Il Benessere soggettivo: l’interazione fra individuo e contesto

L’interazione fra individuo e contesto

I diversi settori della psicologia stanno prendendo sempre più in considerazione l’importanza del rapporto tra il soggetto e l’ambiente, in un’ottica ecologica. La qualità della vita e quindi il benessere/malessere di un individuo è il risultato anche e soprattutto delle relazioni che egli instaura con le strutture sociali, gli ambienti fisici e più in generale con la propria cultura, che costituiscono e danno significato alla sua vita.

La possibilità di raggiungere i propri scopi grazie ad un ambiente favorevole, il coinvolgimento in attività interessanti, l’importanza di ricoprire ruoli sociali, le relazioni con gli amici o la famiglia, il posto di lavoro e il quartiere sono tutte variabili che incidono fortemente sul benessere delle persone.

Numerose ricerche hanno documentato come le condizioni ambientali esercitino un’influenza importante sul benessere e sulcomportamento degli individui.

Bronfenbrenner (1979) e Wilson (1987) hanno ampiamente documentato la centralità del ruolo delle dimensioni strutturali e culturali per capire molto problematiche legate alla crescita dell’individuo.

Ad esempio, il sistema di ineguaglianze economiche, ma anche razziali, ha implicazioni notevoli sulla salute e sul benessere. La stessa concezione di “health promotion” dell’OMS nel tempo si è modificata fino ad indicare le responsabilità della salute e del benessere non più solo a livello del comportamento individuale, ma dell’intera comunità.

La povertà, così come è stato mostrato da diversi studi (ad esempio, Alder et al., 1994), costituisce il principale fattore di rischio di disabilità e morte prematura. Inoltre, la situazione economica della famiglia più avere un impatto reale sull’adattamento e sullo sviluppo dell’adolescente (Conger et al., 1999).

Gli scopi e le attività

Alcune teorie affermano che i sentimenti di benessere soggettivo dipendono dal raggiungimento di determinati scopi personali o dal soddisfacimento di determinati bisogni.

La teoria degli “striving” di Emmons (1986; 1992) mostra come questi ultimi siano scopi caratteristici e ricorrenti che la persona cerca di raggiungere e che servono ad integrare l’insieme più ampio di obiettivi che la persona si pone. Alcune caratteristiche degli scopi, come il loro grado di conflitto e ambivalenza, sono state associate a una varietà di affetti spiacevoli sia a livello psicologico che fisico. Si è visto inoltre che chi struttura i propri scopi in termini ampi e astratti tende a soffrire in misura maggiore di sintomi di disagio psicologico, diversamente da coloro che strutturano i propri scopi in termini più concreti e specifici, i quali soffrono maggiormente di malattie fisiche (Emmons, 1992).

Anche gli obiettivi di sviluppo all’interno di una comunità possono essere visti come una sfida per il soggetto e quindi un’opportunità di sviluppo e di aumento della propria autostima in caso di successo. L’aver superato un obiettivo inoltre, permette di superare e risolvere con più efficacia i compiti successivi, mentre l’insuccesso porta alla disapprovazione da parte della società e alla difficoltà nelle prove successive.

La percezione di avere uno scopo da raggiungere e la sensazione di riuscire ad avvicinarsi sempre di più può essere di per sé un fattore che conferisce significato alle azioni e alla vita più in generale e il suo raggiungimento può originare benessere. Ovviamente la facilità o meno con cui i soggetti raggiungono i propri scopi dipende dalle strategie e dai procedimenti messi in atto e dalla situazione. Cantor e Harlow (1994) hanno trovato che l’esperienza emozionale positiva dipende dalla congruenza tra gli obiettivi posti e il contesto sociale.

I compiti e gli scopi che l’individuo si pone cambiano nel tempo e sono influenzati dalla cultura e dai bisogni di ognuno; ad esempio il successo accademico può essere un compito evolutivo fra gli studenti (Cantor & Harlow, 1994), mentre l’adattamento alla condizione di pensionati è un compito evolutivo che vede coinvolto l’anziano. Risulta quindi importante nella valutazione del benessere tenere in considerazione i cambiamenti inevitabili nel corso della vita in relazione agli scopi e in presenza di eventi critici.

Un’altra concezione vicina alla precedente è rappresentata dal costrutto di “esperienza ottimale” o “flusso di coscienza” (flow) nel modello proposto da Csikszentmihalyi (1975); si parte dal presupposto che il benessere soggettivo dipenda dal coinvolgimento in attività interessanti, dove c’è un equilibrio tra le sfide poste dall’attività e le abilità possedute dal soggetto per affrontarle. Sono attività positive e piacevoli poiché forniscono un livello ottimale di informazioni nuove e in quantità non eccessiva. La condizione di “flow” è distinta dalla noia in cui vi sono risorse superiori alle sfide, dall’ansia dove le risorse sono insufficienti per superare le sfide e dall’apatia in cui vi sono scarse sfide e scarse risorse. Il soggetto che sperimenta una situazione di esperienza ottimale è totalmente assorbita dall’attività al punto da ignorare il passare del tempo e isolarsi dalle condizioni circostanti; l’autore ha notato come alcuni artisti impegnati nelle proprie opere sono talmente concentrati da non accorgersi di niente.

Questa teoria è stata utilizzata per spiegare perché certe attività, fra cui il lavoro o le attività del tempo libero, sono fonti di benessere; il soggetto impegnato e coinvolto in attività motivanti e travolgenti si sente più soddisfatto, più utile e più attivo (Diener, 2006)

I ruoli e le relazioni sociali

Sempre più studi riconoscono l’importanza di ricoprire ruoli sociali. Avere un’occupazione ed essere sposati comportano per i soggetti il ricoprire determinati ruoli e lo sviluppo dell’identità corrispondente. Ricoprire molti ruoli sembra assumere una funzione protettiva; negli anziani, ad esempio, la perdita di ruoli sociali è considerata un fattore critico per il senso del benessere.

Alcune analisi qualitative hanno indicato che gli individui percepiscono le loro identità di ruolo come fonti di significato, di scopo e di guida del comportamento (Simon, 1997). Recenti ricerche hanno messo in luce come le donne e gli uomini che ricoprono più ruoli, segnalano livelli minori nei problemi fisici e psicologici e più alti livelli di benessere soggettivo (Barnett & Hyde, 2001).

Una prospettiva interessante è quella fornita da Thoits (1983, 1992) che afferma che coloro che assumono più ruoli sociali dovrebbero essere meno vulnerabili nei confronti di disturbi psicologici come ansia e depressione. Questa ipotesi è conosciuta come “teoria dell’accumulo di ruoli”.

Adelmann (1994) ha cercato prove per dimostrare che l’accumulo di ruoli potesse essere benefico anche per gli anziani. Sono stati trovati collegamenti tra maggior assunzione di ruoli e maggior benessere psicologico, problemi di salute più rari così come anche per i disturbi cronici, sia nelle donne che negli uomini. Altre analisi hanno messo in luce che ricoprire un maggior numero di ruoli è associato a maggior soddisfazione per la vita, maggior autostima e minor sentimenti depressivi.

Ricoprire il ruolo di genitore è stato dimostrato essere molto importante per riuscire a vivere sentimenti di efficacia, di utilità e di soddisfazione (Thoits, 1992); altri studi hanno confermato l’effetto benefico dell’accumulo dei ruoli anche in un campione di donne anziane che nel corso della vita hanno ricoperto un ruolo impegnativo come quello di accudire un figlio con ritardo mentale (Hong, Mailick & Seltzer, 1995).

L’interesse degli psicologi per il sostegno sociale, si manifesta negli anni ’70; si afferma l’importanza delle relazioni sociali e del sostegno nel mantenimento della salute enfatizzando laloro potenzialità nel moderare o tamponare gli eventuali effetti deleteri sulla salute, di eventi psicosociali stressanti o a rischio.

Negli stessi anni viene pubblicato anche il famoso studio di Berkman e Syme (1978) che dimostra che i legami sociali non solo favoriscono il miglior adattamento in situazioni stressanti, ma sono anche in grado di diminuire i tassi di mortalità e di morbilità; questi ricercatori hanno intervistato circa 4.700 fra uomini e donne residenti in una piccola città californiana, valutando la rete sociale attraverso un indice composto da quattro misure: stato civile, contatti con amici e parenti, membri della chiesa e associazioni formali e informali.

Essi hanno controllato anche il rischio di mortalità nelle diverse età, in base all’iniziale stato di salute, allo stato socioeconomico e a comportamenti come fumo, uso di alcol e tendenza all’obesità. Anche dopo aver esaminato i fattori di rischio, i soggetti con scarsi legami sociali hanno mostrato, dopo nove anni dall’intervista, una mortalità da due a cinque volte più alta rispetto ai soggetti più integrati socialmente.

Molti ricercatori, negli anni successivi, hanno confermato la relazione fra il tasso di mortalità e morbilità e misure del sostegno e dell’integrazione sociale (Berkman 1995; Blazer, 1982;  House, Robbins & Metzener, 1982; Tibblin et al., 1986).

La percezione di sostegno sociale è strettamente dipendente, da una parte, dalla disponibilità di una rete di relazioni nel contesto di vita dell’individuo e dal grado di integrazione sociale, e dall’altra parte, dal possesso di abilità sociali necessarie per costruire e mantenere  tali relazioni. Lewinsohn, Redner e Seeley (1991) hanno trovato che diverse componenti del sostegno sociale risultano associate al livello di benessere soggettivo: le persone, infatti, più soddisfatte dicono di avere fonti di sostegno sociale più estese, contatti più frequenti, maggior competenze sociali e di sentirsi più soddisfatte delle relazioni con le altre persone. Risultano quindi predittivi del benessere sia elementi di natura più oggettiva come il numero e la frequenza dei contatti, sia elementi più soggettivi come la soddisfazione per le relazioni.

Per spiegare la relazione esistente tra il sostegno sociale, il benessere psicologico e la salute fisica, esistono due approcci: il “modello diretto” e il “modello indiretto” o tampone.

Il primo ipotizza un’influenza positiva del sostegno sociale sulla salute psicofisica, influenza che si esplicherebbe anche in assenza di fattori stressanti particolarmente forti ed importanti. All’interno di questo modello si è dimostrato come il sostegno percepito si associa in particolare al benessere psicologico, a stati affettivi postivi, a minor depressione e a minor ansia. Secondo Cohen e Wills (1985) le reti sufficientemente estese e l’integrazione sociale, garantirebbero, attraverso interazioni sociali regolatrici, un senso di stabilità e di prevedibilità sulla propria vita. Inoltre le reti, favorendo il flusso di informazioni, rafforzerebbero i comportamenti “normali” e attiverebbero comportamenti connessi alla salute, come cercare aiuto già ai primi sintomi di malessere. Consentirebbero inoltre di ricoprire una varietà di ruoli e di rafforzare il proprio senso di identità. Il sostegno sociale soddisferebbe invece dei bisogni umani fondamentali (House, 1981; Thoits, 1983), quali il bisogno di sicurezza, di contatti sociali e di approvazione.

Nel modello indiretto, invece, il sostegno sociale viene considerato all’interno di un modello più ampio che cerca di spiegare la relazione tra fattori stressanti e malessere. L’effetto negativo sul benessere delle situazioni stressanti sarebbe mitigato dalla disponibilità di risorse esterne, in particolare dal sostegno sociale, e dalla disponibilità di risorse interne, come strategie di coping e caratteristiche di personalità (autostima, percezione interna del controllo ecc.).

L’effetto positivo del sostegno potrebbe manifestarsi anche nel momento in cui la persona si trova di fronte ad un evento che valuta come minaccia; la percezione che altri saranno disponibili con il loro aiuto può portare a interpretare la situazione come meno pericolosa e a percepire se stessi come più capaci di fronteggiarla. Inoltre può intervenire in momenti successivi: può alleviare l’impatto dell’evento stressante fornendo soluzioni ai problemi, facilitando comportamenti orientati alla salute, attivando emozioni positive e riducendo quelle negative, e modificando la funzione cardiovascolare, immunitaria e neuroendocrina (Uchino, Cacioppo & Kiecolt-Glaser, 1996; Eriksen, 1994).

Ad un livello più ampio, viene riconosciuta l’importanza dell’appartenenza ad un gruppo o ad una comunità per il benessere soggettivo dell’individuo offrendo al singolo una rete di relazioni potenzialmente supportive, accompagnata da un senso del “noi”, cioè da un senso di appartenenza e identificazione con esso, che è importante per la propria identità.

Nel 1986 McMllian e Chavis descrivono il senso di comunità come “un sentimento che i membri hanno di appartenere e di essere importanti gli uni per gli altri e una fiducia condivisa che i bisogni dei membri saranno soddisfatti dal loro impegno ad essere insieme”. Fra le ricerche in cui è stata esplorata la relazione fra senso di comunità e benessere soggettivo, risulta importante quella condotta da Davidson e Cotter (1991), su tre gruppi di adulti residenti nell’Alabama e in Carolina del sud: il senso di comunità è risultato associato agli affetti piacevoli, all’autoefficacia e meno fortemente e con segno negativo, all’affetto piacevole. Sempre su adulti, in Italia (Prezza et al., 2002), è stata trovata una relazione positiva fra senso di comunità e soddisfazione verso al vita e, negativa, fra senso di comunità e solitudine.

Il senso di comunità favorisce il benessere non solo negli adulti, ma anche negli adolescenti. In questi si accompagna a minor sentimenti di solitudine, maggior felicità e modalità di coping più adattive (Maruccia, 1999; Mascioli, 2000)

La cultura

Il ruolo che assume la cultura nell’influenzare il processo di valutazione del benessere è stato oggetto di numerosi studi.

Varie culture vedono il mondo come benevolo e controllabile, altre enfatizzano la normalità delle emozioni negative. I modelli culturali per l’interpretazione degli eventi di vita spingono le persone a sperimentare gradi diversi di benessere a parità di condizioni oggettive.

Alcuni studi hanno voluto esplorare i fattori culturali e i valori connessi nella valutazione del benessere, cercando di esaminare se le variabili e i processi che influenzano i giudizi siano simili in tutte le culture (Diener, 1995; Kwan, Bond & Singelis, 1997; Suh et al., 1997).

Si considera soprattutto l’importanza delle differenze inevitabili che esistono tra culture individualistiche e culture collettivistiche. Nelle prime, gli aspetti della personalità sono visti come determinanti del comportamento, di conseguenza i giudizi di soddisfazione si basano soprattutto sull’esperienza emozionale recente. Nelle culture collettivistiche, i giudizi di soddisfazione si basano sia sulle emozioni, sia sul valore culturale percepito di una vita soddisfacente.

In questo senso le variabili che influenzano il modo di valutare il benessere variano a secondo dei valori ritenuti importanti per quel luogo. Ad esempio si è visto come l’autostima influenza il benessere soggettivo soprattutto nelle culture individualistiche (Diener, 1995), mentre nelle culture collettivistiche è risultata importante la qualità delle relazioni sociali (Kwan et al., 1997).

Diener (2002) ha inoltre mostrato come nelle nazioni più ricche c’è un maggior benessere soggettivo; questo può essere dovuto al fatto che spesso in questi contesti c’è una più alta osservanza dei diritti umani e un maggior controllo democratico.

Altre ricerche si sono invece concentrate nel trovare differenze nella struttura del benessere in nazioni diverse; in uno studio di Grob (1997), condotto su adolescenti, non sono risultate differenze fra paesi occidentali e orientali. Sembra quindi che ciò che cambia da un contesto culturale all’altro non sia tanto la struttura del benessere che pare rimanere le stessa, ma piuttosto le sue fonti e le strategie attraverso cui mantenerlo.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

 

 

Stabilità e cambiamenti nei livelli di benessere

Stabilità e cambiamenti nei livelli di benessere

Personalità, eventi di vita e processi di adattamento

La funzione dei fattori di personalità nel benessere è stata sottolineata da diverse teorie del benessere soggettivo.

Secondo i modelli top-down, esisterebbe una propensione generale, che deriva da tratti stabili di personalità, a sperimentare la vita in modi postivi o negativi (Diener, 1984).

Gli stessi eventi sarebbero interpretati in modi più o meno favorevoli a seconda di tratti di personalità diversi.

In una meta-analisi (DeNeve & Cooper, 1998), sono stati sintetizzati i risultati di una grande vastità di ricerche che hanno valutato il ruolo di 137 tratti di personalità nel prevedere la soddisfazione, l’affetto positivo e l’affetto negativo. Fra le caratteristiche specifiche risultate più consistentemente correlate al benessere soggettivo vi sono la repressione delle emozioni negative potenzialmente minacciose, la fiducia, la stabilità emotiva, il desiderio di controllo, l’affettività positiva e l’autostima.

La ricerca ha dimostrato che quando i singoli tratti vengono raggruppati in base alle dimensioni del Big Five (Caprara, Barbaranelli and Borgogni, 1993) il nevroticismo risulta essere il migliore predittore delle varie componenti del benessere soggettivo; in particolare, è associato a scarsa soddisfazione, alti livelli di emozioni spiacevoli e bassi livelli di emozioni piacevoli.

Per quel che concerne il ruolo degli eventi di vita nel benessere soggettivo, Cohen (1988) osserva che la relazione fra gli eventi di vita e il benessere psicologico non è di natura diretta, ma è mediata da altre variabili: le caratteristiche ambientali, come la presenza di sostegno sociale, e quelle di personalità.

Alcuni tratti specifici predisporrebbero le persone ad andare incontro a eventi positivi o negativi (Magnus et. al., 1993); si è visto che chi è estroverso possiede abilità sociali più efficaci e tende a scegliere attività sociali piacevoli, fattori che aumentano la probabilità di sperimentare eventi positivi (Argyle & Martin, 1991).

L’importanza degli eventi di vita per il benessere psicologico è stata sottolineata da Holmes e Rahe (1969), che indicarono già trent’anni fa come l’accumulo di eventi di vita possa essere all’origine di disturbi psicologici. L’elemento critico è l’entità del cambiamento e quindi lo sforzo conseguente di adattarsi; in questo senso anche eventi positivi o piccole seccature quotidiane possono produrre effetti negativi.

Si è trovato, inoltre, che l’esperienza di eventi critici come incidenti stradali o malattie può ridurre il benessere attraverso una modificazione delle credenze ottimistiche e del proprio controllo personale: le persone tenderebbero, infatti, a percepirsi più vulnerabili e indifese nei confronti del futuro dopo avere avuto esperienze di questo tipo (Gluhoski & Wortman, 1996).

Lo scarso potere predittivo delle variabili demografiche ha indotto, inoltre, i ricercatori a considerare anche il processo di adattamento dei soggetti alle nuove situazioni. Le persone inizialmente reagirebbero in maniera forte agli eventi e alle circostanze, ma poi, in poco tempo, ritornerebbero al livello di base iniziale. Uno studio di Silver (1980) condotto con soggetti che avevano subito incidenti gravi ha mostrato che le emozioni iniziali spiacevoli tendevano ad attenuarsi nel corso del tempo.

Il nucleo della teoria dell’adattamento è l’ipotesi che il verificarsi di eventi molto positivi o molto negativi induca a una modificazione delle proprie aspettative e dei criteri personali di una buona qualità della vita, col risultato che l’effetto inizialmente negativo o positivo tende ad attenuarsi.

Secondo Taylor (1983), invece, l’adattamento sarebbe il risultato di strategie di fronteggiamento atte a recuperare la percezione del controllo sugli eventi e a rafforzare la propria autostima, conducendo al ripristino di una condizione di relativo benessere soggettivo.

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I fattori che influenzano il benessere soggettivo

I fattori che influenzano il benessere soggettivo

 

Le variabili socio-demografiche

Le ricerche partono dal presupposto che il benessere dipenda sia dalle condizioni di vita oggettive, sia dal modo in cui queste vengono esperite e valutate dai soggetti; per esaminare questi aspetti si raccolgono informazioni su una vasta gamma di “ambiti della vita” (Andrews, & Withney,1976), spesso definiti a priori dai ricercatori e in seguito uniti per avere un indice complessivo. La concezione che sta alla base di questo approccio è di tipo sommatorio o bottom-up; assume, cioè, che il senso di benessere scaturisca da un qualche tipo di combinazione (somma o media) di momenti ed esperienze piacevoli, che si riferiscono ad ambiti specifici (vita familiare, matrimonio, situazione finanziaria ecc.).

Per valutare i fattori che influenzano il benessere soggettivo si esamina, attraverso un approccio correlazionale, la differenza nei giudizi di benessere prodotti dalle persone, che differiscono sulla base delle specifiche variabili socio-demografiche e oggettive. I risultati di numerose indagini hanno indicato che i giudizi di benessere non differiscono in misura rilevante in base a variabili come l’età, il sesso e la razza (Andrew & Withney, 1976; Campbell et al., 1976). Sono state riscontrate, invece  differenze significative nei livelli di benessere su variabili oggettive come il reddito, la condizione di disoccupato (Bradburn, 1969; Campbell et al., 1976), le amicizie, le relazioni affettive e naturalmente la salute (Campbell et al., 1976; Lewinson et al., 1991). Per quanto concerne quest’ultimo campo d’interesse, per esempio, numerosi studi si sono concentrati sulle conseguenze delle malattie respiratorie sul benessere e sull’umore dell’individuo.

Da uno studio di Borak, Sliwinski, Tobiasz, Gorecka & Zielinski (1996), effettuato su 90 pazienti affetti da Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva valutati sia prima che dopo un anno di ossigeno- terapia, è emerso che prima del trattamento i pazienti presentavano umore depresso, scarsa autostima e mancanza di interessi, segni di ansia, stress mentale e depressione. Dopo un anno di trattamento i pazienti dimostravano significativi miglioramenti nell’umore e nei pensieri.

Da un altro studio (Monsò et al., 1998) si è rilevato che i pazienti affetti da BPCO presentano, oltre a sofferenze fisiche, anche reazioni emotive, isolamento sociale e disturbi del sonno.

Il benessere risulta essere correlato anche con i disturbi ansiosi e dell’umore (Bech, Angst, 1996; Schonfeld, Verhoncoeur, Fifer, Lipschutz, Lubeck & Buesching, 1997).

In un recente studio di Ottolini et al. (2004) sul benessere psicologico e sulla sintomatologia residua nel disturbo di panico, si sono confrontati 30 pazienti con disturbo di panico e agorafobia in fase di remissione dalla malattia, in seguito a psicoterapia comportamentale, con un gruppo di controllo, reclutato tramite inserzioni e bilanciato con il gruppo dei pazienti in base alle categorie socio-demografiche. Per indagare il benessere si è utilizzata la scala del benessere psicologico (PWB) di Ryff (1989). I pazienti manifestano livelli di benessere peggiori, rispetto al gruppo di controllo: difficoltà nella gestione di situazioni di vita quotidiana (deficit nella padronanza ambientale), sensazione di essere ad un punto di stallo (deficit nella crescita personale), insoddisfazione riguardo se stessi (deficit nell’autoaccettazione) e poche mete e obiettivi da raggiungere nella vita (deficit nello scopo nella vita).

Altri fattori correlati con il benessere sono l’istruzione (Campbell et al., 1976), l’attività lavorativa e le attività del tempo libero (Argyle, 1987). Sembrerebbe infatti che livelli più alti d’istruzione portano le persone a sentirsi più sicure di sé e a giudicarsi con più valore.  Quando la professione si avvicina al nostro ideale di occupazione, che è maggiormente possibile con un livello di istruzione più alta, le persone si sentono più realizzate e soddisfatte di ciò che stanno facendo.

Il processo cognitivo e di giudizio sociale

La Social Cognition ha messo in luce come il modo in cui le persone percepiscono e valutano il mondo circostante ha un ruolo fondamentale nei sentimenti di benessere (Taylor, 1983). Le persone utilizzano meccanismi di pensiero e ragionamento che sono normali e adattivi in condizioni regolari ma, se usati troppo spesso e in modo inappropriato, possono far nascere sentimenti di disagio e infelicità, arrivando alla depressione (Legrenzi, 1998). Uno di questi comportamenti è l’illusione di avere controllo sugli eventi ovvero la convinzione di possedere maggior controllo di quanto se ne abbia effettivamente; questa certezza sorge da una motivazione innata al controllo e rinforzata mediante le competenze acquisite e le esperienze personali (Bandura, 1995; Skinner, 1995). Un altro fenomeno è l’ottimismo irrealistico, cioè la convinzione di essere meno vulnerabili, rispetto ad altre persone, agli eventi e alle situazioni negative e quindi di essere più esposti a circostanze positive.

Vari studi hanno dimostrato che le persone con livelli di benessere soggettivo superiori sopravvalutano il loro controllo sulle situazioni e sulle azioni, si aspettano per il futuro più eventi positivi e sottovalutano la probabilità di incontrare eventi negativi (Taylor & Brown, 1988; Taylor & Armor, 1996). Tali credenze sono strettamente correlate ai processi di spiegazione delle cause degli eventi e delle strategie di coping utilizzate (Skinner, 1995); chi è convinto di avere controllo sugli eventi affronta meglio lo stress poiché tende ad adottare strategie di fronteggiamento più efficaci, mentre la perdita di controllo abbassa il morale e peggiora la salute. Le persone depresse tendono a fare attribuzioni interne per gli eventi negativi, colpevolizzandosi, a ritenere che tali eventi coinvolgano altre sfere della vita e a credere che si ripresenteranno nel futuro. Le persone felici invece tendono a compiere attribuzioni interne, stabili e globali per gli eventi positivi (Argyle & Martin, 1991).

Al fine di modificare questi stili esplicativi depressivi esistono tecniche che mirano ad insegnare il pensiero positivo (Seligman, 1996) e ad avere controllo sui propri pensieri (Larsen et al., 1987).

Alcune teorie del benessere, chiamate anche “teorie del giudizio” o “teorie dei confronti” (Diener, 1984), mettono in luce come i fattori che influenzano il benessere non sono stabili nel tempo, ma variano in base alle circostanze e ai criteri personali che le persone utilizzano per valutare la propria vita.

Nella “teoria del confronto sociale” vi è l’assunto che le persone interpretano la propria vita confrontando le condizioni attuali con uno standard che è determinato dal livello delle altre persone. I soggetti che risultano favoriti dal confronto con lo standard sociale saranno soddisfatti e proveranno emozioni positive mentre, se il processo darà esiti negativi, si prevedono sentimenti di tristezza e ansia (Buunk, Gibbons & Reis-Bergan, 1997). Tale approccio si basa sull’idea che la soddisfazione per la vita non dipende solo dalla posizione assoluta di una persona, ma anche dalla posizione delle altre persone con cui ci si confronta. Queste possono essere presenti nell’ambiente più immediato oppure ricercate attivamente dalla persona a seconda degli scopi che vuole raggiungere; in alcuni casi le persone si costruiscono una persona immaginaria con cui confrontarsi. Il soggetto in questo modo può guardare gli altri nel tentativo di trovare motivazione ad agire e migliorare il proprio umore, ad esempio osservando chi è in condizioni più sfavorevoli di lui oppure chi si trova in circostanze superiori, servendo come modello.

Questo processo è particolarmente evidente in pazienti con malattie gravi (Gibbons, 1997) e in anziani che cercano di adattarsi al declino associato all’età (Baltes, 1990; Hendrich & Ryff, 1995).

Un altro approccio conosciuto come “teoria degli approcci multipli” deriva dalla Multiple Discrepancy Theory (Michalos, 1995). Questo modello, che appare più integrato, sostiene che le persone utilizzano una serie di criteri nel valutare la propria vita. La soddisfazione dipenderebbe dalla grandezza del divario frà ciò che il soggetto ha e quello che vorrebbe avere, o quello che gli altri hanno, o ciò che pensa di meritare o di aver bisogno; la presenza di divari tra le condizioni attuali e i gli standard di riferimento è ritenuta causa di insoddisfazione, mentre la corrispondenza fra i diversi aspetti è indice di benessere.

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Stile repressore e benessere: La struttura del benessere soggettivo

La struttura del benessere soggettivo

 

Tutti noi valutiamo quello che accade nella nostra vita in termini di favorevolezza/sfavorevolezza e siamo capaci di costruire giudizi sulla nostra vita.

Il benessere soggettivo si riferisce al modo in cui le persone valutano la propria vita.

Nella letteratura sono distinte tre componenti del benessere:

    1. la soddisfazione per la vita,
    1. l’affetto piacevole
    1. l’affetto spiacevole (Andrews & Robinson, 1991; Argyle, 1987; Diener, 1984, 1994).

La soddisfazione della vita riguarda un processo cognitivo di valutazione delle proprie circostanze di vita, in riferimento a particolari standard personali come le aspettative o gli ideali (Cantril, 1965).

La componente affettiva indica le emozioni che le persone provano durante la loro vita quotidiana (Diener & Larsen, 1993; Bradburn, 1969).

L’affetto positivo corrisponde a stati affettivi piacevoli come la felicità, l’entusiasmo mentre, l’affetto negativo corrisponde ad affetti spiacevoli come la rabbia o l’insoddisfazione; entrambi i concetti sono ritenuti distinti e influenzati da variabili differenti.

Per esempio la teoria di Bradburn (1969) afferma che il benessere soggettivo è costituito dalla prevalenza di affetto positivo rispetto a quello negativo.

Il benessere è distinto concettualmente sia dall’umore transitorio, sia dall’affettività intesa come tratto di personalità durevole (Costa & McCrae, 1980; Watson & Tellegen, 1985), collocandosi in una posizione intermedia; lo si potrebbe concepire come il livello medio di affettività sulla dimensione di piacevolezza/spiacevolezza, nell’arco di un periodo di tempo abbastanza lungo e attraverso varie situazioni (Diener & Larsen, 1993).

In questo senso, un soggetto avrà un benessere soggettivo elevato se proverà gioie e soddisfazioni frequenti e, solo di rado, emozioni negative come la tristezza. Un basso livello di soddisfazione, con poche emozioni piacevoli e molte emozioni spiacevoli è ritenuto essere un indicatore di basso benessere soggettivo.

Ognuna delle tre principali componenti del benessere può essere scomposta in altri aspetti più specifici e valutabili separatamente.

Ad esempio la soddisfazione della vita può essere divisa in soddisfazione per vari ambiti come il tempo libero, le amicizie o il matrimonio.

L’affetto piacevole può essere suddiviso in emozioni distinte (gioia, orgoglio, ecc.), così come l’affetto negativo (tristezza, vergogna, ecc.).

Gli studiosi cercano soprattutto di capire qual è l’origine dei sentimenti di benessere e i fattori responsabili della loro stabilità o del cambiamento nel tempo. Vengono considerate variabili socio-demografiche, variabili relative a condizioni di vita “oggettive”, variabili di personalità, il ruolo del temperamento, l’influenza dei processi psicosociali, della cultura, dei valori personali, delle relazioni interpersonali e del sostegno sociale. Ciò che manca è però una teoria unica che coinvolga tutte queste variabili.

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Stile repressore e benessere: Il Benessere soggettivo

Il benessere soggettivo

 

 

I primi sforzi per indagare il benessere soggettivo si sono sviluppati in ambiti diversi dalla psicologia. All’inizio degli anni Settanta i sociologi hanno iniziato ad interessarsi alla valutazione delle condizioni di vita della popolazione generale, per misurare le quali furono messi a punto degli indicatori della qualità di vita, prima economici (PIL) e poi sociali (condizioni abitative, reddito, istruzione ecc.).

Nel corso del tempo questi strumenti furono sottoposti ad una serie di critiche e si cominciarono ad usare anche indicatori soggettivi, come i giudizi di felicità e la soddisfazione per la vita (Campbell et al., 1976; Withney, 1976). Tali misure erano considerate importanti poiché tenevano in considerazione il punto di vista delle persone sulle proprie condizioni di vita.

L’attenzione per la misurazione del benessere soggettivo è emersa anche in settori più specifici. Ad esempio, per quanto riguarda la gerontologia, lo scopo era individuare dei criteri per distinguere le persone che “invecchiano bene” da quelle che lamentano disturbi e difficoltà (Baltes, 1990; Laicardi & Sberna, 1992; Ryff, 1989), al fine di valutare l’efficacia degli interventi a favore degli anziani.

Oltre a prendere in considerazione la quantità di attività svolte dall’individuo, la capacità d’impegno, la maturità (Baltes, 1990), si riconobbe l’importanza di misurare anche il punto di vista degli stessi soggetti, la loro prospettiva, espressa attraverso i giudizi di soddisfazione per la vita o misure riguardanti il morale o il tono dell’umore (Laicardi, 1987; Neugarten et al., 1961).

Negli ultimi anni il concetto di “invecchiare bene” comprende anche altre dimensioni come la felicità, il benessere soggettivo e la relazione ottimale tra l’individuo e l’ambiente (Ryff, 1996).

Un altro ambito interessato alla valutazione degli indicatori soggettivi del benessere è quello della salute mentale. A seguito del processo di deistituzionalizzazione dei pazienti psichiatrici e la presa in carico di queste persone dalla comunità e dai servizi, si è resa necessaria una valutazione delle loro condizioni di vita, del loro inserimento nella società e degli interventi di riabilitazione ad essi rivolti (Oliver et al, 1996).

Alcuni autori hanno affermato che per misurare la qualità della vita di questi pazienti occorrono indicatori socio-demografici e oggettivi, ma anche indicatori soggettivi, che prendano in considerazione il punto di vista delle persone medesime (Baker & Intagliata, 1982; Barry, & Crosby, 1995; Lehman, 1983; Oliver et al., 1996).

Ultimamente il benessere soggettivo è stato ritenuto una delle dimensioni della qualità di vita e della salute anche nelle scienze mediche e della riabilitazione (Bowling, 1995; Labbrozzi, 1995; McDowell & Newell, 1987) ed è stato per questo incluso negli strumenti di valutazione utilizzati nella pratica clinica (ad esempio il World Health Organisation Qualità of Life, WHOQOL; de Girolamo, de Leo & Galassi, 1995).

Altri settori riguardanti la promozione della salute (Renwick & Brown,1996) focalizzano l’attenzione sulla dimensione soggettiva del benessere nella loro definizione di qualità della vita, ritenendo la prospettiva delle persone un punto di partenza per orientare attività di promozione della salute, centrate sullo sviluppo delle abilità e sull’empowerment individuale e sociale.

Diener et al. (1997) hanno sottolineato alcune caratteristiche centrali per lo studio del benessere soggettivo. Innanzitutto, questo settore copre l’intera gamma del continuum benessere-malessere poiché non considera solo stati indesiderabili, come la depressione, ma si focalizza anche sulle differenze individuali nei livelli di benessere positivo e i fattori che ne sono alla base. Inoltre il benessere soggettivo è definito nei termini di “esperienza interna del soggetto”, ovvero non è imposta alcuna struttura di riferimento esterna e, in questo senso, la ricerca sul benessere soggettivo si differenzia dal metodo clinico.

Uno svantaggio di questo approccio è che, da solo, il benessere soggettivo non può essere considerato un criterio di salute mentale.

Infine gli studiosi di quest’area sono interessati a misurare gli stati di benessere a lungo termine e non solo l’umore passeggero.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

Stile repressore e benessere: Il concetto di Benessere

Il concetto di benessere

“Benessere, qualità della vita, star bene, allegria, “benestare” o star bene, insegnamento del benessere, felicità, gioia. Sono tutti sinonimi di quello che comunemente si chiama piacere” (Spaltro, 1995).

Il tema del benessere si configura come uno degli argomenti più attuali di discussione fra diverse discipline: la psicologia, la filosofia, la politica, l’economia, l’urbanistica, la sociologia e altre ancora. Già Epicureo, nel IV sec. A. C., parlava della felicità nell’Epistola a Miceneo, scrivendo: “…bisogna esercitare ciò che procura felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo di tutto per averla”.

Per poter parlare di benessere occorre conoscerne la definizione; purtroppo è difficile trovare una risposta esaustiva, ancora di più se si spera di trovare una spiegazione omnicomprensiva del concetto. La difficoltà di definire il benessere riguarda il fatto che esso “non è un’entità unitaria semplice e non riguarda solo un costrutto specifico” (Aureli et al., 1999); spesso accade che ogni autore riporti la propria definizione, in antitesi con altri, e basi il suo lavoro su queste premesse.

La psicologia si è interessata al benessere fin dalle sue origini, anche se Spaltro (1995) ha sottolineato come la psicologia contemporanea si sia occupata più che altro della faccia opposta della medaglia, ovvero del malessere. Si pone, infatti, spesso l’attenzione sulle condizioni in cui il benessere manca, vale a dire l’infelicità e la sofferenza umana (Argyle, 1987; Legrenzi, 1998; Myers & Diener, 1995; Ryff, 1989; Strack et al 1991). La presenza di stati di benessere viene pertanto definita come “assenza di sintomi di malessere”, cioè emozioni negative e disturbi ad esse legati, come ansia, depressione, sintomi fisici.

L’OMS, ormai da un trentennio, parlando di promozione della salute con la conferenza d’Alma Ata (1971) prima, e con la carta d’Ottawa (1986) poi, ha ribadito il concetto di salute e di benessere nella loro dimensione positiva (Zani & Cicognani, 2000).

L’OMS definisce la salute come “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non solamente assenza di malattia o infermità”; tale spiegazione costituisce una svolta storica che permette l’abbandono dell’interpretazione medicalista del benessere. Quest’ultima considerava, infatti, il benessere l’opposto del disagio e si poneva dunque nell’ottica della mancanza, in cui il “sano” diventa “appendice del patologico” (Lavanco & Novara, 2002).

A proposito della salute mentale, l’OMS la definisce come “uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni ”.

Una prima direzione di ricerca sulla condizione di benessere, intesa nelle sue dimensioni positive, si è concentrata sull’analisi dell’esperienza soggettiva del benessere o “benessere soggettivo” (Diener, 1984; Andrews & Robinson, 1991).

L’attenzione per il benessere soggettivo nasce in alcuni settori disciplinari specifici come la salute mentale, la qualità della vita e la gerontologia, nel tentativo di scoprire misure della qualità della vita più valide dei soli indicatori oggettivi. Alcune ricerche in questo campo hanno concettualizzato il benessere come esperienza emozionale positiva (presenza di affetti piacevoli e assenza di affetti spiacevoli) e presenza di sentimenti di soddisfazione nei confronti della propria vita (Diener, 1984).

Un secondo filone d’indagine nasce dal tentativo di andare oltre la visione del benessere come “assenza di malessere”, proponendo una serie di criteri del benessere psicologico, inteso come “funzionamento psicologico ottimale” o “ salute mentale positiva” (Ryff, 1989).

Il benessere soggettivo è quindi considerato un indicatore del benessere psicologico, legato ad altri ma di per sé non sufficiente a definire lo stato di salute mentale (Diener et al., 1997).

Queste due direzioni d’indagine si concentrano prettamente su un tipo di benessere individuale, ponendo al centro degli studi il soggetto stesso. Negli ultimi anni si sta riconoscendo sempre più l’importanza della dimensione sociale e quindi del contesto, nell’influenzare la salute fisica e psicologica. Alcuni autori hanno proposto il costrutto di “benessere sociale”, intendendo con esso la qualità delle relazioni sociali dell’individuo e il proprio funzionamento all’interno della società (ad esempio Keyes, 1998; Larson, 1993).

 

 

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

Stress e Soggettività

Stress e Soggettività

Da quando  il termine “stress” è entrato a far parte del linguaggio terminologico specifico della psicologia (Selye, 1955), si assiste ad un proliferare di diverse scuole  di pensiero che, raggruppate nel loro insieme, possono essere divise tra quelle che enfatizzano il ruolo attivo dello stimolo esterno che agisce sulla persona (che in questo caso subisce passivamente lo stimolo) e quelle che intendono invece lo stress come risultato di un’interazione tra persona e ambiente e che vedendo, quindi, lo stress come il risultato di tale interazione, ne presuppongono un ruolo attivo della persona. In ogni modo, qualunque sia l’approccio, è bene sottolineare che un eccesso di stress sulla (e nella)  persona può avere una diretta conseguenza sulla salute e sul benessere.

Molte ricerche che hanno indagato sulla relazione tra stress e benessere, sia fisico che mentale, hanno messo in evidenza come la reazione delle persone allo stress possa essere diversa da persona a persona, a seconda delle circostanze (Donnell 2003; Dohrenwend & Dohrenwend, 1981).

Non tutte le persone, quindi, vivono e sperimentano lo stress (e le conseguenze ad esso collegate) allo stesso modo in quanto ogni individuo è unico e risponde in maniera differente sia agli stimoli fonte di stress, sia agli inaspettati eventi negativi della vita (Park et al., 1997; Stowell et al., 2001; Bond, 2004).

Così, mentre alcuni non hanno difficoltà a fronteggiare positivamente lo stress grazie ad una capacità intrinseca ad attivare il processo di ricerca di significato, altri potrebbero essere meno abili nell’integrare il significato degli eventi nella loro esperienza o, a compensare i cambiamenti apportati dagli eventi stessi, soprattutto quando percepiti e vissuti come negativi (Skaggs & Barron, 2006).

In un recente lavoro, Tosevski (2006), afferma che “gli eventi stressanti della vita possono avere sulla salute delle persone un impatto variabile a seconda che vengano percepiti come una minaccia o come una sfida”, lasciando chiaramente intendere che ciò che può fare la differenza sul proprio benessere ed incidere di conseguenza sulla salute, sia in larga misura la percezione soggettiva.

Tali risultati hanno portato alcuni ricercatori a chiedersi quali fattori  influenzano la risposta individuale allo stress e ad indagare le differenze individuali come potenziali fattori intervenienti tra stress e benessere (Donnell, 2003).

In letteratura si trovano lavori che hanno indagato tali differenze, individuandole spesso in capacità che nel loro insieme ne costituiscono un costrutto teorico ben delineato, e hanno anche predisposto e testato degli strumenti atti a migliorare la risposta individuale grazie a training specifici di sviluppo e miglioramento di tali capacità.

Nei prossimi articoli faremo una panoramica su quelle capacita che consentono un “fronteggiamento” migliore (ricordiamo che il termine “coping” si riferisce alle capacità che la persona è in grado di mettere in atto in risposta allo stimolo percepito come stressante per far fronte ad esso), ossia un miglioramento delle capacità di coping e su alcuni dei principali strumenti che consentono tale sviluppo.

    1. Per un approfondimento delle origini storiche del termine si rimanda al’articolo specifico: “Lo stess: le sue origini”
    1. Per un approfondimento delle diverse correnti e filoni sullo stress, si rimanda all’articolo specifico: “Modelli Teorici di riferimento dello Stress sul Lavoro”

Bibliografia di riferimento

  • Bond, F.W., e Bunce, D. (2000). Mediators of change in emotion-focused and problem focused worksite stress management interventions. Journal of Occupational Health Psychology, 5(1), 156-163.
  • Dohrenwend, B. S., e Dohrenwend, B. P. (1981). Stressful life events and their contexts. Prodist, New York.
  • Donnell, A. (2003). The effect of hardiness on the relationship between stress and well-being: Moderator, mediator, or both? The Sciences and Engineering, 64 (6-B), 2911.
  • Park, C. L., e Folkman, S. (1997). Meaning in the Context of Stress and Coping. Review of General Psychology, 1 (2), 115–144.
  • Selye, H., (1955). La sindrome di adattamento. Istituto sieroterapico milanese S. Belfanti, Milano
  • Skaggs, B.G., e Barron, C.R. (2006). Searching for meaning in negative events: concept analysis. Journal of Advanced Nursing, 53(5), 559–570.
  • Stowell, J.R., Kiecolt-Glaser, J.K., e Glaser, R. (2001). Perceived Stress and Cellular Immunity: When Coping Counts. Journal of Behavioral Medicine, 24 (4), 323-339.
  • Tosevski, D.L., e Milovancevic, M.P. (2006). Stressful life events and physical health. Current Opinion in Psychiatry, 19, 184–189.

 

© Stress e Soggettività – Francesco De Paola

Stile repressore e benessere – Introduzione

INTRODUZIONE

Questa ricerca ha come obiettivo un’indagine conoscitiva sull’effetto dello stile repressore sul benessere psicologico e soggettivo e sulla qualità di vita. Le persone con stile repressore minimizzano il loro stato di ansia e i pensieri negativi, così da apparire più desiderabili socialmente.

Proprio per questo, risulta interessante esplorare se, effettivamente, chi adotta questa tipologia di risposta offre un’immagine di sé più positiva rispetto ad altri, sottolineando un benessere maggiore in generale ed un minor disagio psicologico.

Nella prima parte della ricerca affronterò i temi di natura teorica, prendendo in considerazione le principali teorie psicologiche ad essi connessi; nel primo capitolo tratterò il concetto di “benessere soggettivo”, la sua struttura e le diverse condizioni suscettibili di mantenerlo e/o cambiarlo, e successivamente considererò il benessere psicologico e sociale.

Per i primi due, approfondirò i metodi per misurare gli aspetti salienti che li compongono.

Nel secondo capitolo approfondirò il concetto di “stile repressore”, le sue implicazioni nella definizione di se stessi, le conseguenze che apporta in termini sia negativi sia positivi sulla salute fisica e psicologica, ed infine i più importanti strumenti di misura.

Nella seconda parte riporterò i dati della ricerca sperimentale effettuata; descriverò le procedure utilizzate, che comprendono la scelta del campione, la batteria di test utilizzati, i contatti con l’Ospedale e il tipo di test statistico scelto per testare le ipotesi.

Descriverò, poi, le analisi statistiche effettuate e i risultati; alla luce di questi arriverò ad una conclusione in rapporto alla letteratura di riferimento.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti