Relazione tra causa-effetto e percezione di rilevanza

Relazione tra causa-effetto e percezione di rilevanza

In quest’ottica è stato elaborato un questionario che consentisse di analizzare la relazione tra Word Order, con particolare riferimento a variabili «causa» ed «effetto», e la percezione correlata di rilevanza e rischiosità, precedentemente analizzata in altri studi di ricerca.
Per meglio intendere gli obiettivi dello studio è dunque necessario introdurre il percorso effettuato, in merito, nella Tesi magistrale non pubblicata di Battilani I. in collaborazione con Bettinsoli, Maass e Suitner (2015), presso l’Università di Padova.
L’autrice ha voluto indagare come il Word Order può influenzare la percezione di rilevanza circa il contenuto delle informazioni, le scelte e le intenzioni comportamentali. Più precisamente, lo studio in questione prevedeva che i partecipanti traessero inferenze causali da coppie di variabili relative alla salute. Lo scopo principale è stato quello di investigare se il diverso ordine in cui potenziali cause (nutrienti contenuti negli alimenti) e potenziali effetti (conseguenze positive o negative sulla salute) sono disposti all’interno di una frase , produce conseguenze differenti nello stile di ragionamento.
Si è voluta dunque indagare la relazione tra inferenze causali e ragionamento diagnostico e predittivo, variando la presentazione delle informazioni secondo gli schemi Effetto – Causa o Causa – Effetto.
Ai partecipanti è stato chiesto di leggere alcune frasi che riportavano possibili legami causali tra coppie di variabili valutando, per ognuna di esse, la rilevanza percepita per sé e per la popolazione in generale.
In seguito, al fine di investigare il ruolo del Word Order in una possibile scelta comportamentale, sono stati presentati due compiti decisionali relativi a cibi che i partecipanti avrebbero potuto scegliere. Infine è stata misurata l’intenzione di cambiare l’attuale abitudine alimentare.
Relativamente alla percezione di rilevanza, l’ipotesi prevedeva punteggi più alti nel caso in cui le informazioni avessero presentato le coppie di variabili in ordine Effetto – Causa.

Tramite questo esperimento, dunque, si è voluta porre evidenza del fatto che la presentazione, in frasi transitive, dell’effetto prima delle cause facilita un ragionamento di tipo diagnostico, il quale prevede che gli individui siano più propensi a considerare ulteriori relazioni causali oltre ai dati forniti quando deducono le cause partendo dagli effetti.
Nel valutare una questione di rilevanza personale come la salute, pensare a un gran numero di cause che possono generare l’effetto dato, porterebbe dunque ad aumentare la percezione di rilevanza. I risultati hanno confermato che l’ordine in cui le variabili sono disposte all’interno di una frase, può effettivamente modificare percezioni, scelte e intenzioni comportamentali.

Se ulteriormente investigato, l’effetto del Word Order sulle relazioni causali, potrebbe offrire nuovi spunti relativamente al ruolo del linguaggio nella comunicazione sociale. Seguendo l’analisi dei dati effettuata, si può entrare nel merito di riflessioni che potrebbero condurre a cambiamenti notevoli nell’atteggiamento, e dunque nel comportamento, delle persone. I partecipanti tendono ad effettuare scelte più sane nella condizione E – C , ma soprattutto quando già conducono una vita equilibrata e salutare. Si tratta di persone già attente a mantenere un comportamento sano e risultano, quindi, maggiormente sensibili agli effetti che lo stile di vita e l’alimentazione possono avere sul loro benessere. Al contrario, gli individui le cui abitudini sembrano estranee al raggiungimento di uno stato di salute ottimale, si dimostrano più sensibili all’ordine Causa – Effetto. Con la lettura di frasi “Cause – Effetti” circa sostanze nutrienti, l’attenzione posta sulla causa potrebbe aumentare il legame causale potenziale, attraverso l’attivazione di una inferenza predittiva. Ciò mostra che gli individui maggiormente sensibili agli effetti posseggono un obiettivo generale da raggiungere e considerano il pattern di cause come un piano comportamentale che verrà valutato ed attuato in vista di ottenere conseguenze desiderabili. Coloro che invece pongono maggiore attenzione alle cause adottano un punto di vista più contestuale e personale ossia, ottengono maggiore rilevanza gli effetti sul sé e le variabili appaiono solo vagamente correlate.

Per modificare un comportamento a breve termine, quindi, risulta efficace lo schema di presentazione Causa- Effetto, tuttavia se si aspira ad un cambiamento duraturo nel tempo, porre l’attenzione sugli effetti risulta preferibile. Il ragionamento diagnostico, per cui, influisce sugli atteggiamenti alla base dei comportamenti, agendo più profondamente e in modo più determinante, al livello cognitivo.

Ritornando, a questo punto, al modello classico comportamentale, base della psicologia sociale, già citato in precedenza, si può ipotizzare, quindi, che modificando la percezione dei rapporti tra cause e gli effetti, un cambiamento comportamentale può anche verificarsi. Se pensiamo all’ordine delle parole come un aspetto del linguaggio con un certo potenziale in comunicazione persuasiva, possiamo ipotizzare che le informazioni Causa – Effetto suscitino un’inferenza predittiva, che a sua volta potrebbe essere affrontata attraverso la via di elaborazione periferica. Allo stesso tempo, le informazioni Effetto – Causa possono suscitare un’inferenza diagnostica che, a sua volta, potrebbe essere soggetto del percorso persuasivo centrale (Petty & Cacioppo, 1986).

 

© Ordine di presentazione di variabili causa e effetto e la percezione dei rischi in ambito della salute – Dr.ssa Alice Spollon

 

 

Promozione e Prevenzione: l’approccio ecologico

Promozione e Prevenzione: l’approccio ecologico

La psicologia di comunità, in quanto disciplina orientata al cambiamento sociale, fonda teoria, ricerca e azione, sia su evidenze empiriche che su valori sociali: questi ultimi dicono alla scienza come dovrebbe essere la comunità ideale, mentre la scienza, indica quali metodi utilizzare per arrivare al cambiamento sociale (partendo dalle condizioni attuali) .
Bronfenbrenner (1979) è il principale esponente della teoria ecologica e sostiene che l’individuo, in fase di sviluppo, non possa essere visto come “tabula rasa” che l’ambiente plasma, ma come un’entità dinamica che cresce e si muove seguendo un’interazione reciproca e bidimensionale con l’ambiente.
L’ambiente eco-sistemico non è solo una situazione ambientale (microsistema), ma include rapporti tra più situazioni e contesti ambientali (mesosistema) rimanendo influenzato anche da fattori esterni (esosistema).

L’approccio ecologico viene inteso, quindi, come una lente attraverso cui osservare ed analizzare il mondo: le comunità sono sistemi composti da molteplici strati interconnessi tra loro, e il comportamento delle persone può essere meglio compreso quando viene studiato mediante diversi livelli d’analisi.

I problemi vengono considerati come il risultato del rapporto, nel tempo, fra individui, setting e sistemi: possono essere affrontati attuando cambiamenti nei contesti di vita e promuovendo le capacità delle persone di utilizzarne le risorse.
Si tratta, dunque, di un principio fondante, un’analogia (Levine e Perkins 1987) , un paradigma (Heller, 1990) e un insieme di valori, basato sull’idea che l’ambiente e i diversi contesti di vita in cui ciascuno è inserito, incidano significativamente sul comportamento delle persone.
Viene evidenziato, dunque, un rapporto di reciproca influenza individuo- ambiente (Kurt Lewin, 1935; Roger Barker, 1968; Urie Bronfenbrenner, 1979; James G.Kelly, 2006): il comportamento di un individuo può avere poco senso se osservato asetticamente, è necessario conoscere, quindi, i settings ambientali a cui partecipano gli individui su cui si vuole intervenire.
Attraverso lo studio condotto da Battilani (2015) si è visto, ad esempio, che hanno maggiore effetto sulla percezione di rischiosità i fattori che causano conseguenze visibili rispetto a conseguenze non direttamente osservabili (danni alla pelle vs. insorgenza di tumori). Questi risultati portano ad una riflessione circa la nostra società, consumista e guidata ancora molto dalle apparenze. Le persone rimangono maggiormente influenzate se gli effetti dei loro comportamenti rischiosi riguardano aspetti socialmente visibili.
Urie Bronfenbrenner (1979), individua quattro livelli di analisi dei contesti di vita di ogni individuo.
Il Microsistema è il livello centrale entro il quale le unità interpersonali minime, costituite da diadi (es. madre-bambino), sviluppano rapporti al loro interno, e con altre diadi, caratterizzati da significative interazioni dirette. Un microsistema è dunque un pattern organizzato di relazioni interpersonali, attività condivise, ruoli e regole, che si svolgono perlopiù entro luoghi definiti (famiglia, parentela più estesa, scuola).
Il Mesosistema è un sistema di microsistemi: si riferisce a due o più contesti sociali in cui il soggetto partecipa direttamente, e in modo attivo.
L’Esosistema è costituito, invece, dall’interconnessione tra due o più contesti, dei quali, almeno uno risulta esterno all’azione diretta del soggetto. Un esempio di Esosistema è costituito dal rapporto tra la vita familiare del bambino e il lavoro dei genitori.
Il Macrosistema, infine, comprende le istituzioni politiche ed economiche, i valori della società e la sua cultura. I complessi di credenze e comportamenti che caratterizzano il macrosistema sono trasmessi da una generazione a quella successiva attraverso i processi di socializzazione condotti dalle varie istituzioni culturali, come la famiglia, la scuola, la chiesa, il luogo di lavoro e le strutture politico-amministrative.

Una comunità, intesa in senso ecologico è, secondo James G. Kelly (2006), un sistema in cui ogni elemento si lega a tutti gli altri tramite un rapporto di interdipendenza, in modo che ogni cambiamento in una parte influenza tutte le altre.

Agendo dunque su strutture scolastiche, lavorative e politico-amministrative, a livello di macrosistema, si innescherebbe un meccanismo mantenuto su un insieme di risorse che vengono prodotte, trasferite e consumate in modo ciclico secondo una classica metafora ecologica, arrivando a “contagiare” il singolo individuo e agendo, dunque, sul microsistema.
L’equilibrio tra risorse e problematiche di un contesto fa nascere risposte differenti, l’analisi di queste situazioni è fondamentale per capire i processi in atto e per intervenirvi coscienziosamente. Importante, quindi, è analizzare la direzione di una comunità, i cambiamenti che si sono verificati in passato e come si sono evoluti nel tempo. L’ambiente non è statico, è in continua trasformazione.

Caplan (1964) parla di prevenzione, ossia di interventi intenzionali progettati con lo scopo di ridurre l’incidenza di disturbi nella popolazione e ritardare l’insorgenza di comportamenti a rischio. Distingue quindi tre tipologie: la prevenzione terziaria, che è finalizzata a ridurre le conseguenze e l’impatto di un particolare disturbo, evitandone la cronicizzazione; la prevenzione secondaria, che ha lo scopo di ridurre la durata e la diffusione del disturbo, agendo dunque sulla rilevanza del problema; e la prevenzione primaria, invece, che mira a ridurre la probabilità che insorgano disturbi, intervenendo sull’incidenza.

L’institute of medicine (1994) distingue gli interventi preventivi, invece, in: universali (desiderabili per l’intera popolazione), selettivi (auspicabili per i sottogruppi della popolazione il cui rischio di sviluppare un qualsiasi disturbo risulta maggiore rispetto alla media), indicati (rivolti cioè a persone che sono state identificate, per alcune caratteristiche individuali, come portatrici di chiari sintomi o segni prodromici, tali da doverli considerare ad alto rischio per quanto riguarda lo sviluppo futuro di un determinato disturbo).
Seguendo questa diversificazione, a seconda del livello di analisi in cui ci si trova, possiamo sviluppare interventi che agiscono a livello individuale, di microsistema, di organizzazione, di comunità o di macrosistema.
Gli interventi a livello individuale pongono in primo piano i fattori organico-ereditari e demografici della popolazione target, consentendo di definire i gruppi maggiormente a rischio rispetto un determinato fenomeno.
Al livello del microsistema, invece, vengono presi in esame tutti quei contesti di vita (e le persone) con cui il target conserva un rapporto diretto: si tratta di sottoporre ad esame l’intera rete sociale di riferimento, di cui va analizzata la struttura, la relazione e la funzione, individuandone il sostegno sociale apportato all’individuo.
Il livello di organizzazione, concentra l’analisi su un insieme strutturato di microsistemi a cui gli individui partecipano, ma su cui non hanno diretto controllo. In tale livello si pone l’attenzione a caratteristiche strutturali, organizzative e di clima organizzativo, valutandone gli effetti sulla persona.
L’ultimo livello prende in esame, invece, l’intera comunità di riferimento, intesa come quartiere, comune, città, e identificata attraverso una mappatura del territorio. Quest’ultimo, comprende tutti i livelli precedenti, sotto un’ottica di analisi delle tradizioni culturali che influenzano il comportamento delle persone. (“…solo politici ingenui possono pensare di dare ai singoli cittadini l’onere di fare scelte più sane quando l’ambiente che li circonda è il principale fattore del loro problema” Philip James, international obesity task force) . Il macrosistema, è quindi il livello più elevato, costituito da istituzioni nazionali, e racchiude condizioni economiche, culturali, politiche oltre che sociali, del territorio. Una politica di promozione della salute richiede che vengano identificati gli ostacoli all’adozione di politiche pubbliche per la salute nei settori non sanitari e i modi per superarli. Lo scopo deve essere quello di fare in modo che le scelte più sane siano quelle più facili da realizzare anche per coloro che compiono le scelte politiche.
Questi legami che esistono tra le persone e il loro ambiente costituiscono la base per un approccio socio-ecologico alla salute.
Tale analisi dei contesti di vita di ogni individuo, e la strutturazione di eventuali interventi correttivi o preventivi, dev’essere guidata da un modello flessibile che consenta di inserire fattori chiave per il fenomeno indagato; ma allo stesso tempo sufficientemente dettagliato per guidare il professionista in direzione degli aspetti principali per sviluppare interventi mirati ed efficaci. La fase di progettazione di una campagna di prevenzione della salute, attenendosi ad obiettivi universali e selettivi, dovrebbe agire sull’incidenza considerando comunque numerose variabili soprattutto culturali.
Il principio guida globale per il mondo, e allo stesso modo per le nazioni, le regioni e le comunità, è la necessità di incoraggiare il sostegno e la tutela tra le persone: prendersi cura gli uni degli altri, delle nostre comunità e del nostro ambiente naturale.
I cambiamenti dei modelli di vita, di lavoro e del tempo libero hanno un importante impatto sulla salute. Il lavoro e il tempo libero dovrebbero, infatti, essere entrambi una fonte di salute per le persone, con l’obiettivo di contribuire a creare una società più sana.
E’ essenziale che venga svolta una sistematica valutazione dell’impatto che può avere sulla salute un ambiente in rapida trasformazione, e dare forza all’azione della comunità per quanto riguardano i potenziali interventi correttivi volti al miglioramento sia individuale che collettivo.
Al cuore di tutto ciò vi è quella che è considerata come la forza maggiore della comunità, vi è il possesso e il controllo da parte delle comunità stesse dei loro sforzi e dei loro destini. Questo processo attinge alle risorse umane e materiali esistenti nella comunità stessa per aumentare l’auto-aiuto e il supporto sociale e per sviluppare sistemi flessibili che rafforzino la partecipazione e la direzione pubblica sui temi della salute.
Come sostenuto in precedenza si tratta di un passaggio ad una concezione sempre più astratta di benessere. Si sta manifestando una tendenza esponenziale a valorizzare la crescita extra-lavorativa e personale dell’individuo, che non ricerca più la sua realizzazione solo nell’impiego. Ciò che spesso accade è che vi sia una promozione sociale di comportamenti a rischio all’insegna dell’alcol, fumo, droghe e apparenza. All’interno della società infatti si sviluppano infatti comunità più ristrette soggette a valori poco salutari nell’ottica di dimostrare l’appartenenza a determinati status considerati d’eccellenza.
La promozione della salute agisce attraverso una concreta ed efficace azione della comunità nel definire le priorità, assumere le decisioni, pianificare e realizzare le strategie che consentano di raggiungere un migliore livello di salute. Viene dunque sostenuto lo sviluppo individuale e sociale attraverso la diffusione di informazione ed educazione alla salute e migliorando le abilità per la vita quotidiana. In questo modo, si aumentano le possibilità delle persone di esercitare un maggior controllo sulla propria condizione e sui propri ambienti, e di fare scelte favorevoli alla salute.
La responsabilità per la promozione della salute nei servizi sanitari è condivisa tra i singoli, i gruppi della comunità, gli operatori sanitari, le istituzioni che garantiscono il servizio sanitario e i governi. Essi devono lavorare insieme per un sistema di assistenza sanitaria che contribuisca alla responsabilizzazione. I servizi sanitari hanno bisogno di adottare un mandato più ampio che sia sensibile e rispettoso dei bisogni culturali, sia individuali che comunitari, mirando ad una connessione stretta con le più ampie componenti sociali, politiche, economiche e dell’ambiente fisico. Tutto ciò deve portare, dunque, ad una modifica dell’atteggiamento e dell’organizzazione dei servizi sanitari, che devono ricalibrare la loro attenzione sui bisogni complessivi dell’individuo visto nella sua interezza.

 

 

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Promozione e prevenzione

Promozione e prevenzione

Nello statuto dell’OMS (1986) la salute viene definita come: “condizione di completo benessere fisico, mentale, sociale e non semplicemente assenza dello stato di malattia o di infermità”.
Conformemente all’interpretazione del concetto di salute, inteso come un diritto fondamentale dell’uomo, la Carta di Ottawa evidenzia alcuni requisiti fondamentali per tutelarla, fra cui: la pace, adeguate condizioni economiche, l’alimentazione, l’abitazione, un ecosistema stabile e un uso sostenibile delle risorse.

Il riconoscimento di questi requisiti fondamentali svela gli inestricabili legami esistenti tra le condizioni socioeconomiche, l’ambiente fisico, lo stile di vita delle persone e la salute.
Essendo considerata dall’OMS un diritto fondamentale dell’uomo, tutte le persone dovrebbero quindi poter accedere alle risorse basilari per ottenerla.
Una comprensione esaustiva di questo concetto dovrebbe per cui comportare la presa di coscienza da parte di tutti i sistemi e le strutture che determinano le condizioni socioeconomiche, delle implicazioni che il loro modo di operare ha sulla salute e sul benessere del singolo e della collettività. Oggi si va sempre più affermando la tendenza a riconoscere la dimensione spirituale della salute.
Nel contesto della promozione, il benessere viene considerato non tanto una condizione astratta, quanto un mezzo finalizzato a un obiettivo che, in termini operativi, si può esprimere come una risorsa che permette alle persone di condurre una vita produttiva sotto il profilo personale, sociale ed economico. La salute è una risorsa per la vita quotidiana e non lo scopo dell’esistenza. È un concetto positivo che mette in evidenza risorse individuali sociali, come anche le capacità fisiche.
Il concetto di promozione fa dunque riferimento ad modalità che consentono alle persone di acquisire un maggior controllo della propria salute e di migliorarla. Si tratta di un processo socio-politico globale che investe non soltanto le azioni finalizzate al rafforzamento delle capacità e delle competenze degli individui, ma anche l’azione volta a modificare le condizioni sociali, ambientali e economiche in modo tale da mitigare l’impatto che esse hanno sulla salute del singolo e della collettività. La salute di ogni individuo dev’essere infatti intesa inserendola all’interno del contesto culturale di riferimento, il quale deve risultare di supporto nel dirigere e tutelare comportamenti non
La prevenzione delle malattie, invece, comprende le misure adottate per prevenire l’insorgenza di infermità, ossia la riduzione dei fattori di rischio, e i metodi per fermarne l’evoluzione delle conseguenze una volta insorta la malattia.

Vengono distinte, così, tre tipologie di prevenzione: primaria, secondaria e terziaria.
Lo scopo della prevenzione primaria «prevention of occurrence» consiste nell’evitare l’insorgenza di una malattia, agendo su modifiche comportamentali ed ambientali seguendo un’ottica di potenziamento delle difese.
La prevenzione secondaria e quella terziaria sono volte, invece, ad arrestare o ritardare una patologia in atto e i suoi effetti, attraverso la diagnosi precoce e una terapia adeguata, oppure a rallentare l’evoluzione verso la cronicità, grazie a una riabilitazione efficace.

L’espressione “prevenzione delle malattie” talvolta viene utilizzata come termine complementare indicante la promozione della salute. Benché vi sia una frequente sovrapposizione dei contenuti e delle strategie tra le due voci, viene tuttavia proposta una definizione a sé stante di prevenzione: azione che normalmente proviene dal settore sanitario, ed è diretta a determinate persone e popolazioni nelle quali sono stati individuati fattori di rischio associati, molto spesso, a diversi comportamenti a rischio.
Nel tempo, sono state messe in luce le caratteristiche dei progetti di prevenzione e promozione che rendono efficaci tali processi: la molteplicità dei livelli di azione (interventi a diversi livelli o domini), l’utilizzo di metodi misti di insegnamento e coinvolgimento, sufficiente dosaggio (grado di esposizione alle attività del progetto in cui sono coinvolti i soggetti target), il fatto che devono necessariamente essere teoricamente fondati (le ragioni teoriche oltre che le evidenze empiriche sono fondamentali per guidare i progetti), culturalmente rilevanti (tenere in considerazione il contesto e la comunità all’interno del quale viene implementato), oltre a richiedere una formazione adeguata dello staff e una valutazione accurata degli esiti.

Non va tuttavia sottolineata l’importanza del linguaggio. Trattandosi di un cambiamento comportamentale (da rischioso a non rischioso), per ottenere un maggior risultato nella consapevolezza della collettività, è necessario agire sugli atteggiamenti dei singoli, utilizzando campagne con messaggi efficaci.

 

 

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Word-order e inferenze causali

Word-order e inferenze causali

Gli esseri umani hanno una naturale tendenza a ricercare le cause di eventi che osservano o di cui sentono parlare. Ad esempio, quando si viene a conoscenza di un incidente, non siamo soddisfatti di ricevere informazioni circa il luogo, l’ora e il numero delle vittime, ma il nostro interesse principale riguarda il perché sia accaduto.

L’ordine delle parole può influire su effetti riguardanti la memoria e su diversi processi cognitivi, quali la formazione di impressioni e i processi di categorizzazione. In accordo con le iconicity assumptions si è visto come la disposizione delle componenti all’interno della frase sia strettamente connessa a fenomeni di comprensione narrativa, i quali conducono le persone alla costruzione di schemi rappresentativi del contenuto, attraverso la raccolta e la rielaborazione delle informazioni in entrata.

La direzione di questo processo risulta essere in linea al naturale andamento cronologico degli eventi, dove ciò che viene espresso prima è antecedente e causa di ciò che accade successivamente. Anche quando non è chiaramente espresso il nesso temporale (Hopper1979).

Le inferenze causali che le persone attribuiscono agli eventi quotidiani sono, dunque, influenzate dall’ordine in cui soggetto, oggetto e verbo sono disposti nelle frasi transitive.
Oltre a risolvere indizi significativi sulle relazioni sociali il Word Order, quindi, esprime anche relazioni temporali. Le persone generalmente si aspettano che le cause degli eventi vengano esposte prima degli effetti, probabilmente facendo riferimento a ciò che è la loro esperienza nel mondo reale.
Autori come Bruner, Virtue e Kurby (2012) si focalizzano sulla connessione tra la sfera temporale e la dimensione causale. Attraverso un esperimento in cui una stessa situazione viene presentata, in un caso, in cui la causa precede l’effetto, nell’altro, in cui l’effetto precede la causa, gli autori dimostrano, analizzando i tempi di risposta, che, in linea con le ipotesi, i partecipanti risultano nettamente più rapidi nell’interpretare situazioni che seguono l’ordine canonico causa-effetto.
Altre ricerche (Bettinsoli, M. L., Maass, A., Kashima, Y., & Suitner, C. ,2015), in aggiunta, suggeriscono la possibilità che coloro che parlano lingue differenti, con ordini strutturali diversi, favoriscono alcune attribuzioni causali rispetto ad altre. Ad esempio, i parlanti di lingue che presentano schema OSV possono, in media, percepire il paziente come più co-responsabile di un evento rispetto i parlanti di lingue SOV, ed entrambi possono essere probabilmente più propensi a considerare cause situazionali rispetto a parlanti di lingue «verbal-first» .
Molteplici ricerche basate sull’analisi di fatti di cronaca che riportano atti di violenza contro le donne (Bohner, 2001; Frazer & Miller, 2008; Henley, Miller, & Beazley, 1995) hanno evidenziato, infatti, che l’utilizzo di forme grammaticali differenti influenzano l’attribuzione causale e la percezione di responsabilità.
Se consideriamo la struttura delle frasi in forma attiva e passiva, si può notare come i ruoli semantici di agente e paziente subiscano un cambiano di posizione all’interno della frase. Il paziente, ossia chi subisce l’azione, è solitamente menzionato dopo l’agente, il quale rappresenta il punto di partenza per l’elaborazione della frase in forma attiva. La situazione si rovescia passando invece alla forma passiva in cui il paziente prende posizione dominante, godendo di maggior attenzione (Johnson-Laird, 1968), e acquisendo maggiore responsabilità per l’azione descritta.

Nel caso di atti violenti contro le donne, l’uso di forme passive, dunque, aumenta la loro co-responsabilità rispetto all’azione, facendo intendere un ruolo più attivo nel determinare la situazione (Bohner, 2001; Frazer& Miller, 2008). Ciò che cambia attraverso la forma passiva, insieme al tempo grammaticale del verbo, è la posizione seriale delle parole: l’oggetto, di solito posto dopo il soggetto, si trova ora all’inizio della costruzione.
Gli effetti che vengono maggiormente presi in considerazione, relativamente al Word Order, fanno riferimento, dunque, all’usuale tendenza delle persone ad attribuire in misura maggiore la causa di un’azione (o di un evento) all’elemento che, nella frase, appare in prima posizione (rispetto a posizioni successive).

Riassumiamo quindi quelle che possono essere le potenzialità informative, e quali le influenze, determinate dalla struttura della frase: in primo luogo, i lettori / ascoltatori possono ritrovarsi a prestare maggiore attenzione al primo elemento menzionato e ad usarlo come punto di partenza quando gli viene chiesto di spiegare l’evento. In questo caso, viene nuovamente preso in considerazione l’aspetto funzionale dell’effetto primacy, secondo cui le persone tendono a ricordare maggiormente i primi elementi presentati all’interno di una lunga lista e gli ultimi (recency).
La scelta della posizione delle componenti S,V,O, in secondo luogo, può rispecchiare un ordine mentale preciso ed una prospettiva descrittiva mirata, anche se per il più delle volte in maniera inconscia (perspective taking).
In un evento, infatti, le persone possono soffermarsi su particolari differenti, adottando quindi lenti di lettura differenti. Il primo termine svela la direzione di interpretazione dell’accaduto che viene adottata (da chi esprime il concetto) e trasmessa a colui che ascolta, riflettendo il punto di vista del parlante e influenzando quello del ricevente.
I lettori / ascoltatori possono dedurre l’intenzione di chi parla, pensando che l’elemento sia stato volutamente posizionato in prima posizione perché ritenuto maggiormente interessante (caso della lingua italiana).
Partendo dall’ipotesi che l’attribuzione causale possa essere influenzata dalla posizione degli elementi sintattici all’interno di una frase, Bettinsoli, M. L., Maass, A., Kashima, Y., & Suitner, C. (2015) hanno condotto uno studio sperimentale al fine di testare il ruolo del Word Order nella percezione di causalità. Gli autori hanno costruito sei semplici frasi manipolando l’ordine di tre elementi grammaticali (soggetto, oggetto e verbo) nelle sei possibili combinazioni SVO, SOV, VSO, VOS, OVS, OSV. In seguito hanno chiesto a partecipanti Italiani e Inglesi di valutare la misura in cui l’azione descritta fosse dovuta a fattori disposizionali ( riferiti al soggetto) o situazionali (contesto espresso dal verbo).
In linea con l’ipotesi, i risultati hanno mostrato una maggiore attribuzione causale all’elemento che appariva in prima posizione, indipendentemente dalla sua funzione.
L’importanza di tale processo è emersa in letteratura attraverso la teorizzazione del Linguistic Category Model, in cui autori come Semin e Fiedler (1988) hanno dimostrato che il grado di astrattezza di un termine sia determinante nel suggerire un’attribuzione causale disposizionale, piuttosto che situazionale.
E’ stato dunque messo in evidenza come l’ordine in cui soggetto, oggetto e verbo sono disposti all’interno di una frase svolga un ruolo nell’attribuzione di causalità.
Secondo altri studi di ricerca (Fernbach, Darlow, & Sloman 2010; Fernbach, Darlow,& Sloman, 2011), anch’essi di recente pubblicazione, analizzando le discrepanze tra le diverse teorie riguardanti bias causali, è stato riscontrato che, nei momenti di incertezza, le persone costruiscono attribuzioni causa-effetto seguendo norme probabilistiche che spesso conducono in errore.
A tal proposito viene fatto riferimento ai ragionamenti predittivi e diagnostici che generano probabilità differenti a seconda della forza delle cause alternative, del potere causale e delle priorità di causalità. Il ragionamento predittivo è il processo attraverso il quale gli individui deducono la probabilità di un effetto a partire dalla sua causa, mentre il ragionamento diagnostico procede in modo opposto, ossia la probabilità di una causa viene dedotta a partire dall’ effetto.
È stato evidenziato come la maggior parte delle attribuzioni seguano ragionamenti predittivi, piuttosto che diagnostici, a seguito di una maggiore facilità intuitiva e di attivazione: una sorta di scorciatoia cognitiva basata sull’esperienza e su credenze comuni, insufficienti per la formulazione di giudizi effettivamente probabilistici.
Il ruolo del Word Order nelle inferenze causali emerge, dunque, anche dagli studi relativi al ragionamento predittivo e diagnostico.
In una serie di studi precedenti, infatti, Fernbach e colleghi hanno testato le differenze tra le diverse tipologie di inferenza causale. Attraverso tre esperimenti hanno dimostrato che gli individui tendono a sottovalutare l’eventuale ruolo di cause alternative durante il processo di inferenza predittiva, ma non durante quello di inferenza diagnostica. Quando compiono inferenze predittive, gli individui considerano la causa data come unica sola spiegazione dell’effetto; al contrario, quando generano inferenze diagnostiche, l’effetto viene spiegato prendendo in considerazione ulteriori legami causali rispetto a quello proposto (Fernbach, Darlow, & Sloman, 2010).
In un’ulteriore teorizzazione, Meder e colleghi (2014) hanno suggerito che il processo di ragionamento diagnostico è influenzato sia dalla convinzione circa l’esistenza di una relazione causale tra una certa causa e un effetto, sia dalla probabilità che l’effetto sia stato prodotto da strutture causali alternative (Meder, Mayrhofer, & Waldmann, 2014).
Le persone mostrano sistematici bias, ossia trascurano informazioni rilevanti nella formulazione di giudizi probabilistici basati su informazioni causali, facendo riferimento e affidandosi alla loro esperienza.
Questo fenomeno suggerisce il fatto che il modo in cui le persone ragionano non sia normativo, tanto meno coerente con le «causal Bayes nets». Le reti bayesiane (BN – Bayesian Network) rappresentano un modello grafico probabilistico che mostra un insieme di variabili stocastiche (che assumono valori differenti in presenza di fenomeni aleatori, fenomeni che ripetuti sotto le medesime condizioni iniziali possono non produrre i medesimi risultati), con le loro dipendenze condizionali attraverso l’uso di un grafo aciclico diretto (DAG) . Possono essere chiamate anche «reti causali», in quanto gli archi che connettono i nodi concettuali rappresentano relazioni causali dirette. Per fare un esempio del funzionamento di una rete Bayesiana potremmo considerare la relazione probabilistica esistente tra i sintomi e le malattie.
Dati i sintomi, la rete può essere usata per calcolare la probabilità della presenza di diverse malattie.
Nel calcolo delle reti bayesiane, perché possa essere considerata per “data” l’evidenza di un nodo, dobbiamo esser certi della verità o falsità della proposizione rappresentata dal nodo stesso”. Gli statistici bayesiani sostengono che tale inferenza costituisce la base più logica per discriminare tra ipotesi alternative in conflitto. Vediamo nello schema che segue un esempio di rappresentazione probabilistica mediante le reti di Bayes.

L’evidenza più diretta, in ogni caso, scaturisce dai lavori di Tversky e Kahnemen (1980) i quali condussero altri studi circa le relazioni causali. Gli autori chiedendo ai partecipanti di comparare la probabilità causale tra eventi presentati per indagare le diversità di attribuzione, manipolano la fondamentale natura asimmetrica della causalità: le cause generano effetti, ma non vice versa.
Gli autori ipotizzano che la preferenza per i ragionamenti predittivi, a discapito di quelli diagnostici, sia dipesa dal fatto che risulta più naturale, per le persone, seguire una causalità di questo tipo verso cui, di conseguenza, confidano maggiormente. Il loro pensiero è che, probabilmente, il fluire dei ragionamenti, dalla causa all’effetto, conduca le persone verso attribuzioni non normative.
Questo implica che quando ci si trova di fonte a relazioni causali, l’attenzione sia focalizzata sulla ricerca di informazioni “altre” su cui basare la connessione degli eventi o da cui generare alternative causali (euristiche di probabilità).

 

 

 

 

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Word Order e influenza semantica nei binomi

Word Order e influenza semantica nei binomi

L’ordine delle parole all’interno della frase ha quindi un ruolo determinante nei processi di categorizzazione e di attribuzione di un significato particolare ai concetti esposti. Questo è dimostrato anche da numerose ricerche sui binomi linguistici (Hegarty, Watson, Flechter, & McQueen, 2011; McGuire & McGuire, 1982; Mollin, 2012). Mollin (2012), lungo il suo percorso di ricerca, ha evidenziato come la maggior parte dei binomi siano costruiti secondo un ordine preciso (fratelli- sorelle, uomo- donna, cane- gatto). Questi, presentano un forte ordine canonico e riflettono uno specifico contenuto semantico secondo cui il primo termine è quello caratterizzato da più agentività e da maggior potere.

Con l’obiettivo di approfondire tale argomento risulta efficace, a questo punto, aprire un’altra parentesi teorica e ritornare alla riflessione sulla direzione da sinistra a destra, propria della lettura e della scrittura nella maggioranza delle lingue mondiali.
“La scrittura è fondamentale nella società e noi siamo continuamente soggetti a stimoli linguistici. Per noi occidentali le parole scorrono verso destra e questo riferimento spaziale diviene un punto fondamentale, come il fatto che il cielo sta sopra le nostre teste “.

A sostegno di quanto detto, vi sono numerose ricerche, anche di recente pubblicazione, che affrontano temi come la teoria dell’embodiment (Barsalou, 1999) e dello spatial agency bias (Anjan Chatterjee, 2002; Maass, Suitner & co., 2011,2014 ). Si tratta di ricerche sistematiche che analizzano l’influenza del contesto sull’elaborazione cognitiva (la dimensione spaziale spesso resta fuori dalla nostra consapevolezza, ma questo non significa che i riferimenti spaziali non siano elaborati dal nostro cervello). In queste ricerche viene dimostrato come l’influenza della scrittura va oltre il contesto linguistico, condizionando addirittura l’interpretazione di un’azione.

Con il termine “agency”, in particolare, ci si riferisce alla capacità di agire attivamente sul mondo fisico e sociale. Durante una relazione, le persone coinvolte assumono spesso ruoli complementari rispetto a questa caratteristica: l’agente è colui il quale mette in atto un comportamento verso il ricevente, il quale, a sua volta, assume un ruolo più passivo.

Il neuropsicologo Anjan Chatterjee (2002), attraverso un esperimento condotto con una persona afasica (difficoltà nella produzione e nella comprensione linguistica), in cui viene utilizzata una strategia spaziale per comprendere le frasi, ha scoperto che queste due figure sono legate a specifiche posizioni nello spazio in base al ruolo rivestito. “Se gli veniva chiesto di descrivere una scena in cui un soggetto agiva su un oggetto, egli indicava quello posto a sinistra come l’agente e quello posto a destra come il ricevente, anche se l’azione si svolgeva chiaramente nella direzione opposta”.

La direzione spaziale è usata, quindi, non solo per rappresentare l’azione (Chatterjee, 2002), ma anche il suo potenziale: cioè la condizione sociale di agire (agency). Dall’analisi di questo fenomeno si giunse alla conclusione che si trattasse di lateralizzazione emisferica.
Oggi sappiamo che il fattore di maggior impatto sui processi cognitivi risulta essere la direzione di lettura e scrittura, ossia un fattore culturale. È per questo motivo che il SAB (spacial agency bias) si inserisce nella più grande teoria dell’embodiment.
Susanna Timeo, Anne Maass, e Caterina Suitner (2012), oltre alla direzione di scrittura, richiamano in causa l’ordine delle componenti sintattiche del periodo, ribadendo l’influenza del Word Order. Lingue come l’arabo, invece, procedono verso sinistra, ma comunque mantengono la precedenza del soggetto sull’oggetto; in questo caso, pertanto, l’agente sarà alla destra del ricevente. Pochissime altre lingue come, ad esempio, quella parlata in Madagascar hanno invece una disposizione sintattica tale per cui l’oggetto è posto prima del soggetto.

L’importanza del Word Order e dell’effetto primacy, quindi, viene messa in luce da un excursus teorico di considerevole rilevanza. Ritornando, infatti, agli studi sui binomi linguistici, il quadro concettuale può essere ampliato ulteriormente. Vi sono altre evidenze sperimentali che mostrano come il primo termine sia percepito dal lettore come più attivo e potente (Johnson, 1967), più mascolino (Hegarty et al., 2011) e con uno status più elevato, rispetto al secondo termine menzionato (McGuire & McGuire, 1982).

In questi studi viene dimostrato che l’ordine delle parole, anche nei binomi, non è mai casuale ma, piuttosto, segue ragionamenti o regole cognitive ben precise che conferiscono al concetto espresso un ruolo semantico identificabile e motivabile all’interno della cultura di riferimento.
Mollin (2012) nelle sue ricerche evidenzia, in aggiunta, il fatto che, nei binomi, il primo termine menzionato precede cronologicamente il secondo (“primavera e estate”, “prima e dopo”), oppure ne è la causa (“prova ed errore”). In assenza di marcatori linguistici espliciti (ad esempio: prima, perché ecc.) i lettori / ascoltatori tendono a dedurre sia l’ordine cronologico, che quello di relazioni causa-effetto, dall’ordine in cui gli eventi sono narrati (iconicity assumption), assegnando agli elementi menzionati all’inizio della frase il primato temporale e causale rispetto a quelli citati in seguito.

Clark (1971) ha condotto delle ricerche sulla capacità di acquisizione del significato degli avverbi “prima” e “dopo”, in bambini dei 3 ai 5 anni. Dai risultati, si evince che le maggiori difficoltà di comprensione emergono per le situazioni presentate con un ordine cronologico rovesciato in cui la strategia “order of mention”, utilizzata dai bambini, non trova corrispondenza immediata di significato. Si ipotizza quindi, attraverso sviluppi cognitivi e neuro-cognitivi, che lo stesso problema persista negli adulti, tranne quando c’è una forte relazione causale tra gli eventi: le espressioni in cui l’ordine degli eventi non è canonico, risultano più difficili (non impossibili) da comprendere, in quanto richiedono un maggiore sforzo cognitivo (Mandler, 1986; Münte et al., 1998). Pertanto, la comprensione del testo è generalmente compromessa quando l’ordine narrativo non corrisponde all’ordine cronologico o causale degli eventi (Ohtsuka & Brewer , 1992) .

Così, la ricerca sui binomi e sui modelli situazionali concorda sul fatto che l’ordine in cui le parole vengono disposte, fornisce informazioni sui collegamenti temporali e causali tra gli eventi. Tuttavia l’ordinamento temporale non implica necessariamente relazioni causali, è solamente una condizione preliminare per il ragionamento causale, che può spiegare perché alcune inferenze temporali e causali, spesso, vanno di pari passo.

 

 

 

 

 

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Il Word Order in psicologia e l’effetto primacy

Il Word Order in psicologia e l’effetto primacy

Con il passaggio alle lingue romanze, caratterizzate dall’eliminazione dei casi, l’ordine delle parole si trasforma, dunque, presentando schema SVO ed evidenziando maggiormente una forma mentis, una modalità di pensare e ragionare, che prevede che il Soggetto venga presentato prima dell’Oggetto (Tabullo et al., 2012). Si tratta di uno schema tipicamente occidentale che si è riflesso culturalmente nell’interazione tra le persone, adattandosi meglio alla naturale direzione di lettura e scrittura che prevede un andamento che va da sinistra a destra.
Il vantaggio di questa struttura consta nel fatto che i due sostantivi non siano entrambi anticipati al verbo, evitando così fraintendimenti di significato, oltre al fatto che, come già sostenuto in precedenza, si tratta di uno schema che si mantiene coerente con il modo in cui concettualmente ci rappresentiamo le costruzioni transitive attive. Normalmente un’azione si sviluppa nella nostra mente con direzionalità sinistra – destra: il soggetto agente si troverà, dunque, prima dell’oggetto paziente.
Fenomeni come una maggiore attenzione, una facilitazione di memorizzazione (primacy effect), una maggiore accessibilità e recupero in memoria, e una concezione di maggiore agentività (Gernsbacher & Hargreaves, 1988; Carreiras, Gernsbacher, & Villa, 1995; Kim, Lee & Gernsbacher, 2004; Mayberry & Ferreira, 2013) vengono tutti riconosciuti come caratteristiche attribuite all’elemento posto in prima posizione, il quale gode di una maggiore rilevanza piuttosto evidente.
Il primo elemento menzionato all’interno di una frase è quindi quello che viene meglio ricordato, in virtù della maggior attenzione solitamente posta alle prime componenti della frase. Che sia il soggetto, o l’oggetto della frase, il primo elemento gode di un trattamento privilegiato sia in forma scritta che orale.
Attraverso i risultati di numerosi studi, tra cui alcuni che mettono a confronto lo spagnolo e l’inglese (Carreiras, M., Gernsbacher, M.A. 1995), si evidenzia come l’effetto primacy (accessibilità in memoria), permanga sia in casi in cui si tratta di persone, sia quando si tratta di un oggetto inanimato. Si può quindi far riferimento ad una structure building framework , ossia ad un quadro generale che guida strutture e rappresentazioni mentali sotto forma di uno schema a più livelli. Gli elementi prima citati sono più accessibili perché costituiscono la base degli schemi mentali e perché, è proprio attraverso questi che le informazioni successive vengono mappate sviluppando l’intera rappresentazione.

Anche altri psicolinguisti come MacWhinney e collaboratori (1977), infatti, hanno suggerito che gli elementi posti all’inizio della frase giochino un importante ruolo pragmatico, in quanto, servono come punto di partenza sia per la costruzione del messaggio del parlante, sia per la costruzione della rappresentazione dell’ascoltatore.

Questo processo genera ripercussioni anche sulla Perspective-taking : la scelta di un ordine specifico delle parole, nella descrizione di una situazione, porta l’ascoltatore/lettore a focalizzarsi su certi aspetti del discorso, piuttosto che su altri. Con questo, si fa riferimento alla possibilità di dirigere volontariamente il punto di vista adottato dal ricevente nell’interpretazione delle informazioni, attraverso scelte puramente lessicali che, tuttavia, si riflettono a livello mentale.

Sebbene l’ordine soggetto-verbo-oggetto predomini sull’ordine oggetto-verbo-soggetto, questo dato statistico non può essere interpretato meccanicamente. La scelta dell’elemento iniziale, infatti, riflette spesso una strategia comunicativa da parte di chi parla o scrive, che pone all’inizio della frase l’elemento che lui o lei pensa essere il più interessante.
Ad esempio, nella frase di seguito riportata (3), il parlante dà più importanza al tempo di arrivo, mentre nella (4) è l’azione che viene enfatizzata, nella (5), infine, è l’agente dell’azione ad essere sottolineato :

3) A las siete vendra Juan.
Alle sette arriva Juan.

4) Vendra Juan a las siete.
Verrà Juan alle sette.

5) Juan vendra a las siete.
Juan verrà alle sette.

I termini scelti razionalmente (o implicitamente) per occupare la prima posizione, dunque, costituiranno i nodi centrali delle strutture mentali che, completandosi attraverso l’integrazione costante di informazioni in entrata, formeranno le rappresentazioni del concetto in questione. Si tratta di elementi di ancoraggio delle mappe cognitive che forniscono una struttura gerarchica per le rappresentazioni e l’organizzazione dei dati.

In uno dei suoi lavori, Asch (1946) evidenzia inoltre come, nel rapporto con gli altri, pur se di essi conosciamo pochi dati, utilizziamo schemi cognitivi preesistenti, al fine di avere dell’altro una valutazione più ampia. Il primo tratto descrittivo, di una lunga lista, è di quello che maggiormente influenza l’ascoltatore nella formulazione dell’impressione complessiva anche durante interazioni sociali. Probabilmente perché, come già evidenziato in precedenza, al primo elemento viene conferita maggiore importanza (Hamilton & Sherman, 1996). Egli affermava, infatti, che la percezione sociale totale di un’altra persona, non è semplicemente la sommatoria dei singoli concetti utilizzati per definire quella persona, ma è individuabile un’associazione e interazione tra tali concetti.

La realtà (Voci, 2003) non viene registrata nella nostra mente per quella che è, ma viene trasformata, rielaborata e dotata di significato attraverso schemi mentali che, a loro volta, sono influenzati da una combinazione di fattori cognitivi, affettivi e motivazionali. Il processo cognitivo che trasforma e altera la realtà è definito “categorizzazione”: le nostre conoscenze (competenza cognitiva) sono organizzate in modo tale da riflettere le relazioni tra i concetti attraverso un’articolata (e flessibile) rete di significati.

In riferimento a tale fenomeno Asch (1946), seguendo una cornice più ampia, sottolinea l’importanza del concetto di primacy anche nella formazione di stereotipi, focalizzando l’attenzione sui processi di categorizzazione e formazione delle impressioni. Gli stereotipi influiscono sul modo di percepire e interpretare le informazioni che originano la nostra impressione, circa la personalità di chi incontriamo, attraverso processi automatici che tuttavia richiedono inferenze consapevoli. Tutte le informazioni in entrata, vengono dunque filtrate e integrate sulla base di schemi mentali posseduti, al fine di generare un’idea globale ed unitaria, su di cui i dati successivi vengono categorizzati di conseguenza, coerentemente con i precedenti.
Il processo di formazione delle impressioni può avvenire in modo automatico, attivando schemi consolidati e ricorrenti (a partire da segnali standard, peculiari di determinati contesti e situazioni), o in modo consapevole. La discriminante è rappresentata dalla disposizione di risorse cognitive sufficienti ad un’elaborazione attiva delle informazioni in entrata, da una motivazione sufficiente o dalla presenza di elementi contro-stereotipici che impongono una maggiore attenzione all’analisi dei dati (in quanto evadono gli usuali schemi di lettura della realtà). La motivazione, ad esempio, può essere determinante anche nell’influenzare la forza di attivazione di un pregiudizio, anche sulla base della spinta che fornisce al desiderio di giungere il più velocemente possibile ad una conclusione. Così facendo la mente sarà indirizzata verso scorciatoie di elaborazione costituite da categorie precostruite e caratterizzate da pregiudizi.
Si può concludere, quindi, sottolineando come le informazioni possedute in memoria influenzino il modo in cui i dati in entrata vengono percepiti, assimilati ed integrati nella formazione delle impressioni sulla realtà circostante. Gli stessi comportamenti vengono influenzati, nel loro significato, sulla base delle categorie attivate per interpretarli, specialmente per quanto riguarda la valenza (positiva o negativa) di riferimento. Le informazioni possedute in memoria filtrano l’ingresso delle nuove informazioni, con le quali si fondono per dare origine ad un’idea globale che viene guidata essenzialmente dall’individuale percezione di priorità di certe caratteristiche.
Il primo termine costituisce la base di tali strutture cognitive di comprensione e impone determinati legami concettuali, piuttosto che altri, sulla base di ciò che risulta essere l’esperienza della realtà da parte del parlante.
Lo steso processo di influenza può verificarsi dunque, anche nell’interpretazione di eventi o informazioni riguardanti la salute. È fondamentale, per cui, comprendere l’importanza della comunicazione e della struttura del messaggio, la quale è in grado di condizionare anche atteggiamenti e comportamenti.
Citando il modello classico di elaborazione ELM di Petty & Cacioppo (1986) , il quale costituisce una delle principali basi della psicologia sociale, si ricorda che gli atteggiamenti sono stati identificati come una delle variabili più influenti nel determinare il verificarsi di comportamenti di un individuo. Agendo su di essi infatti, attraverso una struttura comunicativa mirata, si potranno ottenere modifiche comportamentali più durature nel tempo

 

 

 

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Psicolinguistica dal latino alle lingue romanze

Psicolinguistica: dal latino alle lingue romanze

Seguendo inizialmente un approccio con fondamenta puramente linguistiche, si è visto come vi sia stato un cambiamento strutturale all’interno delle lingue europee.
Per approfondire e concludere quanto finora sostenuto, risulta adeguato riportare il caso emblematico dell’evoluzione della lingua italiana. Analizzeremo dunque un percorso che principalmente risulta sorretto da criteri comunicativi grammaticali, ma che trae origine anche da necessità cognitive, le quali riflettono effetti psicologici legati alla cultura di riferimento.
È stato dimostrato, infatti, che tra tutti gli ordini catalogati, lo schema S è anche il più facile da apprendere naturalmente (Grüning, 2003), presumibilmente in quanto riduce ambiguità di comunicazione.
Altri studi di ricerca poi, fanno riferimento all’esistenza di limitazioni cognitive in grado di modellare le lingue, dirigendone i cambiamenti, principalmente per quanto riguarda apprendimento (Polinksy & Van Everbroeck , 2003) e analisi (Hawkins , 2004).
Il discorso si orienta quindi in direzione del confronto tra latino e lingue romanze, con l’aspettativa di rendere evidente, dal punto di vista linguistico, come questa evoluzione abbia reso lo schema linguistico Italiano più facilmente accessibile a livello cognitivo (rispetto a quello latino) .
L’evidenza maggiore a cui far riferimento in questo processo, è quindi relativa all’ordine di S, V, O nelle frasi semplici transitive, conseguente all’eliminazione dei casi di marcatura latini (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo e ablativo).
Nello specifico, si può notare come il latino sia caratterizzato da un sistema di casi che risulta fondamentale per la distinzione delle diverse componenti sintattiche che precedono il verbo, seguendo ordine SOV. L’assegnazione dei ruoli tematici ai sostantivi risulta per cui fondamentale in questo contesto, al fine di poter distinguere il soggetto dall’oggetto.
Con l’italiano, invece, si passa da un sistema derivazionale (che presenta i casi) ad uno flessivo (che flette un lessema originando nuove parole, senza ricorrere all’uso di casi) e ciò comporta una necessaria inversione delle componenti S e O all’interno della frase, portando quindi l’ordine da SOV a SVO. Centrale nel cambiamento è, per cui, la caduta del sistema di casi.
Per meglio intendere la necessità di tale inversione strutturale, si deve porre l’attenzione alla funzionalità dei casi che consentono di comprendere, all’interno delle proposizioni, il significato dei diversi sostantivi. Basti pensare che, sempre con riferimento alla lingua latina, il soggetto viene espresso esclusivamente in caso Nominativo e che, ogni verbo circoscrive i ruoli tematici dell’oggetto in riferimento alla sua natura semantica. In questo modo i casi, in qualsiasi circostanza, consentono al lettore di distinguere S da O. Nelle lingue romanze, in assenza di tali specificazioni derivazionali e mantenendo l’ordine SOV, non sarebbe altrettanto chiara questa differenza.
Ritornando quindi a riferirci alla costruzione latina SOV, risulta evidente come tutte le informazioni siano assolutamente necessarie per flettere correttamente l’oggetto diretto: il ruolo tematico assegnato dal verbo non è dato fino alla fine della frase.
Questo rischia di complicare ulteriormente l’elaborazione delle frasi a causa di limitazioni di memoria (Hawkins, 2004): per un’adeguata comprensione o analisi si dovrà procedere, quindi, con una lettura prima da sinistra verso destra e poi da destra verso sinistra. Essendo il verbo alla fine, ed essendo quest’ultimo responsabile di una corretta distinzione tra S e O sono necessarie entrambe le “forwards and backwards reading”.

Quanto finora sostenuto emerge dalla frase:
(1) Fata viam invenient
fate-NOM-PL way-ACC-SG find-3P-PL-PRE-ACT; (SOV)
I fati trovano una via

L’assegnazione del ruolo tematico viene dunque proiettata dal verbo al soggetto e all’oggetto, complicando così il sequenziamento sinistra-destra nella produzione e comprensione linguistica. Più complessa è la frase, più complesso risulterà, per il lettore, individuare i diversi componenti della frase attribuendo loro il giusto significato.
Come si può vedere nell’esempio riportato dalla seguente frase transitiva, inoltre, il parlante si potrebbe trovare a dover riconoscere tre ruoli e quindi flettere due sostantivi:
(2) Magister puell-ae libr-um dat
teacher-NOM-SG girl-DAT-SG book-ACC-SG give-3P-PRE; (SOOV)

Da questo confronto inter-linguistico, si evince, dunque, che il processo evolutivo che ha generato questo cambiamento nella struttura della lingua italiana, possa esser dipeso da necessità volte a ridurre il carico cognitivo degli individui, facilitando la comunicazione e riducendo la probabilità di ambiguità o fraintendimenti tra i parlanti.

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L’evoluzione linguistica europea del Word Order

L’evoluzione linguistica europea del Word Order

Le lingue differiscono tra loro per diversi aspetti, uno di questi è rappresentato dall’ordine in cui sono disposti i costituenti sintattici della frase. Soggetto (S), Verbo (V) e Oggetto (O) sono considerati dalla linguistica basic building-blocks of sentences, ossia blocchi di base per la costruzione delle proposizioni, e la loro disposizione determina una distinzione tipologica delle lingue.
Secondo il World Atlas of Languages (Dryer, 2011) , in cui sono classificate 1377 lingue presenti in tutto il mondo, le strutture più comuni risultano quelle finora attribuite al latino e alle lingue romanze. Mentre la prima è caratterizzata dall’ordine linguistico SOV, le seconde presentano schema SVO. L’atlante include, inoltre, altri diversi schemi di Word- Order i quali presentano tuttavia una diffusione più ridotta (VSO, VOS, OVS, OSV).
Risulta comunque importante ricordare che solitamente tutte le lingue presentano una flessibilità di sintassi per quanto riguarda la posizione delle parole all’interno delle frasi, soprattutto nel parlato, mantenendo tuttavia una struttura di riferimento predominante sulle possibili variazioni (Bentz & Christiansen, 2010; Johnson & Braber, 1998; Song, 2001).

Come risulta dalla rappresentazione qui sotto riportata, nonostante l’ordine SOV si guadagni il primato, in Europa è lo schema SVO a risultare predominante.
Prendendo in considerazione, dunque, il quadro linguistico europeo, si può affermare che l’origine e l’evoluzione di tale predominanza, costituiscono tutt’oggi oggetto di numerosi dibattiti.
Se consideriamo il fatto che la maggior parte delle lingue, come sopra anticipato, presenta questa disposizione delle componenti Soggetto, Verbo, Oggetto, risulta quasi immediato pensare che anche la lingua ancestrale, da cui tutte le altre sarebbero derivate, avesse tale schema (SVO). Tutte le altre lingue, caratterizzate da schemi che rappresentano una netta minoranza, avrebbero dunque subito un cambiamento dell’ordine per «effetto diffusione», giungendo a schemi alternativi. Quest’ipotesi, tuttavia, non può essere confermata: il passaggio SVO> SOV risulta innaturale e di conseguenza impossibile . Come sostenuto da Greenberg (1963) e Givón (1979), infatti, la risposta più plausibile che consente di spiegare tale processo, suppone che lo schema originale della lingua indoeuropea fosse SOV, da cui successivamente si sarebbero evoluti tutti gli altri ordini.
Gli autori hanno evidenziato il fatto che, per subire variazioni di entità sufficientemente rilevante, una lingua necessita di un lungo processo graduale durante il quale le frequenze di diversi ordini iniziano a mutare intrecciandosi tra loro. Ad esempio, si può verificare una forma iniziale che presenti una frequenza elevata dell’ordine SOV e una bassa frequenza dell’ordine SVO. In una seconda fase, poi, la frequenza di SVO può aumentare a scapito di SOV, fino ad una fase di ordine libero delle parole, in cui le frequenze di entrambi gli ordini sono simili. Successivamente, in un momento considerato finale, si può verificare che le proporzioni di SVO e di SOV si invertano, in modo tale che l’ordine predominante venga sostituito.
Nella raccolta di dati sull’ordine di base delle parole, nelle diverse lingue del mondo, è necessario considerare tuttavia l’elevata probabilità che si siano verificati alcuni errori: non è sempre facile determinare in modo preciso e chiaro l’ordine di base e, in alcuni casi, fonti diverse forniscono addirittura informazioni discordanti anche in riferimento alla stessa lingua.
Harris e Campbell (1974), attraverso i loro studi linguistici, hanno sostenuto che ci sono pochissime prove, se non quasi nessuna, a sostegno dell’ipotesi che le lingue e la loro sintassi, si stiano evolvendo in una sola direzione attraverso variazioni irreversibili. L’evoluzione linguistica per cui non può essere considerata unidirezionale.
Nonostante questi rilievi, Givòn (1992) ha osservato che la maggior parte delle famiglie linguistiche, presenti attualmente nel mondo, o presentano ordine SOV o si può dimostrare che esse derivino da una fase precedente in cui presentavano ordine SOV. È dunque, in virtù di ciò, che il linguista giunge a sostenere che il linguaggio originale da cui tutte, o la maggior parte, delle lingue studiate derivano, avrebbe necessariamente avuto tale ordine.
La proposta teorica, supportata in un secondo momento anche dal linguista Dryer (1997), è dunque che il cambiamento sintattico che ha guidato l’evoluzione filogenetica sia stato quasi con certezza SOV > SVO.
A sostegno di quanto detto finora, nel paragrafo che segue si vedrà l’evoluzione diacronica dal latino alle lingue romanze.

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Il Word Order in psicolinguistica

Il Word Order in psicolinguistica

Il tema del Word Order, di cui tratta la seguente tesi, rientra nell’ambito di studi della psicolinguistica, o psicologia del linguaggio. La definizione di questa disciplina mette in rilievo la relazione tra le componenti psicologiche e neurobiologiche che stanno alla base dell’acquisizione, della comprensione e dell’utilizzo del linguaggio negli esseri umani.

È un ramo interdisciplinare che si avvale, per l’appunto, dell’apporto di differenti discipline come la neuropsicologia, la psicologia cognitiva, la linguistica ed in generale delle scienze cognitive. È la scienza che studia i rapporti tra società e linguaggio, inteso non tanto come un codice o sistema astratto, ma come uno strumento fondamentale di comunicazione usato all’interno di una comunità sociale.

Vengono utilizzati, quindi, sia risultati teorici che empirici della psicologia e della linguistica, per studiare i processi e le strutture mentali che stanno alla base dell’uso (comprensione e produzione) e dell’acquisizione della lingua.

Al fine di meglio introdurre la materia, si reputa opportuno sintetizzare brevemente l’evoluzione storica della psicolinguistica, in cui risultano centrali lo studio della mente, del comportamento e l’analisi scientifica del linguaggio, considerato settore centrale nell’ambito delle moderne scienze cognitive.

Il percorso affrontato da questa disciplina, secondo un punto di vista filogenetico e ontogenetico, può schematicamente essere suddiviso in tre periodi:

  1. il primo corrisponde al decennio degli anni cinquanta (pre-cognitivo), in cui la linguistica strutturale, la teoria dell’informazione e la psicologia comportamentista convergono per formare un quadro teorico caratterizzato dalla predominanza delle teorie strutturaliste, in linguistica, e del comportamentismo americano nella teoria dell’apprendimento, in psicologia.
  2. Il secondo periodo, invece, coincide con l’avvio della cosiddetta «svolta cognitiva», che ha modificato i quadri teorici tanto della linguistica, quanto della psicologia, soprattutto grazie all’opera del linguista americano Noam Chomsky. Egli, nel 1957, con la pubblicazione del libro Syntactic structures diede origine alla linguistica generativo-trasformazionale, guidando la psicolinguistica verso la costruzione di modelli in grado di spiegare i processi di acquisizione del linguaggio, di formazione e comprensione delle frasi. È il periodo in cui viene dato maggiore rilievo agli studi riguardanti problemi di sintassi. Gli assunti fondamentali di questa nuova prospettiva chomskiana, sono: a) che il linguaggio è una competenza, ossia un insieme di regole e meccanismi presenti nella mente di chi parla e capisce; b) che esistono principi linguistici universali, radicati nel patrimonio genetico della nostra specie; c) che il compito della linguistica è quello di costruire modelli formali che descrivano queste regole.
    Partendo da tali assunti furono elaborati, quindi, modelli di competenza linguistica che concepivano la sintassi come il meccanismo fondamentale del linguaggio (a scapito della semantica), e che attribuivano ad ogni frase due strutture sintattiche: una superficiale (direttamente osservabile nella frase) e una profonda (più astratta), legate tra loro da regole di trasformazione.
  3. Il terzo periodo, infine, risulta caratterizzato da modelli in cui la componente semantica del linguaggio ha un ruolo predominante rispetto al passato, ove si privilegiava quella sintattica. In questo momento storico si manifesta la tendenza ad ancorare il linguaggio ad un più ampio contesto cognitivo.

Gli albori sperimentali dei processi sottostanti la comprensione e produzione del linguaggio, hanno perciò preso avvio in corrispondenza ad uno spostamento dell’orientamento teorico della psicologia dal comportamentismo, che vieta il ricorso a qualsiasi entità mentale, alla prospettiva cognitivista, che rivaluta il ruolo della mente nel determinare i comportamenti. Per i comportamentisti, il linguaggio era solo un comportamento verbale, nient’altro che il risultato dell’apprendimento, dell’associazione e dell’imitazione. Il nuovo clima culturale, determinato dalla teoria linguistica di Noam Chomsky, ha invece incoraggiato lo studio del linguaggio come «fatto mentale» prima che come comportamento verbale e ha indotto gli studiosi a porre attenzione ai processi psicologici sottostanti la formazione e la comprensione delle frasi.

In questo clima la psicolinguistica è caratterizzata dal tentativo di verifica della «realtà psicologica» delle regole teorizzate dai linguisti: l’idea, cioè, che alle regole costitutive del sistema linguistico corrispondano altrettanti meccanismi psicologici da indagare sperimentalmente.

Date queste premesse di contenuto generale, preliminari e necessarie per la definizione del quadro di riferimento entro cui si colloca lo studio del Word Order, si introduce ora il lettore alla trattazione della prima questione in esame, ovvero l’evoluzione linguistica che porta alla formazione delle lingue romanze, partendo dal latino.

 

 

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