Effetti caratteristici degli scopi di approccio alla prestazione
 
Sebbene la distinzione approccio-evitamento abbia aiutato a chiarire gli effetti contrastanti degli scopi di prestazione, i risultati relativi agli scopi di approccio alla prestazione rimangono controversi (Harackiewicz et al., 2002; Kaplan & Middleton, 2002; Midgley, Kaplan & Middleton, 2001). I teorici hanno cercato di identificare i moderatori degli effetti degli scopi di approccio alla prestazio-ne.
È interessante notare che Dweck e Legget (1988) inizialmente sostenevano che le conseguenze pregiudizievoli degli scopi di prestazione apparirebbero solo quando gli individui devono affrontare sfide o difficoltà. Nicholls (1984) sosteneva anche che gli scopi di prestazione (“scopi ego” nelle sue parole) portavano a un deterioramento della prestazione solo nelle persone che avevano una bassa percezione delle proprie capacità (si veda anche Elliott & Dweck, 1988; Spinath & Stien-smeier-Pelster, 2003). Nella stessa linea, Grant e Dweck (2003) hanno dimostrato che gli effetti deterioranti degli scopi di prestazione (definiti come “scopi di capacità”) venivano osservati solo sui compiti difficili.
Questa tesi è coerente con il punto di vista di Elliot sugli effetti degli scopi di approccio e di evitamento della prestazione (Elliot, 1997; Elliot & Church, 1997). Infatti, secondo questi autori, gli scopi di approccio e di evitamento della prestazione sono entrambi motivati dalla paura di fallire. Questo corrisponde al sentimento che le competenze sono minacciate, ed è definito da Atkinson (1957) come il motivo generale per evitare il fallimento.
Gli scopi di evitamento della prestazione, poiché sono legati alla grande paura di fallire e alla bassa aspettativa di competenza, focalizzano l’attenzione dei singoli sulla possibilità di fallire e così, portano a un modello di mal adattamento della risposta e a una prestazione scarsa (Elliot & Church, 1997; Elliot & McGregor, 2001; Elliot et al, 1999; Skaalvik, 1997).
Gli scopi di approccio alla prestazione, tuttavia, sono più complessi. Infatti, anche se legati alla paura di fallire, derivano anche da un grande bisogno di risultato e da alte aspettative di competenza. Elliot (1997, 1999) descriveva gli scopi di approccio alla prestazione come “scopi ibridi” nel senso che servivano sia a motivi di approccio che di evitamento. Come conseguenza, gli effetti di questi scopi possono dipendere dall’accessibilità di ognuna di queste motivazioni, cioè dalla misura in cui il compito aumenta le aspettative di competenza o la paura del fallimento. Secondo Elliot (1997, 1999), quando un compito enfatizza l’aspettativa di competenza (probabilità di successo), gli scopi di approccio alla prestazione possono portare a un modello di rispo-sta di adattamento.
Dall’altra parte, in una situazione che enfatizza la possibilità di fallimento, nasce la paura del fallimento e gli scopi di approccio alla prestazione possono allora divenire equivalenti agli scopi di evitamento.
È interessante che uno studio sull’apprendimento di un nuovo metodo di risolvere problemi matematici da parte di Barron e Harackiewicz (2001, Studio 1) abbia manipolato la difficoltà del compito e trovato un legame positivo tra scopi di approccio alla prestazione e la prestazione su questo compito, ma solo quando il compito era relativamente facile. Non c’era rapporto tra scopi di prestazione e prestazione nel compito quando questo era difficile.
Per riassumere, gli scopi di approccio alla prestazione sembrano essere i più adattabili in condizioni di bassa difficoltà del compito o di bassa paura di fallire. Infatti, non ci si aspetta che gli scopi di approccio alla prestazione aumentino la prestazione quando la paura di fallire è alta (Elliot, 1997), ma non sono stati fatti molti test su questa ipotesi.
In linea con questa tesi, Barron e Hara-ckiewicz (2001) hanno riscontrato che gli scopi di prestazione non preconizzano positivamente la prestazione quando i partecipanti sono messi di fronte a un compito difficile, come discusso precedentemente.
In altre ricerche, quando i partecipanti percepivano la loro competenza come bassa (El-liott & Dweck, 1988) o quando il compito era particolarmente difficile (per es. Grant & Dweck, 2003) gli scopi di approccio alla prestazione diventavano ancor più dannosi per la prestazione. Si ritiene che una caratteristica comune a tutte queste situazioni è che siano immerse nell’incertezza. Infatti la difficoltà del compito, la bassa percezione di capacità e la paura del fallimento lasciano l’individuo incerto sulla prestazione attesa. Sembra quindi che l’incertezza crei condizioni in cui gli scopi di prestazione non sono più utili, ma possono persino diventare negativi per la prestazione.
 

© Compiti di prestazione e compiti di apprendimento: sviluppi recenti  - Fabrizio Manini

 

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