DIsagio lavorativo: Una lente d’ingrandimento
 
Nel capitolo introduttivo di questo elaborato, viene presentata brevemente la storia di Rossana, una donna lavoratrice che indirettamente ha preso parte a questa ricerca. 

Il dettagliato resoconto in cui Rossana esprime a parole il disagio vissuto in ambito lavorativo, fornisce al lettore immagini forti e a volte dolorose.
“Incomincio a star male. Incomincio a non dormire. […] Ma sono solo io ad avere questa lente d’ingrandimento sopra la testa?”.

Queste parole non sortirebbero lo stesso effetto se lette senza associarvi un volto o quantomeno un nome, ma sono “banalmente” parole vere che entrano senza bussare. Così vale anche per la sofferenza di Rossana che non ha chiesto di divenire vittima, non ha stabilito a priori quanta distanza dovesse esserci fra la sua testa e quella lente d’ingrandimento: non c’è certezza riguardo al perché tale violenza è stata agita nei suoi confronti. Sappiamo solo che sta male, che non riesce più a dormire. E che si rende conto di aver bisogno di aiuto.

Tutto il resto perde di significato: avvocati e psicologi tanto possono fare per la persona, ma sembra non bastare mai.
 

Il terrorismo psicologico di Leymann (1996) si fa strada su due livelli, quello personale e quello professionale: la persona attaccata su più fronti non riesce più a proteggersi, “ne consegue una parabola lavorativa discendente” (Zamperini, 2010).

Si è visto come il disagio reiterato negli ambienti lavorativi si svolge ovunque (in ufficio, alle macchinette del caffè, in pausa pranzo…) e come sostiene Ege (1997) “non esiste una categoria di persone predestinata a diventare una vittima del mobbing”.

Favretto (2005) sotto la dicitura mobbing riunisce tutte quelle azioni compiute ripetutamente sul posto di lavoro da una o più persone ai danni di uno o più lavoratori, e finalizzate a ridurre questi ultimi in una situazione di emarginazione e isolamento, fino all’esclusione dal mondo del lavoro. Le azioni possono assumere la forma di comportamenti aggressivi (verbali e non) e, in genere, di violenze psicologiche protratte ne tempo.

Nelle analisi dei resoconti presentate nel capitolo precedente, si può osservare come l’accanimento nei confronti di un proprio collega (mobbing orizzontale) o di un sottoposto (mobbing verticale o bossing) sia fonte di enorme distress per la persona: questa conseguenza che accompagna costantemente il lavoratore va a sommarsi a tutti i disturbi fisici e psicosociali che relegano la persona in uno stato di totale sconforto.

Rossana non riesce più a dormire, in altri resoconti si legge invece di persone che non riescono più a mangiare, ad avere rapporti con i propri famigliari e i propri amici: le conseguenze del mobbing sfregiano l’animo della persona nel quotidiano, non sono avvenimenti sporadici.

Sembrano essere effetti collaterali inevitabili: i vessati, ora “formiche”, subiscono il gioco raccapricciante dei vessatori, ora “bambini” despoti che con in mano una lente d’ingrandimento decidono oltremodo della vita altrui. 
 
 
 
 
 

 "Il lavoro che (non) fa per te". Il disagio nelle relazioni lavorative: un'indagine psicosociale sul territorio di Venezia -  © Maurizio Casanova
 
 

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