Il rapporto OECD sull’Educazione

Introduzione
L’analisi della letteratura internazionale sull’educazione terziaria si scontra con il problema della diversità dei sistemi educativi adottati dai diversi paesi. Particolarmente interessante risulta, in questo senso, un’analisi del confronto tra il sistema educativo italiano e quelli stranieri.

Il rapporto OECD sull’Educazione
Ogni anno l’OECD (Organization for Economic Cooperation and Development –  in italiano OCSE - Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) pubblica la relazione Education at a Glance che contiene numerosi dati relativi alla quantità ed alla qualità dell’educazione in 19 Paesi europei ed in 21 Paesi extra-europei.
Una prima analisi del rapporto pubblicato nel 2009, mette in evidenza dati interessanti rispetto alle motivazioni che spingono alla selezione degli studenti universitari. Arcuri e Soresi (1997) individuavano motivazioni legate all’esigenza di programmazione economica dello sviluppo del paese. Il rapporto OECD evidenzia come in Italia, in questi anni, soltanto il 14% della popolazione in età compresa tra i 25 e i 64 anni sia in possesso di una Laurea o di un Diploma Universitario. A pari merito con Portogallo, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca, seguita da Brasile, Cile e Turchia, contro una media dei 27 Paesi aderenti all’organizzazione, pari al 28%. Guardando solamente alla fascia d’età 25-34 anni, l’Italia presenta una proporzione di laureati del 19% sulla popolazione totale, a pari merito con Austria e Messico, seguita da Brasile, Cile, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Turchia, contro una media dei Paesi OECD del 34%. In Corea e Giappone questa percentuale è superiore al 59%.
La percezione che ci siano troppi laureati non trova riscontro nei dati rispetto al mercato del lavoro. Osservando la Tabella 2.1, i tassi di impiego dei laureati in Italia sono sostanzialmente assimilabili alla media OECD ed a quella europea. Analoga è anche la situazione di ciò  che riguarda il reddito, dove i laureati guadagnano mediamente più dei diplomati, in misura maggiore di quanto succeda all’estero (circa il 70% in più in Italia contro una media OECD del 65%), con un trend in crescita nel decennio 1998-2007. Segno, questo, che il mercato del lavoro richiede e premia un titolo di studio più elevato.
 Non sembrerebbero, quindi, sussistere esigenze di programmazione economica che giustifichino una selezione tout-court degli studenti che si immatricolano all’Università. Rispetto allo sviluppo economico del Paese i dati suggerirebbero una ridistribuzione delle immatricolazioni 

verso quei Corsi di Laurea di cui il mercato del lavoro sente maggiormente il bisogno.      

I motivi dell’introduzione del numero chiuso in numerosi Corsi di Laurea vanno, allora, probabilmente, ricercati nel campo delle motivazioni definite didattiche (Arcuri e Soresi, 1997). Il numero degli studenti sarebbe cruciale nel determinare la qualità della formazione universitaria. In questo senso, la peculiare situazione italiana viene riassunta da due indici del rapporto OECD.

Il primo riguarda la proporzione di studenti che, pur immatricolatisi, non completano il loro ciclo di studi all’Università. L’Italia risulta drammaticamente al primo posto. Seppure questi dati, nell’ultimo rapporto pubblicato, facciano riferimento al 2005, anno in cui la riforma dei cicli universitari non era ancora entrata a pieno regime, i dati ISTAT non rilevano un sostanziale miglioramento nel 2008, con solo il 47,8% delle matricole che raggiungono la Laurea (ISTAT, 2009; OECD, 2009). Come valore di riferimento, la media dei paesi OECD è leggermente superiore al 70%. 
Il secondo, che pu  rappresentare anche una delle cause del primo indice, riguarda la spesa per ogni studente iscritto all’Università. Con i suoi 8.026 euro a testa, l’Italia spende meno di un terzo degli Stati Uniti (24.370$) e si colloca davanti a Cile, Corea, Estonia, Grecia, Messico, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Russia e Ungheria. La media dei paesi OECD è di 11.512$. Rapportando queste cifre al benessere generale di ogni paese, la situazione italiana appare ancora peggiore: solo lo 0,9% del PIL è investito nella formazione universitaria. Soltanto Brasile e Russia, con lo 0,8%, stanno peggio. La media OECD è dell’1,5%.                 

La selezione operata prima dell’immatricolazione potrebbe essere, allora, una risposta alla scarsità di fondi che si ripercuote anche sui bassi tassi di successo nei percorsi accademici. Di fronte all’iscrizione di numerosi studenti, molti dei quali non all’altezza di arrivare alla Laurea, una delle poche soluzioni compatibili con la mancanza di risorse economiche sarebbe quella di “chiudere le porte”. Questo nonostante il bisogno di un maggior numero di laureati nel mercato del lavoro.

Il rapporto OECD del 2013 dice che in Italia è aumentato il tasso di occupazione dei laureati rispetto ai meno scolarizzati, così come il livello di istruzione universitaria nei più giovani ma è laureato solo il 15% (media OCSE 32%) della fascia di età 25/64 anni.   

Il tasso d'ingresso ai corsi universitari di primo e secondo ciclo è aumentato del 20% tra il 1995 e il 2011. È rimasto stazionario quello dei corsi a livello terziario più professionalizzante, per effetto di una maggiore accessibilità del sistema, cioè di riforme universitarie e di cambi strutturali avviati per meglio rispondere alle necessità del mercato del lavoro (ad es., il Portogallo ha registrato una forte crescita, addebitabile alla scelta di moltissime donne in età superiore ai 25 anni di iscriversi all'Università).                                                                       

La spesa per il settore universitario è cresciuta del 39% (media OCSE solo 15%) ma il maggiore finanziamento è riconducibile soprattutto all'aumento della tassazione studentesca. Lo stanziamento complessivo pro capite (9.580 dollari, pari a 7.500 euro) continua ad essere notevolmente inferiore alla media OCSE ($ 13.528, € 10.500 euro) ed a quella dell'UE a 21 paesi ($ 12.856, circa € 10.000).                                                                         

Nei Paesi OCSE, in Cina ed in Indonesia, è prevista una tendenza all'aumento del numero di studenti. Più stazionaria, invece, è la crescita degli iscritti ai Corsi di Dottorato di Ricerca (PhD), che giocano un ruolo cruciale nell'innovazione e nello sviluppo economico. La crescita economica è maggiore in Germania, Slovenia e Svizzera (+12%) e minore in Argentina, Cile e Indonesia (+1%). La analisi OECD sottolinea che vengono privilegiate ancora le discipline scientifiche: in Danimarca un dottorando su 5 segue programmi di ricerca in matematica e statistica, discipline scelte invece soltanto dall'1% degli studenti universitari.

L'età media delle matricole varia in base alle differenze nazionali nel conseguimento della maturità. E’ al di sotto dei 25 anni per l'81% dei corsi universitari propriamente detti e per il 62% di quelli a livello terziario professionalizzante, al di sotto dei 30 anni per i dottorati di ricerca.

Il profondo impatto della crisi economica che dal 2008 ha colpito molti paesi, ha spinto molti giovani ad anteporre la ricerca di un'occupazione, rinviando ad un periodo successivo l’ingresso all’Università. In Australia è consuetudine che gli studenti si prendano un anno sabbatico prima di proseguire gli studi. Il tardivo ingresso produce, per , maggiori costi pubblici e personali, ci  si traduce in improduttività potenziale di un lavoratore durante il periodo degli studi e minori introiti fiscali. Il tutto si contrappone alla difficoltà che lo studente incontra nel conciliare le due attività.            La mobilità degli studenti è in progresso nell'ultimo decennio. Provenienti per il 53% dall'Asia, sono ospitati per il 48% nelle Università dell'Unione Europea e per il 21% da quelle statunitensi: Australia, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti accolgono da soli oltre la metà degli studenti provenienti da altri paesi. Gli studenti internazionali rappresentano oltre il 10% degli iscritti in Astralia, Austria, Nuova Zelanda, Svizzera e Regno Unito. La lingua in cui vengono impartiti i corsi, influenza le scelte degli studenti in mobilità. Inglese, francese, tedesco, russo e spagnolo sono le lingue più diffuse. Il Giappone, pur non utilizzando una lingua conosciuta, ospita un gran numero di studenti internazionali ed il 93% dagli altri paesi dell’Asia. 

Una piccola nota a margine della presentazione di questi dati, riguarda la posizione degli altri Paesi industrialmente sviluppati. Tra gli Stati che seguono l’Italia negli indici presi in considerazione, soltanto la Russia fa parte del G8 mentre Corea e Messico siedono al tavolo del G20.
 
 
 
 
 
 

© I predittori della performance accademica  - Laura Foschi
 
 

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