Lo stress lavoro-correlato: il lavoro nella cultura del sacrificio e dell’efficienza continua

Negli ultimi due anni l’attenzione nei confronti del malessere dei lavoratori e dello stress che ogni individuo deve tollerare nei luoghi di lavoro ha indotto esperti umanisti, accademici, difensori dei diritti dei lavoratori e consulenti di varia provenienza ideologica e commerciale a proporre, o propinare, modelli che potessero dare risposte a problematiche psicofisiche prima e organizzative poi. La lettura della realtà, a torto o a ragione, ha però sempre avuto meno fantasia della realtà stessa, e ci ha condotto così per sentieri non sempre scevri da disincanto e disimpegno.

Parliamo spesso di società dell’opulenza, di società del benessere, ma in fondo tutti gli indicatori che vengono usati per definire in tal modo il sociale, sono solitamente indicatori obiettivi: reddito “pro capite”, consumi, possedimenti. Mancano invece soprattutto i parametri soggettivi con cui misurare il benessere. In un mondo in cui l’ozio è considerato sempre più in termini negativi; in cui occorre necessariamente e inderogabilmente organizzare e rendere utile ed efficiente ogni momento della nostra giornata, anche il tempo del divertimento e del riposo; in cui il tempo cessa di essere una risorsa per diventare limite, il costo più visibile che noi paghiamo viene comunemente chiamato stress.
Ma cosa si nasconde in realtà dietro queste cinque lettere, abusate, travisate e dai confini  così labili? Quando pensiamo alla stress immaginiamo disagio, bisogno, dolore, sofferenza, mancanza, eccitazione (eccessiva), energia non sufficiente, disattenzione, scarsità, depressione, malessere, malumore, irrequietezza, solitudine. La lista potrebbe continuare ma avrebbe poco senso e utilità farlo; essa è sufficiente a renderci consapevoli della poliedricità che la parola simboleggia. L’oggetto di osservazione resta però lo stesso l’uomo e il suo rapporto con il lavoro, che a secondo delle mode e del momento varie nelle sue diverse sfumature cromatiche

La dimensione lavorativa nei racconti di protagonisti che scendono in campo è caratterizzata da tratti distintivi di sofferenza: è consueto e logico essere ripresi per i nostri sbagli  mentre è raro essere premiati o essere gratificati per il buon lavoro svolto. La connotazione ontologica del lavoro come sacrificio è così ancora imperante e richiede all’individuo un adattamento  sempre più costoso. Eppure, rispetto a cento anni fa, il lavoro oggi ha maggiori possibilità di appartenerci, di essere nostro, ma inverosimilmente per esso occorre tenere basse le aspettative e le aspirazioni, perché ancora si crede che il successo e il merito si giochino sulle capacità individuali di riuscire a stare al gioco del sacrificio, della mancanza. Secondo tale prospettiva saremmo tutti più motivati a rincorrere la carota felici del bastone, anzi per motivare di più occorre deprivare di più. Se così fosse, dall’India al Brasile e dall’Australia all’Alaska gli uomini e le donne dovrebbero godere tutti e tutte di grandi successi e benessere, ma così non è.  Ci si fregia ancora della quantità più che della qualità.
 La nostra società vuole ossessivamente  far coincidere il benessere con l’abbondanza e lo stress con la mancanza, al punto che per quest’ultimo sono previste azioni correttive di manuali ingegneristici da attivare in caso di necessità.

 Un cambiamento, al contrario, necessario, sano e auspicabile proietta i lavoratori in una dimensione di gruppo che condivide le risorse e ottimizza gli sforzi individuali, orientandoli verso il sentiero della qualità  perseguibile e l’abbandono della logica di coppia, che troppo spesso nella dinamica diadica resta arpionata a personalismi e moralismi generatori di pressioni relazionali e di stress intersoggettivi. Gli esperti sono consapevoli che lavorare in gruppo divide gli sforzi e raddoppia il successo, amplifica gli effetti del clima e riduce conflitti.
I tempi sono moderni, come suggeriva Chaplin, per diffondere l’idea che il lavoro dovrebbe essere un mezzo per vivere, non per sopravvivere. E nemmeno un fine dove morire.

 
 
© Mariarosaria Izzo
 
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