Il Counseling come attività di supporto allo sviluppo globale dell’individuo

Il Counseling come attività di supporto allo sviluppo globale dell’individuo

 

Il counseling organizzativo si forma sulla base dell’esperienza del counseling individuale, inteso come azione d’aiuto al singolo per ottenere un orientamento comportamentale in differenti ambiti  (scolastico e lavorativo, familiare e di coppia, sanitario, inerente allo stress ambientale…). 

 

Il primo obiettivo del counseling è quello di favorire e/o mantenere uno stato di benessere nella persona che si rifletterà come conseguenza nelle relazioni e nei contesti di vita in cui essa vive: in particolare supporta gli individui che affrontano fasi di transizione psicosociali, siano esse normative o idiosincratiche (i canonici momenti di passaggio, propri di un percorso evolutivo e i cambiamenti improvvisi che possono sconvolgere i normali ritmi di vita) e sostiene i processi di scelta insiti negli stessi momenti di transizione psicosociale.

I due ambiti in cui, inizialmente nei paesi anglosassoni, si esprime il counseling sono quello scolastico e quello professionale, a testimoniare l’importanza di scegliere un percorso di studi e di lavoro, adatto per il soggetto e quindi motivante per la sua realizzazione personale. Il counseling professionale ha preso maggiormente piede, quando si è sviluppata l’idea che il lavoro possa avere una parte centrale nella vita e nell’identità delle persone: lo stadio in cui esso è cresciuto e diverso di più riguarda il passaggio dall’era industriale e quella dell’informazione. In tale periodo si affermano da un lato la life career development, un’azione di sviluppo delle traiettorie di carriera e dall’altro l’outplacement e il career counseling  come sostegno alle situazioni di ristrutturazione aziendale e di riconversione del tessuto produttivo.

 

Le direttrici del counseling come supporto alla persona sono riassumibili nei punti di seguito descritti. Il counseling è una relazione d’aiuto ovvero un contesto in cui si creano legami basato, come afferma il Filosofo Martin Buber, su un rapporto io-tu, in cui vi è un riconoscimento e un’accettazione incondizionata dell’altro. Essa diviene un’esperienza in comune che comporta reciprocità e rappresenta un luogo accogliente e non giudicante in cui la persona, in ragione di questo co-esistere con l’altro, trova una condizione di cura amorevole dove attuare profondi mutamenti; essa mira a far sentire l’altro talmente accettato da consentirgli di esprimere il vero sé e appagare bisogni umani basilari, entrando in contatto con i propri vissuti emotivi e con i blocchi che impediscono il dispiegarsi d’energie/potenzialità.

A prescindere dai compiti specifici d’ogni professione d’aiuto tale relazione ha come scopo ultimo la promozione dello sviluppo e della maturazione dell’individuo, un processo evolutivo che si costruisce grazie alla presenza di un operatore, dotato di un’elevata consapevolezza di sé, in grado di comprendere il problema e di aiutare la persona a trasformarsi (aumento dell’autostima, maggiore stabilità emotiva e migliore integrazione sociale).L’aiuto riesce a riattivare e riorganizzare le risorse interiori (emozionali, affettive, cognitive…), presenti nel soggetto, senza nulla aggiungere all’esterno. Ha l’obiettivo di aiutare le persone ad aiutarsi quindi di facilitare e sostenere, fornendo un posto in cui osservare in modo distaccato la propria condizione di conflitto, ma non di consigliare, se per consiglio intendiamo prescrizioni e indicazioni direttive su come agire. 

 

L’operatore non si sostituisce all’individuo nella soluzione del problema, bensì lo porta ad un maggiore livello di coscienza dei vissuti emotivi e degli schemi comportamentali e di pensiero che attiva, usando la comprensione empatica (sentire il mondo personale del cliente “come se” fosse il nostro senza mai perdere la qualità del “come se) e non la spiegazione razionale e l’interpretazione. Rogers sostiene che non è compito dell’operatore cambiare l’individuo, ma sarà quest’ultimo che cercherà di cambiare e sviluppare sé stesso, fino ad assumere fiduciosamente l’autodirezione.

Opera nel campo della decisione e della scelta, vocazionale e personale. L’operatore, si propone di accompagnare la persona ad affrontare stati di normale conflittualità, sperimentati nel momento in cui questa deve rendere una decisione importante, per superare una situazione, vissuta come problematica. 

 

Considerando che l’atto del decidere implica sempre uno sforzo emotivo e cognitivo, conseguente la scelta migliore e l’abbandono delle possibili scelte, in taluni casi si va incontro ad una confusione e disorientamento da cui é difficile uscire, senza il confronto con un agente esterno. E’importante evidenziare però che si è sempre in una condizione di normalità e che la persona è considerata capace di valutare e assumere una decisione in piena autonomia, senza cadere in stati d’indecisione e di blocco, paralizzanti. E’ infine considerato un intervento breve, circoscritto a un problema specifico (affrontare eventi stressanti della vita, migliorare le relazioni, prendere decisioni su specifiche questioni, intraprendere un cammino per sviluppare maggiore consapevolezza personale…) portato dal cliente, riguardo cui operare delle scelte o degli aggiustamenti.

Prevede una prima fase di chiarificazione a cui deve seguire una fase d’azione in cui poter monitorare il graduale riappropriarsi delle competenze, essenziali ad attuare il benessere psicofisico. 

Poiché, non è semplice circoscrivere il problema, la fase di diagnosi è fondamentale per impostare un intervento di counseling efficace: ad esempio nell’orientamento spesso la richiesta d’aiuto nasconde sullo sfondo una domanda latente, estesa ad aree differenti, che è essenziale fare emergere egestire, se necessario, attraverso l’invio ad altre figure professionali. 

 

Lo scopo è il cambiamento, sia esso interno alla persona o relativo alla situazione esterna, che conduce al superamento del bisogno: è pertanto un obiettivo d’ordine adattivo e non strutturale (il focus non è sulla struttura di personalità che può comportare la ristrutturazione globale del proprio modo di essere) sebbene, perché ci sia un reale cambiamento, è necessario agire anche, almeno indirettamente, sugli schemi cognitivi che determinano il comportamento di un individuo.

Centrale infine è la relazione tra il counselor e il cliente, un’esperienza d’apprendimento interattivo tra due soggetti in contatto tra loro, posti in una posizione di parità e uniti da un patto di fiducia e di rispetto reciproco: spesso il buon esito del percorso  intrapreso dipende proprio dalla qualità dell’alleanza che si è creata tra i due.

 

In conclusione il fine ultimo del Counseling individuale è lo sviluppo armonico e funzionale della personalità che si esprime nella riscoperta di modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un elevato stato di benessere. 

Il risultato del Counseling è misurabile attraverso il grado in cui si riesce a rendere una persona capace d’azioni razionali e buone, a renderla più soddisfatta, più in pace con se stessa, più capace di condurre una vita serena socialmente integrata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli sviluppi del Counseling

Gli sviluppi del Counseling

 

Oggi il counseling è uno strumento di consulenza individuale ampiamente usato come pratica di supporto allo sviluppo delle persone anche negli ambienti organizzativi (counseling organizzativo), in risposta al crescere della complessità e delle difficoltà ambientali. 

 

Le capacità richieste e gli ambienti lavorativi cambiano rapidamente e diviene sempre più rilevante la necessità di un supporto che aiuti le persone a riprogettare il proprio percorso professionale.

 

Il counseling organizzativo non cura la “patologia, ma fornisce un supporto che ha l’obiettivo di stimolare e valorizzare le capacità delle persone di vivere in modo più integrato e soddisfacente.

 

Molto spesso, il counseling è confuso con altre attività come quelle del mentoring e del coaching, che si possono definire “cugine del counseling”. 

Dal punto di vista tecnico, il counseling, mentoring e coaching sono forme di aiuto che si differenziano tra loro solo per l’area di applicazione: il counseling cerca di risolvere una determinata area problematica, il mentoring cerca di fornire una guida alla comprensione dell’organizzazione aziendale e delle sue regole, mentre il coaching cura l’acquisizione di conoscenze e capacità professionali critiche per lo svolgimento del lavoro.

 

E’ interessante ricordare che il termine “coach” deriva dal Middle English “coche” e corrisponde al termine inglese moderno “wagon” (carro) o “carriage” (carrozza, vettura).

 

Tornando al counseling organizzativo, possiamo affermare che esso rappresenti una sintesi tra un intervento d’aiuto individuale, di sviluppo professionale e la conoscenza delle tematiche del cambiamento e della cultura organizzativa, favorendo il confronto tra le parole chiave delle organizzazioni (cambiamento, prestazione, capacità, obiettivi) e le mappe cognitive ed emotive delle persone (esperienze, emozioni, cognizioni, memorie). 

 

E’ sostanzialmente un’attività di cerniera tra la consulenza comportamentale e la consulenza organizzativa. 

 

E’ senz’altro un processo delicato, poiché la richiesta d’adattamento organizzativo può essere percepita dalla persona come un’intrusione sgradevole o come un’opportunità, infatti, qui si gioca la professionalità del Counselor, che ha il compito di dare alla persona l’opportunità di scoprire un modo di vita più proficua e finalizzata ad un più elevato standard di benessere (e quindi di maggior produttività per l’organizzazione), grazie alla possibilità di agire sulle sue risorse “sane” non ancora completamente utilizzate. L’intervento del counseling è quindi un intervento di supporto, mirato a specifiche situazioni problematiche, con una durata piuttosto breve, focalizzato sul presente, che si esprime con colloqui individuali periodici con la/le persone/a coinvolta/e dall’organizzazione.

 

In ambito aziendale, le difficoltà lavorative che più frequentemente spingono l’organizzazione a coinvolgere i dipendenti in un progetto di counseling sono:

 

– la resistenza al cambiamento;

– la demotivazione;

– la gestione del tempo;

– le difficoltà relazionali;

– lo stress;

– la mancanza di concentrazione;

– la scarsa produttività;

– la conflittualità;

– l’assenteismo.

 

Il counselor deve quindi affrontare sia problemi che si originano dalla persona, sia problematiche che derivano dal rapporto tra organizzazione e persona, nonché provenienti dall’esterno di entrambe le entità.

 

Il punto critico del successo per il counselor organizzativo starebbe nel riuscire a conciliare i bisogni dell’organizzazione (efficacia, efficienza, risultati, ecc.) e dei dipendenti (benessere, soddisfazione, coinvolgimento emotivo, ecc.) inseriti nel processo di counseling.

(Biggio, 2005).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stile repressore e benessere: Discussione finale

Discussione finale

Le analisi effettuate mostrano risultati interessanti; in accordo con la mia ipotesi, chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto ai test sul benessere e sulla qualità di vita (WEMWBS, WHO-5, PANAS, PGWBI e PWBS).

La divisione ulteriore effettuata in base alla classificazione di Weinberger ha permesso di ottenere maggiori informazioni circa l’influenza di ognuna delle possibili combinazioni tra ansia e desiderabilità sociale.

Nell’analisi fatta con lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico della WEMWBS fra i quattro gruppi di Weinberger (AltaSD-AltaANSIA; AltaSD-BassaANSIA; BassaSD-BassaANSIA; BassaSD-AltaANSIA), il sottogruppo dei repressori (AltaSD-BassaANSIA) mostra al test il punteggio più alto rispetto ai restanti tre gruppi.

Un po’ diversi sono i risultati ottenuti dall’analisi effettuata attraverso il WHO-5, che ha lo scopo di valutare la qualità di vita; in questo caso il sottogruppo che ottiene il più alto punteggio alla scala è quello della “BassaSD-BassaANSIA”, ma le differenze significative sono date solo dalla componente dell’ansia e cioè i gruppi con bassa ansia riportano un punteggio al benessere più elevato.

Le differenze di risultato, rispetto a quello ottenuto alla WEMWBS, potrebbero essere dovute alla diversa dimensione misurata dal WHO-5 ovvero la qualità di vita, che sebbene sia un concetto correlato al benessere non è comunque uguale.

É interessante quindi notare che, tra le 2 componenti che costituiscono lo stile repressore, quella che influenza maggiormente la variabile dipendente è l’ansia, poiché, i gruppi che presentano AltaANSIA riportano differenze significative rispetto ai due gruppi con BassaANSIA, indipendentemente dalla bassa o alta Desiderabilità Sociale, mentre non risultano differenze significative tra i gruppi “AltaSD-BassaANSIA” e “BassaSD-BassaANSIA”. In generale si può affermare che i soggetti che riportano alti livelli di ansia, indipendentemente dal grado di desiderabilità sociale, riferiscono un peggior livello di benessere psicologico, mentre gli altri sottogruppi, che possiedono una BassaANSIA, ottengono i punteggi più elevati.

L’esame delle differenze tra gruppi suddivisi in base alla variabile “sesso” offre risultati non omogenei; in effetti anche in base alla letteratura di riferimento non avevamo particolari aspettative (Andrew & Withney, 1976; Campbell et al., 1976).

In generale, sembra comunque che il campione femminile mostri meno benessere rispetto a quello maschile; alla WEMWBS, al PGWBI e al WHO-5 i maschi ottengono punteggi più alti, rispetto alle femmine, in modo non significativo nelle prime due e significativo nell’altra scala; al PANAS-N, atto a valutare l’affetto negativo, l’effetto del sesso appare significativo, nel senso che i soggetti maschi ottengono un punteggio più basso, che quindi indica un maggior benessere, mentre al PANAS-P, che valuta l’affetto positivo, le femmine mostrano punteggi più alti, anche se non significativamente.

Alla PWBS, all’interno delle sottoscale “crescita personale”, “autoaccettazione” e “scopo nella vita”, i maschi ottengono un punteggio più elevato, anche se non significativo, forse perché è socialmente qualificante per gli uomini mostrare di avere ambizioni e di sapere ciò che vogliono ottenere dalla vita; queste certezze offrono loro un certo grado si sicurezza che è alla base della completa accettazione di se stessi. Tali risultati sono in accordo con quelli di Ruini, Ottolini, Rafanelli, Ryff e Fava (2003).

L’effetto dell’età, considerata come covariata, non risulta avere effetti particolarmente significativi, se non alla sottoscala della crescita personale della PWBS: in effetti sembrerebbe logica tale relazione dato che quest’ultima coinvolge sentimenti di crescita, nuove esperienze e il raggiungimento di una più alta conoscenza di se stessi.

L’effetto dall’altra covariata presa in considerazione, ovverola scolarizzazione, sembra essere significativo nella sottoscala della crescita ambientale, della padronanza ambientale e dello scopo nella vita. È’ infatti probabile che il fatto di aver conseguito il diploma o la laurea permetta di poter accedere a professioni che prevedono l’assunzione di maggiori responsabilità, in previsione di mete più alte da raggiungere e consenta anche di avere l’impressione di sentirsi più abili e capaci nel controllare e dominare l’ambiente; tali risultati sono in accordo con quelli ottenuti da Ruini, Ottolini, Rafanelli, Ryff e Fava (2003).

Infine, il fatto di essere sano o malato non ha riportato alcun effetto significativo, al contrario di ciò che avevamo ipotizzato; questo potrebbe essere spiegato dal fatto che i pazienti che formavano il campione, reclutati nelle sale d’aspetto dell’Ospedale, potevano trovarsi in quel particolare contesto semplicemente per un controllo, senza per questo motivo avere una patologia e sentirsi quindi malati.

Un’altra spiegazione potrebbe essere data dal campione molto specifico, ovvero reclutato in un’unica sala d’attesa, e poco numeroso.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

Confronti nei punteggi del benessere psicologico PWBS

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (PWBS)

1) La prima analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala dell’AUTONOMIA della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione non è rispettata: la media dei residui della variabili dipendente è = a 0, il valore dell’asimmetria è compreso tra –1 e +1 (Skewness= – 0,670), ma il valore della Kurtosi non è compreso tra –1 e +1 (Kurtosi= 1,040).

Non ho potuto quindi procedere con l’analisi.

2) La seconda analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala dell’AUTOACCETTAZIONE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,411; Kurtosi= 0,388); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,057).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = -0,068 tra età e AUTOACCETTAZIONE; r = 0,150 tra scolarizzazione e AUTOACCETTAZIONE, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra autoaccettazione, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi dell’autoaccettazione è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 19.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala dell’autoaccettazione, rispetto ai non repressori. Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 20.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,124) = 7,945; p < 0,05; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala dell’autoaccettazione del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,124) = 0,858; p = 0,356; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala dell’autoaccettazione.

In conclusione lo stile ha un’influenza sui punteggi alla scala; nello specifico, chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio maggiore alla sottoscala dell’autoaccettazione del PWBS.

3) La terza analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala della CRESCITA PERSONALE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,285; Kurtosi= 0,251); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,148).

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,001 tra età e CRESCITA PERSONALE; r = 0,001 tra scolarizzazione e CRESCITA PERSONALE, p < 0,0001); questo significa che c’è una relazione tra crescita personale, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 21.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala della crescita personale, rispetto ai non repressori. Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 22.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti non è significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE non è significativo: F(1,123) = 2,526; p = 0,115; lo stile repressore  non influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della crescita personale del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,123) = 0,315; p = 0,576; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della crescita personale.

L’effetto delle covariate ETÁ e SCOLARIZZAZIONE risulta significativo (p < 0,05).

In conclusione lo stile e il sesso non influenzano i punteggi alla scala, mentre le covariate età e scolarizzazione hanno un effetto significativo.

4) La quarta analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala della PADRONANZA AMBIENTALE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,341; Kurtosi= -0,092); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,184).

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,032 tra età e PADRONANZA AMBIENTALE; r = 0,002 tra scolarizzazione e PADRONANZA AMBIENTALE, p < 0,05); questo significa che c’è una relazione tra padronanza ambientale, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 23.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala della padronanza ambientale, rispetto ai non repressori. Inoltre le femmine riportano punteggi più alti rispetto ai maschi. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 24.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,123) = 12,336; p = 0,001; lo stile repressore  influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della padronanza ambientale del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,123) = 0,341; p = 0,560; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala della padronanza ambientale.

L’effetto delle covariate ETÁ non risulta significativo (p > 0,05), mentre l’effetto della SCOLARIZZAZIONE risulta significativo (p < 0,05).

In conclusione lo stile e la covariata “scolarizzazione” influenzano significativamente i punteggi alla sottoscala della padronanza ambientale del PWBS.

Riporto qui sotto la tabella delle medie marginali attese, ovvero le stime delle Medie corrette in base all’effetto della covariata.

Tabella 25.

Le Medie marginali attese indicano punteggi inferiori nella V.D. del gruppo dei non repressori rispetto al gruppo dei repressori, indipendentemente dall’influenza della covariata.

5) La quinta analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala delle RELAZIONI POSITIVE della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,410; Kurtosi= -0,502); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,650).

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,016 tra età e RELAZIONI POSITIVE; r = 0,011 tra scolarizzazione e RELAZIONI POSTIVE, p < 0,05); questo significa che c’è una relazione tra relazioni positive , misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 26.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla sottoscala della padronanza ambientale, rispetto ai non repressori. Inoltre le femmine riportano punteggi più alti rispetto ai maschi. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 27

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,123) = 6,887; p = 0,010; lo stile repressore  influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla sottoscala delle relazioni positive del PWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,123) = 0,448; p = 0,505; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala delle relazioni positive .

L’effetto delle covariate ETÁ e SCOLARIZZAZIONE non risulta significativo (p > 0,05), In conclusione lo stile influenza significativamente i punteggi alla sottoscala delle relazioni positive  del PWBS, nello specifico chi adotta uno stile repressore.

6) La sesta analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla sottoscala dello SCOPO DI VITA della PWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 128 soggetti, di cui 76 femmine (59,4%) e 52 maschi (40,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sonoentrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,425; Kurtosi= -0,194); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione non risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi non è omogenea (test di Levene, p < 0,05).

Ho verificato la seconda assunzione solo con lo stile, ma il test di Levene non risultava rispettato (test di Levene, p < 0,05); ho verificato allora l’assunzione solo col sesso e risulta rispettata (test di Levene, p = 0,448).

Ho proceduto poi verificando la seconda assunzione di ANOVA con i due sottogruppi repressori e non repressori: per i primi non risulta rispettata ( p < 0,05), mentre per i non repressori risulta rispettata (test di Levene, p = 0,886).

Le mie analisi hanno quindi solo coinvolto il gruppo dei non repressori.

La prima assunzione di ANCOVA risulta rispettata (r = 0,022 tra età e SCOPO DI VITA; r < 0,0001 tra scolarizzazione e SCOPO DI VITA, p < 0,05); questo significa che c’è una relazione tra scopo di vita, misurata con la PWBS, e l’età e la scolarizzazione.

La seconda assunzione di ANCOVA risulta rispettata, ovvero non c’è interazione tra le variabili indipendenti e le covariate (p > 0,05).

Ho potuto quindi procedere con ANCOVA utilizzando le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 28.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che i maschi hanno un punteggio più alto alla sottoscala.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 29.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,102) = 0,068; p = 0,794; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla sottoscala dello scopo di vita.

L’effetto delle covariate ETÁ non risulta significativo (p > 0,05).

L’effetto della covariata SCOLARIZZAZIONE risulta significativo (p = 0,10).

In conclusione solo la covariata “scolarizzazione” influenza significativamente i punteggi alla sottoscala dello scopo di vita  del PWBS.

 

 

 

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

Confronti nei punteggi del benessere psicologico PGWBI

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (PGWBI)

1) L’analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico del PGWBI fra repressori e non repressori, sani o malati, e maschi e femmine, utilizzando come covariate l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione è formato da 129 soggetti di cui 77 femmine (59,7%) e 52 maschi (40,3%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabile dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,542; Kurtosi= – 0,16; questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,473).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = -0,108 tra età e PGWBI; r = 0,151 tra scolarizzazione e PGWBI, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra qualità di vita, misurata con il PGWBI, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi della qualità di vita è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

 

 

 

Tabella 17.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala del benessere psicologico, rispetto ai non repressori. Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine. Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

 

 

 

Tabella 18.

Dalla tabella risulta che l’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(1,125) = 6,72; p = 0,01; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere del PGWBI.

L’effetto del SESSO non è significativo, anche se molto vicino alla significatività: F(1,125) = 3,87; p = 0,051;  di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

In conclusione lo stile ha un’influenza sui punteggi alla scala; nello specifico, chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio maggiore alla scala del benessere psicologico.

 

 

 

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Confronti nei punteggi del benessere soggettivo PANAS

Confronti nei punteggi del benessere soggettivo (PANAS)

1) La prima analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala dell’affetto positivo (PA), del PANAS, fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato, e maschi e femmine, utilizzando come covariate l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 215 soggetti, di cui 132 femmine (61,4%) e 83 maschi (38,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,3; Kurtosi= – 0,02); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,255).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = -0,08 tra età e PANAS-P; r = 0,102 tra scolarizzazione e PANAS-P, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra affetto positivo, misurato con la PANAS, e l’età e la scolarizzazione.

 

La variabilità nei punteggi del benessere psicologico è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA, senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

 

Tabella 13.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala dell’affetto positivo, rispetto ai non repressori.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi maggiori rispetto alle femmine.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 14.

L’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti non risulta significativo (p > 0,05).

Dalla tabella risulta che l’effetto dello STILE è significativo: F(2,210) = 6,102; p 0,003; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala dell’affetto positivo del PANAS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,210) = 3,23; p = 0,074; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala.

In conclusione lo stile influenza significativamente i punteggi alla scala dell’affetto positivo; nello specifico chi possiede uno stile repressore ottiene un punteggio più alto.

2) La seconda analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala dell’affetto negativo (NA), del PANAS, fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato, e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il sottocampione a cui si fa riferimento in questa analisi è composto da 215 soggetti, di cui 132 femmine (61,4%) e 83 maschi (38,6%).

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness=  0,502; Kurtosi= – 0,006); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,132).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r =  0,069 tra età e PANAS-N; r = -0,008 tra scolarità e PANAS-N, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra affetto negativo, misurato con la PANAS, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi del benessere psicologico è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA, senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

 

Tabella 15.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più basso alla scala dell’affetto negativo rispetto ai non repressori.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più bassi rispetto alle femmine.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 16.

L’effetto dell’interazione tra le variabili indipendenti non risulta significativo (p > 0,05).

Dalla tabella risulta che l’effetto dello STILE è significativo: F(2,210) = 6,555; p = 0,002; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala dell’affetto negativo, rispetto ai non repressori.

L’effetto del SESSO risulta significativo: F(1,210) = 6,163; p = 0,014; di conseguenza la variabile sesso influenza in maniera significativa i punteggi alla scala.

In conclusione, lo stile e l’età influenzano significativamente i punteggi alla scala dell’affetto negativo del PANAS; nello specifico chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio più basso, così come i soggetti di sesso maschile.

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti

 

 

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (WEMWBS)

Confronti nei punteggi del benessere psicologico (WEMWBS)

1) La prima analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico della WEMWBS fra repressori e non repressori, condizione di sano o malato e maschi e femmine, utilizzando come covariata l’età e gli anni d’istruzione.

Il campione è composto da 265 soggetti di cui 156 (58,9 %) sono femmine e 109 (41,1 %) maschi.

La primaassunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,55; Kurtosi= 0,76); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,139).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = 0,088 tra età e WEMWBS; r = -0,041 tra scolarizzazione e WEMWBS, p > 0,05); questo significa che non c’è relazione tra benessere psicologico, misurato con la WEMWBS, e l’età e la scolarizzazione. La variabilità nei punteggi del benessere psicologico è, quindi, indipendente dalle due covariate.

Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto di seguito la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F:

Tabella 1.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala del benessere, rispetto ai non repressori.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi più alti rispetto alle femmine e i malati rispetto ai sani.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 2.

Dalla tabella risulta che l’effetto delle interazioni tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05), pertanto gli effetti delle variabili indipendenti sono indipendenti fra loro.

L’effetto dello STILE è significativo: F(2,253) = 11,941; p < 0,0001; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere della WEMWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,253) = 3,549; p = 0,61; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

L’effetto del GRUPPO (sani o malati) non risulta significativo: F(1,253) = 0,003; p = 0,954; la condizione sano o malato non influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

In conclusione lo stile ha un’influenza sui punteggi alla scala; nello specifico, chi adotta uno stile repressore ottiene un punteggio maggiore alla scala del benessere psicologico.

2) La seconda analisi ha lo scopo di valutare le differenze nei punteggi alla scala del benessere psicologico della WEMWBS fra i quattro gruppi divisi in base alla tipologia di stile di riposta di Weinberger (AltaSD-AltaANSIA; AltaSD-BassaANSIA; BassaSD-BassaANSIA; BassaSD-AltaANSIA), sani e malati, maschi e femmine, utilizzando come covariate l’età e gli anni d’istruzione.

Il campione è composto da 265 soggetti di cui 156 (58,9 %) sono femmine e 109 (41,1 %) maschi.

La prima assunzione è rispettata, per cui la media dei residui della variabili dipendente è = a 0 e i valori dell’asimmetria e della curtosi sono entrambi compresi tra –1 e +1 (Skewness= – 0,55; Kurtosi= 0,76); questo indica che la distribuzione è simile ad una curva normale.

La seconda assunzione risulta rispettata, per cui la varianza dei gruppi è omogenea (test di Levene, p = 0,495).

La prima assunzione di ANCOVA non risulta rispettata (r = 0,153 tra età e WEMWBS; r = 0,512 tra scolarizzazione e WEMWBS, p > 0,05).  Ho proceduto quindi utilizzando ANOVA senza le covariate.

Riporto ora la tabella delle statistiche descrittive e del test Omnibus F.

Tabella 3.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive, emerge che chi adotta uno stile repressore riporta un punteggio più alto alla scala del benessere, rispetto agli altri tre sottogruppi.

Inoltre i soggetti maschi riportano punteggi maggiori rispetto alle femmine e i malati rispetto ai sani.

Per valutare se queste differenze sono significative, ho osservato i risultati del test Omnibus F:

Tabella 4.

Dalla tabella risulta che l’effetto delle interazioni tra le variabili indipendenti risulta non significativo (p > 0,05).

L’effetto dello STILE è significativo: F(4,246) = 15,5; p < 0,0001; lo stile repressore influenza, quindi, in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere della WEMWBS.

L’effetto del SESSO non è significativo: F(1,246) = 3,206; p = 0,75; di conseguenza la variabile sesso non influenza in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

L’effetto del GRUPPO (sani o malati) non risulta significativo: F(1,246) = 0,688; p = 0,408; la condizione sano o malato non influenza, quindi,  in maniera significativa i punteggi alla scala del benessere psicologico.

In conclusione lo stile influenza significativamente i punteggi alla scala del benessere psicologico; in generale si nota come chi possiede una bassa ansia ha punteggi più alti alla scala; nello specifico chi possiede anche un’alta desiderabilità (stile repressore), ottiene il punteggio più alto rispetto agli altri tre gruppi.

Per verificare fra quali gruppi esistono differenze significative occorre osservare i risultati della tabella dei confronti multipli o Post hoc:

Tabella 5.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDaltaA” e quelli di “altaSDbassaA” è = -6,33 e risulta significativa per p < 0,0001.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDaltaA” e quelli di “bassaSDaltaA” non risulta significativa (p > 0,05).

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDaltaA” e quelli di “bassaSDbassaA” è = -4,51 e risulta significativa per p = 0,003.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDbassaA” e quelli di “bassaSDaltaA” è = 8,43 e risulta significativa per p < 0,0001.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “altaSDbassaA” e quelli di “bassaSDbassaA” non risulta significativa.

La differenza tra i punteggi medi dello stile di risposta “bassaSDaltaA” e quelli di “bassaSDbassaA” è = -6,61 e risulta significativa per p< 0,0001.

Tra le 2 componenti che costituiscono lo stile repressore, quella che influenza maggiormente la v.d. è l’ansia, poiché, i gruppi che presentano altaA riportano differenze significative rispetto ai due gruppi con bassaA, indipendentemente dalla bassa o alta SD, mentre non risultano differenze significative tra i gruppi “altaSDbassaA” e “bassaSDbassaA”.

Osservando la tabella delle statistiche descrittive si nota che i gruppi aventi un altaA riportano medie significativamente più basse al punteggio della WEMWBS (altaSDaltaA= 39,82; bassaSDaltaA= 37,72) rispetto ai gruppi con bassaA (altaSDbassaA= 46,15; bassaSDbassaA= 44,32). Si nota, inoltre, che le persone con stile repressore riportano un punteggio al benessere più alto rispetto agli altri 3 gruppi, ma le differenze significative sono date solo dalla componente dell’ansia e cioè i gruppi con bassa ansia riportano un punteggio al benessere più elevato.

 

Tabella 6.

La tabella riportata raggruppa i sottogruppi in insiemi fra loro omogenei rispetto alle differenze dei punteggi medi nella VD, inserendo nello stesso insieme i gruppi che hanno medie non significativamente diverse fra loro.

Il primo insieme è formato dai gruppi “bassaSDaltaA” e “altaSDaltaA” che hanno medie fra loro non significativamente diverse per p > 0,05.

Il terzo insieme è formato dai gruppi “bassaSDbassaA” e “altaSDbassaA” che hanno medie fra loro non significativamente diverse per p > 0,05.

I soggetti che hanno riportato alti livelli di ansia, indipendentemente dal grado di desiderabilità sociale, riportano un peggior livello di benessere psicologico, come era logico aspettarsi. Invece i soggetti con stile repressore riportano un grado di benessere psicologico e di ansia analogo a quello delle persone non ansiose e non represse (con bassa desiderabilità sociale), proprio perché lo stile repressore inibisce la rappresentazione del disagio emotivo.

 

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Gli strumenti di misura del benessere

Gli strumenti di misura del benessere

La valutazione del benessere soggettivo

Il benessere soggettivo fa riferimento a stati interni e di natura soggettiva, a cui non necessariamente possono corrispondere fattori oggettivamente misurabili. Proprio per questo motivo i ricercatori hanno ritenuto che le misure più adeguate per cogliere l’esperienza del benessere fossero i resoconti soggettivi, attraverso questionari e interviste; molto spesso vengono utilizzate misure di self-report, ovvero una o più affermazioni rispetto alle quali si esprime il proprio grado di accordo in termini qualitativi su una scala numerica.

Nel corso degli anni questa modalità di rilevazione è stata sottoposta a varie critiche. Il problema principale riguardava l’eventualità che i resoconti soggettivi riflettessero adeguatamente gli stati interni. La psicologia clinica riteneva che queste misure non rappresentassero in modo fedele gli stati interni, in quanto le persone possono andare incontro a meccanismi di distorsione con funzione ego-difensiva, come ad esempio negare le proprie emozioni, In questo modo dichiarerebbero di essere più soddisfatte di quanto lo siano veramente, in accordo con le norme sociali e morali e con la cultura di riferimento.

Le prospettive cognitiviste hanno messo in luce come il processo di formulazione dei giudizi sul benessere sia complesso: di fronte ad una scala di valutazione le persone devono, per prima cosa, interpretare bene la domanda, ricercare nella memoria breve e a lungo termine le informazioni e comunicarle in maniera accettabile e chiara. In ognuna di queste fasi possono intervenire fattori suscettibili di influenzare la valutazione complessiva finale.

Tuttavia le analisi psicometriche degli strumenti hanno mostrato buone caratteristiche di validità, affidabilità e un buon grado di coerenza interna.

Come è stato visto precedentemente il benessere soggettivo include una componente cognitiva/valutativa e una componente affettiva ed emozionale, ovvero le emozioni che derivano dal giudizio di soddisfazione per la propria vita; esistono quindi strumenti che colgono l’una o l’altra componete o entrambe insieme.

Il benessere soggettivo può essere valutato a livello globale o a livelli più specifici, in riferimento a diversi ambiti della vita.

Si possono inoltre utilizzare scale ad un item solo che consistono in unica affermazione alla quale i soggetti rispondono scegliendo la risposta che meglio li rappresenta oppure indicando il proprio grado di accordo con l’affermazione. Spesso però le scale disponibili includono una varietà di affermazioni, con lo scopo di cogliere diverse componenti; tali scale possiedono in genere una miglior validità e fedeltà rispetto alle misure ad un item solo che, di contro, presentano come vantaggio il fatto di essere più brevi e più facili da somministrare.

Ovviamente non esiste uno strumento adeguato a priori; tutto è relativo allo scopo, alle esigenze del ricercatore e al tipo di popolazione.

Esempi di scale che misurano la componente affettiva/emozionale del benessere sono: la Scala dell’equilibrio affettivo di Bradburn (1969); essa si fonda su un modello del benessere emozionale, visto come differenza fra le due dimensioni dell’affetto positivo e negativo. Uno strumento più recente è il Positive and Negative Affect Scales di Watson (1988): misura anch’esso due dimensioni del benessere, l’affetto negativo e l’affetto positivo.

Fra le misure che colgono la componente cognitiva troviamo, ad esempio, la Satisfaction With Life Scale di Diener et al. (1985), in cui si pensa che i soggetti indicano il proprio grado di accordo, confrontando la proprie condizioni di vita con uno standard personale.

Pavot et al. (1998) hanno osservato che la valutazione della soddisfazione per la vita può trarre benefici dall’inclusione di una dimensione temporale; è plausibile che il grado di soddisfazione attuale sia influenzato dalla credenze e dalle aspettative dei soggetti circa il futuro. Per cogliere questa componente gli autori hanno costruito la Temporal Satisfaction With Life Scale (Pavot et al., 1998),che consente di valutare la soddisfazione globale del presente, passato e futuro.

Il benessere psicologico dell’anziano ha un ruolo determinante nella progressione o nel rallentamento del processo d’invecchiamento (Amoretti & Ratti, 2003) e contribuisce sostanzialmente al quadro generale della qualità della vita (Lawton, 1991). È quindi un’importante misura d’efficacia per interventi terapeutici, riabilitativi e assistenziali. Per questo motivo, in ambito gerontologico sono state sviluppate diverse misure: la Life Satisfaction Index di Neugarten et al. (1961) da cui si ricavano cinque dimensioni (il gusto per la vita rispetto all’apatia, fermezza e forza d’animo, congruenza fra scopi prefissati e scopi raggiunti, una concezione positiva di sé e tono dell’umore) e la Life Satisfaction in the Elderly Scale di Solomon e Conte (1984).

Fra le scale per bambini e adolescenti esiste la Multidimensional Students’ Life Satisfaction Scale (Huebner, 1994) che misura la soddisfazione in cinque contesti differenti: la famiglia, la scuola, gli amici, l’ambiente di vita e il sé.

Per valutare la soddisfazione dei pazienti psichiatrici esistono molte scale tra cui la Satisfaction with Life Domains Scale di Lehman (1983) e il Lancashire Quality of Life Profile (1996) che valuta le caratteristiche sociodemografiche, gli indicatori oggettivi e soggettivi e misure globali del benessere.

La valutazione del benessere psicologico

Oltre alla scale che valutano l’esperienza emozionale positiva e il senso di soddisfazione, esistono altri strumenti di misura che colgono altre dimensioni del funzionamento psicologico positivo.

L’autostima è fra le più utilizzate come indicatore del benessere (Scala di Rosenberg, 1965), seguita dall’ottimismo, dal locus of control e dalla self-efficacy.

Una delle scale maggiormente usate per cogliere il benessere psicologico è quella di Ryff (1989) che valuta sei criteri del funzionamento psicologico: l’autonomia (la capacità di indipendenza), il controllo ambientale (il grado di controllo e di competenza nella gestione dell’ambiente e la capacità di usufruire delle sue risorse), la crescita personale (la percezione di una crescita del sé), le relazioni positive con gli altri (la qualità delle relazioni personali), lo scopo nella vita (la presenza di mete ed obiettivi e la percezione di una direzione) e l’accettazione di sé (la presenza di un atteggiamento positivo verso se stessi e l’accettazione delle qualità negative).

Si tratta di uno strumento dotato di una portata più generale e più inclusivo rispetto alla scale che sono state applicate alla misurazione di aspetti specifici del funzionamento positivo (come l’autostima).

 

 

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Il benessere psicologico

Il benessere psicologico

L’interesse del concetto di benessere, inteso come “funzionamento psicologico positivo" o “salute mentale positiva”, è sempre più crescente, soprattutto per il suo contributo a tutti gli aspetti della vita umana. Più comunemente, tra le persone, questi termini sono meglio conosciuti con il concetto di “felicità”.

Un aspetto controverso, di frequente riscontro, è la mancanza di accordo sul concetto di benessere, salute e funzionamento positivo dell’individuo; le definizioni proposte per illustrare il benessere psicologico e la felicità sono, infatti, molteplici.

Secondo Argyle (1987), la felicità è rappresentata da un senso generale di benessere complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l’autorealizzazione e la salute. La felicità è anche legata al numero e all’intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia. In questo caso è definibile come l’emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all’esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D’Urso & Trentin, 1992).

Waterman (1993) ha identificato due concezioni teoriche distinte: l’eudaimonia, che corrisponde ai sentimenti di espressività personale, alle funzioni psicologiche e alla realizzazione personale, e l’edonismo che si focalizza sull’esperienze soggettive di felicità e soddisfazione di vita.

 

Secondo l’autore queste componenti sono associate ad attività distinte e hanno coinvolgimenti diversi per i sentimenti di autorealizzazione. Le attività che fanno sorgere sentimenti di espressività personale sono quelle in cui il soggetto sperimenta stati di autorealizzazione grazie alla possibilità di poter esprimere e mostrare le proprie potenzialità e capacità, attraverso lo sviluppo delle abilità e dei talenti personali e il raggiungimento degli scopi.

L’edonismo si origina da una gamma di attività molto ampia; esso viene sperimentato ogni volta che si avvertono emozioni piacevoli come conseguenza del soddisfacimento di bisogni fisici, intellettuali e sociali.

L’autore ha trovato che questi due aspetti del benessere sono associati ad attività differenti; l’edonismo può originarsi da una varietà di fattori, i sentimenti di espressività personale sono invece collegati a un numero ridotto e specifico di azioni.

Vari studiosi hanno cercato di capire su quali elementi le persone si basano nel giudicare positivamente la propria vita; il benessere in questo senso è valutato secondo gli standard delle persone nel determinare ciò che è positivo nella vita, secondo quindi i propri criteri personali. Sono stati di conseguenza costruiti strumenti in grado di misurare il benessere nella sua componente cognitiva (ad esempio il Life Satisfaction Index di Neugarten, 1961; la Satisfaction With Life Scale di Diener et al., 1985; il singolo indice di felicità di Andrews, 1976).

Un’altra categoria di definizioni che si riferisce al concetto di benessere denota una prevalenza di affetti positivi su affetti negativi, enfatizzando la presenza di esperienze emotive piacevoli. Secondo Bradburn (1969), la felicità è un giudizio globale che le persone formulano comparando i loro affetti negativi con quelli positivi. Bradburn ha costruito uno strumento auto-valutativo, l’Affect Balance Scale (1969), che più tardi è stato ripreso da Watson creando le Positive and Negative Affect Scales con cui si possono quantificare gli stati emotivi sia positivi che negativi in un arco di tempo precisato. Altri studiosi hanno fatto corrispondere il concetto di benessere psicologico con quello di varie componenti: ad esempio l’autostima (Rosemberg, 1965), l’ottimismo (Scheier & Carver, 1993), gli stati d’umore positivi (Lawton, 1975), il locus di controllo (Levenson, 1974) e il senso di coerenza (Antonovsky, 1993).

In campo clinico il benessere è stato interpretato come assenza di sintomatologia legata a depressione, ansia ecc. Spesso si utilizza, per tale costrutto, il Sympton Questionnaire di Kellner (1978) che associa quattro scale sintomatologiche (ansia, depressione, somatizzazione ed ostilità) alle corrispondenti scale di benessere (rilassamento, contentezza, benessere fisico e buona disposizione). Nell’ambito della psicopatologia, appare fondamentale la valutazione della remissione e della guarigione da un disturbo affettivo (Ruini, Ottolini, Raffanelli, Conti & Fava, 2000).

 

Un’ampia letteratura mostra la presenza di sintomi residui in pazienti con disturbi ansiosi e depressivi al termine del trattamento farmacologico e/o psicoterapico (Fava, 1996). Questi sintomi implicano un esito prognostico negativo a lungo termine; nella valutazione della guarigione da un disturbo affettivo diventa essenziale non solo la completa remissione dei sintomi, ma anche il ripristino del benessere psicologico e del funzionamento ottimale dell’individuo.

 

 

 

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Il Benessere soggettivo: l’interazione fra individuo e contesto

L’interazione fra individuo e contesto

I diversi settori della psicologia stanno prendendo sempre più in considerazione l’importanza del rapporto tra il soggetto e l’ambiente, in un’ottica ecologica. La qualità della vita e quindi il benessere/malessere di un individuo è il risultato anche e soprattutto delle relazioni che egli instaura con le strutture sociali, gli ambienti fisici e più in generale con la propria cultura, che costituiscono e danno significato alla sua vita.

La possibilità di raggiungere i propri scopi grazie ad un ambiente favorevole, il coinvolgimento in attività interessanti, l’importanza di ricoprire ruoli sociali, le relazioni con gli amici o la famiglia, il posto di lavoro e il quartiere sono tutte variabili che incidono fortemente sul benessere delle persone.

Numerose ricerche hanno documentato come le condizioni ambientali esercitino un’influenza importante sul benessere e sulcomportamento degli individui.

Bronfenbrenner (1979) e Wilson (1987) hanno ampiamente documentato la centralità del ruolo delle dimensioni strutturali e culturali per capire molto problematiche legate alla crescita dell’individuo.

Ad esempio, il sistema di ineguaglianze economiche, ma anche razziali, ha implicazioni notevoli sulla salute e sul benessere. La stessa concezione di “health promotion” dell’OMS nel tempo si è modificata fino ad indicare le responsabilità della salute e del benessere non più solo a livello del comportamento individuale, ma dell’intera comunità.

La povertà, così come è stato mostrato da diversi studi (ad esempio, Alder et al., 1994), costituisce il principale fattore di rischio di disabilità e morte prematura. Inoltre, la situazione economica della famiglia più avere un impatto reale sull’adattamento e sullo sviluppo dell’adolescente (Conger et al., 1999).

Gli scopi e le attività

Alcune teorie affermano che i sentimenti di benessere soggettivo dipendono dal raggiungimento di determinati scopi personali o dal soddisfacimento di determinati bisogni.

La teoria degli “striving” di Emmons (1986; 1992) mostra come questi ultimi siano scopi caratteristici e ricorrenti che la persona cerca di raggiungere e che servono ad integrare l’insieme più ampio di obiettivi che la persona si pone. Alcune caratteristiche degli scopi, come il loro grado di conflitto e ambivalenza, sono state associate a una varietà di affetti spiacevoli sia a livello psicologico che fisico. Si è visto inoltre che chi struttura i propri scopi in termini ampi e astratti tende a soffrire in misura maggiore di sintomi di disagio psicologico, diversamente da coloro che strutturano i propri scopi in termini più concreti e specifici, i quali soffrono maggiormente di malattie fisiche (Emmons, 1992).

Anche gli obiettivi di sviluppo all’interno di una comunità possono essere visti come una sfida per il soggetto e quindi un’opportunità di sviluppo e di aumento della propria autostima in caso di successo. L’aver superato un obiettivo inoltre, permette di superare e risolvere con più efficacia i compiti successivi, mentre l’insuccesso porta alla disapprovazione da parte della società e alla difficoltà nelle prove successive.

La percezione di avere uno scopo da raggiungere e la sensazione di riuscire ad avvicinarsi sempre di più può essere di per sé un fattore che conferisce significato alle azioni e alla vita più in generale e il suo raggiungimento può originare benessere. Ovviamente la facilità o meno con cui i soggetti raggiungono i propri scopi dipende dalle strategie e dai procedimenti messi in atto e dalla situazione. Cantor e Harlow (1994) hanno trovato che l’esperienza emozionale positiva dipende dalla congruenza tra gli obiettivi posti e il contesto sociale.

 I compiti e gli scopi che l’individuo si pone cambiano nel tempo e sono influenzati dalla cultura e dai bisogni di ognuno; ad esempio il successo accademico può essere un compito evolutivo fra gli studenti (Cantor & Harlow, 1994), mentre l’adattamento alla condizione di pensionati è un compito evolutivo che vede coinvolto l’anziano. Risulta quindi importante nella valutazione del benessere tenere in considerazione i cambiamenti inevitabili nel corso della vita in relazione agli scopi e in presenza di eventi critici.

Un’altra concezione vicina alla precedente è rappresentata dal costrutto di “esperienza ottimale” o “flusso di coscienza” (flow) nel modello proposto da Csikszentmihalyi (1975); si parte dal presupposto che il benessere soggettivo dipenda dal coinvolgimento in attività interessanti, dove c’è un equilibrio tra le sfide poste dall’attività e le abilità possedute dal soggetto per affrontarle. Sono attività positive e piacevoli poiché forniscono un livello ottimale di informazioni nuove e in quantità non eccessiva. La condizione di “flow” è distinta dalla noia in cui vi sono risorse superiori alle sfide, dall’ansia dove le risorse sono insufficienti per superare le sfide e dall’apatia in cui vi sono scarse sfide e scarse risorse. Il soggetto che sperimenta una situazione di esperienza ottimale è totalmente assorbita dall’attività al punto da ignorare il passare del tempo e isolarsi dalle condizioni circostanti; l’autore ha notato come alcuni artisti impegnati nelle proprie opere sono talmente concentrati da non accorgersi di niente.

Questa teoria è stata utilizzata per spiegare perché certe attività, fra cui il lavoro o le attività del tempo libero, sono fonti di benessere; il soggetto impegnato e coinvolto in attività motivanti e travolgenti si sente più soddisfatto, più utile e più attivo (Diener, 2006)

I ruoli e le relazioni sociali

Sempre più studi riconoscono l’importanza di ricoprire ruoli sociali. Avere un’occupazione ed essere sposati comportano per i soggetti il ricoprire determinati ruoli e lo sviluppo dell’identità corrispondente. Ricoprire molti ruoli sembra assumere una funzione protettiva; negli anziani, ad esempio, la perdita di ruoli sociali è considerata un fattore critico per il senso del benessere.

Alcune analisi qualitative hanno indicato che gli individui percepiscono le loro identità di ruolo come fonti di significato, di scopo e di guida del comportamento (Simon, 1997). Recenti ricerche hanno messo in luce come le donne e gli uomini che ricoprono più ruoli, segnalano livelli minori nei problemi fisici e psicologici e più alti livelli di benessere soggettivo (Barnett & Hyde, 2001).

Una prospettiva interessante è quella fornita da Thoits (1983, 1992) che afferma che coloro che assumono più ruoli sociali dovrebbero essere meno vulnerabili nei confronti di disturbi psicologici come ansia e depressione. Questa ipotesi è conosciuta come “teoria dell’accumulo di ruoli”.

Adelmann (1994) ha cercato prove per dimostrare che l’accumulo di ruoli potesse essere benefico anche per gli anziani. Sono stati trovati collegamenti tra maggior assunzione di ruoli e maggior benessere psicologico, problemi di salute più rari così come anche per i disturbi cronici, sia nelle donne che negli uomini. Altre analisi hanno messo in luce che ricoprire un maggior numero di ruoli è associato a maggior soddisfazione per la vita, maggior autostima e minor sentimenti depressivi.

Ricoprire il ruolo di genitore è stato dimostrato essere molto importante per riuscire a vivere sentimenti di efficacia, di utilità e di soddisfazione (Thoits, 1992); altri studi hanno confermato l’effetto benefico dell’accumulo dei ruoli anche in un campione di donne anziane che nel corso della vita hanno ricoperto un ruolo impegnativo come quello di accudire un figlio con ritardo mentale (Hong, Mailick & Seltzer, 1995).

L’interesse degli psicologi per il sostegno sociale, si manifesta negli anni ’70; si afferma l’importanza delle relazioni sociali e del sostegno nel mantenimento della salute enfatizzando laloro potenzialità nel moderare o tamponare gli eventuali effetti deleteri sulla salute, di eventi psicosociali stressanti o a rischio.

Negli stessi anni viene pubblicato anche il famoso studio di Berkman e Syme (1978) che dimostra che i legami sociali non solo favoriscono il miglior adattamento in situazioni stressanti, ma sono anche in grado di diminuire i tassi di mortalità e di morbilità; questi ricercatori hanno intervistato circa 4.700 fra uomini e donne residenti in una piccola città californiana, valutando la rete sociale attraverso un indice composto da quattro misure: stato civile, contatti con amici e parenti, membri della chiesa e associazioni formali e informali.

Essi hanno controllato anche il rischio di mortalità nelle diverse età, in base all’iniziale stato di salute, allo stato socioeconomico e a comportamenti come fumo, uso di alcol e tendenza all’obesità. Anche dopo aver esaminato i fattori di rischio, i soggetti con scarsi legami sociali hanno mostrato, dopo nove anni dall’intervista, una mortalità da due a cinque volte più alta rispetto ai soggetti più integrati socialmente.

Molti ricercatori, negli anni successivi, hanno confermato la relazione fra il tasso di mortalità e morbilità e misure del sostegno e dell’integrazione sociale (Berkman 1995; Blazer, 1982;  House, Robbins & Metzener, 1982; Tibblin et al., 1986).

La percezione di sostegno sociale è strettamente dipendente, da una parte, dalla disponibilità di una rete di relazioni nel contesto di vita dell’individuo e dal grado di integrazione sociale, e dall’altra parte, dal possesso di abilità sociali necessarie per costruire e mantenere  tali relazioni. Lewinsohn, Redner e Seeley (1991) hanno trovato che diverse componenti del sostegno sociale risultano associate al livello di benessere soggettivo: le persone, infatti, più soddisfatte dicono di avere fonti di sostegno sociale più estese, contatti più frequenti, maggior competenze sociali e di sentirsi più soddisfatte delle relazioni con le altre persone. Risultano quindi predittivi del benessere sia elementi di natura più oggettiva come il numero e la frequenza dei contatti, sia elementi più soggettivi come la soddisfazione per le relazioni.

Per spiegare la relazione esistente tra il sostegno sociale, il benessere psicologico e la salute fisica, esistono due approcci: il “modello diretto” e il “modello indiretto” o tampone.

Il primo ipotizza un’influenza positiva del sostegno sociale sulla salute psicofisica, influenza che si esplicherebbe anche in assenza di fattori stressanti particolarmente forti ed importanti. All’interno di questo modello si è dimostrato come il sostegno percepito si associa in particolare al benessere psicologico, a stati affettivi postivi, a minor depressione e a minor ansia. Secondo Cohen e Wills (1985) le reti sufficientemente estese e l’integrazione sociale, garantirebbero, attraverso interazioni sociali regolatrici, un senso di stabilità e di prevedibilità sulla propria vita. Inoltre le reti, favorendo il flusso di informazioni, rafforzerebbero i comportamenti “normali” e attiverebbero comportamenti connessi alla salute, come cercare aiuto già ai primi sintomi di malessere. Consentirebbero inoltre di ricoprire una varietà di ruoli e di rafforzare il proprio senso di identità. Il sostegno sociale soddisferebbe invece dei bisogni umani fondamentali (House, 1981; Thoits, 1983), quali il bisogno di sicurezza, di contatti sociali e di approvazione.

Nel modello indiretto, invece, il sostegno sociale viene considerato all’interno di un modello più ampio che cerca di spiegare la relazione tra fattori stressanti e malessere. L’effetto negativo sul benessere delle situazioni stressanti sarebbe mitigato dalla disponibilità di risorse esterne, in particolare dal sostegno sociale, e dalla disponibilità di risorse interne, come strategie di coping e caratteristiche di personalità (autostima, percezione interna del controllo ecc.).

L’effetto positivo del sostegno potrebbe manifestarsi anche nel momento in cui la persona si trova di fronte ad un evento che valuta come minaccia; la percezione che altri saranno disponibili con il loro aiuto può portare a interpretare la situazione come meno pericolosa e a percepire se stessi come più capaci di fronteggiarla. Inoltre può intervenire in momenti successivi: può alleviare l’impatto dell’evento stressante fornendo soluzioni ai problemi, facilitando comportamenti orientati alla salute, attivando emozioni positive e riducendo quelle negative, e modificando la funzione cardiovascolare, immunitaria e neuroendocrina (Uchino, Cacioppo & Kiecolt-Glaser, 1996; Eriksen, 1994).

Ad un livello più ampio, viene riconosciuta l’importanza dell’appartenenza ad un gruppo o ad una comunità per il benessere soggettivo dell’individuo offrendo al singolo una rete di relazioni potenzialmente supportive, accompagnata da un senso del “noi”, cioè da un senso di appartenenza e identificazione con esso, che è importante per la propria identità.

Nel 1986 McMllian e Chavis descrivono il senso di comunità come “un sentimento che i membri hanno di appartenere e di essere importanti gli uni per gli altri e una fiducia condivisa che i bisogni dei membri saranno soddisfatti dal loro impegno ad essere insieme”. Fra le ricerche in cui è stata esplorata la relazione fra senso di comunità e benessere soggettivo, risulta importante quella condotta da Davidson e Cotter (1991), su tre gruppi di adulti residenti nell’Alabama e in Carolina del sud: il senso di comunità è risultato associato agli affetti piacevoli, all’autoefficacia e meno fortemente e con segno negativo, all’affetto piacevole. Sempre su adulti, in Italia (Prezza et al., 2002), è stata trovata una relazione positiva fra senso di comunità e soddisfazione verso al vita e, negativa, fra senso di comunità e solitudine.

Il senso di comunità favorisce il benessere non solo negli adulti, ma anche negli adolescenti. In questi si accompagna a minor sentimenti di solitudine, maggior felicità e modalità di coping più adattive (Maruccia, 1999; Mascioli, 2000)

La cultura

Il ruolo che assume la cultura nell’influenzare il processo di valutazione del benessere è stato oggetto di numerosi studi.

Varie culture vedono il mondo come benevolo e controllabile, altre enfatizzano la normalità delle emozioni negative. I modelli culturali per l’interpretazione degli eventi di vita spingono le persone a sperimentare gradi diversi di benessere a parità di condizioni oggettive.

Alcuni studi hanno voluto esplorare i fattori culturali e i valori connessi nella valutazione del benessere, cercando di esaminare se le variabili e i processi che influenzano i giudizi siano simili in tutte le culture (Diener, 1995; Kwan, Bond & Singelis, 1997; Suh et al., 1997).

Si considera soprattutto l’importanza delle differenze inevitabili che esistono tra culture individualistiche e culture collettivistiche. Nelle prime, gli aspetti della personalità sono visti come determinanti del comportamento, di conseguenza i giudizi di soddisfazione si basano soprattutto sull’esperienza emozionale recente. Nelle culture collettivistiche, i giudizi di soddisfazione si basano sia sulle emozioni, sia sul valore culturale percepito di una vita soddisfacente.

In questo senso le variabili che influenzano il modo di valutare il benessere variano a secondo dei valori ritenuti importanti per quel luogo. Ad esempio si è visto come l’autostima influenza il benessere soggettivo soprattutto nelle culture individualistiche (Diener, 1995), mentre nelle culture collettivistiche è risultata importante la qualità delle relazioni sociali (Kwan et al., 1997).

Diener (2002) ha inoltre mostrato come nelle nazioni più ricche c’è un maggior benessere soggettivo; questo può essere dovuto al fatto che spesso in questi contesti c’è una più alta osservanza dei diritti umani e un maggior controllo democratico.

Altre ricerche si sono invece concentrate nel trovare differenze nella struttura del benessere in nazioni diverse; in uno studio di Grob (1997), condotto su adolescenti, non sono risultate differenze fra paesi occidentali e orientali. Sembra quindi che ciò che cambia da un contesto culturale all’altro non sia tanto la struttura del benessere che pare rimanere le stessa, ma piuttosto le sue fonti e le strategie attraverso cui mantenerlo.

 

© Stile repressore e benessere – Margherita Monti