Cos’è l’altruismo?
 
Altruismo: definizione ed origini

L'interesse per l'altruismo da parte delle scienze sociali si può far risalire addirittura alla nascita di queste stesse. Infatti, fu proprio uno dei padri della sociologia e del positivismo, il filosofo francese August Comte (1851), ad introdurre il termine altruismo all’interno del suo “Sistema di Politica Positiva”, in contrapposizione invece al termine egoismo, già precedentemente esistente. Più precisamente, per Comte sono propri della  natura umana sia una motivazione ad agire negli interessi degli altri, che una motivazione ad agire negli interessi propri.

Una definizione più recente è stata fornita da Batson (1991) secondo cui altruismo ed egoismo sono due stati motivazionali che differiscono a seconda dello scopo finale che si prefiggono. Infatti, mentre l’egoismo ha l’obiettivo di soddisfare unicamente il proprio benessere, l’altruismo ha lo scopo di aumentare il benessere di un'altra persona.  Dunque, sulla base di questa definizione possiamo affermare che solo quando l'obiettivo finale è quello di agire negli interessi del prossimo si possa parlare di vero altruismo. In letteratura questo tipo di altruismo è spesso chiamato altruismo puro e viene solitamente contrapposto ad un altruismo egoistico che è invece dettato dagli interessi personali più che da quello degli altri.

Sebbene solo recentemente si sia giunti ad una definizione più strutturata della questione, il dibattito  riguardante l'esistenza di un altruismo realmente disinteressato ha origini antichissime.

Già Platone (395-387 a. C./ 1982) s'interrogava sulla questione chiedendosi se l’interesse per il benessere di un amico fosse motivato da un interesse autentico e fine a se stesso o piuttosto dalla ricerca di un beneficio personale. Pensatori di ogni epoca tentarono di rispondere a tale domanda. Già il suo allievo più celebre, Aristotele (360 a.C./ 1996), sosteneva che i sentimenti di amicizia avevano come primo obiettivo la propria soddisfazione ma, sosteneva  anche (335-321 a. C/ 2000) che il buon uomo vedesse l'altro come un estensione di se stesso. Presso l'Antica Roma invece  l'amara concezione di una natura umana egoistica affondava le sue radici addirittura nel mito fondativo della Città Eterna, nata secondo la leggenda dal fratricidio di Remo ad opera di Romolo. Forse non è un caso la relazione tra il fatto che i due fratelli, secondo questa leggenda, fossero stati allevati da una lupa e presso l'Urbe fosse largamente diffuso il detto “Homo Homini Lupus”, che per la prima volta troviamo nella commedia di Plauto, gli Asinaria (206-211 d.C/ 1994), che tradotto dal latino significa l'”Uomo è lupo degli uomini”. Ma anche presso l'Antica Roma non vi era un pensiero omogeneo.

Per Seneca (65 a.C), infatti, “Homo Sacra Homini”, l'uomo è cosa sacra per gli uomini.  Anche i filosofi cristiani diedero un contributo importante a questo dibattito. Non a caso nel Cristianesimo, e prima ancora nell'Ebraismo, si ritrova il precetto: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Già nel Nuovo Testamento, nel Vangelo (Mt 22, 27-40), si afferma l'importanza di questo comandamento, ritenuto secondo solo ad “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e con tutta la tua mente” .  Proprio, dall'Amore verso il prossimo deriva la Carità, ritenuta da Paolo di Tarso (54-55 d.c/ 1999) la più importante delle virtù teologali (le altre due sono la Fede e la Speranza). In Tommaso D'Aquino (1265-1275/ 1996-2012) il punto di vista paolino viene riproposto con una visibile influenza dei Socratici: la Carità coincide addirittura con l'Amicizia verso Dio. 

Col Rinascimento, tuttavia, si riafferma l'idea di un “uomo lupo degli uomini”. Niccolò Macchiavelli (1513/ 2007) riteneva, ad esempio, che la natura umana fosse malvagia, crudele, avida e codarda e proprio per questi motivi il Principe, ovvero chi possedeva il potere, doveva diffidare dei propri sudditi ed essere temuto più che amato. Questa concezione egoistica della natura umana era condivisa anche da Hobbes (1651/ 2005), secondo il quale gli uomini vivono in una condizione di guerra contro tutti in cui se un uomo dà qualcosa ad un altro è solo perché si aspetta di essere ricambiato. Non la pensava così David Hume (1740/ 1982) secondo il quale, invece,  un puro interesse al benessere altrui esisteva e ne era una prova la tendenza naturale a “simpatizzare” con qualcuno per le sue gioie o i suoi dolori. Rousseau (1754/ 2006), in linea con Hume, sosteneva che la “pietà” verso i propri simili che soffrono è uno dei naturali sentimenti dell'uomo. Per il filosofo illuminista tale sentimento si contrappone all'amor di sé, fondamentale per la conservazione dell'individuo, ed è invece fondamentale per la conservazione della specie. Anche Adam Smith (1759/ 1969) credeva che esistesse una tendenza ad interessarsi agli altri fondata sulla simpatia, ovvero una naturale tendenza a immedesimarsi con gli altri e a scambiarsi di posto immaginariamente con chi soffre.  Diversamente Bentham (1789/ 1996), partendo dalla concezione egoistica di Hobbes, proponeva che l'uomo fosse un freddo calcolatore di interessi personali e che prima di ogni azione ponderasse attentamente costi e benefici di ogni azione unicamente in funzione di piaceri da ottenere e dolori da evitare. Secondo Mill (1861/ 1998), che fu allievo di Bentham, questi dolori potevano essere classificati in esterni ed interni. I primi coincidevano con la mancata speranza in un favore di ricambio oppure nella paura di un dispiacere da parte di un altra persona o da Dio stesso, i secondi invece coincidevano con una sofferenza interna legata al mancato adempimento ad un dovere. Di conseguenza dovrebbe essere conveniente per l'uomo pensare alla felicità altrui in egual misura alla propria. 
Comte (1851), quando coniò la parola altruismo intendeva criticare proprio la visione Utilitaristica di Bentham e Mills. Non ci volle molto perché il nuovo termine entrasse nel vocabolario comune dei pensatori successivi, tuttavia il dibattito fu tutt'altro che chiuso.

Con Nietzche (1888) si ebbe forse una delle visioni più pessimistiche ed egoistiche della natura umana. Infatti per il filosofo tedesco l'altruismo era addirittura un segno di cedimento di fronte alla pietà, che invece bisognava sovrastare. 
Nuovi spunti al dibattito furono apportati da Charles Darwin e dalla sua Teoria dell’Evoluzione (1859). Secondo Darwin, la nostra tendenza ad interessarci degli altri potrebbe essere il risultato della selezione naturale e dunque un istinto che in qualche modo abbiamo ereditato dai nostri più diretti antenati: i primati. Per Darwin (1871), dunque, esistono sia un altruismo egoistico che deriva da motivazioni ad evitare dolori ed ottenere piaceri che un altruismo motivato dalla simpatia e dall’amore per la prole e i propri parenti. A fianco a questi, Darwin pone anche una terza tipologia di aiuto dettata dall’istinto o dall’abitudine, tuttavia non si può considerare altruismo perché non riflette una motivazione finale consapevole.

Come abbiamo visto l'esistenza di un altruismo puro e disinteressato è stata oggetto di discussione di moltissimi pensatori di ogni epoca.

Solo di recente, in seguito ad una maggiore strutturazione di questo dibattito, si è cominciato ad indirizzare la questione verso uno studio sistematico. Dunque, come vedremo nel prossimo paragrafo, l'esistenza di un altruismo puro è sempre più divenuto oggetto di studio della moderna psicologia, la scienza che più di ogni altra può dare una risposta a questo ultra millenario quesito. 

 

 
Intelligenza emotiva e altruismo: effetto di ripetuti successi ed insuccessi nel comportamento d’aiuto -  © Andrea Righi

 

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