Personal Branding in Italia ricerca di Viadeo

Il Personal Branding in Italia: ricerca di Viadeo

In Italia il concetto di Personal Brand è ancora poco conosciuto, molti intorno a questo concetto creano confusione e contraddizioni, non sapendo che il Personal Branding non comprende solo la cura della persona, ma è un percorso da intraprendere, che parte dall’analisi delle caratteristiche individuali e sviluppa la progettazione di un piano strategico di marketing e comunicazione, volto a promuovere capacità, competenze per garantire un vantaggio competitivo della persona.

In una ricerca curata da Ambito 5, agenzia specializzata in strategie di social media e di engagement nel Web 2.0, in collaborazione con Viadeo[1], uno dei più importanti social network professionali, effettuata a Settembre 2011 su 23 opinion leader e blogger si mette in evidenza quanta confusione ci sia intorno al concetto di Personal Branding in Italia:

  • il 39% degli intervistati pensa che il Personal Branding sia un lavoro
  • il 28% una sfida
  • il 17% una disciplina da studiare
  • il 13% una definizione usata a sproposito
  • il 3% pensa che sia altro

Figura 2. Ricerca Viadeo.

I risultati della ricerca inoltre ribadiscono l’importanza di avere un’ottima reputazione online, di comunicare in modo efficace le proprie competenze e di creare un network di relazioni affidabili. Per i 23 blogger, il personal branding funziona:

  • il 78% degli intervistati crede che i blogger italiani non siano abbastanza attenti

al loro personal branding;

  • il 61% degli intervistati ritiene che una buona reputazione online (web reputation) sia un fattore fondamentale per un blogger;
  • il 61% degli intervistati indica che il personal branding è decisamente utile per trovare lavoro;
  • il 65% degli intervistati afferma che il personal branding è determinante nell’aiutare le aziende a valutare i candidati.

La ricerca evidenzia inoltre che il personal branding è molto efficace per:

  • aumentare le proprie opportunità di crescita professionale;
  • avere più visibilità e credibilità nel proprio settore;
  • allargare il proprio network di conoscenze;
  • ottenere vantaggi nei rapporti con i brand e con le aziende.

Concludendo, dai dati di questa ricerca risulta quindi che il tema del Personal Brand è ancora poco trattato e conosciuto in Italia e che numerose sono le persone che, pur conoscendolo, lo accostano a concetti diversi. Da notare il fatto che comunque tutte le risposte, nonostante non rispecchino la definizione corretta, possano essere riconducibili al tema: per i soggetti che mirano a differenziarsi e mostrare i propri valori aggiunti è sicuramente una sfida e in quanto processo e strumento analitico-strategico è da ritenersi una disciplina da studiare.

Il Personal Branding è uno strumento davvero utile per differenziarci dagli altri e per mettere in risalto le nostre competenze ed esperienze, è un modo efficace per far percepire agli altri tutta la nostra unicità, ma allo stesso tempo è un tema che deve essere ancora ampliamente trattato in Italia e bisogna inoltre dimostrarne la validità in quanto strategia ormai praticamente indispensabile per chi opera e vuole posizionarsi al meglio nel mercato del lavoro, soprattutto in una società sempre più attenta alle dinamiche del web 2.0.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

[1]   Ricerca tratta dall’articolo di Sorchiotti T. Il Personal Branding secondo Viadeo e gli esperti italiani disponibile all’indirizzo: http://www.personalbranding.it/tag/viadeo/

La nascita del Personal Branding

La nascita del Personal Branding

L’imprenditore Tom Peters (guru del marketing statunitense), CEO dell’azienda FastCompany[1] ed autore dell’articolo “The brand called YOU” ha parlato per la prima volta di Personal Branding nel 1997, intendendo con questa terminologia, l’arte di saper costruire il proprio Brand ossia la marca personale.

Peters afferma:

Qualsiasi sia la mia estrazione sociale o età, io sono di fatto il presidente, amministratore delegato e responsabile Marketing dell’azienda chiamata “Io Spa”. La mia reputazione e la mia credibilità si definiscono tramite la qualità del mio lavoro attuale e passato e determinano la qualità del mio lavoro futuro.”[2]

Nel manifesto di quello che si sta affermando come qualcosa di più del rinnovamento del coaching tradizionale, Peters evidenziava i cambiamenti nelle carriere professionali, proponeva di nominarsi amministratori dell’azienda “Io spa” e suggeriva l’unico modo di emergere in un mondo dominato dai brand: trasformarsi in un marchio a propria volta e utilizzare strategie di promozione simili a quelle adottate da CocaCola, Nike e Apple. Il Brand non riguarda dunque solo le imprese, ma anche le persone, indipendentemente da chi sono e che tipo di lavoro svolgono. Non importa l’estrazione sociale o l’età, la mia reputazione e la mia credibilità si definiscono tramite la qualità del mio lavoro attuale passato e determinano la qualità del mio lavoro futuro.

Il personal branding è una pratica che da molti anni, anche incosapevolmente, tutti hanno provato ad applicare.

Peters fa l’esempio dei pionieri americani, i padri pellegrini, che basavano la loro strategia di sopravvivenza su tre principali risorse:[3]

  • competenza: la loro specifica capacità. Analizzare e valorizzare le caratteristiche e le attitudini della propria persona producendo valore sul mercato;
  • visibilità: farsi notare dalla folla e non dipendere da nessuno, spiccare dalla massa attraverso strategie comunicative coordinate sia online che offline;
  • networking: avere una rete di contatti, aiutarsi e seguire gli stessi valori. Essere coerenti con la propria personalità, empatici, aperti al dialogo e allo scambio in modo da farsi conoscere e creare una propria rete di contatti con cui interagire.

Questi sono i tre veri pilastri del personal branding. Un personal brand forte ed empatico si costruisce attraverso originalità e unicità: è necessario orientare l’individuo verso valori positivi e coerenti ad ogni livello, per farlo bisogna che condivida le proprie risorse e instauri un dialogo costruttivo con gli altri.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

[1]  FastCompany è un magazine diventato leader mondiale grazie al focus editoriale unico in materia di innovazione nella tecnologia, economia etica, leadership e design. Scritto per gli imprenditori più innovativi, Fast Company e FastCompany.com cercano di ispirare i lettori e gli utenti a pensare oltre i confini tradizionali per creare il futuro del business. Nasce nel novembre del 1995 grazie a Alan Webber e Bill Taylor, due editori della rivista di management Harvard Business Review. Tratto dal sito www.fastcompany.com

[2] Traduzione di una parte dell’articolo “The Brand called You”, disponibile all’indirizzo http://www.fastcompany.com/28905/brand-called-you tratta dal libro di centenaro e Sorchiotti Personal

Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità Hoepli 2013 pag.8

[3]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013 pag. 9

Cosa non è il Personal Branding

Cosa non è il Personal Branding

Dopo aver definito cos’è il fenomeno del personal branding, è bene chiarire gli errori più comuni nella definizione di tale fenomeno.

Luigi Centenaro[1] ha individuato 4  miti sul personal branding che vale la pena sfatare.

1.Il personal branding è quello che diciamo noi di noi stessi.

Le persone tendono a fidarsi molto di più delle esperienze e dei racconti dei clienti precedenti che delle dichiarazioni autopromozionali. In generale, le opinioni spontanee sono molto più efficaci di qualsiasi cosa possiamo affermare sui nostri servizi o prodotti. Il personal branding non è uno status che possiamo chiedere, ma ci viene conferito dagli altri sulla base della nostra comunicazione.

2.Fare personal branding significa dare un’immagine esagerata o falsa di sé.

I consumatori moderni non si fanno abbindolare, in Rete infatti è difficile promettere senza mantenere: basta farsi un giro sul web per scovare casi di persone o aziende che hanno ingannato gli utenti rovinandosi così la reputazione.

3.Il personal branding è una questione di ego.

Il termine ego è riconducibile ad un individuo arrogante, scorretto e pieno di sé. In verità tutti abbiamo un ego, ma un buon personal brand lo mette da parte concentrandosi soltanto sullo sviluppo della sua reputazione nel medio e lungo termine: il valore più importante che abbiamo, quello per cui la gente ci conosce ancora prima di stringerci la mano. Nessuno metterebbe in discussione l’importanza della reputazione, ma in qualche modo, per qualcuno, il concetto di personal brand è slegato da esso.

4.Il personal branding è solo per le star.

Le star tengono in considerazione il loro brand più di ogni altra cosa: si differenziano, si rendono visibili e curano nei dettagli la loro comunicazione. Oggi, con internet, le celebrità sono sempre più disponibili ad aprirsi e a rendersi fruibili dai loro fan, guadagnando nuove occasioni per la loro carriera e visibilità. Ma allo stesso tempo, tutti hanno potenzialmente l’opportunità di diventare delle micro-celebrità, aggregando intorno a loro un pubblico che, anche se minimo, può offrire grandi opportunità.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1] Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013 pp. 21-23

Brand personale e brand aziendale

Brand personale e brand aziendale

Richard Branson, fondatore della Virgin, ha detto:

“Un brand è molto più di un nome o di un logo: è una promessa ed un contratto con ogni cliente con il quale hai a che fare”.

Tra il brand personale e il brand aziendale vi è una sorta di conflitto.

Il brand personale deriva dal nostro modo di fare le cose, ogni singolo passo si ripercuote sul nostro brand, la fiducia dei clienti sta alla base di tutto, come la capacità di regalare emozioni all’utente e la capacità di essere sempre cordiale e soddisfacente è la chiave del successo per un professionista del web.

Il brand aziendale invece spesso è molto più vecchio di noi e decisamente più ricco di storia ed esperienza. Questo è sostenuto da grandi progetti di marketing e da numerosi professionisti che lavorano in team. In questo caso il discorso è diverso perché la chiave del successo non è stabilire un rapporto amichevole con il cliente, in quanto il rapporto che si viene a creare non è persona-persona, ma azienda-persona.

Per spiegare meglio la differenza di questi due brand, facciamo ora una distinzione tra un brand personale, costruito intorno a temi che non riguardano l’azienda e che quindi non crea conflitto e uno che appartiene alla stessa categoria dell’azienda che potrebbe invece creare conflitto. Questo per spiegare che l’azienda è fatta di persone e l’insieme dei brand personali vanno a costituire il brand aziendale.

Il web 2.0 ha dato voce alle persone dentro e fuori l’azienda, le persone vogliono parlare con le persone, i dipendenti sono già sul web sociale prima ancora di entrare a lavorare nell’azienda, quindi i brand personali dei dipendenti in un certo senso umanizzano l’azienda trasmettendo agli utenti dei valori. Un forte brand personale di un dipendente è motivo di prestigio per l’azienda.

Il personal branding, spingendo alla specializzazione, stimola il lavoro in team favorendo la complementarietà tra colleghi rispetto alla competizione interna ed è utile anche in azienda dove spesso è correlato alla sviluppo di carriera o alle persone in cerca di lavoro. Può accadere che lavorando in un’azienda alcune vendite siano concretizzate grazie a noi, perchè il cliente si fida di noi e della reputazione che abbiamo, ancora prima di quella dell’azienda.

Tutti abbiamo un brand personale anche se non ne siamo consapevoli e i social media lo amplificano. È vero anche, che avere un brand coerente ed efficace ci permette di raggiungere obiettivi personali e professionali più soddisfacenti.

Per tutti questi aspetti a mio parere quindi, il brand personale concorre a determinare il brand aziendale, proprio perchè il brand aziendale è fatto dalla somma dei singoli brand dei dipendenti.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

Self Brand e Personal Brand

Self Brand e Personal Brand

Spesso il concetto di Personal Brand viene confuso con quello di Self Brand. Per spiegarne la differenza Alessandra Colucci, consulente e docente in brand care, durante la prima edizione del Personal Branding Day 2012, ha affrontato queste tematiche affermando:

“Sino a qualche tempo fa, il concetto di self brand era riconducibile esclusivamente all’interpretazione e alla personale rielaborazione che l’individuo- consumatore, compie nell’utilizzo delle marche in modo da sentirsene rappresentato ed esprimendo una parte di sé attraverso di esse (nonché contribuendo così alla costruzione delle marche stesse veicolando i loro valori): tale concetto è basato sul fatto che il prosumer elabori la propria propensione all’acquisto e i suoi comportamenti di consumo tenendo conto delle marche maggiormente assimilabili al proprio universo valoriale, dunque alla percezione che ha e che vuol dare del sé.”

“Oggi il concetto di self brand si estende anche alla veicolazione del sé come una marca, inserendo l’individuo stesso tra i brand che esso interpreta, rielabora e istintivamente esprime: non più semplicemente le grandi marche come veicolo delle proprie caratteristiche, del proprio sistema valoriale, ma il raggiungimento di un mix di brand e atti comunicativi altamente strutturato e personalizzato. A ciò sommando la maggiore conoscenza e capacità di utilizzo in autonomia dei mezzi di comunicazione (soprattutto web based) che permettono di “pubblicizzare” il proprio sé, si ottiene una evoluzione del concetto di self brand come primo passo istintivo volto alla costruzione di un personal brand, con cui sovente il self branding è confuso.”

“Per ottenere un personal brand è necessaria un’analisi delle caratteristiche della persona in questione, del proprio contesto e scenario di riferimento per poi trasformare tale consapevolezza rispetto alle sue capacità, competenze e valori in obiettivi e costruire attorno a essi un piano strategico volto al loro raggiungimento, piano che comprenderà attività di marketing e comunicazione implementabili attraverso l’utilizzo coerente di un certo numero di strumenti: nulla di diverso rispetto al corporate branding se guardiamo esclusivamente al processo da attivare. 

Attraverso tale percorso strategico si otterrà un personal brand carismatico qualora l’individuo verrà percepito come coerente e riconoscibile, se acquisirà visibilità nel proprio mercato di riferimento mettendo in evidenza la propria unicità.”[1]

La Colucci afferma quindi che il self brand e il personal brand sono da considerarsi due approcci ben distinti: il primo basato sull’utilizzo delle marche corporate per rappresentare il proprio stile, sull’improvvisazione e su atti comunicativi istintivi e discontinui; il secondo risultante dall’applicazione di metodo e creatività, frutto di un accurato lavoro di analisi, dello studio del proprio contesto di riferimento e della costruzione di strategie specifiche, strettamente connesse con gli obiettivi definiti e sempre coerenti tra loro.

Il concetto di self brand si estende anche alla veicolazione del sé come marca. La confusione parte dal fatto che la persona viene inserita tra i brand che esso interpreta ed esprime. Quindi non sono più le grandi marche che veicolano le proprie caratteristiche e valori, ma vi è il raggiungimento di un mix di brand e atti comunicativi in maniera strutturata e personalizzata. I mezzi di comunicazione moderni, in particolare i social media, permettono di pubblicizzare il proprio sé e questo porta ad una evoluzione del concetto di self brand fino alla costruzione di un personal brand.

Per ottenere un personal brand è necessaria un’analisi delle caratteristiche della persona in questione, del proprio contesto e scenario di riferimento per poi trasformare tale consapevolezza rispetto alle sue capacità, competenze e valori in obiettivi e costruire attorno ad essi un piano strategico volto al loro raggiungimento, piano che comprenderà attività di marketing e comunicazione implementabili attraverso l’utilizzo coerente di un certo numero di strumenti.

Attraverso tale percorso si arriverà ad avere un personal brand carismatico: l’individuo acquisirà visibilità nel proprio settore e mercato di riferimento, mettendo in evidenza la propria unicità e specializzazione.

 

[1]    Definizioni tratte dall’articolo di Admin Self brand: le definizioni degli esperti disponibile all’indirizzo:

http://www.personalbrandingday.com/2012/07/10/self-brand-le-definizioni-degli-esperti/

 

 

 

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Marketing personale, self marketing e personal branding

Marketing personale, self marketing e personal branding

 

Anche se usati spesso come sinonimi, esistono delle differenze tra self marketing, personal branding e personal marketing.

Il self marketing può essere inteso come l’insieme di tutte quelle attività di comunicazione, online ed offline, volte a promuovere sé stessi nell’ambito della propria professione e carriera lavorativa.

Il personal branding, invece, riguarda sostanzialmente la propria reputazione personale ed il modo in cui si è visti nel proprio mercato di riferimento.

Il personal marketing, quindi, è il processo attraverso il quale una persona definisce la propria strategia per posizionarsi in modo distintivo sul mercato soprattutto nell’ambito della sua professione e carriera lavorativa. È l’applicazione della metodologia, dei principi, delle tecniche e degli strumenti del marketing alle persone nell’ambito del loro lavoro e delle loro attività professionali. Nel processo del personal marketing si definiscono in passi successivi di analisi:

  1. Chi sono (competenze, conoscenze, personalità)

2. Che cosa offro (prestazioni, servizi, know how)

3. A chi mi rivolgo (clienti, aziende, partner, associazioni, community)

4. Perchè dovrebbero preferire me (value proposition)

Dunque il personal marketing rappresenta la parte più strategica, il self marketing la parte più operativa ed il personal branding la risultante delle attività intraprese e quindi il sistema di misurazione e di valutazione dei risultati.

 

 

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Cos’è il Personal Branding

Cos’è il Personal Branding

Se prendiamo la definizione di Wikipedia:

“L’espressione personal branding (mutuata dalla lingua inglese) indica la capacità di promuovere se stessi, al fine di essere gradito o comunque appetibile nei confronti di una comunità di consociati, con modalità simili a quanto avviene in campo economico, con i prodotti commerciali.  A differenza di altre discipline di miglioramento personale, il personal branding suggerisce di concentrarsi oltre che sul valore anche sulle modalità di promozione.”[1]

Secondo Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti, i primi in Italia ad occuparsi di personal branding:

“Fare Personal Branding significa impostare una strategia per individuare o definire i tuoi punti di forza e comunicare in maniera efficace cosa sai fare, come lo sai fare e perché gli altri dovrebbero sceglierti”. [2]

In altre parole, la propria personalità in Rete può essere considerata come un brand e gestita come tale.

Non esiste una definizione univoca di Personal Branding, ma è possibile definire tale fenomeno come la capacità, di ognuno di noi, di fare marketing di sé stesso, in un contesto dove con la parola Brand non si intende più il brand aziendale, ma personale, ossia l’insieme di tutto ciò che le persone dicono, provano e pensano sulla persona e sui servizi offerti nei vari contesti di vita; in sostanza come si viene percepiti dagli altri e come la propria personalità può essere gestita e considerata in rete come un brand.

Il personal branding si riferisce alla persona contrapponendosi all’idea di massa e sottolineando l’unicità dell’individuo. Allo scopo di sviluppare il proprio personal brand, è importante conoscere bene sé stessi per essere poi in grado di comunicare efficacemente con gli altri, al fine di sviluppare una prima impressione positiva; in questo modo si potranno influenzare a proprio favore le scelte delle persone con cui ognuno di noi interagisce.

Oggi i social media amplificano il potenziale del nostro brand personale: per la facilità di accesso, per la facilità di utilizzo e per la vastità di pubblico.

Ma cos’è il brand in generale?

Il brand è identità, ovvero il primario strumento di differenziazione tra offerte sul mercato; identità che si costruisce e si mantiene nel tempo attraverso un sistema di coerenze. Il brand non è il logo o il marchio, ma l’idea che risiede nella mente dei clienti; è quindi una peculiarità intangibile del prodotto, ma non per questo di poco valore.

L’obiettivo dell’attività di branding è quella di aumentare il valore percepito da parte del pubblico, garantendo contemporaneamente la qualità ed il prestigio di quanto offerto.

Allo stesso modo il personal branding è quel processo che crea nella mente dei possibili clienti l’idea che sul mercato non esista un’altra persona che possa fornire un servizio o un prodotto come noi. L’idea è quella di rappresentare un concetto unico e irripetibile nella mente del proprio cliente e di fare in modo che quando avrà una specifica esigenza saremo le sole persone a venirgli in mente. Il brand non è altro che un prodotto con una personalità e i concetti alla base del personal brand sono: rilevanza, esclusività e specificità.

 

[1]   Definizione disponibile all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Personal_branding

[2]   Centenaro L. primo personal branding strategist in Italia e fondatore del PersonalBranding.it. Sorchiotti T. digital e creative strategist, lavora sulla comunicazione online, sullo sviluppo del brand e sulla progettazione di ecosistemi digitali. Definizione tratta dalla pagina Personal Branding disponibile all’indirizzo: http://www.personalbranding.it/personal-branding-online/

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

Il personal Branding Introduzione

Il personal Branding: Introduzione

La comunicazione interpersonale e virtuale attraverso i social network oggi, gioca un ruolo fondamentale per il proprio successo personale e professionale.

Viviamo in un’epoca in cui siamo in continua comunicazione con gli altri e le relazioni sono diventate sempre più delle connessioni online. La diffusione del web e dei social media ha reso indispensabile forti competenze e abilità comunicative per poter comunicare efficacemente.

Saper gestire la propria comunicazione, saper interagire con gli altri in modo efficace e riuscire a interloquire con tutti sono le chiavi per il successo professionale e il benessere personale.

Oggigiorno si vuole migliorare e perfezionare la capacità comunicativa attraverso una comunicazione strategica per agevolare il raggiungimento dei propri obiettivi, in quanto diventa sempre più necessario fare marketing di sé stessi differenziandosi dagli altri.

La strategia del Personal Brand nei social network si basa proprio sulla definizione dei nostri punti di forza e sul riuscirli a comunicare in  modo efficace ponendosi alcune domande: Cosa so fare? Come lo so fare? Quali sono i miei punti di forza e cosa offro? Perchè sono migliore o diverso dai miei concorrenti?

Il Personal Branding è un processo utilizzato da coloro che sono in cerca di lavoro o vogliono cambiare impiego, coloro che hanno una libera professione, coloro che vogliono portare il lavoro ad un livello di eccellenza e coloro che hanno un’attività professionale da sviluppare.

Le molteplici opportunità attualmente disponibili, sia per la trasmissione delle informazioni che per l’intermediazione e l’interazione, hanno dato vita all’era del Web 2.0, uno stato della continua evoluzione del World Wide Web.

L’uso dei social media per il lavoro e per la propria reputazione è ormai una necessità che non è più riservata solamente alle aziende, ma è soprattutto destinato agli individui: i veri protagonisti del web e della nostra epoca interconnessa.

Nell’economia digitale del web moderno, le interconnessioni tra le persone sono infinite, le informazioni disponibili sono globali e con un assortimento molto ampio, ma allo stesso tempo sono poco controllate o controllabili.

Internet oggi offre molte possibilità per ottimizzare e far conoscere il proprio brand: permette di controllare la diffusione della propria immagine online, grazie appositi strumenti; per tutelare la propria immagine e la propria brand identity e per ottenere contatti lavorativi, si attua un vero e proprio social networking dove ogni persona ha una propria rete sociale. Per social networking si intende il ricostruire e sviluppare, a scopo di business o di svago, una rete sociale online tramite gli strumenti digitali come i social, aggiungendo amici, clienti o colleghi e condividendo con loro svariate tipologie di informazioni. Un utente può compilare un suo profilo personale, aggiungere dei contenuti multimediali e decidere cosa condividere e come interagire con gli altri partecipanti alla rete, soprattutto in vista di una possibile assunzione lavorativa, in quanto i social network, come Facebook e Linkedin danno la possibilità di “diventare amico” di agenzie e aziende con le quali altrimenti non si sarebbe venuti a conoscenza nella vita offline.

Il personal branding quindi è la reputazione che noi ci creiamo sul web, tutto quello che facciamo con Internet, sui social network, sui forum e i valori che comunichiamo tramite il web e che servono a dare una bella immagine di noi online.

Oggi, infatti, oltre al curriculum classico, ci sono altre opportunità lavorative che ci offre la rete ovvero un curriculum in progress, che è ciò che la rete dice di noi e che viene verificato in quanto le nostre competenze e abilità possono venire effettivamente e realmente constatate.

Come dice Luigi Centenaro[1], il primo in Italia ad occuparsi di Personal Branding, ora il nostro curriculum è Google, in quanto digitando il nostro nome emerge tutto quello che abbiamo scritto, fatto, creato e condiviso in Rete e questo ha un effetto concreto su cosa e come la Rete parla di noi. Quindi, bisogna gestire bene il proprio profilo digitale, bisogna fare anche pulizia di stati e post incoerenti con i nostri valori perchè il web è una presentazione di noi stessi, soprattutto per quelle persone che lo usano come strumento lavorativo.

La decisione di affrontare nell’elaborato un tema pressochè nuovo e ancora poco conosciuto in Italia, come quello del Personal Branding, nasce dal desiderio di coniugare due interessi, il primo per le risorse umane, che deriva dalla mia precedente formazione triennale in Psicologia del lavoro e il secondo per il marketing, la comunicazione e i social media.

Nell’elaborato si vuole comprendere e successivamente analizzare il funzionamento in chiave teorica e pratica del fenomeno del Personal Branding.

Il capitolo uno e due approfondiscono il tema in chiave teorica: nel capitolo uno si cerca di spiegare in dettaglio cos’è il Personal Branding e quali vantaggi permette di raggiungere; nel secondo viene invece approfondito il personal brand in funzione ai social network che ci permettono di creare il brand di noi stessi.

L’ultimo capitolo analizza invece in chiave pratica tre esempi di Personal Branding: tre analisi qualitative di cui una ricerca sulle differenze di genere di un gruppo di 30 utenti di Linkedin per indagare le strategie utilizzate  per costruire, tutelare e promuovere la propria immagine e posizione professionale online; e due studi di caso sull’uso efficace dei social media di due donne e blogger italiane che si sono affermate in breve tempo nel panorama internazionale, Clio Make up e Chiara Ferragni. Queste due personalità si sono ampliamente confermate nel mondo online come nella vita offline e hanno avuto successo con il proprio brand personale, sinonimo del fatto che, se si rispettano le leggi base della Rete, qualsiasi business si può affermare con successo.

[1] Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

L’economia, risultato della biologia umana

L’economia, risultato della biologia umana

Il normale valore della temperatura corporea umana è considerato di 36,5°. Questo valore ci farà sempre provare un generale stato di benessere.

..MA..

Se questo 36,5° aumenta vertiginosamente fino a raggiungere un 39,9°, non sorprendetevi se state male. Il nostro corpo sta vivendo una condizione molto distante dai valori di salute, e avvisa del pericolo con sensazioni di dolore.

Questo semplice esempio ci fa capire come il nostro organismo regoli in ogni istante un gran numero di condizioni, come la temperatura corporea, la quantità di ossigeno e di anidride carbonica, l’acidità del pH e la pressione arteriosa. Si tratta dei parametri che decidono il benessere o la sofferenza del nostro corpo tramite precisi valori. Questi valori devono ricadere sempre in un intervallo, detto omeostatico, per cui l’organismo risulta in uno stato di piena salute.

La naturale ricerca dei giusti intervalli biologici ha permesso alla specie di riconoscere i bisogni primari, come la fame, la sete, il riposo ecc. Questa ricerca ha da sempre utilizzato mezzi esterni per soddisfare le varie necessità e garantire l’omeostasi. Questi particolari strumenti sono offerti infatti dall’ambiente che ci circonda: là fuori abbiamo sempre trovato del cibo, dell’acqua e luoghi da vivere. Funziona così da milioni di anni; sia la singola cellula che gli organismi complessi hanno provveduto ai loro bisogni primari all’interno di un ambiente che offre la possibilità di farlo. Soprattutto, più qualcosa ci assicura la sopravvivenza più acquisisce importanza per la nostra vita.

Nel corso dell’evoluzione ogni specie animale è riuscita a distinguere le diverse necessità e perciò a dare loro differenti priorità. Antonio Damasio, celebre ricercatore e divulgatore scientifico, propone il concetto di valore biologico per definire il modo in cui si investe l’ambiente di importanza rispetto le esigenze interne. Un tipo di cibo, ad esempio, poteva assumere un valore biologico maggiore rispetto ad un altro in quanto più nutriente ed energetico. Si tratta di una consapevolezza, la quale ci rende istintivamente capaci di individuare all’esterno ciò che può assicurarci di star bene e vivere a lungo.

..MA..

Cosa c’entra l’economia con tutta questa roba biologica ed evoluzionistica!? Il parallelismo proposto sembrerà strano, eppure è affascinante.

Nel marketing, più un prodotto è difficile da ottenere più il suo prezzo sale. Si tratta di una semplice logica sull’importanza che un oggetto può assumere nell’interesse collettivo. L’attribuzione di un prezzo è la maniera simbolica per distinguere la quantità disponibile del prodotto e il bisogno di possederlo. Di solito, quando entriamo in un negozio diamo una rapida occhiata ai prodotti e di norma compriamo quelli più adatti ai nostri bisogni immediati. L’economia ha funzionato sempre così; un costante rapporto fra domanda e offerta, fra investimenti e risorse.

Allo stesso modo, anche la regolazione biologica ha sempre dimostrato un meccanismo molto simile: il più importante “valore” viene sempre attribuito agli aspetti ambientali che sono stati più utili per provvedere ai propri bisogni e “restare vivi”. Si può pertanto immaginare il valore biologico come la valuta ufficiale della sopravvivenza.

Tale meccanismo sembra inoltre riflettere molto bene una delle più complesse difese freudiane, l’Intellettualizzazione. Il termine si riferisce alla naturale propensione dell’uomo a teorizzare le proprie esperienze emotive nel difficile tentativo di controllarle. Ciò può significare che il bisogno umano di creare delle scienze sia stato sempre motivato dalla forte necessità di controllare le proprie emozioni. Esiste la fisica per conoscere meglio i terremoti o le glaciazioni; esiste la matematica per gestire meglio le quantità di viveri senza sprecarle; esiste l’ingegneria per avere rifugi sicuri e resistenti senza il timore che crollino; esiste la medicina per vivere sempre di più e non aver paura della morte.

Ecco, il valore biologico rende non solo l’economia, ma ogni dottrina scientifica, nient’altro che il risultato di un’inconscia intellettualizzazione dei primordiali bisogni della natura umana.

©  Porfiri Gian Luca

La PNL nella pubblicità

 La PNL nella pubblicità

 

 Le agenzie e gli operatori pubblicitari hanno utilizzato il ricalco delle strategie sin dalla nascita stessa della pubblicità (anche se probabilmente non ci hanno mai pensato).
Esaminiamo, per esempio il seguente annuncio pubblicitario, parafrasato quasi parola per parola da un periodico a grande diffusione:
Quando compro mi piace chiedere molte cose. In questo modo mi posso sentire sicuro di aver visto tutte le scelte e di fare davvero la migliore di esse. Il prodotto X ha la qualità migliore tra quanti ne ho visti….
La strategia di chi fa un’affermazione del genere è chiaramente:
 
 Si tratta essenzialmente di una strategia di raccolta di informazioni, nella quale la persona fa delle domande, osserva gli esemplari del prodotto che le vengono mostrati e quindi li valuta cinesteticamente in base alla qualità richiesta dalla sua strategia di decisione.
Naturalmente, questo annuncio sarebbe stato adeguato, in qualche misura, per chiunque avesse condiviso una siffatta strategia.
Una strategia, che ricalchi una diversa strategia di acquisto potrebbe avere invece, pressappoco questa forma:
“Quando compero non amo sentirmi soggetto a pressioni. Se vedo qualcuno presentarmisi con tutte queste dubbie ostentazioni, dico subito a me stesso: “E chi ne ha bisogno?”, e me ne vado al più presto.
Ma la ditta X non ha mai chiesto di mettersi addosso dei lustrini. Fa una buona impressione vedere della gente che fa davvero le cose sul serio.
Posso dire in piena coscienza: “ Sa come si trattano i clienti……”. 
Questa dichiarazione ricalcherebbe una strategia con andamento:
In questa strategia si ricevono impressioni da ciò che si vede e quindi si fa una valutazione verbale che porta direttamente al risultato.
Poiché vi sono varie strategie di acquisto, un efficace approccio pubblicitario si basa sulla scoperta delle categorie strategiche più generali e diffuse, e sulla creazione di un annuncio che segua passo per passo l’andamento di ciascuna di esse.
La pubblicità di maggior successo si rivolge per lo più a tutti i Sistemi Rappresentazionali, ponendo in genere l’accento su uno o due di essi a secondo della natura del prodotto.
Il risultato essenziale che qualsiasi tipo di pubblicità vuole ottenere, è quello di predisporre delle ancore manifeste o coperte, che leghino il prodotto alle motivazioni e alle strategie d’acquisto dei consumatori, in modo che le ancore stesse, vengano innescate non appena i potenziali compratori entrino nel contesto in cui si vende quel certo prodotto.
Per questo motivo è importante inserire nell’annuncio alcuni segnali visivi o uditivi, che siano anche presenti nell’ambiente degli acquisti.
La partecipazione del pubblico all’annuncio (il coinvolgimento di chi vede/ ascolta), ottenuta mostrando ciò che l’osservatore vedrà con i suoi occhi o udrà sulla scena, fissa delle valide ancore associative al prodotto e all’ambiente del mercato.
Un altro punto importante, che la pubblicità spesso trascura, è di far sapere che cosa deve fare per acquistare il prodotto, dandogli istruzioni esplicite su dove andare e come procurarselo.
Anche l’adattamento al proprio vocabolario, al dialetto o alle espressioni idiomatiche della tradizione culturale della popolazione alla quale è rivolto l’annuncio pubblicitario, è un mezzo assai valido, spesso divertente, cui possono ricorrere gli incaricati delle vendite e gli operai pubblicitari.
Per esempio, John Grinder è stato consultato recentemente sul commercio dei fiori di una impresa, il cui principale obiettivo di mercato erano i fiorai, un mestiere per il quale è necessaria un’acutissima sensibilità olfattiva non comune nella massa della popolazione. Tra le varie raccomandazioni fatte per estendere a nuove zone l’attività del reparto vendite, l’autore consigliò di inserire nelle preposizioni per la pubblicità e la vendita, un assortimento di espressioni idiomatiche e termini relativi ai fiori, e di predicati olfattivi.
Sarebbe stato un piacevole modo di impedire che il rapporto appassisse e di assicurare un sano rigoglio, e anche di fornire un ambiente fresco, fertile e soddisfacente al fiorire della creatività degli addetti alle vendite e alla crescita del loro morale.
I termini del linguaggio dei fiori che è facile trapiantare nella conversazione quotidiana possono essere: profumo, rigoglioso, appassire, gemma, sfogliare, ibrido, fioritura, inaridirsi, effimero ecc..
In quasi ogni campo d’attività e di affari possiamo disporre di vocabolari specializzati, come questo dei fiori, da cui la comunicazione può trarre notevole vantaggio.