Il ruolo del corpo nella percezione della mente

Il ruolo del corpo nella percezione della mente

Come si è detto, la percezione della mente di individui e gruppi è fortemente legata al modo in cui vengono percepiti, oltre che alle loro caratteristiche intrinseche e a quelle dell’osservatore. Il fenomeno dell’oggettizzazione, legato alla focalizzazione dell’attenzione da parte dell’osservatore sulle caratteristiche fisiche di un’entità, consiste nella percezione di questa come un oggetto inanimato. Nel modello classico dell’oggettivazione
(in cui però ci si concentra soprattutto sulle capacità legate all’agency) ciò comporta una riduzione della percezione della mente, nel senso che i target vengono percepiti con delle capacità mentali ridotte o inesistenti.
Spesso questo processo è legato alla visione delle persone in un contesto sessuale (sessualizzazione), e ciò porta a vederle come mezzi per raggiungere la soddisfazione sessuale; in alcuni casi, ciò può avvenire anche in assenza di desiderio sessuale. Ad esempio, può avvenire oggettivazione (e, di conseguenza, anche una variazione nella percezione della mente) anche verso soggetti che provocano repulsione sessuale, o verso se stessi: è il caso delle donne, in cui l’auto-oggettivazione può portare a disturbi alimentari, depressione e anche autolesionismo (Gray, Knobe, Sheskin, Bloom & Barrett, 2011).
Nella teoria classica, le persone oggettificate sono solitamente viste come meno intelligenti, ambiziose e competenti; anche il semplice focalizzarsi sull’aspetto fisico comporta una percezione di minore competenza e capacità mentale, e di minor sensibilità ed emotività. E’ anche stato dimostrato (Cikara, Eberhardt & Fiske, 2010) che la visione di donne sessualizzate comporta, negli uomini, una minore attivazione delle zone del cervello collegate all’attribuzione degli stati mentali.
Parallelamente all’evoluzione della teoria della percezione della mente (Waytz et al., 2010) è stato approfondito anche il modello dell’oggettizzazione, tenendo conto delle due dimensioni dell’agency e dell’experience: così come la percezione non opera su un continuum monodimensionale ma lungo due assi ortogonali (agency ed experience appunto) anche l’oggettivazione non sembra comportare una classica dementalizzazione (ovvero una semplice riduzione delle capacità mentali da uno stato pienamente “mentale” ad uno di completa assenza mentale) bensì una ridistribuzione della percezione della mente nelle sue due dimensioni (Gray et al., 2011). Secondo le teorie più recenti, l’oggettivazione comporta non solo una rilevante riduzione della mente nella dimensione dell’agency (ovvero nella capacità di pianificare, agire intenzionalmente e autocontrollarsi), ma anche un incremento della percezione nella dimensione dell’experience (cioè la capacità di provare sentimenti, desideri ed emozioni).
Uno studio molto interessante in tal senso è quello di Gray et al. (2011) che, attraverso sei esperimenti, dimostrano come avvenga la percezione della mente al variare degli aspetti su cui si concentra l’attenzione dell’osservatore. Gli autori inizialmente sottolineano, tramite alcuni esempi, come il corpo sia intimamente coinvolto nella percezione delle emozioni e dei sentimenti, e come l’experience sia legata quasi esclusivamente alla carnalità. Infatti, le persone possono attribuire capacità mentali, come competenza o conoscenza, anche ad entità non umane come i robot, ma non avendo questi un corpo umano, sono riluttanti ad attribuire loro capacità di provare emozioni come felicità o paura (Gray et al., 2007); lo stesso avviene per un Dio puramente astratto o per le corporazioni che, anche essendo composte da più persone, non hanno un corpo proprio. La ragione di ciò è che l’experience è mediata da organi fisici come la pelle (la cui sudorazione, ad esempio, esprime paura o panico). E’ quindi evidente come il focalizzarsi sul corpo di qualcuno renda la sua percezione maggiormente legata all’experience. Per spiegare la corrispondente diminuzione dell’agency, gli autori si appoggiano al dualismo tra mente e corpo, che vengono sentiti come distinti o addirittura opposti: la mente è principalmente legata all’agency mentre il corpo è più legato all’experience, anche se entrambe le dimensioni si riferiscono alle capacità mentali dell’entità. Le persone, quindi, hanno la tendenza a vedere gli altri in termini di agency o, in alternativa, di experience, e questo dualismo è stato dimostrato anche in altri ambiti psicologici come nel “moral type-casting” e nella stereotipizzazione citati in precedenza (Fiske et al., 2007). Secondo gli autori e coerentemente con quanto trattato precedentemente (Gray et al., 2007), la responsabilità morale è maggiormente legata alla percezione dell’agency, mentre i diritti morali sono collegati alla percezione di una maggiore experience. Il concetto che il focalizzarsi sul corpo di un’entità non causi una dementalizzazione in senso stretto, ma piuttosto una ridistribuzione delle capacità morali a discapito dell’agency ed a favore dell’experience, ha perciò una serie di implicazioni morali: l’oggettizzazione provoca una diminuzione dell’attribuzione di responsabilità morale a persone o altre entità, ed una maggiore tendenza a garantirne i diritti morali per proteggerli da eventuali aggressioni esterne. Per dimostrare queste teorie vengono descritti di seguito i sei esperimenti condotti da Gray et al. (2011).

Esperimento 1: corpo contro viso
In questo esperimento vengono mostrati ai partecipanti delle foto di due soggetti (maschio e femmina) variando la salienza relativa del corpo, mostrando cioè la foto della sola faccia o di tutta la parte superiore del corpo, e viene testata la variazione della percezione nella mente tramite item sulle capacità mentali del target relativamente all’agency e all’experience. I risultati supportano l’ipotesi che focalizzare l’attenzione sul corpo provochi una redistribuzione della percezione mentale, con un aumento delle capacità collegate all’experience ed una diminuzione di quelle legate all’agency.

Esperimento 2: intelligenza contro sensualità
In questo esperimento si mostrano immagini identiche della stessa persona target manipolando l’attenzione del percipiente, ovvero facendo sì che si focalizzi sulle caratteristiche fisiche o su quelle mentali; cambiando il contesto della valutazione (dall’ambito lavorativo a quello sentimentale), al rispondente si chiedeva di valutare sia le caratteristiche mentali legate all’agency sia quelle legate all’experience. I risultati mostrano che, anche in questo caso, il concentrare l’attenzione sull’aspetto fisico o su quello mentale da parte dell’osservatore induce una ridistribuzione della percezione mentale, che si sposta rispettivamente dall’experience all’agency.

Esperimento 3: vestiti contro nudi
In questo esperimento vengono confermati i risultati precedenti estendendo sia il campione di target, sia i metodi per valutare la percezione della mente nelle due dimensioni. Viene mostrata ai partecipanti una foto tratta di un set di 20 foto che ritraggono dieci soggetti differenti, e sono completamente identiche per quanto riguarda l’illuminazione, l’espressione dei target e la loro postura, con l’unica differenza che in un set di foto essi sono vestiti e nell’altro sono completamente nudi (con l’applicazione di un filtro grafico sulle parti intime).
Si chiede ai partecipanti di valutare dodici capacità mentali (sei legate all’agency, sei legate all’experience). Anche in questo caso, per i target “sessualizzati”, avviene un aumento nella dimensione dell’experience e un decremento dell’agency; quest’ultimo effetto è più marcato rispetto al primo. Si rileva inoltre che le donne in generale attribuiscano più capacità mentali alle donne vestite rispetto a quelle nude; viceversa, attribuiscono più capacità mentali agli uomini nudi che a quelli vestiti (per gli uomini accade il contrario). I risultati portano a supporre che l’oggettizzazione induca principalmente una redistribuzione mentale nelle due dimensioni, mentre la sessualizzazione riduce la percezione mentale sia dell’agency che dell’experience.

Esperimento 4: menti sessualizzate
Per testare quest’ultima affermazione e per testare se la percezione della gente in un contesto sessuale causa una completa dementalizzazione, viene effettuato un quarto esperimento in cui si mostrano tre foto diverse della stessa donna (aumentando la suggestività sessuale della stessa): nella prima foto è completamente vestita, nella seconda è nuda ma non sessualizzata, nella terza essa è nuda e sessualizzata. La valutazione delle percezione della mente nelle sue due dimensioni è simile a quella risultante dall’Esperimento 1. Anche in questo caso, l’oggettizzazione fa sì che aumenti l’experience percepita e contemporaneamente diminuisca l’agency; questo effetto si intensifica aumentando la suggestività sessuale delle foto, cioè nella condizione in cui il target è nudo e sessualizzato.
Nei due esperimenti successivi si analizza il legame tra l’oggettizzazione delle persone e le corrispondenti implicazioni morali.

Esperimento 5: mentalità e moralità
Si è visto come venga attribuita maggiore experience e minor agency se l’esposizione di una persona o la mentalità dell’osservatore si focalizzano sul corpo; avendo evidenziato il legame tra le due dimensioni della mente, le responsabilità e i diritti morali, si testano quali siano gli effetti morali di questo processo. Secondo l’ipotesi che una percezione di maggiore agency porti a visualizzare la persona come un’agente morale, e che viceversa la percezione di una maggiore experience porti alla visione di un paziente morale, vengono presentati ai partecipanti due target, uno percepito in maniera più razionale ed un altro in maniera più emozionale, ponendo entrambi in due situazioni diverse in cui sono, rispettivamente, aggrediti o compiono degli atti disdicevoli. I risultati, come previsto, mostrano che il target identificato come razionale viene percepito più come un agente morale che come un paziente morale e, quindi, risulta agli occhi dell’osservatore maggiormente responsabile per i suoi misfatti, e meno soggetto ad aggressioni; per il target più emozionale, accade l’opposto cioè questi viene visto come più incline ad aggredire e meno responsabile per i suoi errori.

Esperimento 6: pelle e shock elettrici
Si è ipotizzato, nel sesto esperimento, che il fatto di percepire qualcuno in maniera più “fisica” possa portare anche ad aspetti positivi, spingendo gli altri a proteggerlo dalle sofferenze ed aumentandone lo status morale anziché diminuirlo. Vengono mostrati ai partecipanti due soggetti in due condizioni diverse, prima completamente vestiti, dopo senza t-shirt e viene chiesto loro, in maniera sottile e suggerendo come obiettivo la protezione della persona interessata, di somministrargli delle scosse elettriche (ovviamente fittizie in realtà) tramite degli elettrodi applicati al petto. Viene quindi chiesto ai partecipanti di valutare la loro visione del target nelle due condizioni, da totalmente fisico a totalmente mentale. I risultati mostrano che oltre a vedere il target come più fisico nella condizione di nudità, i partecipanti gli somministrano un numero minore di scosse elettriche, percependo in questo caso una maggiore experience nel target.
In conclusione, Gray et al. (2011) spiegano alcune delle discrepanze tra il modello classico dell’oggettivazione e i risultati dei sei esperimenti come dovute al sessismo ostile, e al fatto che la ridistribuzione della mente è indipendente dal genere dei target e dei percipienti.
Viene inoltre sottolineato come la comprensione degli altri sia più complessa rispetto a quella definita dal semplice dualismo tra aspetti mentali e aspetti fisici, e che se la categoria mentale contiene la parte della mente collegata all’agency, la categoria fisica include non esclusivamente il corpo ma anche un’altra parte della mente, quella più viscerale legata alle emozioni e alle passioni; queste conclusioni sono coerenti con quelle relative al “moral typecasting”.
Infine, viene corretta l’assunzione per cui la focalizzazione sul corpo comporta necessariamente l’oggettivazione: le persone private del corpo non sono trattate come oggetti ma piuttosto come animali, ovvero sono incapaci di controllarsi o pianificare le proprie azioni, ma possono essere considerate maggiormente sensibili, emozionali e passionali. Tale conclusione è coerente con quanto sostenuto da Haslam e Loughnan (2014) sulla deumanizzazione, secondo cui essa può avvenire assimilando le altre persone ad oggetti privi di natura umana, con una negazione dell’experience, o ad animali privi dell’essenza umana, con una negazione dell’agency

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

Le conseguenze per chi viene percepito

Le conseguenze per chi viene percepito

La diversa percezione della mente di un’entità modifica l’interazione delle persone con essa perché implica lo stato morale: ai pazienti morali vengono attribuiti diritti morali, mentre agli agenti vengono attribuite responsabilità morali.

Vista la tendenza all’antropomorfizzazione, le persone assegnano responsabilità morali anche ad entità non umane (come animali e computer) con conseguenze potenzialmente dannose, come quando i genitori puniscono immeritatamente i comportamenti dei figli poiché li giudicano intenzionali.

Come descritto nel primo capitolo, il problema etico più serio nasce dall’attribuzione di capacità mentali ridotte agli altri che porta a minori remore nei loro confronti e quindi a trattarli come animali o oggetti.

D’accordo con la teoria della deumanizzazione (Haslam, 2006) si possono negare le capacità mentali in due modi diversi, legate alle dimensioni di agency ed experience: possono essere negati rispettivamente gli aspetti unicamente umani, come competenza o civiltà, o gli aspetti della natura umana, come calore e vitalità.

In entrambi i casi di deumanizzazione (o dementalizzazione), ci sono conseguenze per l’entità percepita: nel caso si neghi l’experience, esse sono viste come robotiche, fredde e crudeli, incoraggiando le aggressioni verso di loro; se, invece, viene loro negata l’agency, vengono viste come schiavi o animali, giustificando azioni di sfruttamento o negazione dei diritti nei loro confronti (Waytz et al., 2010).

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

Le conseguenze per il percipiente

Le conseguenze per il percipiente

Il percepire degli stati mentali (percezione della mente) in un’altra entità intensifica l’esperienza psicologica degli eventi, anche casuali, da parte del percipiente, in quanto gli eventi intenzionali (che possono essere ricorrenti e richiedere una reazione) vengono vissuti in maniera più intensa rispetto a quelli accidentali, e possono indurre a una maggiore elaborazione cognitiva e razionalizzazione. Per esempio, è stato dimostrato che uno shock elettrico risulta più doloroso se somministrato intenzionalmente, e che le persone giudicano le aggressioni intenzionali come più crudeli di quelle accidentali (Cushman, 2008). Inoltre, visto che chi percepisce vuole essere valutato positivamente dagli altri, se si percepisce che le altre entità abbiano una mente si possono intensificare i comportamenti pro sociali. Il credere che esistano delle menti che ci sorveglino è adattivo e solitamente incrementa i comportamenti pro sociali di cui beneficia il proprio ingroup (Graham & Haidt, 2010) e riduce quelli antisociali che possono portare a delle punizioni. Ad esempio, la convinzione che dei e spiriti possano osservare il nostro comportamento porta ad essere meno disonesti o a fare donazioni economiche più generose; anche il semplice evocare le caratteristiche esteriori di una mente (come due occhi che ci osservano) ci spinge a seguire un codice morale punendo chi agisce in maniera sbagliata. In alcuni casi, questo fenomeno può portare a conseguenze personali negative: è il caso degli schizofrenici paranoici, la cui percezione della mente iperattiva gli fa credere di essere costantemente sorvegliati (Crespi & Badcock, 2008). Inoltre, il percepire una mente in un contesto morale può portare a credere che ce ne sia anche una seconda poiché lo schema psicologico per gli eventi morali coinvolge almeno due menti: un agente morale compie l’atto ed un paziente morale che lo subisce. Quindi, se delle persone sono danneggiate o vittimizzate esse cercano un responsabile che può essere un’altra persona, un animale o Dio; viceversa, quando vedono un comportamento moralmente sbagliato immaginano la presenza di una vittima che lo subisca.

I percipienti tendono anche a caratterizzare agenti e pazienti morali secondo il loro aspetto mentale prevalente mediante il fenomeno definito “moral type-casting”, ignorando l’experience degli agenti e l’agency dei pazienti: ciò spiega la riluttanza a criticare le vittime o come compiere atti morali incrementi l’agency della persona. L’attribuzione di minori capacità mentali ad un’entità riduce anche il suo stato morale, portando a giustificare le proprie responsabilità dopo aver aggredito qualcuno, percependo quest’ultimo come mancante di capacità mentali. In definitiva, la percezione della mente è legata in modo inscindibile alla moralità anche perché gli eventi morali (punizioni o ricompense) sono principalmente eventi sociali.

 

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

Le cause per chi viene percepito

Le cause per chi viene percepito

Anche le caratteristiche dell’entità che vengono percepite possono influenzare la percezione della mente: chi agisce in modo imprevedibile evoca il bisogno di controllo e viene visto come più mentale rispetto a chi agisce in modo prevedibile (Waytz, 2010); allo stesso modo, entità che producono effetti negativi o che commettono più atti negativi che positivi sono visti come più intenzionali (Knobe, 2006); infine, tendando di capire la sofferenza piuttosto che la salvezza si tende a credere in un Dio agente (Gray & Wegner, 2010).

Riguardo alla similarità percepita ad entità non umane (come i robot), viene attribuita più mente se hanno un’apparenza umana, e le persone che sono più simili a sé sono viste come “più mentali” (persone con opinioni politiche vicino alle nostre sono viste come più razionali, mentre gli altri sono meno oggettivi e capaci di analisi logica). Inoltre, anche alle entità che ci piacciono vengono attribuite più capacità mentali rispetto a chi non ci piace: nelle relazioni intergruppi si tende ad attribuire meno emozioni secondarie e stati mentali ai membri dell’outgroup rispetto ai membri dell’ingroup (Boccato, 2007), e la presenza di membri dell’outgroup provoca una minore attivazione della corteccia pre frontale mediale, regione del cervello coinvolta nella percezione della mente (Waytz et al., 2010).

Infine, avviene deumanizzazione (o dementalizzazione) per agenti specifici che non ci piacciono (come persone che ci respingono) o quando l’attenzione si concentra solo sul corpo di una persona (oggettivazione) e non sulla mente di quest’ultima.

Recenti studi dimostrano che l’oggettivazione non consiste in una dementalizzazione vera e propria, bensì in una ridistribuzione della percezione della mente nelle due dimensioni che la caratterizzano (agency ed experience); se ne tratterà più diffusamente nel prossimo sottocapitolo.

 

 

 

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

 

 

Le cause per chi percepisce la mente

Le cause per chi percepisce la mente

Gli esseri umani prendono in considerazione le capacità mentali degli altri se devono perseguire degli scopi immediati, che sono la comprensione, previsione e controllo dei comportamenti altrui e lo sviluppo di connessioni sociali con altri agenti (Epley, 2007). Ma quali sono i fattori che innescano questi meccanismi e quindi aumentano la tendenza di percepire le menti altrui?

L’incertezza causale è l’innesco principale per la previsione e il controllo: infatti l’attribuzione di stati mentali come intenzioni, desideri e sensazioni risulta il modo più semplice di spiegare i comportamenti di entità indipendenti rispetto ad elaborazioni causali più complesse (Bering, 2002). Ciò avviene in particolare sotto un elevato carico cognitivo; ad esempio, gli adulti tendono a spiegare gli eventi naturali attraverso la loro funzione (“piove per fare crescere le piante”) o si associano malati di Alzheimer ai bambini (in quanto ad entrambi mancano alcune abilità mentali).

Un fattore analogo di innesco è la mancanza di controllo da parte della persona, come avviene in eventi casuali o incontrollabili (casi in cui si tende a credere in un Dio capace di pianificare intenzionalmente gli eventi). Allo stesso modo, davanti all’impossibilità di evitare la morte, le persone tendono a credere ad entità sovrannaturali che possano dare sicurezza e fare ambire all’immortalità incrementando il senso personale di controllo (Kat, 2010; Norenzayan & Hansen, 2006).

Per quanto riguarda la ricerca di connessione sociale con un’altra entità, il considerare il suo stato mentale tramite l’assunzione di prospettiva aumenta la similarità percepita (Ames, 2008). Analogamente, il bisogno di appartenenza spinge ad una maggiore attenzione alle espressioni e ad i toni vocali (e quindi agli stati mentali dell’altro), e situazioni di solitudine (naturale o indotta) spinge le persone ad attribuire stati mentali ad animali ed oggetti e fa credere maggiormente alla presenza di entità sovrannaturali.

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

La struttura della percezione della mente

La struttura della percezione della mente

Waytz et al. (2010) evidenziano come la rappresentazione bidimensionale (agency e experience) sia emersa anche in altri settori della ricerca psicologica, come la distinzione tra natura umana e unicità umana (già trattate dettagliatamente nel primo capitolo da Haslam e Leyens) o le due dimensioni fondamentali della valutazione sociale che distingue tra calore e competenza (Fiske, 2002). Nel dettaglio, l’experience viene collegata rispettivamente alla natura umana e al calore, mentre l’agency viene collegata all’unicità umana e alla competenza. Si può quindi comprendere il legame esistente tra il processo di percezione della mente, i fenomeni di deumanizzazioneinfraumanizzazione e di valutazione sociale, e come, per un efficace strategia di riduzione del pregiudizio, sia utile considerare queste teorie psicologiche, solitamente distinte.

Nei processi di attribuzione della mente ad altre entità (siano esse persone o gruppi) un fattore di complessità è dato dal fatto che sono coinvolte due menti differenti, quella del percipiente e quella dell’entità che viene percepita: ciò comporta che la struttura di questo processo sia rappresentabile con uno schema 2×2 (come da Figura 4), in cui sia le cause che le conseguenze sono suddivisibili in due categorie legate ai due attori coinvolti. Vengono adesso analizzate nel dettaglio le cause e le conseguenze della percezione della mente legate rispettivamente al percipiente e al percepito.

Figura 4 – Cause e conseguenze della percezione della mente per il percipiente ed il percepito (da Gray et al., 2011)

 

 

 

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

Le dimensioni della percezione della mente

Le dimensioni della percezione della mente

I primi studi in scienze cognitive analizzavano la percezione della mente tramite una serie di indicatori, che si riconducevano ad una variabile monodimensionale che indicava in quale misura si attribuiscono capacità mentali a persone, animali, oggetti o entità sovrannaturali. Questo concetto è stato superato grazie agli esperimenti di Gray, Gray e Wegner (2007), che dimostrano come la percezione della mente altrui riguarda due dimensioni diverse (Waytz et al., 2010; Gray et al., 2007) chiamate experience, ovvero la capacità di percepire e provare emozioni, e agency, ovvero la capacità di pianificare ed agire. Nel loro studio viene analizzata la struttura della percezione della mente tramite 2399 questionari compilati su una piattaforma web, il Mind Survey Web Site. Il questionario prevedeva l’esistenza di 13 entità diverse, di cui 7 di tipo umano vivente (un feto, un neonato, una bambina, una donna adulta, un uomo adulto, un uomo in stato vegetativo permanente ed il partecipante), tre di tipo animale (una rana, un cane domestico ed uno scimpanzé selvaggio), una donna morta, Dio e un robot socievole chiamato Kismet. Il test consisteva in 78 confronti tra due entità differenti alla volta, in cui si richiedeva di valutare in una scala di risposta a cinque gradi una delle 18 capacità mentali ipotizzate, ad esempio la capacità di provare paura, oppure uno di sei giudizi personali, chiedendo ad esempio quale delle due entità piacesse maggiormente al partecipante. Due di questi giudizi personali erano finalizzati alla valutazione della propensione al perdono e all’aggressione da parte del partecipante verso le diverse entità. Ogni entità figurava in 12 comparazioni diverse. Il campione, composto da 2040 partecipanti, era costituito da rispondenti di diverso genere, età, religiosità, livello di educazione, credo politico, stato civile, situazione familiare; inoltre, vi erano differenze per quanto riguarda il possesso di animali domestici e la convinzione dell’esistenza di una vita ultraterrena dopo la morte. L’analisi delle dimensioni della percezione della mente consisteva nel calcolare, per ogni entità individuata e per ogni test somministrato, i valori medi relativi alle diverse capacità mentali, nella successiva aggregazione dei dati ottenuti e nell’analisi delle componenti principali con la rotazione varimax. L’analisi ha individuato due fattori con autovalori maggiori di uno, che vengono chiamati rispettivamente experience ed agency e riescono a spiegare il 97% della varianza complessiva. L’experience, responsabile dell’ 88% della varianza complessiva, include 11 capacità mentali: avidità, paura, panico, piacere, rabbia, desiderio, personalità, consapevolezza, orgoglio, imbarazzo e gioia. L’agency invece, responsabile dell’8% della varianza, include 7 capacità mentali: autocontrollo, moralità, memoria, riconoscimento delle emozioni, pianificazione, comunicazione e pensiero. E’ da sottolineare come non siano stati rilevati bias di gruppo consistenti, e come sia stato inoltre analizzato il ruolo delle differenze personali dei partecipanti suddividendoli dicotomicamente secondo le nove variabili demografiche (genere, età, ecc.). I risultati dell’analisi sono stati riportati graficamente da Gray et al. (2007) in Figura 3, e gli autori sono giunti a diverse conclusioni di rilievo:

  • Un’entità sovrannaturale come Dio presenta un’agency molto alta, ma un’experience notevolmente bassa.
  • Dall’analisi dei giudizi personali, il meritare una punizione per dei comportamenti sbagliati dipende fondamentalmente dall’agency, mentre il desiderio di evitare un’aggressione verso una delle entità considerate è maggiormente correlato all’experience di quest’ultima.
  • Chi ha una maggior convinzione nella vita dopo la morte attribuisce minor agency alla bambina, allo scimpanzè, al cane, alla donna, all’uomo, al neonato e a se stessi; inoltre attribuisce maggiore experience alla bambina e al neonato.
  • Chi ha un credo religioso più forte percepisce un’agency minore nelle entità terrene (scimpanzè, cane, bambina e donna) e maggiore in Dio.
  • I partecipanti repubblicani, rispetto ai democratici, attribuiscono agency maggiore al feto ed a Dio, e agency minore al robot, alla bambina, allo scimpanzé e alla donna.
  • Nella Figura 3 la diagonale rappresenta la percezione della mente nella concezione tradizionale (monodimensionale), per cui essa aumenta spostandosi dall’angolo in basso a sinistra a quello in alto a destra.
  • Maggiore è la percezione della mente di un’entità e maggiormente si crede che essa abbia un’anima, tendendo di conseguenza a salvarla dalla distruzione e renderla felice.

Figura 3 – Percezione della mente delle diverse entità nelle due dimensioni di agency ed experience (da Gray et al.,2007)

Gli autori infine propongono un parallelismo tra le dimensioni della percezione della mente individuate e la distinzione Aristotelica tra agenti morali (moral agents), ovvero le azioni moralmente giuste o sbagliate, e i pazienti morali (moral patients), ovvero chi può essere oggetto di queste azioni: l’agency viene paragonata agli agenti morali e quindi al senso di responsabilità, mentre l’experience viene paragonata ai pazienti morali e quindi a diritti e privilegi delle diverse entità.

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Teoria della Mente

Teoria della Mente

 

I concetti di deumanizzazione e infraumanizzazione sono legati alle attribuzioni di mente agli altri. Quasi tutti gli esseri umani hanno la possibilità di superare la propria visione egocentrica e di ragionare sulle capacità mentali altrui, ma spesso non la utilizzano a dovere (Waytz et al., 2010).

Quali categorie di persone, animali e oggetti hanno una propria mente? La risposta a questa domanda è sicuramente legata alla percezione che si ha di queste entità, e non è quindi solamente una loro proprietà intrinseca: spesso le persone riescono simultaneamente a negare le capacità mentali ad altre persone e, addirittura, ad attribuirle ad oggetti ed entità non-umane, come Dio (Waytz et al., 2010). La percezione della mente degli altri è sicuramente una componente cruciale per la comprensione dei processi sociali in generale e più in particolare dei fenomeni di pregiudizio sociale. La ricerca da alcuni anni si dedica allo studio della percezione della mente, provando ad individuarne le cause, le caratteristiche peculiari e le conseguenze. Esistono numerosi studi che evidenziano come il fenomeno della percezione della mente sia di fondamentale importanza sia nelle relazioni interpersonali che in quelle intergruppi. Per quanto riguarda l’attribuzione di una mente a entità non umane, possono essere citati alcuni esempi, come il giudizio della corte suprema di giustizia Americana sul fatto che le corporazioni ne posseggano una e quindi godano del diritto di libertà ed espressione o come il parlamento Spagnolo abbia attribuito agli scimpanzé in cattività abbastanza capacità mentali da garantirgli, anche se in maniera limitata, alcuni diritti umani. Analogamente, l’attribuzione di mente ad altre persone è un elemento controverso che è stato argomento di dibattito sin dai secoli passati (basti citare la lotta alla schiavitù che ha portato alla Guerra civile Americana o le decisioni sul diritto dei Nativi americani di godere di tutela da parte dei colonizzatori).

La teoria della percezione della mente (Waytz et al., 2010) analizza come le persone definiscano la mente stessa, quando riescono a percepirla come propria di altre entità (umane e non umane), quando e come ciò risulti importante nella vita e nelle interazioni sociali (Waytz et al., 2010). La comprensione di come si sviluppi la percezione della mente nelle persone si basa su tre domande fondamentali (Waytz et al., 2010): le persone pensano che entità particolari abbiano una mente? Qual è lo stato mentale degli altri che viene percepito? Quali sono le conseguenze comportamentali della percezione della mente di altre entità? La teoria della mente (o mentalizzazione) si è concentrata da tempo sulla seconda di queste domande; oggi la ricerca si sta focalizzando anche sulla prima e sulla terza domanda.

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa

 

L’efficacia delle amicizie cross group nella riduzione del pregiudizio

L’efficacia delle amicizie cross group nella riduzione del pregiudizio

Riepiloghiamo ora vantaggi e limiti di queste due forme di amicizia cross- group, analizzando se queste possono essere usate in forma combinata per aumentarne gli effetti positivi sul pregiudizio. L’amicizia cross- group diretta ha sicuramente tre vantaggi rispetto a quella estesa: essa è infatti associata ad una varietà di conseguenze più ampia sulle relazioni intergruppi, ad un cambiamento negli atteggiamenti verso l’outgroup che risulta più forte e persistente, ed è infine meno probabile che l’atteggiamento verso l’outgroup sia influenzato da esperienze vicarie. Nello specifico, se si hanno amici dell’outgroup o si vive in contesti “integrati” dove c’è una possibilità concreta di sviluppare amicizie dirette, eventuali esperienze vicarie hanno una minore influenza sull’atteggiamento verso l’outgroup, poiché l’informazione del contatto diretto è percepita come più accurata nel formare le impressioni. Sfortunatamente, l’amicizia cross group diretta ha una limitazione fondamentale: essa presuppone che i membri dei gruppi abbiano l’opportunità di avere contatti positivi e amichevoli. Quindi, se non si vive nello stesso quartiere, non si va alla stessa scuola o nello stesso luogo di lavoro è difficile che si possano sviluppare queste amicizie. Questi tipi di contesti sono tuttora molto diffusi, ad esempio, cattolici e protestanti nord Irlandesi vivono un’altissima segregazione residenziale, scolastica e lavorativa, che li porta ad evitare i contatti intergruppi anche in assenza di conflitti manifesti (Turner et al., 2007).

Per quanto riguarda i vantaggi dell’amicizia cross-group di tipo esteso, innanzitutto essa è indipendente dall’opportunità del contatto ed è quindi molto utile in contesti dove vi è un’alta segregazione, risultando in questi contesti più efficace sugli atteggiamenti di quanto lo sia in contesti integrati. Come evidenziato da Paolini et al. (2007), mentre l’opportunità di contatto è associata ad un numero maggiore di amicizie cross-group dirette, essa non è invece collegata alle esperienze di amicizie cross-group estese. Ciò suggerisce che anche membri di comunità etnicamente omogenee o segregate possono avere, tramite contatto intergruppi di tipo vicario, miglioramenti nell’atteggiamento verso diversi outgroup. Inoltre, essa può essere applicata su larga scala, in quanto una singola amicizia tra un membro dell’ingroup ed uno dell’outgroup può influenzare gli atteggiamenti di molti altri individui dell’ingroup (Wright et al., 1997). Infine, non essendo necessario un contatto intergruppi diretto che coinvolga l’individuo, è molto più facile poterla applicare come strategia di riduzione del pregiudizio. È stato dimostrato (Cameron et al., 2006) che in alcuni casi basta raccontare delle storie su amicizie intergruppi (contatto immaginario) per raggiungere dei risultati; questo tipo di contatto risulta meno costoso e di rapida applicazione.

Il fatto che entrambe le amicizie cross-group abbiano vantaggi e svantaggi evidenzia la loro natura complementare: combinandole insieme si può ridurre il pregiudizio nella maggioranza dei contesti intergruppi. Nello specifico, l’amicizia cross group diretta va incoraggiata in contesti intergruppi di tipo misto, ovvero dove esistono opportunità concrete di contatto, mentre quella di tipo estesa dovrebbe essere utilizzata in contesti segregati. Inoltre, invece di utilizzarle separatamente in contesti differenti, per ottenere un’efficacia maggiore esse possono essere utilizzate in combinazione, come ci mostra lo studio di Paolini et al. (2007). In questo studio, l’amicizia cross group estesa può essere utilizzata per preparare le persone a future amicizie cross group di tipo diretto. Infatti non è facile stabilire amicizie cross-group dirette neanche in contesti integrati, in quanto vi è comunque la tendenza a formare amicizie con persone simili in termini di età, genere e razza. Inoltre, quando due gruppi hanno poche esperienze di contatto, l’ansia intergruppi può avere notevole rilevanza sia su come si realizzi il contatto sia sul modo in cui viene vissuto. L’amicizia cross group estesa, che consiste nell’osservare un comportamento positivo di un proprio simile, riduce paure ed inibizioni aumentando l’autoefficacia nell’intraprendere gli stessi comportamenti. In conclusione, l’amicizia cross group estesa può aumentare la probabilità che l’amicizia cross group diretta si sviluppi spontaneamente. Infine, l’amicizia cross group estesa, può anche portare ad un miglioramento negli atteggiamenti intergruppi ancor prima che il contatto diretto avvenga: se gli atteggiamenti sono già in qualche modo positivi, l’interazione può risultare più semplice, aver maggior successo e condurre ad un ulteriore miglioramento negli atteggiamenti verso l’altro gruppo (un po’ come avviene nella desensibilizzazione sistematica delle fobie).

© La relazione tra amicizie dirette ed estese e attribuzioni di mente: Uno studio sul rapporto tra Meridionali e Settentrionali in Italia – Elisa Ragusa