Reputazione online-offline

Reputazione online-offline

Si definisce reputazione la considerazione di cui un soggetto gode all’interno della propria società di riferimento. Nell’affrontre questo concetto quindi è necessario richiamare le relazioni con la propria comunità di riferimento, poiché se non ci fossero le altre persone con le quali ci relazioniamo e interagiamo non si potrebbe parlare della considerazione che gli altri hanno di noi.

Allo stesso modo in cui si parla di relazioni instaurate a livello del mondo reale se ne può parlare per il web che può essere definito anche come social web, poiché mediante i blog, che offrono la possibilità di commentare, i social network che costituiscono vere e proprie reti sociali in cui mantenere le relazioni e la condivisione di contenuti, internet diventa uno spazio di socializzazione nel quale gli utenti interagiscono fra loro. Ecco perché si può parlare di reputazione online. [1]

In un mercato in cui le informazioni circolano liberamente, non ha senso presentarsi diversamente offline e online: bisogna essere coerenti, promettere ciò che si riesce a mantenere, così da creare clienti soddisfatti, che saranno i primi a mettere in moto il passaparola positivo. Questi clienti possono poi essere utilizzati come ambasciatori del proprio brand anche online. Si deve essere presenti sui principali social network solo se si ha la volontà di mettersi innanzitutto in ascolto attivo, e di partecipare alle discussioni ed evitare di spingere con messaggi promozionali e risultare in questo modo troppo aggressivi e poco credibili.

Ma la reputazione online influenza quella offline?

La reputazione è un aspetto importante da tenere sotto controllo per fare in modo di essere ben accetti ed integrati nella società di oggi. Seppure ci diamo da fare per essere credibili e professionali, spesso può accadere che la reputazione venga intaccata da quella online, sia positivamente, ma soprattutto, negativamente.

A tal proposito si, la reputazione online influenza molto quella offline: bisogna stare attenti a curarle entrambe, perchè spesso sono strettamente interconnesse.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

 

[1]   Intervento di Marta Severo, docente all’università di Lille del 16 Aprile 2014  sul web Monitoring al corso di sociologia della comunicazione multimediale

 

Identità personale e identità sociale: il concetto del Sé nella Rete

Identità personale e identità sociale: il concetto del Sé nella Rete

Identità personale e identità sociale interagiscono tra loro: possiamo immaginarci il nostro Sé come una struttura, una rappresentazione mentale in cui le informazioni individuali concorrono alla formazione della nostra rappresentazione, mentre le informazioni di carattere sociale e culturale ne costituiscono gli aspetti più esterni. Ma esiste anche una rappresentazione di noi stessi che proponiamo, o meglio recitiamo agli altri, come una rappresentazione teatrale. Tale concetto fu proposto originariamente dal sociologo canadese Erving Goffman:

“La società non è una creatura omogenea, ma un insieme di palcoscenici in cui rappresentiamo noi stessi in modo diverso.”[1]

Goffmann parlava di una molteplicità del sé: l’individuo riesce a gestire e a cambiare una pluralità di self multipli e fluttuanti in quanto prodotti non da una qualche attività psichica, ma dagli eventi e dagli scenari sociali nei quali agisce.

Sia online che offline possiamo immaginare due estremi di un continuum lungo il quale l’individuo sente la propria identità: ad un estremo il sentimento di identità è fortemente influenzato dalla consapevolezza che l’individuo ha di appartenere ad un determinato gruppo, l’identità sociale; all’altro i sentimenti di identità appaiono in rapporto ad un’esperienza profonda di riflessione su di sé, sulla propria storia, sulle proprie speranze e progetti a cui si associano linee d’azione fondate su esigenze di coerenza personale, l’identità personale.

Ma identità personale non significa una rappresentazione elaborata al di fuori del rapporto sociale o un’identità privata, non tangibile agli altri: se il soggetto vuole la può esprimere, per cui anche di essa si può studiarne la struttura. Le forme di riconoscimento sociale consentono la formazione dell’identità personale dell’individuo sul piano cognitivo, l’individuo interiorizza l’immagine che gli viene rimandata dagli altri, la interpreta, la accetta, la modifica o la rinnega, elaborando attivamente un’autodefinizione.

L’identità sociale e quella personale sono due concetti non totalmente distinti del Sé, che  lavorano insieme per dare significato all’identità: l’appartenenza a categorie sociali o l’inserimento in ruoli sociali comporta un significato personale e tali appartenenze entrano nella concezione di Sé.

Dunque il web, con l’avvento dei social media, non è più il luogo dell’anonimato e della libertà assoluta, che porta a nascondere l’identità, ma il luogo della responsabilizzazione etica sul Sé, dove di fronte a tutti, i soggetti si prendono in prima persona la responsabilità di quello che sono e che vorrebbero essere. Basti pensare a Facebook, la piattaforma nella quale l’utente si deve registrare con il proprio nome e cognome e non con alias o nickname astratti che non lo identificano.

Prima di Goffmann[2] gli interazionisti simbolici avevano parlato di soggettività in quanto fenomeno sociale che si sviluppa attraverso una relazione nell’ambiente sociale di riferimento. Herbert Mead[3] parlava non tanto del soggetto in sé, ma del suo essere in relazione con gli altri: l’agire sociale è un problema di comunicazione ed il Sé emerge come autocoscienza nei termini dei rapporti con gli altri e degli altrui atteggiamenti valutativi. Il soggetto adotta comportamenti in base a quelle che sono le aspettative del contesto in cui è inserito, assolvendo un ruolo nell’interazione con gli altri.

Una rete sociale è costituita da un qualsiasi gruppo di persone collegate tra loro da legami sociali, di diversa entità, dalla conoscenza occasionale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari e parentali. Pertanto, in base ai teorici delle reti sociali la società è vista e studiata come rete di relazioni, più o meno estese e strutturate, che così ne costituiscono la trama sociale. Il soggetto nei social network è un attore sociale che non può non comunicare e non interagire con gli altri. Proprio dall’ipotesi interazionista deriva che la stessa identità e il comportamento di ciascun soggetto sono la risultante dell’interazione con gli altri, e vale a dire delle azioni e dalle reazioni (feedback) poste in essere dai soggetti comunicanti.

La struttura delle reti sociali non è immutabile: i legami tra i diversi attori possono cambiare nel tempo e questa evoluzione si può modellare e spiegare come funzione di effetti strutturali e delle caratteristiche degli attori: i primi sono meccanismi endogeni e quindi interni dei social network (ad esempio le regole implicite, non scritte dei diversi social media), le seconde forze esterne dipendenti dalle caratteristiche specifiche degli attori coinvolti.

Gli esseri umani sono creature uniche a causa della loro abilità di usare simboli, diventano specificatamente umani attraverso l’interazione e la società pertanto consiste nell’insieme di persone che sono impegnate in interazioni simboliche, le emozioni sono centrali rispetto ai significati, al self e alla condotta e l’azione sociale deve essere considerata l’unità fondamentale dell’analisi sociale.

Una rete sociale è sempre in stato di dinamica tensione per via del cambiamento dei significati. I membri della rete possono avere una concezione diversa della struttura e del loro network: la rete è una risorsa cognitiva e negoziata, è influenzata ed influenza la condotta della persona.

L’interazione interpersonale, come quella faccia a faccia, nei social media avviene a diversi livelli sulla base delle diverse situazioni in cui ci troviamo, vi sono quindi tante cornici interattive in ognuna delle quali rappresentiamo diverse sfaccettature del nostro Sé. Nel concetto del Sé sono infatti comprese anche immagini ipotetiche di noi stessi, che si desidera realizzare o evitare in base a quello che vogliamo presentare di noi: su LinkedIn ad esempio presenteremo l’aspetto più professionale e serioso di noi, mentre su Facebook o Instagram quello più libero e spontaneo.

Nelle varie piattaforme sociali i soggetti mostrano la sfera più esterna del proprio Sé, molte volte quella più superficiale e meno personale. Per dare una buona impressione di sé, le persone controllano il proprio comportamento in modo che sia appropriato al contesto e conforme alle norme situazionali implicite. Ma quello che emerge nella presentazione del Sé in Rete, che ci fa differenziare e rendere unici nei social network, è quella parte del sé che ci distingue l’uno dall’altro, possiamo chiamarlo il “fattore X”. Si tratta di quel quid in più che aiuta a definire una strategia di Personal Branding online. Il self individuale emerge dai modi in cui il soggetto si immagina che gli altri lo percepiscano e lo giudicano. In tal modo il soggetto esercita su di sé anche una specie di controllo sociale poiché deve valutare ininterrottamente la portata dei giudizi e delle reazioni altrui ai propri atti.

Quello che oggi sembra accadere è che le interazioni sui social network sostituiscono le interazioni faccia a faccia. Infatti la maggior parte delle persone utilizza questi mezzi per mantenere relazioni sociali già esistenti e solo in minima parte per crearne di nuovi. In questo senso, l’utilizzo dei Social Network ha più che altro la funzione di integrazione e non di rimpiazzo.

L’avere un profilo sui social network è regolato e motivato dalla ricerca di consensi, che danno l’opportunità di definire sé stessi e modulare la propria autostima che si definisce come rapporto, ossia come distanza tra sé percepito e sé ideale. Più si riesce a livellare e quindi a far diminuire questa distanza, più il nostro senso di autostima sarà integrato e meno bisognoso di consensi.

All’interno di Facebook è possibile trovare molto spesso persone che tendono a dare un’immagine idealizzata di sé o a costruire un vero e proprio falso sé cibernetico, ovvero un modo di essere e di rappresentare se stessi in maniera molto diversa dalla vita reale. Si parla di una rappresentazione di sé fittizia che va per così dire a coprire il vero sé, quegli aspetti di personalità più autentici e spontanei dell’individuo. Una sorta di maschera, come direbbe Goffman[4], un far finta che potrebbe essere tipico degli attori quando recitano una parte, oppure di quei soggetti che cercano di impersonare atteggiamenti e comportamenti di un tipico ideale estetico.

Tutto questo può avvenire nella vita reale, ma è assolutamente più semplice in quella virtuale, dove l’interfaccia del monitor crea una struttura difensiva naturale per nascondere la propria immagine corporea. Quando l’immagine corporea emerge nella rete è molto spesso distorta o selezionata con solo alcune informazioni personali, foto e video, proprio per assecondare un personale ideale estetico. Questa tendenza è tanto più vera quanto più ampia è la discrepanza tra ciò che si è nella vita reale e ciò che viene rappresentato nella realtà virtuale.

Concludendo, in linea con il pensiero interazionista simbolico di Mead[5], il soggetto appare come riflesso della sua immagine negli altri: centomila relazioni che producono centomila personalità in Rete all’interno dei diversi social media, come nelle diverse dinamiche quotidiane. Siamo obbligati ad esibire un self non perché realmente lo possediamo, ma perché obbligati dalla società a comportarci come se l’avessimo. I ruoli sociali, le rappresentazioni, i luoghi culturali, sono funzionali a trasmettere l’impressione che vi sia un’immagine ultima e definitiva che gestisce tutto: l’identità. Secondo Goffman[6], che estremizza il pensiero di Mead[7], il Sé non è il risultato di un processo esclusivamente interno all’individuo, ma scaturisce dalla scena della sua azione. Il Sé viene costruito all’interno di cornici (frames) meta-comunicative, è un effetto drammaturgico della rappresentazione teatrale della vita.

La pervasività delle nuove tecnologie nelle quali l’uomo del XXI secolo è ormai immerso, hanno modificato la percezione non solo della realtà in cui egli vive, ma anche l’essenza della sua unicità: la sua identità. Quest’ultima è stata plasmata a misura d’uomo virtuale, adattata alla fenomenologia della Rete e riscritta sullo schermo di un computer, perdendo la propria fissità e fisicità per esprimere, libera dai vincoli del corpo, i suoi molteplici Sé.

L’ipotesi generale vede Facebook come un contesto non anonimo, che presenta forti livelli di ancoraggio con la realtà offline, in cui gli utenti adottano comportamenti comunicativi riflessivamente orientati alla presentazione di sé e alla gestione delle proprie reti sociali in termini di pubblico/audience. Con vissuto intendiamo il frame che incornicia l’esperienza e la rende comunicabile e condivisibile con gli altri. La self presentation rappresenta una componente essenziale del vissuto comunicativo[8] in un social network come Facebook. Basti pensare al fatto che una volta iscritti, la prima operazione consiste nel costruirsi un profilo e questo richiede innanzitutto un dire di sé che passa attraverso i contenuti base di descrizione del soggetto e si estende ai post condivisi e alla propria rete relazionale.

Facebook si è radicato profondamente nell’esperienza quotidiana, familiarizzandoci a una presentazione di sé rivolta a un’audience, quindi non abbiamo a che fare con una condizione di rappresentazione senza pubblico e senza attenzione, non siamo in una condizione in cui la rappresentazione non comporta né responsabilità, né coinvolgimento, ovvero non diciamo al mondo chi siamo senza doverne in qualche modo  rendere conto. I sé di Facebook sembrano essere identità desiderabili socialmente che gli individui aspirano ad avere anche offline, ma che non sono ancora stati in grado di interiorizzare per un motivo o per un altro.

Non si tratta quindi di concentrarci sull’autenticità o meno del sé, ma sul fatto che con Facebook abbiamo a che fare con un ambiente che rende possibile trattare le possibilità diverse del Sé, attraverso strategie differenti di gestione dell’identità. Ed in questo senso diventa chiaro quanto sia importante questa gestione nel tempo a partire dalle possibilità offerte dalla piattaforma nella sua evoluzione e, contemporaneamente, dall’evoluzione delle biografie dei singoli individui.

Le relazioni che si instaurano attraverso le attività comunicative nei diversi social network, servono ad autenticare l’identità e a portare il soggetto a raccordare la presentazione di sé alle proprie cerchie sociali, sia dal punto di vista della gestione dei contatti, sia dal punto di vista del tipo di contenuti da condividere o non condividere. In tal senso, l’investimento dell’utente sui suoi legami sociali sulle diverse piattaforme dipende dalla gestione dei contenuti.

I social network non sono quindi dei luoghi di simulazione anonima totalmente sganciati dalla realtà quotidiana.

 

 

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[1] Goffman E.,  The Presentation of self in everyday life. La vita quotidiana come rappresentazione teatrale,1959.

[2] Goffman E.,  The Presentation of self in everyday life. La vita quotidiana come rappresentazione teatrale,1959.

[3]  Mead, G. H., Mind Self and Society from the Standpoint of a Social Behaviorist, Edited by Charles W. Morris, Chicago: University of Chicago, 1934.

[4] Goffman E.,  The Presentation of self in everyday life. La vita quotidiana come rappresentazione teatrale,1959.

[5]   Mead, G. H., Mind Self and Society from the Standpoint of a Social Behaviorist, Edited by Charles W. Morris, Chicago: University of Chicago, 1934.

[6] Goffman E.,  The Presentation of self in everyday life. La vita quotidiana come rappresentazione teatrale,1959.

[7]   Mead, G. H., Mind Self and Society from the Standpoint of a Social Behaviorist, Edited by Charles W. Morris, Chicago: University of Chicago, 1934.

[8]    Boccia Artieri, Gemini 2004

Identità virtuale o digitale

Identità virtuale o digitale?

Definire virtuale la propria presenza sui Social Netwok (Identità virtuale o digitale) e, conseguentemente, le dinamiche che nascono, deresponsabilizza l’utente dall’essere consapevole ed autentico in quello che dice: condivide online perchè è solo virtuale. Ma nel web sociale non è così, anche se attraverso un filtro digitale ci si relaziona con persone vere che potrebbero essere ferite, offese, risentirsi o al contrario essere lusingate, gioire e provare empatia per quello che facciamo in Rete, è quel prefisso “social” che ce lo deve ricordare sempre.

Per il Personal Branding, poi, questa distinzione è fondamentale per rispettare quel principio di coerenza che è alla base del successo personale e professionale.

Non possiamo considerare la nostra presenza sui social network come qualcosa di diverso da quello che siamo e che vogliamo comunicare in tutti gli altri ambiti della vita, se lo scopo prefissato è farsi riconoscere ed emergere grazie alle caratteristiche che ci rendono unici; e non possiamo nemmeno pubblicare conoscenze e abilità che non abbiamo se competenza ed affidabilità sono alla base della nostra strategia di personal branding, perché potremmo essere smentiti online e ciò comprometterebbe la nostra reputazione.

In un mondo in cui vita digitale e vita analogica si stanno unendo sempre di più, in cui costruiamo e gestiamo la nostra rete sociale tanto offline quanto online, è fondamentale considerare la nostra identità digitale parte integrante di quello che siamo e che gli altri percepiscono di noi.

 

 

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Caratteristiche dell’identità e della comunicazione online

Caratteristiche dell’identità e della comunicazione online

Ciò che caratterizza gli ambienti virtuali e influiscono sulle modalità di comunicazione del sé possono essere:

  • l’anonimato, che si esplica nella possibilità di nascondere o modificare la propria identità. Tale condizione offre l’opportunità di sentirsi più disinibiti, meno vulnerabili, meno soggetti a giudizi altrui e di distanziarsi da sé stessi, guardandosi dall’esterno come spettatori del proprio sé messo in scena. E’ una sorta di presa di distanza da sé stessi, dalle parti di sé che si rappresentano, come se non fossero veramente le proprie;
  • la non visibilità: relazionarsi da dietro un monitor contribuisce a creare un clima di maggiore libertà espressiva, anche se questo, in alcuni casi, può creare un clima di incertezza, di ambiguità, di sfiducia, di sospetto;
  • la possibile mancanza di sincronicità: alcune forme di comunicazione, quali ad esempio le e-mail, offrono la possibilità di adattare a sé stessi i tempi di risposta. Ognuno può avere i suoi tempi di lettura, risposta, riflessione, possono dare risposte affrettate, impulsive che possono portare a pentirsi e quindi non essere in sincronia;
  • l’abbattimento delle differenze sociali: l’assenza di indizi visivi che possono indicare l’età, il sesso, lo status socioeconomico, l’abitudine diffusa a darsi del tu, la mancanza di un potere centrale all’interno della Rete, possono contribuire a ridurre le distanze sociali che non si annullano del tutto, ma si rimodellano in un nuovo assetto che si basa sull’esperienza dell’uso della Rete, sulle competenze in un particolare settore di discussione e sulle abilità di espressione per iscritto.

 

 

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Identità online-offline

Identità online-offline

 

L’immagine che le altre persone possiedono di noi non è altro che il riflesso che ciascun individuo vuole fornire al mondo sociale. Sostanzialmente quindi, ciascuna persona costruisce la propria identità sociale che mostra agli altri membri della società di riferimento, in base al modo in cui vuole apparire e vincolati dalle aspettative che gli altri nutrono su di noi.

Grazie ai media digitali e in particolare ai social media, le persone costruiscono sempre di più un’identità online che si affianca all’identità e alla reputazione offline.

L’identità personale si costruisce con i contenuti che le persone pubblicano direttamente nei profili nei social media o nei siti personali e si completa con i contenuti e le opinioni che altri utenti condividono online, pubblicamente o in forma anonima.

Proprio come avviene per le aziende, la qualità della reputazione personale che emerge, per esempio, da una ricerca per nome e cognome su Google, influenza le opportunità di lavoro, di collaborazioni professionali e di relazioni interpersonali. Per questo è importante monitorare e costruire una solida identità personale in Rete, attraverso una specifica attività di personal branding.

Con il personal branding si comunica in modo strategico l’identità di una persona, applicando gli stessi principi utilizzati per comunicare un brand aziendale. L’attenzione al personal branding quindi è fondamentale nei casi di diffamazione o di diffusione di falsità online.

La costruzione dell’identità online presenta alcune caratteristiche molto interessanti, che in parte la differenziano dai processi di costruzione dell’identità offline in termini sociali.

Online l’utente ha la possibilità di fare una scelta, ovvero può scegliere chi è e cosa lo caratterizza in modo più arbitrario rispetto al mondo offline, nel quale deve fare i conti con caratteristiche che non può cambiare e con dinamiche sociali e relazionali diverse. Nella sfera online l’assenza di una comunicazione non verbale (gestualità, prossemica, mimica facciale) impedisce l’esecuzione di un atto interamente involontario. Quest’assenza viene sostituita dalla presenza dei cosiddetti “smile =)”, che manifestano la comunicazione non verbale contestualizzandola con espressioni analoghe alla mimica facciale, utili nella comunicazione. Ma  questi non evitano fraintendimenti.

Il Web 2.0, ha trasformato gli utenti della Rete da consumatori in users, ovvero produttori e consumatori allo stesso tempo. Con il World Wide Web, l’identità corrispondeva all’anonimato perchè si accedeva alla Rete con un nickname caratterizzante, che quasi mai era riconducibile all’identità offline. La nascita prima dei blog, e poi della piattaforma Facebook invece, ha quasi interamente annullato questa linea di confine fra la vita online e la vita offline, portando il nome “reale” al centro della dinamica online, mescolando le due realtà, che ora tendono a sovrapporsi e a confondersi.

Facebook in particolare ha portato al cambiamento dell’identità intesa come “il Sé”. Il risultato è quindi quello di una realizzazione di un processo sociale che sembra collettivo, ma in realtà è individuale:

“Il ruolo più importante di Internet nella strutturazione delle relazioni sociali è il suo contributo al nuovo modello di socialità basato sul’individualismo. (…) Così non è Internet a creare un modello di individualismo in rete, ma è lo sviluppo di Internet a fornire un supporto materiale adeguato per la diffusione dell’individualismo come forma dominante di socialità. (…) L’individualismo in rete è un modello sociale, non una raccolta di individui isolati.” [1]

Fra le tante definizioni sociologiche, forse quella che si avvicina di più al concetto di identità qui descritto è quella di performatività, in analogia con la ribalta del sé (Goffman)[2] e in similitudine con la performance artistica. Spesso infatti, la costruzione dell’identità online coincide con una esposizione della migliore immagine che riusciamo a creare di noi stessi.

A tale proposito possiamo collegarci alla piattaforma Second Life: qui l’identità è interamente costruita ex novo, in un sistema fittizio di interazioni che simula in tutto e per tutto la vita reale, coinvolgendo nell’ambito della costruzione dell’identità online anche il problema dell’arbitrarietà del corpo in quanto tale, grazie alla possibilità di scegliere arbitrariamente le caratteristiche fisiche del proprio avatar e vivere, con il “nuovo” sé, una vita in tutto e per tutto simile a quella quotidiana, per la confusione totale e definitiva della dicotomia online-offline, reale-virtuale.

[1]   Castells, M., Internet Galaxy, Oxford: Oxford University Press, 2001 pp.129-130.

[2]   Goffman E., sociologo canadese, The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

 

 

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Personal Branding come oggettivazione di sé stessi in prodotto/brand

Personal Branding come oggettivazione di sé stessi in prodotto/brand?

 

Non dobbiamo pensare di metterci nei panni di un paio di scarpe o in quelli di succo di frutta, ma cercare di valorizzare i punti di forza e le unicità che abbiamo, consapevoli dell’effetto che hanno nella mente degli altri.

Un brand non è un grande marchio, ma è l’effetto e la percezione del grande marchio nella testa dei consumatori.

Viviamo in una società dell’immagine e siamo spesso disposti a rinnovare la nostra fiducia in prodotti più costosi dietro la promessa di valore che ci offre un marchio. Dobbiamo quindi sfruttare a nostro vantaggio caratteristiche e ideali che associamo alla nostra persona.

Di fatto la pratica di valutare e di etichettare una persona sulla base della prima impressione, fa parte delle abitudini di comportamento che  da sempre abbiamo, insite nella nostra cultura. Ma il personal branding non deve per forza portare alla spersonalizzazione e all’oggettivazione di noi stessi: tutti hanno un proprio marchio e ogni persona viene definita dagli interlocutori. Basti pensare ai soprannomi legati a qualità e caratteristiche personali. L’importante è riuscire a delineare il nostro brand prima che lo facciano gli altri per noi.

Assieme alla qualità dei contenuti e degli scambi serve costanza, probabilmente l’elemento più difficile per mantenere il proprio brand personale.

Di fondo ci deve essere un interesse reale dietro la scelta, la quale porterà a creare la strategia di promozione del brand: un blog, un account su LinkedIn o su altri social network, un profilo su Twitter, che può essere funzionale al nostro marchio.

La semplice presenza non è sufficiente a conquistare visibilità online: occorre partecipare in maniera attiva, portando valore alla Rete attraverso contenuti e commenti, cercando il dialogo con altre persone interessate e dalle quali spesso può nascere uno scambio costruttivo. Non si tratta di fare promozione in maniera tradizionale, ma di entrare in relazione e cercare un modo per aiutare realmente gli altri.

Se l’immagine personale è la somma dei tratti fisici, del corpo e dell’abbigliamento, il personal branding è la somma degli elementi interiori e intangibili, ed è per questo che se un personal brand è fatto in maniera coerente e costruttiva a livello professionale non cade nell’oggettivazione dell’individuo.

 

 

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L’inesorabile spersonalizzazione di sé stessi attraverso i social media

L’inesorabile spersonalizzazione di sé stessi attraverso i social media

Oggi, in un’epoca globalizzata, caratterizzata dal consumismo sfrenato e dal successo a tutti i costi, non conta più chi siamo realmente, non conta il valore dei nostri pensieri, dei sentimenti che proviamo, ma tutto si basa su come si appare fuori.

L’uso sempre più diffuso dei social media per promuoversi online, è quindi complice della spersonalizzazione dell’essere umano; essi minano fortemente l’identità reale dell’individuo, che nella Rete viene invece valorizzata e ampliata, dando voce al singolo sconosciuto, facendolo quasi sentire accettato sempre e comunque da tanti altrettanti sconosciuti.

I social network  infatti, spingono l’individuo a condividere pensieri, frasi, stati d’animo, foto e link di persone che potranno in linea generale avere un’opinione simile alla nostra, ma mai identica. Il pensiero collegato è rendere felice l’altra persona facendogli sentire la nostra presenza, la nostra accettazione. Quindi: 1 Like/1 mi piace significa accetto ciò che scrivi, ciò che pensi, quindi ti accetto.

Il problema vero che spiega questa inesorabile spersonalizzazione dell’essere umano è la realtà: sui social network non si pone, perchè ci sentiamo apparentemente capiti, accettati e felici, ma quando si incontra un amico nella quotidianità si parla, si discute, ci si confronta e diamo quindi valore a quella persona e alla relazione che si instaura, ci rendiamo conto che su facebook, twitter, instagram ecc. questo non avviene, non esiste. Esiste un profilo, esistono le foto che pubblichiamo, esistiamo come persone, ma collegate ad un sistema, al computer, a Internet che ci limita e vieta di instaurare rapporti e relazioni vere.

Sostanzialmente l’essere umano attraverso i social media si spersonalizza per non apparire com’è veramente e per non mostrare la sua vera personalità. Sui social non si può essere veramente sé stessi, non si può essere veramente capiti ed esprimersi per quello che si è; questo perchè il web non è il mezzo idoneo per fare tutto questo e quindi in tanti di noi si attua una lenta, ma inesorabile spersonalizzazione.

 

 

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Il Personal Branding come fenomeno sociale

Il Personal Branding come fenomeno sociale

La professione con le moderne tecnologie digitali, è fortemente influenzata da un’idea forse sbagliata della globalizzazione, quella di fare tutto in tempo reale, subito.

E’ importante invece fermarsi a riflettere e mantenere un giusto rapporto con la realtà per non spersonalizzare la professione e l’individuo che la svolge.

Il mercato del lavoro oggi richiede al professionista una vasta preparazione caratterizzata da specializzazioni in vari settori e perciò è necessario uno studio approfondito nonché,  un continuo aggiornamento.

E-mail e sms, se da un lato contribuiscono ad ottimizzare la fruizione di servizi, agire in tempo reale sulle tante opportunità che si manifestano, svolgere il lavoro in mobilità, dematerializzare e semplificare i processi burocratici, consentire il contatto continuo con i clienti, dall’altro pongono nuovi problemi in termini di spersonalizzazione del legame fiduciario tra il professionista ed il cliente, con conseguente supremazia dell’elemento organizzazione sull’elemento personale.

Oggi, nella società dell’informazione, dove le notizie corrono veloci, Internet consente di consultare, chiarire, trovare e scegliere, quindi dobbiamo farci conoscere, avere qualcosa di nuovo da dire, qualcosa di diverso da offrire, che faccia la differenza rispetto ai colleghi. In questo contesto non conta solo esserci, ma conta esserci al meglio perchè la concorrenza richiede di essere i migliori, i più veloci, i più moderni, i più efficaci. Il cliente si informa, valuta e sceglie quindi bisogna fare in modo che, a maggior ragione sul web, dove il primo contatto è impersonale, si fidino di noi e poi si fidelizzino.

Per molte persone la comunicazione digitale è divenuta un elemento centrale della propria attività, ma bisogna sapersi presentare. Crearsi nuove opportunità online è “gratis”, ma costa in termini di immagine, di reputazione, di perdita di clienti, vecchi e nuovi. Tutto ciò che mettiamo in Rete comincerà a viaggiare in modo infinito tra siti, utenti, messaggi e motori di ricerca. Bisogna fare attenzione dunque, prima di scrivere metterci la firma e la faccia, è utile ponderare bene a che pro e verso chi impostare una comunicazione che abbia un ritorno positivo.

 

 

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Personal Branding in Italia ricerca di Viadeo

Il Personal Branding in Italia: ricerca di Viadeo

In Italia il concetto di Personal Brand è ancora poco conosciuto, molti intorno a questo concetto creano confusione e contraddizioni, non sapendo che il Personal Branding non comprende solo la cura della persona, ma è un percorso da intraprendere, che parte dall’analisi delle caratteristiche individuali e sviluppa la progettazione di un piano strategico di marketing e comunicazione, volto a promuovere capacità, competenze per garantire un vantaggio competitivo della persona.

In una ricerca curata da Ambito 5, agenzia specializzata in strategie di social media e di engagement nel Web 2.0, in collaborazione con Viadeo[1], uno dei più importanti social network professionali, effettuata a Settembre 2011 su 23 opinion leader e blogger si mette in evidenza quanta confusione ci sia intorno al concetto di Personal Branding in Italia:

  • il 39% degli intervistati pensa che il Personal Branding sia un lavoro
  • il 28% una sfida
  • il 17% una disciplina da studiare
  • il 13% una definizione usata a sproposito
  • il 3% pensa che sia altro

Figura 2. Ricerca Viadeo.

I risultati della ricerca inoltre ribadiscono l’importanza di avere un’ottima reputazione online, di comunicare in modo efficace le proprie competenze e di creare un network di relazioni affidabili. Per i 23 blogger, il personal branding funziona:

  • il 78% degli intervistati crede che i blogger italiani non siano abbastanza attenti

al loro personal branding;

  • il 61% degli intervistati ritiene che una buona reputazione online (web reputation) sia un fattore fondamentale per un blogger;
  • il 61% degli intervistati indica che il personal branding è decisamente utile per trovare lavoro;
  • il 65% degli intervistati afferma che il personal branding è determinante nell’aiutare le aziende a valutare i candidati.

La ricerca evidenzia inoltre che il personal branding è molto efficace per:

  • aumentare le proprie opportunità di crescita professionale;
  • avere più visibilità e credibilità nel proprio settore;
  • allargare il proprio network di conoscenze;
  • ottenere vantaggi nei rapporti con i brand e con le aziende.

Concludendo, dai dati di questa ricerca risulta quindi che il tema del Personal Brand è ancora poco trattato e conosciuto in Italia e che numerose sono le persone che, pur conoscendolo, lo accostano a concetti diversi. Da notare il fatto che comunque tutte le risposte, nonostante non rispecchino la definizione corretta, possano essere riconducibili al tema: per i soggetti che mirano a differenziarsi e mostrare i propri valori aggiunti è sicuramente una sfida e in quanto processo e strumento analitico-strategico è da ritenersi una disciplina da studiare.

Il Personal Branding è uno strumento davvero utile per differenziarci dagli altri e per mettere in risalto le nostre competenze ed esperienze, è un modo efficace per far percepire agli altri tutta la nostra unicità, ma allo stesso tempo è un tema che deve essere ancora ampliamente trattato in Italia e bisogna inoltre dimostrarne la validità in quanto strategia ormai praticamente indispensabile per chi opera e vuole posizionarsi al meglio nel mercato del lavoro, soprattutto in una società sempre più attenta alle dinamiche del web 2.0.

 

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

[1]   Ricerca tratta dall’articolo di Sorchiotti T. Il Personal Branding secondo Viadeo e gli esperti italiani disponibile all’indirizzo: http://www.personalbranding.it/tag/viadeo/

La nascita del Personal Branding

La nascita del Personal Branding

L’imprenditore Tom Peters (guru del marketing statunitense), CEO dell’azienda FastCompany[1] ed autore dell’articolo “The brand called YOU” ha parlato per la prima volta di Personal Branding nel 1997, intendendo con questa terminologia, l’arte di saper costruire il proprio Brand ossia la marca personale.

Peters afferma:

Qualsiasi sia la mia estrazione sociale o età, io sono di fatto il presidente, amministratore delegato e responsabile Marketing dell’azienda chiamata “Io Spa”. La mia reputazione e la mia credibilità si definiscono tramite la qualità del mio lavoro attuale e passato e determinano la qualità del mio lavoro futuro.”[2]

Nel manifesto di quello che si sta affermando come qualcosa di più del rinnovamento del coaching tradizionale, Peters evidenziava i cambiamenti nelle carriere professionali, proponeva di nominarsi amministratori dell’azienda “Io spa” e suggeriva l’unico modo di emergere in un mondo dominato dai brand: trasformarsi in un marchio a propria volta e utilizzare strategie di promozione simili a quelle adottate da CocaCola, Nike e Apple. Il Brand non riguarda dunque solo le imprese, ma anche le persone, indipendentemente da chi sono e che tipo di lavoro svolgono. Non importa l’estrazione sociale o l’età, la mia reputazione e la mia credibilità si definiscono tramite la qualità del mio lavoro attuale passato e determinano la qualità del mio lavoro futuro.

Il personal branding è una pratica che da molti anni, anche incosapevolmente, tutti hanno provato ad applicare.

Peters fa l’esempio dei pionieri americani, i padri pellegrini, che basavano la loro strategia di sopravvivenza su tre principali risorse:[3]

  • competenza: la loro specifica capacità. Analizzare e valorizzare le caratteristiche e le attitudini della propria persona producendo valore sul mercato;
  • visibilità: farsi notare dalla folla e non dipendere da nessuno, spiccare dalla massa attraverso strategie comunicative coordinate sia online che offline;
  • networking: avere una rete di contatti, aiutarsi e seguire gli stessi valori. Essere coerenti con la propria personalità, empatici, aperti al dialogo e allo scambio in modo da farsi conoscere e creare una propria rete di contatti con cui interagire.

Questi sono i tre veri pilastri del personal branding. Un personal brand forte ed empatico si costruisce attraverso originalità e unicità: è necessario orientare l’individuo verso valori positivi e coerenti ad ogni livello, per farlo bisogna che condivida le proprie risorse e instauri un dialogo costruttivo con gli altri.

 

© Il personal Branding – Marika Fantato

 

[1]  FastCompany è un magazine diventato leader mondiale grazie al focus editoriale unico in materia di innovazione nella tecnologia, economia etica, leadership e design. Scritto per gli imprenditori più innovativi, Fast Company e FastCompany.com cercano di ispirare i lettori e gli utenti a pensare oltre i confini tradizionali per creare il futuro del business. Nasce nel novembre del 1995 grazie a Alan Webber e Bill Taylor, due editori della rivista di management Harvard Business Review. Tratto dal sito www.fastcompany.com

[2] Traduzione di una parte dell’articolo “The Brand called You”, disponibile all’indirizzo http://www.fastcompany.com/28905/brand-called-you tratta dal libro di centenaro e Sorchiotti Personal

Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità Hoepli 2013 pag.8

[3]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013 pag. 9