La psicologia nei mass media
 
I mezzi di comunicazione di massa (Blandino, 2000) costituiscono uno dei luoghi in cui si manifestano le aspettative e le fantasie dell’opinione pubblica sulla psicologia. Gli usi della psicologia che vengono fatti nei media sono tre: 
 

  1. un uso illusorio, ovvero falso e manipolatorio, che produce una visione della psicologia riduttiva, distorta, confusa e anche squalificante. È l’utilizzo più dannoso e antipsicologico, è errato concettualmente e abbastanza pericoloso sia per l’immagine e il ruolo sociale della disciplina, sia per lo stesso pubblico. Presenta una psicologia falsa e inesistente come se si trattasse di una scienza che conosce i segreti della mente, capace di eliminare le sofferenze umane, in realtà promuove solo illusioni di benessere a prezzo di manipolazioni e negazioni. Si tratta di una antipsicologia e antiscienza, anche se ad assumere queste posizioni sono figure note. L’uso illusorio della psicologia è responsabile di una concezione onnipotente e onnisciente sia della psicologia sia del ruolo dello psicologo e di una conseguente aspettativa magica nei loro confronti.
  2. un uso consolatorio, ovvero difensivo e razionalizzante, è un uso inutile, superficiale e generico che assomiglia più a consigli e parole di conforto o di buon senso che a una disciplina scientifica. L’uso consolatorio comporta la distribuzione di consigli di comportamento su qualsiasi argomento, gli inviti sulle cose da fare, l’elogio alla buona volontà, ma soprattutto il rafforzamento di razionalizzazioni difensive, il privilegiare di  tecniche psicoterapeutiche adattive e un uso sfrenato di test (o sedicenti tali) su qualsiasi argomento. È un uso molto diffuso soprattutto nei periodici femminili di largo consumo.
  3. un uso trasformativo, ovvero finalizzato al pensare e al sentire. È l’uso proficuo della psicologia come modulazione della sofferenza umana e dell’ansia, rappresenta un uso circoscritto e parziale che, mostrando i limiti della scienza e della sua impotenza, invece di negare le sofferenze e l’angoscia con generiche rassicurazioni o risoluzioni miracolose ne riconosce il significato e l’inevitabilità aiutando la persona a riflettere e pensare. Un uso interrogativo, piuttosto che responsivo, finalizzato ad aiutare, osservare, osservarsi meglio e ad acquisire una maggior consapevolezza della realtà mentale ed emotiva. Senza promesse di evitare il dolore, guida la persona a tollerare e gestire meglio la sofferenza.

Entrambi gli usi, illusorio e consolatorio tendono a proporre un modello di psicologia in modo assoluto e incondizionato modelli teorici-epistemologici e tecniche di intervento, presentandoli come se fossero  gli unici, ignorando e non riconoscendo (spesso intenzionalmente) la varietà di modelli psicologici che tutti insieme costituiscono la psicologia. Questi modelli sono all’origine di una immagine di psicologia banale, che facilita gli attacchi da parte delle persone che sono pregiudizialmente mal disposte nei suoi confronti. 
“L’uso della psicologia trasformativo  allo scopo di aiutare a modulare la sofferenza sarebbe quello da privilegiare nei media. Significa infatti avere attenzione e ascolto per gli altri, ma anche promuovere la riflessione e la chiarezza, evitare le confusioni, e cercare sempre di distinguere e differenziare a cominciare dai sentimenti e dalle emozioni in funzione di dare loro un nome e un senso. Significa non etichettare presuntuosamente né proporsi dall’alto come colui che sa tutto , ma colui che accompagna in un processo di conoscenza e in questo processo è coinvolto.” (Blandino 2000, 58). L’uso della psicologia come strumento per pensare  tende a non subire degli abusi , ma a ricevere rifiuti , perché faticoso e impegnativo, non promette facili soluzioni ma pone di fronte a problemi e anche al fatto che in molti casi non sa né può offrire risposte. L’unico rischio che può correre è quello di essere confinato nelle pagine culturali dei giornali letti da pochi o nelle fasce orarie di minimo ascolto delle radio e delle televisioni. Un'altra importante caratteristica è che non assume un punto di vista come se fosse l’unico, ma mette a confronto pareri diversi con la consapevolezza che in psicologia i modelli e le teorie sono molti.
La compresenza di un’aspettativa illusoria e consolatoria rispetto alla psicologia spiega perché i media le dedicano così tanto spazio e perché le tematiche psicologiche sono argomenti che suscitano molto interesse nel pubblico. A causa di queste aspettative la psicologia è percepita come una “parente” della medicina secondo un effetto alone, ma questo genera una grande confusione nel pubblico, non si sa quanto la psicologia ha a che fare con la medicina e da essa dipenda, e quanto invece abbia una propria specificità e autonomia.
Queste aspettative (illusorie e consolatorie) derivano inoltre dal fatto che gli psicologi sono percepiti come possessori del segreto della felicità, che posseggano le conoscenze per eliminare l’ansia e la sofferenza.
Una conseguenza di queste false e distorte aspettative nei confronti della psicologia, porta inoltre ad attacchi  e resistenze che sfociano in squalifiche della disciplina. Attacchi come mettere in dubbio le sue potenzialità e l’utilità delle sue applicazioni. Sono soprattutto i professionisti delle scienze esatte quali fisici, chimici e medici a percepire in modo maggiormente negativo la psicologia, rispetto ad altri professionisti e al pubblico. Spesso si critica la psicoanalisi classica perché troppo lunga e costosa, comunque troppo vecchia. Questi sono articoli che regolarmente compaiono su quotidiani, riviste e programmi televisivi spesso sono strumentali per promuovere tecniche psicoterapeutiche alternative più rapide, ma mostra anche una fantasia che è ben presente nel pubblico e che i media riprendono e rilanciano: fare in fretta.
Un problema che complica le cose e aumenta la confusione nel pubblico è che le tematiche  psicologiche riguardano la quotidianità di tutte le persone  e molti ritengono che rientrino nel senso comune e quindi si considerano in diritto di poterne parlare ed  emettere valutazioni anche se sono incompetenti in materia. Così spesso anche senza volerlo i media tendono  a confondere le idee sulla psicologia. Errate presentazioni di psicologi, questionari spacciati come accreditati e in grado di offrire il profilo della personalità nei lettori, interpretazioni di sogni affrettate che si confondono con la cabala e la tradizione popolare. C’è il giornalista che chiede il “parere” allo psicologo  su temi specifici, quello che lo intervista su temi di attualità generale e quello che scrive direttamente di psicologia. C’è lo psicologo semisconosciuto che ha una rubrica specifica e lo psicologo famoso che ha una rubrica in cui si occupa di vari soggetti. C’è la trattazione di una tematica non psicologica, svolta con rimandi alla psicologia, e la trattazione di tematiche psicologiche svolte in modo non psicologico o addirittura antipsicologico. C’è l’argomento trattato in modo pluridisciplinare e c’è il parere sociologico o antropologico presente come se fosse una risposta psicologica.  
Sono tutti elementi che contribuiscono a diffondere una immagine errata o confusionaria della psicologia, per cui è facile che gli utenti se ne costruiscano un immagine e delle opinioni che non rispecchiano la sua vera  natura e scientificità. Così la televisione invece di promuovere un’educazione alla scienza, una divulgazione scientifica, privilegia la spettacolarizzazione della stessa. Lo scopo non è quello di trasmettere un’informazione scientifica obiettiva con l’obiettivo di istruire gli utenti, ma quello di evidenziare gli aspetti sensazionali, curiosi e scandalistici degli eventi. La scienza in tv diventa spettacolo e di conseguenza anche la psicologia lo diventa. 
In generale ciò che viene comunicato nei mass media e definito come psicologia in realtà non è psicologia, è prevalentemente una psicologia del senso comune come insieme di abitudini, pregiudizi, opinioni, credenze, miti e leggende.
I mass media trasmettono un modello implicito di psicologia che non corrisponde allo statuto scientifico della disciplina: la psicologia viene presentata come una scienza unitaria, come se fosse una ed una sola e non ci fossero invece molti orientamenti, scuole, teorie, spesso in conflitto tra loro e talvolta anche opposti. Al pubblico non viene mai ricordato che le psicologie sono tante come tanti sono i metodi e le tecniche di intervento e sarebbe perciò opportuno parlare di psicologie e definire sempre in modo preliminare il modello teorico di riferimento. La mancanza di distinzioni e differenziazioni genera un’immagine della psicologia confusa. La figura dello psicologo può essere diversissima a seconda del campo in cui opera e soprattutto dall’orientamento teorico e metodologico che utilizza. All’interno della disciplina ci sono molteplici e diversi punti di vista, per cui parlare di psicologia e psicologo in generale non è opportuno, ma sarebbe più adeguato parlare di quale psicologia si parla e con quale psicologo si interagisce. 
Inoltre i mass media trasmettono un immagine riduttiva della psicologia, come se l’unica psicologia fosse quella clinica, come se non esistessero altri campi e altri metodi. L’atteggiamento riduttivo si manifesta all’interno della stessa psicologia clinica concepita solo come psicoterapia, in realtà la psicologia clinica non è solo psicoterapia e la psicoterapia rappresenta un metodo di lavoro non univoco. L’ottica riduttiva dei mass media, sconfina nella confusione e nel generico. Un’ulteriore atteggiamento riduttivo è la concezione di psicoterapia come solo psicoanalitica, ma anche in ambito psicoterapeutico esistono tante teorie. 
Il pubblico, i mezzi di comunicazione e anche a volte gli stessi psicologi alimentano questa fantasia e presentano lo psicologo come se fosse un clinico psicoterapeuta e psicoanalista. Questo atteggiamento riduttivo porta ad un’immagine parziale e falsa della psicologia, per cui lo psicologo è colui che interpreta i sogni e nell’immagine collettiva viene rappresentato accanto al lettino d’analisi.
In generale nel modo in cui la psicologia viene rappresentata dai media, ad eccezione di alcune pagine letterarie e culturali, prevale un approccio classificatorio che cataloga la psicologia e gli psicologi sotto un etichetta. Gli studi sul pregiudizio di Allport mostrano che la tendenza a categorizzare ed etichettare portano a enfatizzare una caratteristica specifica della persona a spesa delle altre caratteristiche. Ma l’etichettatura  comporta una reazione ad essa conforme, perciò continuare ad etichettare certi comportamenti o certi ruoli induce una reazione comportamentale pubblica allineata a queste caratteristiche e cioè incrementa i pregiudizi.
 
 
 
 
 
 
 
 © L’immagine dello psicologo: una ricerca nella provincia di Bologna - Elisa Spisni
 
 
 
 

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