Il benessere soggettivo

I primi sforzi per indagare il benessere soggettivo si sono sviluppati in ambiti diversi dalla psicologia. All’inizio degli anni Settanta i sociologi hanno iniziato ad interessarsi alla valutazione delle condizioni di vita della popolazione generale, per misurare le quali furono messi a punto degli indicatori della qualità di vita, prima economici (PIL) e poi sociali (condizioni abitative, reddito, istruzione ecc.).

Nel corso del tempo questi strumenti furono sottoposti ad una serie di critiche e si cominciarono ad usare anche indicatori soggettivi, come i giudizi di felicità e la soddisfazione per la vita (Campbell et al., 1976; Withney, 1976). Tali misure erano considerate importanti poiché tenevano in considerazione il punto di vista delle persone sulle proprie condizioni di vita. 

L’attenzione per la misurazione del benessere soggettivo è emersa anche in settori più specifici. Ad esempio, per quanto riguarda la gerontologia, lo scopo era individuare dei criteri per distinguere le persone che “invecchiano bene” da quelle che lamentano disturbi e difficoltà (Baltes, 1990; Laicardi & Sberna, 1992; Ryff, 1989), al fine di valutare l’efficacia degli interventi a favore degli anziani.

Oltre a prendere in considerazione la quantità di attività svolte dall’individuo, la capacità d’impegno, la maturità (Baltes, 1990), si riconobbe l’importanza di misurare anche il punto di vista degli stessi soggetti, la loro prospettiva, espressa attraverso i giudizi di soddisfazione per la vita o misure riguardanti il morale o il tono dell’umore (Laicardi, 1987; Neugarten et al., 1961).

Negli ultimi anni il concetto di “invecchiare bene” comprende anche altre dimensioni come la felicità, il benessere soggettivo e la relazione ottimale tra l’individuo e l’ambiente (Ryff, 1996).

Un altro ambito interessato alla valutazione degli indicatori soggettivi del benessere è quello della salute mentale. A seguito del processo di deistituzionalizzazione dei pazienti psichiatrici e la presa in carico di queste persone dalla comunità e dai servizi, si è resa necessaria una valutazione delle loro condizioni di vita, del loro inserimento nella società e degli interventi di riabilitazione ad essi rivolti (Oliver et al, 1996).

Alcuni autori hanno affermato che per misurare la qualità della vita di questi pazienti occorrono indicatori socio-demografici e oggettivi, ma anche indicatori soggettivi, che prendano in considerazione il punto di vista delle persone medesime (Baker & Intagliata, 1982; Barry, & Crosby, 1995; Lehman, 1983; Oliver et al., 1996).

Ultimamente il benessere soggettivo è stato ritenuto una delle dimensioni della qualità di vita e della salute anche nelle scienze mediche e della riabilitazione (Bowling, 1995; Labbrozzi, 1995; McDowell & Newell, 1987) ed è stato per questo incluso negli strumenti di valutazione utilizzati nella pratica clinica (ad esempio il World Health Organisation Qualità of Life, WHOQOL; de Girolamo, de Leo & Galassi, 1995).

Altri settori riguardanti la promozione della salute (Renwick & Brown,1996) focalizzano l’attenzione sulla dimensione soggettiva del benessere nella loro definizione di qualità della vita, ritenendo la prospettiva delle persone un punto di partenza per orientare attività di promozione della salute, centrate sullo sviluppo delle abilità e sull’empowerment individuale e sociale.

Diener et al. (1997) hanno sottolineato alcune caratteristiche centrali per lo studio del benessere soggettivo. Innanzitutto, questo settore copre l’intera gamma del continuum benessere-malessere poiché non considera solo stati indesiderabili, come la depressione, ma si focalizza anche sulle differenze individuali nei livelli di benessere positivo e i fattori che ne sono alla base. Inoltre il benessere soggettivo è definito nei termini di “esperienza interna del soggetto”, ovvero non è imposta alcuna struttura di riferimento esterna e, in questo senso, la ricerca sul benessere soggettivo si differenzia dal metodo clinico.
Uno svantaggio di questo approccio è che, da solo, il benessere soggettivo non può essere considerato un criterio di salute mentale.

Infine gli studiosi di quest’area sono interessati a misurare gli stati di benessere a lungo termine e non solo l’umore passeggero.
 
 
© Stile repressore e benessere - Margherita Monti
 
 

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