Triade negoziale ostaggio e vittima

Triade Negoziale: Ostaggio/Vittima.

La vittimologia, cioè la disciplina che si interessa del rapporto criminale-ostaggio/vittima, pone l’attenzione sulle modalità con cui si determina la situazione vittimizzante e propone alcune tipologie di vittime. Le due grandi classificazioni sono tra vittime fungibili, che non hanno alcuna relazione con il reo, e vittime infungibili, che hanno un ruolo nella genesi del reato, anche loro malgrado.

Le vittime, considerate in questo articolo, cioè le vittime/ostaggio, si collocano in un ambito più ristretto.

Sono vittime fungibili o passive che accidentalmente si sono trovate sul percorso dell’autore del reato e ne sono diventate ostaggi, come nel barricamento dopo una rapina.

Sono vittime preferenziali, se sono state scelte per il loro ruolo o status, come nel sequestro a scopo di estorsione.

Sono vittime simboliche, se sono state scelte per colpire in esse un’ideologia o uno Stato che si considera oppressore, come nelle azioni terroristiche.

Essere vittima di un sequestro costituisce indubbiamente un trauma. L’individuo, in reazione, attraversa diverse fasi, shock, incredulità, negazione, ansia, poi dipendenza fisica e psicologica dal sequestratore oppure depressione e apatia. In questa situazione estrema può verificarsi una regressione comportamentale, poiché la vittima deve necessariamente dipendere da altri per la sopravvivenza e per il soddisfacimento di qualsiasi bisogno. L’ostaggio quindi può sviluppare una sorta di transfert patologico nei confronti del sequestratore basato sul terrore, la gratitudine, la dipendenza infantile. Nel contempo egli può provare sentimenti negativi nei confronti delle autorità che non hanno saputo garantire la sua protezione.

Una particolare dinamica del rapporto fra criminale e vittima è la Sindrome di Stoccolma, il cui nome risale al famoso episodio accaduto nella  Sveriges KreditBank nel 1973, in cui una donna in ostaggio stabilì un forte legame affettivo con uno dei rapinatori. Simile fu il caso dell’americana  Patricia Hearst che, dopo essere stata rapita e tenuta in ostaggio, condivise le ideologie dei suoi rapitori e partecipò addirittura a successive attività criminose.

Questa sindrome è dovuta al meccanismo difensivo di “identificazione con l’aggressore”.

In realtà una conclamata Sindrome di Stoccolma si verifica solo in pochissime vittime; questa situazione non appare dunque così pervasiva, per cui il negoziatore di crisi deve considerarla nella giusta prospettiva.

Il negoziatore dovrebbe invece favorire il transfert positivo, invitando il sequestratore a chiedere agli ostaggi notizie sulla loro situazione sanitaria, o messaggi per le loro famiglie, a meno che egli non sia un soggetto psicopatico. Nel caso di emergenza il negoziatore dovrebbe evitare di menzionare gli ostaggi, consentendo di più la spersonalizzazione dell’azione. Nel caso di crisi, invece, si ricorda sempre al sequestratore che gli ostaggi sono persone, senza consentire che si perda il contatto con l’elemento umano in ostaggio

 

 

© Lo strumento della negoziazione nelle situazioni di crisi. – Dott. Gabriele Candotti

 

Triade negoziale il Sequestratore

Triade negoziale: il Sequestratore

Per comprendere un incidente con presa di ostaggi, un inizio logico è domandarsi quali tipologie di persone compiano tali azioni.
Molti autori hanno stilato numerose classificazioni, concentrandosi prevalentemente sulle motivazioni del sequestratore.

Una classificazione fra le più interessanti è quella di Call (1996) che propone sei categorie generali:

1) emotivamente disturbati
2) estremisti politici
3) fanatici religiosi
4) criminali
5) carcerati
6) categoria di combinazione

Quest’ultima categoria indica che non necessariamente le altre si escludano a vicenda, ma che alcune possono coesistere nello stesso individuo.

In linea generale i sequestratori sono raggruppati in tre tipologie distinte: tipologia psicologica, tipologia criminale e tipologia politica.

A seconda del tipo di sequestratore con cui il negoziatore entra in contatto occorre usare strategie di negoziazione specifiche.

Goldaber (1979) ha compilato una tabella particolarmente utile agli ufficiali delle forze di polizia, che, con un linguaggio semplice, riporta e riassume specifiche informazioni sui nove sottogruppi di sequestratori, in relazione al “chi”, “cosa”, “quando”, “dove”, “perché” e “come”. Indica anche la risposta più adatta di intervento da parte delle forze dell’ordine.

Personalità suicida Cercatore di vendetta Individuo disturbato
Tipologia psicologica
Chi è il sequestratore? Un individuo instabile, depresso e senza speranza Un ex socio ostile Un individuo con uno squilibrio cronico o acuto
Qual è la sua caratteristica distintiva? Non gli importa di essere ucciso Guidato da un singolo scopo irrazionale Una valutazione distorta della realtà
Quando ha preso l’ostaggio? In uno stato emotivo di grave scompenso Dopo una pianificazione meticolosa Quando la mente aberrante trova una

soluzione

Dove ha commesso il fatto? In qualsiasi luogo quando le sue difese falliscono Nel luogo che gli porta le massime soddisfazioni In qualsiasi ambiente
Perché l’ha fatto? Provocare qualcun altro per soddisfare il proprio desiderio di morte Per ottenere vendetta Per raggiungere il proprio dominio e

risolvere il proprio problema

Come ha preso l’ostaggio? Con provocazioni irrazionali Attraverso un’azione manifesta o un

comportamento

furtivo

In un modo improvvisato e illogico
Risposta delle Forze dell’Ordine
Calmarlo fino a quando possa essere preso Catturarlo Calmarlo; catturarlo se possibile; negoziare con cautela o impiegare una risposta tattica

 

Perpetratore con le spalle al muro Detenuto danneggiato Estorsore criminale
Tipologia criminale
Chi è il sequestratore? Potenzialmente qualsiasi criminale Un leader frustrato

che può organizzare i detenuti

Un professionista

astuto e impassibile

Qual è la sua caratteristica distintiva? É colto di sorpresa senza un piano prestabilito Familiarità con le autorità della prigione e con le vittime Consapevole e rispettoso della capacità della polizia
Quando ha preso l’ostaggio? Nella disperazione, quando le vittime erano a disposizione Dopo una pianificazione o quando spinto a farlo Durante l’esecuzione di un piano preparato con cura
Dove ha commesso il fatto? Nell’area in cui era intrappolato Nel suo stesso ambiente In un luogo di sua scelta
Perché l’ha fatto? Per effettuare una fuga Per ottenere un cambiamento o

ottenere la libertà

Per ottenere soldi
Come ha preso l’ostaggio? Con le armi, come risposta di riflesso Con un pianificato uso della forza

bruta

In modo calcolato, con un’arma
Risposta delle Forze dell’Ordine
Negoziare con lui; in caso di insuccesso usare una risposta tattica Negoziare con lui; in caso di insuccesso usare una risposta tattica Negoziare con lui; in caso di insuccesso usare una risposta tattica

 

Contestatore sociale Fanatico ideologico Terrorista estremista
Tipologia politica
Chi è il sequestratore? Un giovane colto e idelista Un fanatico cultista Una persona disposta a sacrificarsi per la propria filosofia politica
Qual è la sua caratteristica distintiva? Una guida nella esaltante esperienza di gruppo Disposto a sacrificarsi per le

proprie convinzioni

Ha una valutazione

realistica dell’impatto dell’atto

Quando ha preso l’ostaggio? Quando individua il bisogno di eliminare

l’ingiustizia sociale

Dopo che ha subito un torto Quando il potenziale

pubblicitario è il più grande

Dove ha commesso il fatto? Presso la sede di un ente indesiderato Ovunque Dove la vittima è

presa alla sprovvista

Perché l’ha fatto? Per creare un cambiamento

sociale o ottenere una giustizia sociale

Per riparare ad un torto Per conseguire un

cambiamento politico

Come ha preso l’ostaggio? In gruppo, ammassandoli insieme Con una condotta violenta o non violenta Con la violenta e emotiva esecuzione di un piano astuto
Risposta delle Forze dell’Ordine
Negoziare con lui; in caso di insuccesso usare una risposta tattica Negoziare con lui; in caso di insuccesso usare una risposta tattica Negoziare con lui; in caso di insuccesso usare una risposta tattica

 

 

© Lo strumento della negoziazione nelle situazioni di crisi. – Dott. Gabriele Candotti

 

Negoziazione e Crisi – tipologie e interventi

Negoziazione e Crisi: tipologie e interventi.

 

Le squadre di intervento agiscono quindi in particolari situazioni di crisi.

Crisi” è una parola chiave, un termine generalizzato che individua una situazione in cui è presente un disagio oggettivo, in cui esistono variabili che di volta in volta devono essere individuate; tale individuazione permette di inserire la crisi in una particolare categoria.

Le situazioni critiche si articolano in diverse tipologie e presentano quindi numerose differenze tra loro. Possono essere, per esempio, arresti di criminali ad alto rischio, suicidi, crisi domestiche, rapimenti, barricamenti, vere e proprie prese di ostaggi.

La situazione con ostaggi si verifica quando un sequestratore detiene una o più persone per motivi “strumentali”. Il soggetto ha bisogno delle forze dell’ordine o di altre autorità per soddisfare le sue specifiche esigenze; gli ostaggi sono dunque un mezzo per raggiungere i suoi obiettivi.

La presa di ostaggi può essere definita come un evento triadico. Dato che il sequestratore vuole qualcosa da un terzo soggetto vi è una significativa possibilità che ci sia spazio per la contrattazione.

Caratteristiche di una situazione di ostaggi sono:

  • il sequestratore è orientato verso un obiettivo;
  • il sequestratore dichiara le proprie richieste, tra le quali, di solito,quella di poter fuggire;
  • il sequestratore ha bisogno della polizia per agevolare le richieste stesse.

Il sequestratore sottolinea che le richieste non soddisfatte si ripercuoteranno sugli ostaggi, ma sa anche che mantenerli in vita impedisce una risposta tattica da parte delle forze dell’ordine.

Una seconda tipologia di evento si ha in quelle situazioni che vedono la presenza di un carceriere e un prigioniero. Questi episodi sono chiamati barricamento con vittima e si configurano più come un evento diadico che come uno triadico. Il rapitore tiene la vittima per ragioni “espressive”, la sua azione è motivata da emozioni interne ed impulsi che sono molto personali e spesso oscuri.

Il soggetto si trova in uno stato altamente emotivo, preda di rabbia o gelosia o frustrazione. Dal colpevole non giungono sostanziali richieste verso una terza parte, perché l’autore non vuole avere un intermediario, non ha bisogno delle forze dell’ordine o di altre autorità, perché non c’è qualcosa di materiale che voglia ottenere.

Un esempio può essere quello di un uomo armato che trattiene la sua ex moglie/compagna per poi spararle e uccidersi. La moglie si configura più come vittima (victim homicide to be) che come ostaggio (Fuselier, VanZandt e Lanceley, 1991). Dato che il soggetto ha ciò che vuole, ovvero la vittima, non può esistere uno spazio di contrattazione.

Le caratteristiche di questa situazione di barricamento con vittima sono:

  • nessun obiettivo chiaro;
  • mancanza di richieste sostanziali da parte dell’autore; – mancanza di un pensiero razionale;
  • attenzione diretta contro la persona presa.

Ci può essere una trattativa anche in una terza tipologia di evento che non vede la presenza di ostaggi. Vi è un autore, armato e barricato, e vi sono le forze dell’ordine che parlano con lui per farlo arrendere.

Può essere un criminale intrappolato in un luogo in cui ha commesso o ha tentato di commettere un reato, per esempio una rapina, o una persona armata e barricata in casa che vuole suicidarsi. Si riporta la seguente tabella (Call, 2003).

TIPO INTERAZIONE DESCRIZIONE
Situazione con ostaggio Perpetratore

Ostaggio

Terza persona

Il sequestratore avanza richieste di merito (in genere strumentali, alcune volte espressive) ad una terza parte minacciando la salute degli ostaggi se queste richieste non saranno soddisfatte.
Barricamento con vittima Perpetratore Vittima L’autore non avanza richieste sostanziali ad una terza parte. Qualsiasi richiesta sarà comunque di natura non sostanziale
Barricamento Perpetratore L’autore del reato può o meno fare richieste e può o meno essere disposto a negoziare.

Ci sono molti modi utili per fare un profilo di una situazione di crisi.

Uno di questi è quello di classificare la situazione a seconda della posizione di vittima e sequestratore (Call, 2003).

RICHIESTE POSIZIONE

CONOSCIUTA

(ASSEDIO)

POSIZIONE SCONOSCIUTA
SOSTANZIALI Spazio di trattativa probabile Spazio di trattativa possibile
NON SOSTANZIALI Spazio di trattativa possibile Spazio di trattativa probabilmente non esiste

Nel primo caso si può trovare un autore e una vittima all’interno di un perimetro conosciuto e tenuto sotto controllo dalle autorità; il reo farà delle richieste creando così spazio per la contrattazione e per il potere negoziale (bargaining control) da parte del negoziatore.

Nel secondo caso, la vittima è stata rapita e non si conosce la posizione né di questa né, tantomeno, del sequestratore. Non vi sono inoltre richieste di questi ad una terza parte per cui è impossibile qualsiasi tipo di controllo sulla contrattazione da parte del negoziatore.

La chiave, per il negoziatore delle situazioni di crisi, è determinare il motivo dell’atto criminale da parte del soggetto e la natura delle sue richieste (Call, 2003).

TIPOLOGIE DI RICHIESTE DESCRIZIONE
Strumentali Richieste definite oggettive come, ad esempio, denaro, trasporti, cibo, alcolici, droga.
Espressive Richieste definite soggettive; ad esempio, l’autore vuole parlare ad un famigliare, vuole fare una dichiarazione alla stampa per quanto riguarda le sue motivazioni.
Sostanziali Le vittime sono state minacciate al fine di ottenere concessioni da una terza parte; le richieste possono essere strumentali o espressive.
Non sostanziali Non si sono avanzate richieste o, se si sono avanzate, sono banali e non correlate al motivo per cui la vittima è minacciata.

La contrattazione in una situazione di crisi è di solito molto emotiva, i sentimenti predominanti sono rabbia, ostilità, paura.

Non importa se la presa di ostaggi è un atto ben organizzato ed eseguito da parte di estremisti politici o è un atto casuale di un rapinatore; lo stress della crisi erode i più alti processi di pensiero e fomenta le più primitive e pericolose emozioni.

Qui è dove il negoziatore addestrato si inserisce nel puzzle.

Nelle situazioni in presenza di ostaggi si distinguono due tipologie: “caso di emergenza” e “stato di crisi”.

Nel primo caso sono compresi gli eventi nei quali l’ostaggio non era previsto per il conseguimento del fine; egli è uno strumento casuale, ma diventa necessario per garantire al malvivente una via di fuga o comunque una soluzione al suo problema contingente. Il sequestro di persona è quindi solo occasionale, in quanto l’azione delinquenziale nasce con finalità diverse. È, per esempio, la circostanza in cui i rapinatori non possono uscire dal luogo in cui stanno commettendo la rapina per il tempestivo intervento delle forze dell’ordine e quindi da rapinatori si ritrovano ad essere sequestratori.

Le caratteristiche intrinseche di questo tipo di sequestro richiedono particolari capacità di trattazione e una specifica competenza da parte del negoziatore, a causa delle condizioni psichico-emotive particolarmente fragili dei sequestratori che sono posti in condizione di forte stress derivato dalla situazione inaspettata che si sono trovati ad affrontare, nonché dall’esito incerto della stessa.

In questi casi, in cui sono presenti soggetti emotivamente instabili ed in condizioni prossime al panico, è determinante la capacità del negoziatore di riuscire a ridurre lo stato di emotività dei sequestratori.

Nello stato di crisi, invece, la presa di ostaggi è una scelta deliberata, progettata ed attuata dal rapitore per soddisfare le sue esigenze, strumentali o espressive. I casi più evidenti che possono determinare uno “stato di crisi” sono quelli che hanno presupposti socio-politici, per esempio riguardanti gruppi appartenenti ad etnie, o religioni, o politiche diverse che, qualora mal gestiti o strumentalizzati, potrebbero determinare lo sviluppo di sacche eversive e, attraverso l’impiego di una strategia del terrore quale strumento destabilizzante, potrebbero cercare di ottenere riconoscimenti o concessioni per la loro causa.

In questi casi, il negoziatore si trova di fronte sequestratori determinati, perfettamente consapevoli dell’azione che stanno compiendo, armati, addestrati e seguiti da un’organizzazione che ne guida le mosse.

Il modo di affrontare l’assedio a uomini armati, con ostaggi, va valutato caso per caso, considerando centinaia di fattori diversi; le forze di polizia di tutto il mondo preferiscono la strada delle trattative. La linea di condotta è quella di non concedere mai nulla senza una contropartita, mentre l’ipotesi di un’azione tattica è sempre tenuta presente. In linea generale si può affermare che, quando uno o più soggetti trattengono ostaggi in un ambiente più o meno vasto, la situazione è di per sé indicativa di una volontà di trattare, in una parola rappresenta la loro apertura verso una soluzione alternativa alla morte degli ostaggi.

 

 

© Lo strumento della negoziazione nelle situazioni di crisi. – Dott. Gabriele Candotti

 

Lo strumento della negoziazione nelle situazioni di crisi Introduzione

Lo strumento della negoziazione nelle situazioni di crisi: Introduzione

Abstract
Nel presente articolo viene esaminato lo strumento della negoziazione applicato alle situazioni di crisi. Queste si configurano principalmente in eventi con ostaggio, barricamento con vittima e barricamento senza vittima.
Viene presentata la cosiddetta Triade negoziale, composta dagli attori principali operanti nella situazione di crisi: il negoziatore, il sequestratore e l’ostaggio/vittima.
Successivamente la trattazione analizza le linee guida dell’intervento negoziale e si focalizza sul modello BCSM usato dall’FBI per gestire le situazioni di crisi. Infine vi è un breve riferimento allo strumento della negoziazione e alla figura del negoziatore rispetto alla situazione italiana.
Parole chiave: negoziato, negoziatore, crisi, ostaggio, sequestratore, modello BCSM.

 

Introduzione.
Il 5 settembre 1972, undici atleti israeliani, che partecipavano ai Giochi Olimpici a Monaco di Baviera, furono presi in ostaggio da terroristi palestinesi, che si erano introdotti nel villaggio olimpico.
Le richieste dei terroristi riguardavano il rilascio di 234 detenuti in Israele, di alcuni detenuti nella Germania Federale, tra cui i capi della banda BaaderMeinhof, arrestati nel giugno di quell’anno. Chiedevano inoltre tre aerei per essere trasportati in un “luogo sicuro”, dove promettevano di liberare gli ostaggi. La scadenza dell’ultimatum era fissata per le 9 del mattino successivo, prorogata poi a mezzogiorno e infine alle 21. Poco dopo le 22, due elicotteri trasportarono i nove atleti e gli otto fedayin all’aereoporto, da dove sarebbero dovuti partire per Il Cairo. Qui entrarono in azione tiratori scelti e ci fu un lungo scontro a fuoco. Uno dei terroristi lanciò una bomba all’interno dell’elicottero con cinque ostaggi, che saltò in aria; altri due spararono ai restanti quattro ostaggi nel secondo elicottero. Tutto finì all’una e mezza del mattino seguente con l’uccisione dell’ultimo terrorista.
In seguito a questo incidente, i governi e le forze di polizia di quasi tutto il mondo occidentale hanno cominciato a riconsiderare le proprie politiche di intervento.
Nel Gennaio del 1973 il New York City Police Department mise in atto un programma di recupero ostaggi che includeva non solo l’uso di armi e squadre d’intervento specializzate ma anche agenti addestrati come negoziatori (Bolz e Hershey, 1979; Schlossberg, 1980).
Il successo nella progettazione e gestione di questo programma, ottenuto dallo psicologo della Polizia Harvey Schlossberg e dal Capitano della stessa Frank Bolz, catturò l’interesse del Federal Bureau of Investigation. L’F.B.I. creò quindi la SOARU (Special Operations and Research Unit), con sede presso l’Accademia a Washington D.C. I membri di questa unità si occupano di ricerca e formazione dei negoziatori per conto dell’Agenzia. Ogni distaccamento dell’F.B.I. ha almeno un agente speciale addestrato come negoziatore. La SOARU svolge anche corsi di formazione per le Forze Statali e quelle Locali.
Dal 1973 l’impiego di questi agenti specializzati è costantemente aumentato in tutti gli Stati Uniti.

 

© Lo strumento della negoziazione nelle situazioni di crisi. – Dott. Gabriele Candotti

Le indagini difensive: Conclusione

Le indagini difensive: Conclusione

Su autorizzazione dell’autrice Dott.ssa Chiara Vercellini, tratto da http://www.psicologiagiuridica.com/

Il presente lavoro ha mostrato che l’introduzione nel nostro ordinamento, dell’articolo 7 della legge n° 397/2000, oltre a sancire l’ingresso delle indagini nel lavoro della difesa, offrendo un quadro normativo di riferimento, modifica le competenze in capo ai consulenti tecnici delle parti private, attribuendo loro la possibilità di intervenire direttamente e attivamente nella fase delle indagini. Il consulente psicologo, quindi, ha dinnanzi a sé nuove opportunità, che prevedono una preparazione teorica e tecnica in linea con i compiti che la legge gli affida.

Dalla letteratura di riferimento, inoltre, si evince che la psicologia ha diverse possibilità di intervenire e di contribuire negli aspetti pratici dell’investigazione. Tanto per citare qualche esempio, si può pensare alla decodificazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, o alle controversie generate dalla problematica interpretazione delle dichiarazioni di minorenni in casi di violenze sessuali. In questi casi, è evidente che una preparazione tradizionale, di tipo strettamente giuridico, non sarebbe, da sola, sufficiente; mentre sarebbe ragguardevole un’adeguata preparazione nelle discipline e tecniche psicologiche.

Partendo da questo presupposto, è stato esaminato uno fra i maggiori contributi che la ricerca psicologica e gli studi sulla comunicazione hanno fornito al diritto e alle investigazioni, cioè la psicologia della testimonianza.

Nell’ambito dell’acquisizione di informazioni, infatti, è necessario considerare tutti quei processi psicologici inerenti all’elaborazione, al mantenimento e al recupero di un ricordo, nonché i possibili errori a cui può andare incontro un individuo nella rievocazione degli eventi. Infatti, ciò che un teste ricorda, non è solamente la descrizione dell’evento a cui ha assistito, ma è piuttosto l’interpretazione che il soggetto ha dato all’evento al momento della codifica. Inoltre, l’esistenza di messaggi non verbali, la possibile contraddittorietà tra parole, sentimenti e atteggiamenti, le patologie della comunicazione, sono tutti elementi che ridimensionano e influenzano la certezza della prova testimoniale. Oltre a ciò, gli studi del settore dimostrano che la deposizione di un teste, che crede di essere sincero, non necessariamente corrisponde a verità, poiché sono molti i fattori che possono, talora, interferire sul suo ricordo e fargli riferire circostanze che egli reputa vere, mentre non lo sono.

Chi ascolta una deposizione, di conseguenza, deve avere la consapevolezza non solo di questo meccanismo automatico di interpretazione, che fa sì che il racconto del testimone sia influenzato, oltre che da ciò che ha visto, anche da conoscenze e convinzioni precedenti all’evento, ma anche di tutti quei meccanismi, di cui si è parlato, che influiscono sulle varie fasi della memoria e della rievocazione. Avere coscienza di ciò permette di sviluppare delle strategie, che costituiscono le basi per le moderne tecniche di intervista, per acquisire le informazioni dal testimone.

Non va sottovalutata, inoltre, l’importanza dell’aspetto relazionale, inteso come l’insieme di quei fattori che facilitano la comunicazione e, quindi, l’espressione dei contenuti. L’esperto che raccoglie una testimonianza deve essere in grado di instaurare una relazione positiva con il testimone, facendolo sentire a proprio agio e favorendo una partecipazione attiva ed un ascolto empatico, sia che si tratta di adulti, sia che, a maggior ragione, si tratta di minori.

Considerando tutti questi fattori, è stato evidenziato il ruolo e sono state specificate le capacità che il consulente tecnico psicologo possiede e che possono costituire un indispensabile ausilio al lavoro investigativo della difesa.

In conclusione, per dimostrare questa tesi, è stato presentato un caso pratico in cui il ruolo dell’esperto si è rivelato determinante per la difesa dell’ assistito.

 

 

©L’assistenza del consulente psicologo alle indagini difensive dell’avvocato: l’esame testimoniale – Dott.ssa Chiara Vercellini

 

 

Vedi anche gli articoli sulla menzogna su:

Studio Castello Borgia

Scuola di Formazione in Psicologia

 

 

Le indagini difensive: il ruolo dello psicologo

Le indagini difensive: il ruolo dello psicologo

Su autorizzazione dell’autrice Dott.ssa Chiara Vercellini, tratto da http://www.psicologiagiuridica.com/

La strategia della linea di difesa può essere illustrata sfruttando alcune teorie psicologiche di riferimento. Diverse ricerche mostrano come i pregiudizi nascano facilmente e creino le condizioni per una loro realizzazione. Ad esempio, G. W. Allport, nel 1954, pubblicò un ampio volume dal titolo “La natura del pregiudizio”, nel quale esaminò il problema, fornendo una delle opere più complete sull’argomento. Una delle conclusioni a cui lo studioso giunse, implica che il gruppo dominante di una società spesso ha delle idee stereotipate riguardo ad una porzione minore della popolazione e si comporta di conseguenza. Inoltre, facendo riferimento alle teorie di Watzlavick (1976), si evince che è possibile considerare la realtà in due modi: la realtà fenomenica, che riguarda la realtà delle cose e delle persone suscettibile di convalida sperimentale, ripetibile, verificabile e confutabile; e la realtà sociale, che riguarda i giudizi valutativi che attengono alle persone e ai rapporti tra di esse. I meccanismi cerebrali (per esempio, conformità, suggestione, identificazione, reciprocità, contrasto percettivo, pregiudizio, ecc.) se, da un lato, facilitano l’interazione sociale, dall’altro filtrano il giudizio e creano il fraintendimento verso i comportamenti nostri e altrui, falsificando, modificando e creando ex novo i segnali da cui si traggono le inferenze (Rossi, 2005). Infatti, da diversi studi, emerge che l’interpretazione del mondo è diversa per ognuno, poiché ogni individuo legge e spiega la realtà secondo schemi personali (De Cataldo, Gulotta, 1996).

Nel caso in esame, l’incarico dato al consulente psicologo fu quello di osservare e indagare l’ambiente in cui ebbe luogo la vicenda. A tal fine, interrogò due persone molto vicine alla famiglia dell’imputato e che lo conoscevano a fondo da molti anni. Lo scopo di queste testomonianze fu quello di raccogliere informazioni relative al contesto in cui viveva l’uomo; descriverne il carattere, gli atteggiamenti, le abitudini e i modi di fare; capire l’origine delle accuse nei suoi confronti e permettere di effettuare un confronto fra gli stili di vita delle persone dentro e fuori al “clan”.

La prima persona che venne sentita fu un’amica di lunga data dell’indagato. Ella lo descrisse in maniera molto caratteristica, specificando che, anche a causa della sua passione verso il mondo dell’arte, egli fosse, da sempre, attratto “dal bello”e che questa passione si traducesse, spesso, in apprezzamenti anche nei confronti di giovani adolescenti, tant’è che, sovente, ci scherzavano sopra (“Guarda che se continui così, penseranno che sei un pedofilo!”). Quando si trattò di approfondire le circostanze di accusa, la signora confermò il fatto che questa persona, effettivamente, giocasse molto spesso con i bambini e si relazionasse a loro usando molto la dinamica del contatto fisico, ma che il tutto era assolutamente innocente, poiché era una caratteristica tipica del suo carattere e i giochi si svolgevano sempre sotto gli occhi di tutti, non in luoghi appartati o nascosti. Spiegò, inoltre, come nacque il “contagio” di idee e sospetti nei confronti dell’uomo. Fu in grado di farlo poiché, non solo conosceva profondamente lui, ma frequentava anche le persone che avevano fatto partire la denuncia. La sua idea era che il fraintendimento fosse nato a causa del comportamento molto esuberante dell’uomo, che contrastava con i comportamenti e i modi di fare a cui erano abituate le altre persone. Inoltre, permise di ridimensionare anche alcuni fatti, poiché presente ad essi. Ad esempio, non era vero che i bambini fecero il bagno completamente nudi. Semplicemente, essendo estate, faceva molto caldo, e i ragazzini si tolsero le magliette per giocare più liberamente. Il secondo teste interrogato dal consulente della difesa era un’altra amica storica dell’assistito. Lei raccontò le origini del “clan”. Alla nascita della primogenita dell’uomo, anche le altre coppie di amici cominciarono ad avere bambini e, per esigenze di lavoro, cominciarono a ritrovarsi e guardarsi i figli a vicenda. Da qui, vista la concezione molto liberale e aperta dell’uomo verso la famiglia (che comunque teneva sempre nella più grande considerazione e rispetto), la nascita del “clan” fu quasi automatica, anche perché i membri appartenevano tutti allo stesso ambiente e alla stessa cultura. Le cose cominciarono a cambiare intorno al 2003, quando avvennero le prime separazioni e i primi divorzi fra i membri del “clan”, con il conseguente ingresso nel gruppo di persone “estranee”.

Per cui, mentre il lavoro dell’avvocato si indirizzò maggiormente sui fatti, le indagini dello psicologo si concentrarono sulle testimonianze e permisero di:

  • delineare gli aspetti del carattere e dei comportamenti dell’indagato;
  • capire quali potessero essere i risvolti psicologici del comportamento dell’uomo e le reazioni ad esso;
  • capire il modo di ragionare e di guardare la realtà delle persone esterne al “clan”;
  • evidenziare il pregiudizio delle persone; 
  • proporre indagini allargate ai diversi contesti di riferimento e scandagliarne le diverse culture;
  • effettuare un confronto fra i due diversi ambienti di appartenenza delle perone implicate nei fatti;
  • indagare il fenomeno sociale che c’era dietro, confrontando l’ambiente familiare più “alternativo” da un lato e l’ambiente familiare più “tradizionale” dall’altro, 
  • capire se le persone, che vivevano una determinata situazione, fossero a conoscenza anche dell’altra realtà;
  • dimostrare che non si trattò di menzogna vera e propria, ma di una diversa lettura della realtà, che portò a dichiarare quello che si pensò fosse accaduto, visto con le lenti della cultura di riferimento;
  • chiarire le dinamiche del “contagio” rispetto alle voci sul presunto abuso;
  • trovare possibili spiegazioni alternative alla denuncia, legate al clima di paura, timori e sospetto che si respirava in quel periodo, alla luce dei contemporanei fatti di cronaca; – spostare l’attenzione non tanto sul fatto in sé, quanto sul contesto in cui il fatto si inseriva; – ricontestualizzare tutta la vicenda.

 

 

 

 

 

© L’assistenza del consulente psicologo alle indagini difensive dell’avvocato: l’esame testimoniale – Dott.ssa Chiara Vercellini

 

 

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L’esame testimoniale: la strategia delle indagini difensive

L’esame testimoniale: la strategia delle indagini difensive 

Su autorizzazione dell’autrice Dott.ssa Chiara Vercellini, tratto da http://www.psicologiagiuridica.com/

La strategia difensiva attuata, era improntata sul cercare di ricostruire l’ambiente familiare dell’imputato, le sue attività, il suo carattere e il suo modo di relazionarsi con gli altri, sia bambini che adulti, al fine di ridimensionare i fatti in oggetto. 

L’ipotesi di fondo era che l’accusa fosse nata sia dal fraintendimento degli atteggiamenti dell’uomo, generatosi a causa dei diversi ambienti culturali di provenienza delle persone implicate nella vicenda, sia dai pettegolezzi che ruotavano intorno alla sua figura.

In particolare, le persone che erano entrate in contatto con il “clan” (i nuovi partner) nell’ultimo periodo, sostenevano di aver sempre avuto il sospetto che l’uomo avesse delle tendenze pedofile, a causa del fatto che, in occasione degli incontri e delle feste, trascorreva gran parte del tempo con i bambini, e a causa del suo modo di comportarsi con loro (contatto fisico, ecc). 

In più, il suo atteggiamento, molto “aperto”, poteva aver generato delle confusioni, poiché si discostava molto dal modo di comportarsi degli altri adulti, appartenenti e non, al “clan”.

 

 

 

 

© L’assistenza del consulente psicologo alle indagini difensive dell’avvocato: l’esame testimoniale – Dott.ssa Chiara Vercellini

 

 

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L’esame testimoniale dalla teoria alla pratica: un caso

L’esame testimoniale dalla teoria alla pratica: un caso

 

Su autorizzazione dell’autrice Dott.ssa Chiara Vercellini, tratto da http://www.psicologiagiuridica.com/

 

Si esaminerà, adesso, quale può essere, in concreto, la consulenza che lo psicologo può fornire all’avvocato in sede di indagini difensive, in virtù della sua specifica preparazione e delle teorie di riferimento, prendendo spunto da un caso reale.

 

Il caso

Il caso in oggetto ha luogo in una grande città del nord Italia. Si tratta di difendere un uomo dall’accusa di presunto abuso sessuale nei confronti di minori. 

La persona indagata è un uomo sposato, con tre figlie (due in età scolare e una molto piccola) ed è molto conosciuto nella sua città, dove è assiduo frequentatore degli ambienti artistici. Questa persona ha un carattere molto particolare. Viene descritto, da tutti coloro che lo conoscono, come estremista e provocatore, a tal punto da suscitare l’insorgere di polemiche in diverse occasioni. Un’altra delle sue caratteristiche è la particolare concezione, molto aperta, che ha della famiglia. Infatti, frequenta assiduamente diversi amici e conoscenti con le rispettive famiglie, tutte persone che appartengono al suo ambiente lavorativo, al punto tale da creare un vero e proprio “clan”, che racchiude il suo e tutti questi altri nuclei familiari.

L’organizzazione di questa “famiglia allargata” è caratterizzata da continue frequentazioni reciproche, dalla partecipazione ad eventi più o meno mondani e dall’organizzazione di varie feste e gite tutti insieme. Anche gli altri nuclei sono composti da coppie con figli di età simile alle figlie del presunto abusante, tant’è che, sovente, tutti i bambini si ritrovavano per giocare o fare il bagno tutti insieme, sempre, però, sotto la responsabilità di un adulto. A questo gruppo di ragazzini, spesso, si aggregavano le compagne di scuola della primogenita dell’uomo e in molte occasioni era proprio quest’ultimo ad occuparsi della sorveglianza dei bambini, giocando sempre con loro e, come modalità di relazione, prediligeva il contatto fisico. Quindi, li prendeva in braccio, giocavano a far la lotta, li abbracciava, ecc. Insomma, dimostrava un comportamento e degli atteggiamenti molto simili e in sintonia con quelli dei bambini, a tal punto che, spesso, egli stesso veniva definito dai conoscenti come “un bambinone.

Anche durante lo svolgimento delle feste, l’uomo passava parecchio tempo in compagnia dei piccini, divertendosi con loro.

Tutta la vicenda ha inizio fra il 2004 e il 2005. Le compagne di scuola della primogenita dell’uomo che frequentavano la sua casa, avevano conosciuto anche tutti gli altri bambini figli degli amici di famiglia, ma non facevano parte del “clan” di cui si è parlato prima. Appartenevano, cioè, ad un mondo e ad una cultura diversi.

Accadde che, un giorno, una di queste bambine, raccontando ai genitori le attività di gioco fatte a casa dell’amica, narrò che avevano fatto il bagno tutti insieme e parlò anche di alcuni “toccamenti”, da parte del papà dell’amichetta. La madre, preoccupata, ne parlò con delle amiche e tutte insieme si recarono in un centro specializzato per l’abuso e il maltrattamento dei minori, dove le operatrici dissero loro che era probabile che la bimba avesse frainteso la situazione, poiché conoscevano la famiglia in questione e ne conoscevano le abitudini molto “aperte”. In parte tranquillizzata da ciò, la signora decise di non intraprendere nessuna azione legale, ma preferì diminuire la frequenza delle frequentazioni della figlia a casa della compagna di scuola, cercando, inoltre, di fare in modo che, nelle occasioni di incontro, ci fosse sempre anche un altro adulto presente, oltre all’uomo. La vicenda sembrava chiusa qui. 

Tuttavia, nel marzo 2007, la primogenita dell’indagato cambiò scuola, cambiando, di conseguenza, compagni e giro di amicizie. Le vecchie compagne, però, la ricordavano ancora e un giorno, durante l’intervallo, parlando con una maestra, cominciarono a raccontare, dei tempi trascorsi a casa dell’amica, tirando nuovamente in ballo i famosi “toccamenti”, ad opera del papà della ragazzina, che sarebbero accaduti mentre giocavano, studiavano o dormivano. A questo punto, la maestra fu costretta denunciare il fatto. 

Si deve aggiungere, inoltre, che molte delle coppie del “clan”, più o meno nello stesso periodo, divorziarono o si separarono, e i genitori rimasti soli cominciarono a frequentare dei nuovi partner, che però erano esterni a quell’ambiente e non ne condividevano il particolare stile di vita.

 

 

 

 

 

© L’assistenza del consulente psicologo alle indagini difensive dell’avvocato: l’esame testimoniale – Dott.ssa Chiara Vercellini

 

 

Vedi anche gli articoli sulla menzogna su:

Studio Castello Borgia

Scuola di Formazione in Psicologia

 

Esame testimoniale: scoprire le menzogne tramite il comportamento non verbale

Esame testimoniale: scoprire le menzogne tramite il comportamento non verbale

Su autorizzazione dell’autrice Dott.ssa Chiara Vercellini, tratto da http://www.psicologiagiuridica.com/

L’analisi degli indizi non verbali e paralinguistici è un altro metodo per tentare di scoprire chi mente.

Per esempio, il Facial action coding system, ideato dallo psicologo Paul Ekman, è un sistema che rivela i cambiamenti dell’espressione mimica in relazione a differenti contrazioni e distensioni dei muscoli facciali, basandosi sugli studi che sostengono che esistono combinazioni compatibili con la verità e combinazioni compatibili con la menzogna.

Riguardo ai segnali paralinguistici, si può notare che fu lo stesso Freud ad indicare che, talvolta, il fenomeno del lapsus può essere indicatore di menzogna, mentre Jung sfruttò il metodo delle libere associazioni nell’investigazione. Altri indicatori possono essere il tono di voce, l’accentuazione, il ritmo del discorso e simili (Rossi, Zappalà, 2005).

Il comportamento non verbale, invece, comprende la mimica facciale e corporea, la direzione dello sguardo, l’aspetto fisico, la postura, la gestualità, i movimenti del corpo.

Esso esprime molto più facilmente la “verità” interiore, poiché è impossibile scegliere arbitrariamente tutti i gesti che si compiono, poiché questi vengono espressi in modo diretto, spontaneo ed involontario (Lavorino, 2000).

È possibile, quindi, affermare che il comportamento non verbale “non mente” ed un osservatore attento può, attraverso i gesti, decidere se le parole possono essere più o meno attendibili (Gulotta, 2008, Rossi, Zappalà, 2005).

Sebbene i segnali indicanti che un soggetto sta mentendo varino da persona a persona, attraverso recenti studi e molteplici ricerche, è stato possibile stilare una lista di quelli che sono gli indici di menzogna, che si concretizzano in:

 

  • diminuzione: dello sguardo verso l’interlocutore, dei movimenti delle mani e delle dita (se il soggetto deve compiere uno sforzo cognitivo per mantenere la coerenza delle risposte), dei movimenti di piedi e gambe (se i movimenti rallentano e si irrigidiscono perché le domande poste sono sempre più specifiche e implicano un maggior impiego del canale cognitivi) 

 

  • aumento dei sorrisi, dei gesti di adattamento, dei toccamenti delle labbra, dei toccamenti del colletto (eterosessuali), dei toccamenti delle dita (donne e omosessuali), della sudorazione delle mani, dello stato di agitazione, dei movimenti delle mani e delle dita (se il soggetto è nervoso per la paura di essere scoperto), dei movimenti di piedi e gambe (se individuo è teso e scarica la tensione con il movimento di tali arti), dei movimenti delle braccia, dei movimenti del corpo (Gulotta, 2008). Si deve anche sottolineare che le possibilità di smascherare una persona che sta mentendo aumentano se è stato possibile esaminare anticipatamente il normale stile comunicativo sincero del soggetto in questione. Per fare ciò, è possibile, eventualmente, porre una serie di “domande test” (la cui risposta si sa per certo essere vera), al fine di avere un parametro di confronto (Lavorino, 2000).

     

 

 

© L’assistenza del consulente psicologo alle indagini difensive dell’avvocato: l’esame testimoniale – Dott.ssa Chiara Vercellini

 

 

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Studio Castello Borgia

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Esame testimoniale: scoprire le menzogne tramite le risposte fisiologiche

Esame testimoniale: scoprire le menzogne tramite le risposte fisiologiche

 

Su autorizzazione dell’autrice Dott.ssa Chiara Vercellini, tratto da http://www.psicologiagiuridica.com/

 

Sicuramente lo strumento più conosciuto per rilevare le menzogne, analizzando le risposte fisiologiche, è il poligrafo, o macchina della verità, uno strumento che registra i cambiamenti fisiologici (frequenza del respiro, pressione arteriosa, battito cardiaco e sudorazione).

Esso non rileva direttamente la menzogna, ma solamente segni di alterazione neurovegetativa e cambiamenti fisiologici prodotti in maniera principale dalle emozioni.

Altri strumenti sono: il Voice stress analyzer, che rivela i cambiamenti della voce umana in relazione ad una maggiore tensione delle corde vocali in corso di stress emotivo e che sono compatibili con la menzogna; la Rilevazione termica del viso (effettuata con una speciale telecamera che riprende le immagini termiche del viso), che si basa sull’evidenza che mentire modifica la circolazione del sangue del viso, facendo affluire più sangue nelle zone perioculari, cosa non rilevabile ad occhio nudo; e la P300, un software collegato ad elettrodi che analizza, tramite algoritmi aritmetici, le memorie pregresse di un soggetto durante un interrogatorio. 

Queste strumentazioni, tuttavia, sono poco utilizzate in ambito giudiziario ed i loro risultati, di norma non vengono presentati nelle aule di tribunale, dove, peraltro, non sarebbero comunque ammessi, poiché considerati troppo fallaci ed a rischio di “falsi positivi”, cioè possono segnalare una menzogna anche quando si sta dicendo la verità, ma si è comunque emotivamente alterati per altri motivi.

 

 

 

 

 

 

© L’assistenza del consulente psicologo alle indagini difensive dell’avvocato: l’esame testimoniale – Dott.ssa Chiara Vercellini

 

 

 

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