Esempi di Personal Branding Metodologia della ricerca

Esempi di Personal Branding

Metodologia della ricerca: ipotesi e scopo dell’analisi

L’ipotesi generale è che i social network non sono luoghi di simulazione anonima totalmente sganciati dalla realtà quotidiana, ma sono anche spazi in cui l’utente ha l’opportunità concreta di enfatizzare quelle parti della propria identità che non sono facilmente esprimibili negli ambienti faccia a faccia, di mettere in scena un’immagine di sé più socialmente desiderabile, ovvero i sé possibili auspicabili, il sé ideale elaborando così una strategia di Personal Branding. Questa immagine può infatti essere considerata come una mera maschera virtuale che noi mettiamo sulla ribalta dei social network, dal momento che la narrazione identitaria su Facebook, LinkedIn, Youtube, Instagram ecc., produce sempre un impatto importante nell’idea che una persona vuole dare di sé agli altri.

Nello specifico l’ipotesi è affermare se e come le persone che cercano chance lavorative, grazie alla Rete, mettono in atto strategie di self branding. La mia ricerca consiste in tre analisi di contenuto qualitative.

Inizialmente analizzerò 30 profili di utenti di LinkedIn, la piattaforma professionale per eccellenza, concentrandomi in particolare sui contenuti testuali scritti e visivi come foto, cioè sulle homepage, che sono la faccia/facciata dell’utente.

Di seguito porterò due casi di self presentation di successo di due ragazze italiane Clio Zammatteo e Chiara Ferragni, analizzando la loro faccia, cioè tutto ciò che esse comunicano di loro aspetto fisico, hobby, competenze, esperienze, relazioni sociali ecc., compreso il loro stile comunicativo, per capire se hanno utilizzato strategie di Personal branding.

Mi concentrerò quindi sulla self presentation nei vari social network, descritti nel capitolo precedente, analizzando alcuni concetti di Goffman[1].


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] Goffman E., The Presentation of Self in Everyday Life. La vita quotidiana come rappresentazione, Garden City: Doubleday, 1959.

Approfondimento sul Social Media ROI

Approfondimento sul Social Media ROI

Il Social Media ROI è il ritorno di investimento dell’attività di marketing sui social network.

Un qualsiasi investimento ha bisogno di un ritorno, che sia di immagine o economico. Per ciò che riguarda la sfera della promozione online, spesso un Mi Piace su Facebook non ha un diretto ritorno economico, ma ha un valore a livello di visibilità del brand e un probabile riscontro indiretto sulle vendite.

Dimostrare che dall’investimento sia derivato un ROI è fondamentale per la reputazione del brand e per mantenere i clienti.

Non calcolare il ritorno di investimento dell’attività di social media sarebbe un errore strategico perchè non permetterebbe di capire l’efficacia delle azioni di marketing scelte.

Il ROI non è identificabile in un modo solo, può essere un nuovo contatto, un nuovo acquisto, un lead, un click, un nuovo acquisto. Per calcolare il ROI, quindi, bisogna impostare degli obiettivi, il cui raggiungimento lo rappresenterà.

Generalmente per i social media si parla di 5 principali metriche da considerare:

  • reach: è la portata di utenti che si riescono a raggiungere, maggiore è la portata più il brand sarà conosciuto e le vendite e i contatti avranno possibilità di aumentare;
  • traffico: non inteso come traffico sui profili social, bensì come traffico verso il sito web aziendale o il corporate blog. Portare visite al sito significa aumentare le probabilità di vendita e successo;
  • leads: è probabilmente uno dei parametri più importanti, poiché misura le conversioni, in termini di contatti ricevuti, provenienti dai social;
  • clienti: è sicuramente uno degli obiettivi più difficili da raggiungere, significa misurare il successo in base ai nuovi clienti ottenuti attraverso i profili social;
  • tasso di conversione: ovvero il rapporto tra leads e numero di visite. È un dato importante quando si vuole fare un confronto tra più canali, ad esempio tra Twitter e Facebook, o tra il blog e il profilo Google Plus.

Gli obiettivi devono essere allineati con la piattaforma, bisogna quindi scegliere quella giusta per l’obiettivo che si vuole raggiungere.

Sono molte le variabili in questo senso, seppure i vari social abbiano delle caratteristiche ben definite, che distinguono anche il modo in cui gli utenti tendono ad utilizzarli:

  • Facebook: è il social per eccellenza, con il numero più alto di utenti. Grazie a questa caratteristica è adatto a tutti i business, poiché di sicuro c’è un target adatto a ognuno di essi;
  • Twitter: è molto diffuso, ha tantissimi utenti e la sua particolarità è la sintesi, adatto specialmente per la condivisione e diffusione di notizie e informazioni che necessitano di un’ancora su una pagina web di approfondimento;
  • Instagram: si basa tutto sulla condivisione di foto e brevi video corredati di hashtag. Nasce e vive grazie al mobile e molti brand hanno cominciato a utilizzarlo ai fini del marketing, per avere una partecipazione attiva dei clienti e potenziali tali. È adatto a chi ha un prodotto/servizio molto visuale, che può essere messo in risalto grazie a foto e immagini;
  • Google+: è il social di Google di cui ora si parla moltissimo, probabilmente perché è diventato quasi obbligatorio avere un profilo, per l’authorship come per la reputazione online, ma i brand non sono particolarmente attivi sulla piattaforma;
  • LinkedIn: è dedicato esclusivamente al business personale come anche aziendale. È ottimo per chi si occupa di B2B e per chi ha bisogno di costruire relazioni professionali e accrescere la propria rete.

Dopo aver scelto obiettivi e piattaforme è necessario monitorarne i risultati costantemente, per capire dove intervenire e per migliorare o per individuare ulteriori possibilità di crescita. Esistono diverse piattaforme, gratuite e non, che consentono di effettuare il monitoring come:

  • Google Analytics: è il servizio gratuito di web analysis formato Google, consente di monitorare moltissimi dati, oltre che di impostare obiettivi di ogni tipo.
  • Klout: è un servizio on line gratuito che consente di verificare qual’ è l’influenza online di una certa persona. L’influenza in rete è misurata tramite un numero il Klout score. Questo viene calcolato sulla base delle nostre interazioni all’interno dei social network e altri valori come le citazioni in Wikipedia. Nello specifico, Klout misura la capacità di guidare azioni nei social network. Il Klout score può andare da 0 a 100 e la media è intorno ai 40 punti. Chi ha un Klout score pari a 75, secondo lo schema della startup americana, dovrebbe essere in grado di influenzare 100 mila persone.
  • Quin: fornisce le analisi per Facebook, YouTube, Google e Twitter, grazie a dashboard personalizzabili a cui è possibile aggiungere una selezione di widget per dati o statistiche che si desidera monitorare.

Una volta ottenuto un certo numero di dati è bene compilare dei report, le scadenze possono essere stabilite a seconda delle esigenze e delle richieste. Fra i report personalizzabili di Google Analytics ce ne sono diversi, perfetti per i social network. Nel momento in cui si hanno in mano i risultati è possibile fare un confronto con gli obiettivi prefissati e calcolare il ROI.

Figura 4. Social Media Roi & Analysis Framework. Immagine che raffigura un programma strategico e un framework di misurazione subordinati al raggiungimento di obiettivi di alto valore per il brand, dando al R.O.I. un significato più ampio e di lungo periodo. Disponibile all’indirizzo: http://www.chefuturo.it/2013/07/il-roi-dei-social-media-e-il-corretto-framework-di-misurazione/

Il raggiungimento degli obiettivi legati alle attività sui social media può essere misurato attraverso tre metodologie d’indagine:

  • analisi delle relazioni che serve ad individuare le reti di persone che seguono un certo account o una specifica discussione e capire i legami forti e deboli che li uniscono;
  • analisi delle conversazioni utile a comprendere le discussioni che avvengono in rete attorno ad un brand o ad un tema;
  • analisi delle interazioni necessaria per misurare la capacità di un’azienda di entrare in relazione con chi abita i nuovi spazi della rete.

Non bisogna quindi accumulare fan e follower senza costruire relazioni.

Come scrive Cosenza[1] le spie da considerare per valutare le proprie performance su Facebook sono:

  • Likers o Fan: è la metrica più pubblicizzata dalla piattaforma, ma non la più interessante. Indica il bacino potenziale di lettori, ma è noto che solo una minima parte dei contenuti di una pagina viene resa visibile nel news feed dei fan, intorno al 10% secondo alcuni studi. L’Edge Rank, l’oscuro algoritmo di indicizzazione di Facebook, li seleziona sulla base di molteplici parametri che tengono conto dell’interesse manifestato da ogni utente e dei comportamenti dei suoi amici. In sintesi più sono stimolanti i contenuti prodotti e maggiore distribuzione avranno, ecco perché l’obiettivo dovrebbe essere l’engagement più che l’aumento smisurato dei fan;
  • Total Engagement: rappresenta la quantità di tutte le interazioni che le attività sulla pagina sono riuscite a produrre. Si ottiene dalla somma algebrica di like, commenti, condivisioni e post spontanei dei lettori in bacheca. Un valore alto indica una pagina stimolante. Un approfondimento ulteriore permette di capire il peso dei singoli addendi e quindi le attività maggiormente svolte dai lettori, ad esempio: la community tende più a commentare o a postare autonomamente?;
  • Page Engagement: è un indice dato dal rapporto tra Total Engagement e Fan. Il valore risultante indica il numero di interazioni prodotte, mediamente, da ogni fan. Quindi è un buon elemento per misurare la “capacità produttiva” dei fan e il loro grado di coinvolgimento;
  • Engagement per post: è un indicatore del livello di apprezzamento dei contenuti della pagina. È dato dal rapporto tra l’engagement generato dai post pubblicati dall’amministratore, ossia la somma di like, commenti e condivisioni generati e il numero di post scritti nel periodo considerato;
  • Total Reach o Portata: evidenzia il numero delle persone, uniche, che hanno visto effettivamente i contenuti della pagina. Si tratta di un’informazione cui solo l’amministratore della pagina può accedere, ma che è fondamentale per capire quanto lontano sono arrivati i post pubblicati. Insights permette di capire quali sono stati i canali della portata: se organica (cioè gli utenti hanno letto la notizia sulla pagina), virale (se l’hanno appresa grazie ai propri amici) o a pagamento (frutto di un’attività promozionale).

L’altra dimensione fondamentale per valutare strategicamente i propri risultati è quella della comparazione con il proprio mercato o pagine similari per numero di fan. Per quanto riguarda la valutazione delle proprie performance su Twitter, invece, si deveno considerare le seguenti metriche:

  • Follower: il numero dei seguaci è la metrica principale che Twitter usa, ma non la più illuminante. Per un social network che basa tutto sull’attimo e sul flusso, il bacino dei follower conta relativamente. Indica un bacino potenziale di lettori, ma nulla di più. Su Twitter le possibilità che i tweet non vengano visti sono elevate, semplicemente perché all’atto della pubblicazione molti non erano online;
  • Mentions: con questo termine Twitter intende tutte le citazioni ricevute dal nostro account, siano esse spontanee o derivanti da retweet e reply. Misurarle vuol dire avere idea del cosiddetto engagement o coinvolgimento generato. In sintesi quante reazioni ha generato un certo account. Ancora meglio sarebbe avere strumenti di analisi semantica che indichino quali di quelle menzioni sono positive o negative. Non avendoli si può assumere ragionevolmente che almeno il numero di retweet rappresenti un segnale di adesione al proprio messaggio, quindi avere uno strumento che indichi separatamente il dettaglio del numero di retweet e reply aiuterebbe;
  • Impressions: misurano l’esposizione raggiunta dall’account, ovvero il numero di volte che i tweet provienienti dall’account o citanti lo stesso, possono essere stati visti. Si tratta di un potenziale teorico dato dalla semplice moltiplicazione del numero di tweet per i follower cui sono destinati. Ancora più interessante è capire lo scarto che c’è tra le impressioni determinate dai cinguettii prodotti dal profilo e quelle guadagnate grazie alle menzioni dell’account da parte di altri soggetti. In questo modo si potrà capire il grado di amplificazione dei messaggi creato dalla rete di follower;
  • Unique Authors o Reach: se le mention offrono un’idea del volume di discussioni, il numero degli autori unici ci dice quante persone citano l’account. Questi due valori non coincidono quasi mai perché soprattutto quando si considerano periodi lunghi di analisi, uno stesso individuo può citare più volte un certo account. Si tratta di un fenomeno molto frequente durante gli eventi (si pensi ai commenti alle trasmissioni televisive) o durante esperienze ricorrenti (ad esempio i viaggi);
  • Engagement per tweet: a differenza delle altre metriche questo è un indice composto dal rapporto tra engagement e numero di tweet prodotti. Il primo valore, generalmente, si fa coincidere con il numero totale di mention ricevute. Ma non è sbagliato aggiungere ad esso la quantità di Favourites ricevute dai tweet. Ultimamente è proprio Twitter che sta spingendo gli utenti, rendendo pubblica l’azione relativa, a prendere l’abitudine di premere la stellina dei preferiti per mostrare il proprio gradimento. Una sorta di like che può essere considerata una reazione positiva all’attività editoriale. Un valore alto di Engagement per tweet indica tendenzialmente, che i cinguettii dell’account raccolgono i favori del proprio pubblico di riferimento.

I cinque indicatori appena analizzati acquistano maggiore significatività se letti in prospettiva, ovvero se vi si aggiunge la dimensione temporale. Il fattore tempo permette di comprendere se si stanno compiendo dei progressi o se le performance sono ferme. Inoltre lo storico dei dati dà anche modo di proiettare i risultati futuri e decidere i prossimi obiettivi da assegnare al team di lavoro.

Un’altra dimensione utile a valutare le proprie performance è quella del mercato, con uno strumento che permette di confrontare le metriche, appena analizzate, rispetto ai risultati dei concorrenti, che possono essere diretti, quelli che offrono prodotti o servizi simili, o indiretti, che tendono a soddisfare lo stesso bisogno.

Sviluppare un brand costa tempo e impegno quindi, ma può anche richiedere degli investimenti in denaro. Lo stesso vale per una presenza online efficace e per la relativa digital influence.

A questo proposito Centenaro e Sorchiotti[2], parlano di ROI della partecipazione ai social media che va inteso come return on influence, ossia come aumento della propria digital influence.

È meglio lavorare costantemente e a lungo per sviluppare la propria influence e pensare alla monetizzazzione in un secondo momento.

Più tardi monetizzi, maggiormente monetizzi.[3]

Riassumendo è importante avere una precisa idea del Personal Brand che si vuole esporre online, definire in modo chiaro una strategia online di comunicazione in linea con il Brand, ricorrere all’uso di Google Alert[4] con il quale definire e configurare punti di ascolto, saper selezionare il proprio target ed infine partecipare alle conversazioni con gli utenti. È dunque fondamentale tenere a mente che il vero Personal Brand si genera partecipando alle conversazioni online.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1] Cosenza V., Social Media ROI, Apogeo, 2014

[2]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità., Hoepli, 2013.

[3]   Vaynerchuck G., Buttati! Ora o mai più. Trasforma la tua passione in soldi., Sperling &Kupfer, Milano, 2010.

[4]   Google Alert è un servizio che genera risultati di motori di ricerca sulla base dei criteri forniti e spedisce i risultati all’account e-mail. Questo servizio è utile per molti motivi, come il monitoraggio del web per avere informazioni specifiche sull’azienda, la popolarità dei contenuti online o la concorrenza. È usato anche per tenersi aggiornati sui nuovi progressi, gossip e tendenze.

I Blog per il Personal Brand

I Blog per il Personal Brand

Il blog, in particolar modo quello personale, è un ottimo strumento che l’utente può utilizzare per sviluppare il proprio Personal Brand. È uno spazio personale nel quale il blogger (lo scrittore) ha l’opportunità di raccontare e parlare di sé, delle proprie impressioni ed opinioni.

Lo stile ed il formato devono essere quanto più vicini al carattere dell’utente perchè i lettori devono percepire la passione, del proprietario del blog, dalla lettura dei post.

È essenziale saper scrivere in modo chiaro i contenuti e quindi rendere i post leggibili, posizionare i post più letti in evidenza e connettere ogni post a quelli precedenti, ricordare che un post è permanente e quindi quando si pubblicano contenuti in Rete questi saranno a disposizione di tutti, integrare la conversazione e saper rendere facile e veloce l’inserimento dei commenti da parte degli utenti; promuovere l’indirizzo del blog inserendolo nella firma elettronica di e-mail e forum, concludere il post con domande aperte ai lettori, in questo modo si favorisce la conversazione e pubblicare spesso buoni contenuti poiché la frequenza consigliata di pubblicazione di un post è settimanale, poiché è importante dare un appuntamento ai propri lettori ed infine anche l’aspetto grafico è rilevante, è opportuno scegliere uno stile accattivante, leggibile e se possibile replicabile anche negli altri network.

È di fondamentale importanza ricordare che il design del blog è la prima cosa che i followers vedono, è quindi l’interfaccia con cui l’utente si mostra al suo pubblico, ma allo stesso tempo l’utente non deve mai dimenticare di evitare l’inserimento di messaggi promozionali senza il permesso dei propri lettori i quali non apprezzano particolarmente la pubblicità soprattutto di prodotti propri del blogger ed infine l’utente deve prestare attenzione alle affiliazioni.

Ottima strategia per definire e migliorare la propria identità online è associare il blog ad un sito web poiché con il blog è possibile condividere non solo idee ma è anche possibile comunicare se stessi, le proprie competenze e capacità.

Come sostengono gli autori Centenaro e Sorchiotti[1], un Personal Brander può decidere di incrementare la visibilità del proprio blog riponendo attenzione ad alcuni semplici dettagli come il titolo dell’articolo, in questo caso il Brander dovrà essere in grado di identificare un titolo che possa indicare nel miglior modo il tema del post incorporando all’interno del titolo le parole chiave del contenuto del post; deve ancora prestare attenzione alla scrittura in prima persona; all’utilizzo di supporti multimediali (post con foto); alle meta tag description ossia la descrizione che l’utente realizza in HTML e che Google utilizza per descrivere il risultato di ricerca della pagina e per concludere il Brander deve ricordare di utilizzare URL modificati in base al contenuto dell’articolo, essere conciso (massimo 250 parole per post) e creare un collegamento allo spazio di presentazione personale nel blog. Nella sezione biografica è consigliabile che l’autore del blog inserisca una propria immagine, in questo modo il pubblico è in grado di elaborare una visione più personale dell’autore e si riesce ad omogeneizzare meglio il mondo virtuale con quello reale.

È fondamentale infine comunicare il proprio Brand mantenendo una certa coerenza con le strategie definite in precedenza, per rafforzare l’identità ed essere riconoscibili nel web.

Il blog può essere l’arma vincente per aumentare la propria visibilità e se usato in modo corretto può portare diversi vantaggi. Per molti, il blog, viene considerato un luogo in cui poter condividere i propri pensieri ed emozioni con amici e famiglia, per altri invece può diventare uno strumento utile per dimostrare il proprio talento e maturare le proprie skills. Diventare un punto di riferimento di una determinata nicchia, permette di migliorare la propria notorietà e di conseguenza aumentare la richiesta di lavoro, grazie alla reputazione positiva sul web. Questa notorietà permette a un personal brander di avere maggiori probabilità nel reperire clienti, chiudere contratti, proporre tariffe più elevate. Il blog permette di mantenere sempre attiva la nostra comunicazione nello scrivere e proporre idee. Aumentare la propria capacità di comunicazione è fondamentale quando si lavora con i clienti.

Uno dei motivi principali per un freelance di avere un blog è quello di aumentare la propria visibilità sul web, con lo scopo di emergere dalla massa. Grazie al blog è possibile ospitare i propri lavori, esperimenti e condividere le proprie conoscenze direttamente mostrando il potenziale. Questo volume di traffico permette di aumentare la probabilità di attirare nuovi clienti.

Avere un blog permetterà di aumentare le connessioni con professionisti del settore, con le quali sarà possibile creare una solida rete professionale. Questi contatti potranno essere di aiuto per eventuali collaborazioni o consigli.

Creare un blog di successo non è per niente semplice, ci vuole passione, pazienza e tanta costanza. Questa passione permetterà di rimanere sempre aggiornati sull’argomento, oltre a condividere con gli altri articoli, guide, tutorial, il blog diventerà un luogo in cui poter allenare e archiviare la propria esperienza. Ma avere un blog significa anche poter sperimentare la propria creatività sul design e su tutti gli articoli da proporre, avere uno spazio in cui poter sperimentare e mettere alla prova le proprie conoscenze.

Infine un blog di successo può diventare una fonte di denaro: questa fonte di denaro può essere diretta tramite pubblicità in banner, articoli sponsorizzati, oppure indiretta nell’attirare potenziali clienti al nostro lavoro. In ogni caso il blog diventa un grande strumento per promuovere e convertire in denaro il nostro talento.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]  Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding, l’arte di promuovere e vendere se stessi online, Hoepli, 2013.

I Blog

I Blog

L’utilità di un blog deriva molto dal fatto che questi si caratterizza di contenuti trascritti in forma di diario ossia con un tono informale e familiare, attribuendo una maggior libertà al soggetto nel riferire il proprio punto di vista.

Il blog, sia esso di tipo professionale o privato, dà la possibilità di sviluppare un profilo online esclusivo in quanto l’utente ha l’opportunità di evidenziare i propri punti di forza, le proprie conoscenze e capacità che lo differenziano da tutti gli altri utenti in Rete.

Dal punto di vista strutturale il blog è un sito web, con la differenza che i contenuti vengono aggiornati con costanza e sono riportati in ordine cronologico inverso, ossia il più recente è in luce rispetto ai precedenti articoli. L’elemento però che differenzia maggiormente il sito web dal blog è che quest’ultimo è un vero e proprio strumento di conversazione grazie all’inserimento negli articoli di link, citazioni, e commenti dei lettori; vengono a crearsi vere relazioni partendo da stessi interessi e passioni.

Negli ultimi anni però grazie allo sviluppo dei recenti social network come Facebook e Twitter, si è verificato un effetto negativo sui blog. Le reti sociali hanno comportato infatti un allontanamento delle discussioni dai diari personali ai social network riducendo, allo stesso tempo, il fascino sociale di cui questi erano in possesso per tutti coloro che si dedicavano alla scrittura del blog. Il blog sembra non essere più il modo primario per esprimersi online ma, nonostante questo aspetto, i social network non sono piattaforme efficaci tanto quanto i blog in termini di comunicazione strutturata, archiviabile e consultabile; per questo motivo oggi i blog sopravvivono ancora abbondantemente, nonostante l’alternativa dei social network.


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Instagram per il Personal Brand

Instagram per il Personal Brand

Nelle tecniche di personal branding per costruire la propria identità professionale online trova spazio anche la parte visual: l’arte di raccontare attraverso le immagini.

Instagram è visual storytelling: con ogni immagine pubblicata raccontiamo una storia e, insieme, tutte le nostre immagini raccontano la nostra.

Per raccontare la propria professionalità e il proprio brand attraverso le fotografie pubblicate e condivise in rete su Instagram e gli altri social network collegati bisogna:

  • scegliere un buon username: nome e cognome oppure un nickname semplice ben memorizzabile;
  • inserire le informazioni nella bio in modo da descrivere bene la propria attività;
  • usare una foto profilo reale e non un avatar impersonale e asettico;
  • collegare Instagram agli altri profili social (Facebook, Twitter, Flickr, ecc.);
  • geolocalizzare le fotografie in modo da essere visibili e raggiungibili anche in altri contesti;
  • usare correttamente gli hashtag.

Instagram è un social network da svago, la maggior parte degli utenti controllano lo stream delle fotografie in momenti di pausa per riposare, quindi cogliere quel momento per fornire l’aspetto curioso della propria attività deve essere un obiettivo della strategia di personal branding visuale. Molto dipende dal settore professionale in cui si opera, alcune figure sono più avvantaggiate di altre in ambito visual, quindi è bene non essere troppo professionali e pubblicare ogni aspetto del proprio lavoro, ma mostrare la vita reale, la propria personalità e dare qualche indizio su cosa piace o meno al di fuori del lavoro. Non è sbagliato pubblicare una selfie, un fiore o un piatto della cena: il food è uno dei settori per cui Instagram è famoso.

La foto condivisa può invitare la propria rete di seguaci a partecipare alla creatività, rispondere a una domanda o dare la propria opinione su un argomento comune. Attraverso lo scambio di commenti con gli altri utenti si possono trovare idee nuove e spunti creativi per nuove foto oltre che per trovare nuovi follower e anche nuovi clienti. Instagram non è solo un’immagine: un buon testo deve essere caratterizzato da una breve  descrizione, un titolo o semplicemente un nesso logico con alla fotografia. Il contenuto deve incuriosire, approfondire, ma non annoiare.

Inoltre nella Bio ci si deve ricordare di inserire un collegamento al sito, al blog o alla pagina Facebook, perchè nelle didascalie delle immagini i link non funzionano. Per il personal brand è interessante anche poter rispondere in tempo reale a stimoli da parte della community e adattare il proprio approccio editoriale, influenzando la strategia pensata anche attraverso le comunicazioni visual dirette con le persone: una nuova opportunità che le persone hanno di raggiungere gli utenti in modo personale.

Anche con Instagram ci si può differenziare dagli altri per mostrare le proprie potenzialità. In ogni scatto che si condivide non deve mancare l’innovatività, la creatività, la non convenzionalità, ma soprattutto l’emozione.


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Il visual storytelling

Il visual storytelling

Che cos’è il Il visual storytelling?

“La fotografia è uno strumento di comunicazione emozionale e la foto è inoltre un linguaggio internazionale che non ha bisogno di traduzione. Instagram mi permette di condividere emozioni in modo semplice e costruire uno storytelling personale in modo semplice.” @fabiolalli

È noto come le foto e i contenuti visuali sui social riescano ad ottenere maggiore attenzione e interesse rispetto ai contenuti testuali. È per questo che sono proprio le foto, i visual e i video i mezzi più potenti che abbiamo per raccontare il nostra brand. Già sappiamo come il web 2.0 abbia avvicinato i produttori ai consumatori. I social hanno dato la parola ai clienti e i brand si sono trovati a dover ascoltare, ma anche a doversi raccontare. Non basta più infatti saper promuovere i propri prodotti, ma è necessario fare conoscere cosa c’è dietro al proprio marchio, la propria filosofia, l’unicità della propria personale storia. Per fare questo è necessario creare dei contenuti originali e di grande interesse, che si facciano notare e che siano in grado di amplificare e di rendere virali le nostre storie.

Ekaterina Walter e Jessica Gioglio individuano 7 elementi per creare un visual storytelling di successo[1]:

  • design: in quanto brand è importante costruire il proprio immaginario visivo;
  • personalization: i contenuti devono essere personalizzati per ogni canale;
  • usefulness: rendere il contenuto utile. La personalizzazione nn basta da sola perchè il contenuto sia di rilievo, quindi è utile usare gli strumenti di social listening[2] per scoprire di cosa parla e cosa interessa il pubblico;
  • be human:è utile comportarsi più come un amico, che come un’entità astratta. Un amico ha una propria personalità, ci tiene e dà valore alla relazione, condivide esperienze, ascolta e discute. Importante è valutare e controllare come gli influencer producono contenuto visuale degno di essere notato intorno al nostro brand: la fiducia è generata in parte dalla loro reputazione, dall’altra dal modo in cui essi discutono o condividono gli attributi di prodotto. Essere umano significa anche parlare delle passioni e interessi dei clienti e non solo degli attributi del proprio brand, quindi un modo per essere umani è mettere in luce i contenuti generati dagli utenti;
  • tell a story: è importante quanto la ricerca e l’utilizzo dei contenuti visuali;
  • sharewortyness: pensare ai clienti paragonandoli a degli storyteller e non a come ricevitori di messaggi, ovvero Fai che ogni cosa che fai sia degna di essere condivisa (di Wendy Clark, SVP Integrated Mtg Comm di Coca Cola);
  • real time amplification: cogliere l’attimo, vivere il momento, ovvero attualità, ricorrenze e festività, creando una sorta di libreria di contenuti, immgini e video da utilizzare quando se ne presenta l’occasione, sul momento. L’importante è mai sfruttare eventi tragici per inviare messaggi di marketing.

Ci sono alcune citazioni del libro che vi riporto perchè ci fanno comprendere più nel concreto l’essenza del visual content storytelling:

Visual storytelling, when done correctly, has the potential to enhance loyalty, strengthen customer relationships, increase awareness, and more.

Il visual storytelling, quando è fatto correttamente, è utile per migliorare la fidelizzazione, rafforzare le relazioni con i clienti, aumentare la consapevolezza, e altro ancora.

Images act like shortcuts to the brain: we are visual creatures, and we are programmed to react to visuals more than to words.

Le immagini agiscono come scorciatoie per il cervello: siamo creature visive e siamo programmati per reagire e rispondere alle immagini più che alle parole.

The brain processes visual content 60,000 times faster than text 1 so it is no wonder that marketers are increasingly turning to strong visual content to engage their audiences— and keep their attention.

Il cervello elabora il contenuto visivo 60.000 volte più velocemente rispetto ad un testo, quindi non c’è da meravigliarsi che i marketers utilizzino maggiormente il contenuto visivo per impegnare i loro utenti e mantenere la loro attenzione.

The content also needs to be aligned with who you are as a company in terms of voice, personality, and values.

Il contenuto deve anche essere allineato con chi sei, come un’azienda , in termini di voce, personalità e valori.


© Il personal Branding – Marika Fantato


[1]   Walter E., Gioglio J.,  The Power of visual Storytelling: How to Use Visuals, Videos, and Social Media to Market Your Brand, McGraw-Hill Rinaldi M.,  2013.

[2]   Il social listening aiuta a capire e comprendere meglio cosa spinge i clienti/consumatori a condividere, ingaggiare e acquistare.

Il visual content

Il visual content

I brand che usano il visual content hanno dei benefici in termini di traffico, leads e condivisioni: il nostro cervello processa più velocemente le immagini rispetto al testo. Oggi il social media marketing sta diventando sempre più visivo: Instagram, Pinterest, Vine, Tumblr, Snapchat, ecc.

Instagram racconta e coinvolge attraverso le foto: è un po’ macchina fotografica, si fanno le foto e si applicano filtri che le rendono effettivamente molto più belle e un po’ social network, si seguono altri utenti, si mette il like sulle foto, si commentano le foto, si condividono le foto con gli hashtag#.

Il messaggio da comunicare ai destinatari deve essere breve, interessante e che vada dritto al punto. È bene evitare di aggiungere troppe informazioni, altrimenti si corre il rischio di allontanare dal fulcro della discussione, perdendo l’attenzione del  pubblico. Inserire delle foto a caso nel tuo post non farà aumentare il coinvolgimento del tuo pubblico. E’ necessario che le immagini siano coerenti con il post e rilevanti per il tuo target.

Per emergere dalla massa e raggiungere il target di riferimento, fare un buon uso degli elementi visivi diventa una necessità per i brand che intendono promuoversi sui social media.

Numerose ricerche mettono in evidenza che su Facebook e Twitter le immagini ottengono un engagement maggiore rispetto agli altri contenuti. Sui blog, una landing page curata dal punto di vista degli elementi visivi aumenta il tempo di permanenza sul sito, mentre contenuti come le infografiche aumentano il traffico al sito e le condivisioni.

Grazie ai contenuti si può migliorare la presenza online, interagire con il proprio target ed essere ricordato con maggiore vividezza. Questa tipologia di contenuti ha il vantaggio di poter essere condiviso su un gran numero di piattaforme social, ad esempio su Facebook, Twitter, Pinterest e Instagram, stando attenti a non esagerare, per quanto riguarda le dimensioni: infatti alcune immagini sono perfette per alcuni social, ma non per altri.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

Instagram

Instagram

Foto di ElisaRiva da Pixabay

La parola Instagram deriva da “instant camera” e “telegram”, due concetti strettamente legati all’immediatezza. L’applicazione è anche un omaggio alle vecchie Instamatic e Polaroid, macchine fotografiche che producevano immagini quadrate. Direi più alla Polaroid, che non usava un rullino, ma stampava la fotografia in pochi minuti.

Instagram è una piattaforma social e un canale di comunicazione per creare contenuti, è content marketing visuale, semplice e diretto e, forse proprio per queste sue caratteristiche, più funzionale di altri. Nasce come applicazione gratuita, che permette agli utenti di scattare foto, applicando filtri e condividerle nei vari social e viene messa a disposizione di Itunes Store nel 2010.

Instagram non ha le stesse caratteristiche di Twitter, Facebook e Google Plus, non possiamo condividere le foto altrui, ma tutti gli scatti che pubblichiamo restano nel nostro profilo. Al massimo possiamo condividerli automaticamente su Twitter, Facebook, Tumblr, Flickr e Foursquare, ma nessuno può ripubblicare una nostra foto.

Non esistono messaggi diretti, ma possiamo taggare persone, menzionarle, inserire hashtag come negli altri social media.

Dal momento che non possiamo usufruire della ricondivisione dei contenuti, per farci notare usiamo gli hashtag, che ci permettono di essere rintracciati dagli altri utenti. A ogni foto dobbiamo associare un certo numero di hashtag che la identificano, ne sono consentiti al massimo 30. Sul sito Tagstagram, un’app gratuita, possiamo trovare un elenco ben fornito di hashtag, suddivisi in 20 categorie, dalla natura alla moda, dallo sport ai viaggi, ecc. Instagram consiglia di essere specifici e rilevanti usando gli hashtag: in questo modo possiamo rendere più contestuale l’immagine e essere sicuri che arriverà al pubblico giusto. Usando, inoltre, tag troppo generici, come #me (oltre 245 milioni di foto), #life (oltre 73 milioni), #follow (oltre 210 milioni), la nostra foto sarà persa in mezzo alle altre e quasi impossibile da trovare.

Abbiamo 150 caratteri per far capire chi siamo e cosa facciamo e nel profilo possiamo inserire il link al nostro sito o blog. Instagram è un’applicazione per cellulare, quindi il sito che inseriamo sarà visto da mobile: se vogliamo essere su Instagram al meglio, l’intera nostra comunicazione deve essere studiata per un pubblico mobile.

La conversazione che nasce da questa condivisione è molto significativa: a ogni contenuto video o foto è abbinata la possibilità di dialogare attraverso i commenti.

Instagram, acquisito da Facebook nell’aprile 2012, è un social network in forte crescita, ma è anche un area sperimentale per Facebook: per provare nuove forme di conversazione, di promozione del contenuto e nuove funzionalità.


© Il personal Branding – Marika Fantato


Personal branding: YouTube

YouTube

Foto di Mizter_X94 da Pixabay

YouTube nasce come piattaforma web nel 2005, che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video sharing. YouTube.com è stato inventato da da Chad Hurley (amministratore delegato), Steve Chen (direttore tecnico) e Jawed Karim (consigliere), tutti ex dipendenti di PayPal, che cercavano una nuova opportunità di business e dopo avere effettuato alcune ricerche si sono resi conto che esisteva un bisogno reale di un servizio che rendesse semplice e accessibile la fruizione e la condivisione di video on-line. Nel primo mese di vita, circa tre milioni di persone sono entrate nel sito e hanno fruito dei suoi contenuti, all’epoca ovviamente ancora limitati, è stato un risultato di un certo rispetto. Entro la fine del terzo mese di presenza on-line, il sito ha triplicato le presenze e dopo sei mesi ha raggiunto quota 30 milioni di contatti. Dopo un anno, le presenze sono arrivate a 38 milioni diventando così uno di quei siti che ha goduto della crescita più veloce nella storia di internet. Un fenomeno del genere non è passato inosservato, soprattutto ai concorrenti. Il più grande e importante dei quali, Google, ha deciso di acquistare l’azienda nel 2006, pagando 1,65 miliardi di dollari.

YouTube è oggi una enorme community molto attiva che si occupa di argomenti di diverso interesse. Parte di Google ha un’offerta pubblicitaria ricca e articolata: su YouTube si possono guardare video riguardanti il proprio brand, competitor e mercato, le attività dei propri competitor e i risultati, i commenti ai video propri, dei competitor e del proprio brand, i voti e rating assegnati ai vari video.

L’insieme di queste informazioni, l’intensità delle conversazioni e i trend che ne derivano rendono YouTube una piattaforma di ascolto straordinaria utile anche per la misurazione del sentiment.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

LinkedIn per il Personal Brand

LinkedIn per il Personal Brand

LinkedIn è il business social network per eccellenza. Per utilizzarlo al fine di influenzare positivamente il proprio Personal Brand e con lo scopo di migliorare la Rete professionale per il mondo del lavoro, è opportuno rispettare i seguenti consigli condivisi sempre da Centenaro e Sorchiotti[1] ispirati dal guru Guy Kawasaki, cofondatore di Alltop.com (magazine online che tratta dei temi più popolari del web), autore di molti libri sul tema del branding ed ex dipendente Apple.

Di seguito segnalo i punti principali identificati dall’autore:

  • costruire la propria rete prima di averne effettivamente bisogno;
  • entrare in contatto con altri professionisti;
  • investigare sui dettagli dell’offerta lavorativa sfruttando la propria rete di contatti;
  • esaminare chi ha visitato il profilo;
  • aumentare la visibilità nel social network ricorrendo alle raccomandazioni;
  • dimostrare in qualsiasi momento la propria competenza.

Spesso questo social viene definito come un Curriculum Vitae online. In realtà LinkedIn va oltre a un CV: comprende le nostre esperienze, le nostre competenze, i progetti ai quali lavoriamo ed è per questo quello che più si avvicina al vecchio CV, ma il poter essere avvalorati da una rete intera di persone che, essendo connessioni, testimoniano e rafforzano ciò che noi ci auto-attribuiamo, è l’aspetto più significativo.

Se il Personal Branding è ciò che gli altri pensano di noi, l’immagine che siamo in grado di generare negli altri, allora attraverso ciò che scriviamo e che la rete testimonierà possiamo influenzare positivamente il pensiero altrui nella direzione utile al nostro obiettivo.

LinkedIn genera connessioni che vanno mirate, sfruttate e coltivate.

Le foto che si utilizzano nel profilo LinkedIn devono rappresentarci e dare la giusta immagine di noi stessi: seria, se se si vuole apparire seri, sorridente se si vuole apparire sorridenti.

La headline deve essere completa, deve riassumere le parole chiave per cui vogliamo farci trovare.

Per quanto riguarda la Bio non serve descrivere ciò che ci sarà scritto sotto, deve dire qualcosa in più di noi attraverso le parole, le immagini e i link, in modo anche accattivante se si vuole far colpo.

Nella gallery, per chi ce l’ha, può inserire in diverse parti del profilo immagini, link, presentazioni (slide ma anche prezzi) per catturare l’attenzione anche attraverso il call to action.

Nella parte progetti possiamo inserire tutto ciò che ci impegna, che fa parte di un’esperienza di lavoro, per questo utilizzare questa parte del profilo è utile perchè completa la nostra immagine professionale; interessante poi poter collaborare a progetti collegandosi con gli altri membri del team, persone con le quali magari non si collabora in maniera sistematica, ma che amplificheranno il nostro personal branding.

Utile è citare le skills (abilità, competenze), non troppe né poche, che appariranno per prime nell’elenco: quindi inserire soprattutto quelle per cui si vuole essere trovati. Infine il numero dei collegamenti è, in genere, proporzionale all’utilizzo di LinkedIn, ma  la qualità di essi invece non lo è. Ogni collegamento deve esser sfruttato.


© Il personal Branding – Marika Fantato


 

[1] Centenaro L., Sorchiotti T., Personal Branding. Promuovere se stessi online per creare nuove opportunità, Hoepli, 2013.