’agency, sei legate all’experience). Anche in questo caso, per i target “sessualizzati”, avviene un aumento nella dimensione dell’experience e un decremento dell’agency; quest’ultimo effetto è più marcato rispetto al primo. Si rileva inoltre che le donne in generale attribuiscano più capacità mentali alle donne vestite rispetto a quelle nude; viceversa, attribuiscono più capacità mentali agli uomini nudi che a quelli vestiti (per gli uomini accade il contrario). I risultati portano a supporre che l’oggettizzazione induca principalmente una redistribuzione mentale nelle due dimensioni, mentre la sessualizzazione riduce la percezione mentale sia dell’agency che dell’experience.

Esperimento 4: menti sessualizzate
Per testare quest’ultima affermazione e per testare se la percezione della gente in un contesto sessuale causa una completa dementalizzazione, viene effettuato un quarto esperimento in cui si mostrano tre foto diverse della stessa donna (aumentando la suggestività sessuale della stessa): nella prima foto è completamente vestita, nella seconda è nuda ma non sessualizzata, nella terza essa è nuda e sessualizzata. La valutazione delle percezione della mente nelle sue due dimensioni è simile a quella risultante dall’Esperimento 1. Anche in questo caso, l’oggettizzazione fa sì che aumenti l’experience percepita e contemporaneamente diminuisca l’agency; questo effetto si intensifica aumentando la suggestività sessuale delle foto, cioè nella condizione in cui il target è nudo e sessualizzato.
Nei due esperimenti successivi si analizza il legame tra l’oggettizzazione delle persone e le corrispondenti implicazioni morali.

Esperimento 5: mentalità e moralità
Si è visto come venga attribuita maggiore experience e minor agency se l’esposizione di una persona o la mentalità dell’osservatore si focalizzano sul corpo; avendo evidenziato il legame tra le due dimensioni della mente, le responsabilità e i diritti morali, si testano quali siano gli effetti morali di questo processo. Secondo l’ipotesi che una percezione di maggiore agency porti a visualizzare la persona come un’agente morale, e che viceversa la percezione di una maggiore experience porti alla visione di un paziente morale, vengono presentati ai partecipanti due target, uno percepito in maniera più razionale ed un altro in maniera più emozionale, ponendo entrambi in due situazioni diverse in cui sono, rispettivamente, aggrediti o compiono degli atti disdicevoli. I risultati, come previsto, mostrano che il target identificato come razionale viene percepito più come un agente morale che come un paziente morale e, quindi, risulta agli occhi dell’osservatore maggiormente responsabile per i suoi misfatti, e meno soggetto ad aggressioni; per il target più emozionale, accade l’opposto cioè questi viene visto come più incline ad aggredire e meno responsabile per i suoi errori.

Esperimento 6: pelle e shock elettrici
Si è ipotizzato, nel sesto esperimento, che il fatto di percepire qualcuno in maniera più “fisica” possa portare anche ad aspetti positivi, spingendo gli altri a proteggerlo dalle sofferenze ed aumentandone lo status morale anziché diminuirlo. Vengono mostrati ai partecipanti due soggetti in due condizioni diverse, prima completamente vestiti, dopo senza t-shirt e viene chiesto loro, in maniera sottile e suggerendo come obiettivo la protezione della persona interessata, di somministrargli delle scosse elettriche (ovviamente fittizie in realtà) tramite degli elettrodi applicati al petto. Viene quindi chiesto ai partecipanti di valutare la loro visione del target nelle due condizioni, da totalmente fisico a totalmente mentale. I risultati mostrano che oltre a vedere il target come più fisico nella condizione di nudità, i partecipanti gli somministrano un numero minore di scosse elettriche, percependo in questo caso una maggiore experience nel target.
In conclusione, Gray et al. (2011) spiegano alcune delle discrepanze tra il modello classico dell’oggettivazione e i risultati dei sei esperimenti come dovute al sessismo ostile, e al fatto che la ridistribuzione della mente è indipendente dal genere dei target e dei percipienti.
Viene inoltre sottolineato come la comprensione degli altri sia più complessa rispetto a quella definita dal semplice dualismo tra aspetti mentali e aspetti fisici, e che se la categoria mentale contiene la parte della mente collegata all’agency, la categoria fisica include non esclusivamente il corpo ma anche un’altra parte della mente, quella più viscerale legata alle emozioni e alle passioni; queste conclusioni sono coerenti con quelle relative al “moral typecasting”.
Infine, viene corretta l’assunzione per cui la focalizzazione sul corpo comporta necessariamente l’oggettivazione: le persone private del corpo non sono trattate come oggetti ma piuttosto come animali, ovvero sono incapaci di controllarsi o pianificare le proprie azioni, ma possono essere considerate maggiormente sensibili, emozionali e passionali. Tale conclusione è coerente con quanto sostenuto da Haslam e Loughnan (2014) sulla deumanizzazione, secondo cui essa può avvenire assimilando le altre persone ad oggetti privi di natura umana, con una negazione dell’experience, o ad animali privi dell’essenza umana, con una negazione dell’agency

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

Le conseguenze per chi viene percepito

Le conseguenze per chi viene percepito

La diversa percezione della mente di un’entità modifica l’interazione delle persone con essa perché implica lo stato morale: ai pazienti morali vengono attribuiti diritti morali, mentre agli agenti vengono attribuite responsabilità morali.

Vista la tendenza all’antropomorfizzazione, le persone assegnano responsabilità morali anche ad entità non umane (come animali e computer) con conseguenze potenzialmente dannose, come quando i genitori puniscono immeritatamente i comportamenti dei figli poiché li giudicano intenzionali.

Come descritto nel primo capitolo, il problema etico più serio nasce dall’attribuzione di capacità mentali ridotte agli altri che porta a minori remore nei loro confronti e quindi a trattarli come animali o oggetti.

D’accordo con la teoria della deumanizzazione (Haslam, 2006) si possono negare le capacità mentali in due modi diversi, legate alle dimensioni di agency ed experience: possono essere negati rispettivamente gli aspetti unicamente umani, come competenza o civiltà, o gli aspetti della natura umana, come calore e vitalità.

In entrambi i casi di deumanizzazione (o dementalizzazione), ci sono conseguenze per l’entità percepita: nel caso si neghi l’experience, esse sono viste come robotiche, fredde e crudeli, incoraggiando le aggressioni verso di loro; se, invece, viene loro negata l’agency, vengono viste come schiavi o animali, giustificando azioni di sfruttamento o negazione dei diritti nei loro confronti (Waytz et al., 2010).

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa